L’enorme Buco del Debito Pubblico Italiano : di cosa si tratta e di chi e’ la responsabilita’ primaria?

 

 

 

Debito Pubblico

 

https://wallstreetrack.files.wordpress.com/2006/09/rating-obbligazioni.gif

https://wallstreetrack.files.wordpress.com/2006/10/italia_debito_pil.gif

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https://wallstreetrack.files.wordpress.com/2007/03/italia_debito_pil1.gif

https://wallstreetrack.files.wordpress.com/2007/06/italia_debito-pil_-2003_2007_istat_principali-aggregati-di-finanza-pubblica.gif

https://wallstreetrack.files.wordpress.com/2007/06/italia_europa_2006_conti-economici_4.gif

https://wallstreetrack.files.wordpress.com/2007/06/italia_europa_2006_conti-economici_5.gif

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https://wallstreetrack.files.wordpress.com/2008/03/italia-debito-pubblico_2008_0_debito-pil.gif

https://wallstreetrack.files.wordpress.com/2008/03/italia-debito-pubblico_2008_00_debito-pil.gif

 

http://www.dt.tesoro.it/Aree-Docum/Debito-Pub/DebitoPIL.htm_cvt.htm

 

Fitch da AA ad AA- e Standard & Poor’s da AA- ad A+

 

Click here: [url=https://wallstreetrack.wordpress.com/2007/03/03/levasione-fiscale-causa-primaria-dellaumento-della-spesa-della-pa-e-della-pressione-fiscale/]link-L’evasione Fiscale: causa primaria dell’aumento della Spesa della P.A. e della Pressione Fiscale  [/url]

 

Click here: [url=https://wallstreetrack.wordpress.com/2007/03/15/i-costi-dellevasione-della-inefficienza-della-pa-e-della-corruzione-tra-la-politica-e-le-lobbies-criminalita/]link-Costi dell’evasione, della inefficienza della P.A. e della corruzione tra la Politica e le lobbies-criminalita’ [/url]

 

 

Click here[url=https://wallstreetrack.wordpress.com/2007/06/12/pressione-fiscale-elevatissima-e-cause/]link-Pressione Fiscale elevatissima e cause: Evasione Fiscale, Spesa della P.A. e Corruzione tra la Politica e le lobbies-criminalita’ [/url]

 

 

Click here[url=http://www.istat.it/salastampa/comunicati/non_calendario/20070612_00/testointegrale.pdf]link-Istat – Statistiche sulle amministrazioni pubbliche [/url]

 

 

Vedi anche:

Debito Pubblico – Anno 2007 

https://wallstreetrack.wordpress.com/2008/03/12/debito-pubblico-anno-2007/#more-1754

 

 

 

 

ITALIA_PUBBLICI DIPENDENTI E LA SPESA PUBBLICA

 

Pubblici Dipendenti

 

2005

 

3.630.000

 

2003

 

3.540.496

 

 

 

 

Pubbico impiego: come avevo gia’ scritto mesi fa’, i costi totali del pubblico impiego sono pari all’11% del Pil, lo conferma oggi la Cgia. 

 

Totale costo del lavoro  del personale pubblico delle Amministrazioni pubbliche (all’interno del cd CONTO DELLE AMMINISTRAZIONI PUBBLICHE relativi ai DIPENDENTI PUBBLICI) voce contenuta nelle spese correnti per consumi finali delle Amministrazioni pubbliche, nel 2006 hanno registrato un aumento del +4,08%  a  162,999 miliardi di euro ( Retribuzioni lorde  del personale pubblico pari a 111,32 miliardi di euro + Contributi e Spese per la formazione del personale pari a 51,67 miliardi di euro) rispetto ad una crescita del +4,5% a 156,6 miliardi di euro dell’anno precedente che contiene, ai fini del presente calcolo, anche gli aumenti retributivi determinati dal rinnovo dei contratti per il biennio 2004-2005, sottoscritti in massima parte nel 2006. Alla crescita hanno contribuito alcuni rinnovi contrattuali, tra cui quelli delle regioni e degli enti locali, della sanità, degli enti di ricerca e dell’università.

Il costo dei dipendenti pubblici pari al 162,99 miliardi rappresenta l’11.05% (dal 10,4% sul Pil del 2005) dell’intera’ produttivita’ del Paese ( PIL = 1.475,0 miliardi di euro nel 2006) nonche’ il 21.88% dell’intera spesa pubblica della PA  nel 2006 ( 744,7 miliardi di euro ).

 

 

 

2005

 

Retribuzioni lorde  del personale pubblico 106,95 miliardi di euro
Totale costo del lavoro  del personale pubblico 156,6 miliardi di euro

 

 

In Germania tra il 2000 e il 2006 I costi totali del pubblico impiego nel 2006 in percentuale del Pil sono scesi al 7,2% dall’8,1%, ovvero circa 17 miliardi di euro in meno. In Italia ci sono 61 dipendenti pubblici ogni mille abitanti, mentre in Germania sono 54 ogni mille.

Altrettanto impietoso e’ il risultato che emerge dal confronto sulla distribuzione tra i vari livelli istituzionali dei lavoratori pubblici. Se in Italia il 56% e’ alle dipendenze dello Stato centrale (e l’altro 44% e’ impiegato tra Regioni ed Enti locali), in Germania solo l’11% lavora per lo Stato centrale e l’altro 89% e’ distribuito tra i Lander e le amministrazioni locali.

 

 

Debito pubblico L’ammontare dei debiti dello Stato sia all’interno che all’estero. Il debito pubblico è pari al valore nominale di tutte le passività lorde consolidate delle amministrazioni pubbliche (amministrazioni centrali, enti locali e istituti previdenziali pubblici). Il debito è costituito da biglietti, monete e depositi, titoli diversi dalle azioni – esclusi gli strumenti finanziari derivati – e prestiti, secondo le definizioni del SEC 95

 

Nel 2006 il rapporto debito/Pil in Italia e’ salito al 106,5% (dato rettificato dal 106.8% nel marzo 2008) dal 106,2% del 2005 (Pil pari a 1.479.000 milioni nel 2006 e 1.423.000 milioni nel 2005 ). Il debito e’ stato di 1.575.346 milioni (segnando una crescita del +4.26% o di 64.421 milioni di euro rispetto al dato finale del 2005 a quota 1.510.926 milioni nel 2005), sebbene in diminuzione dal dato di novembre a 1.607.700 milioni di euro grazie al forte surplus di dicembre pari a 32.254 milioni di euro. Lo comunica la Banca d’Italia.

 

Con riferimento alla ripartizione per sottosettori:

 

il debito delle Amministrazioni centrali è cresciuto di 46.142 milioni, a 1.467.237 milioni; la sua incidenza sul Pil è diminuita dal 99,9 al 99,47 per cento;

il debito delle amministrazioni locali é aumentato di 18.279 milioni, a 108.054 milioni, passando dal 6,3 al 7,3 per cento del Pil

Alla crescita del debito hanno contribuito:

il fabbisogno delle amministrazioni pubbliche, risultato pari a 54.727 milioni;

l’aumento delle attività detenute dal Tesoro presso la Banca d’Italia per 8.230 milioni;

l’emissione di titoli sotto la pari, che ha comportato un aumento del debito superiore al fabbisogno finanziato di 2.274 milioni.

L’apprezzamento dell’euro ha ridotto invece il valore delle passività denominate in valuta estera di 810 milioni.

 

Il debito pubblico italiano a novembre era pari a 1.607,7 miliardi, ovvero il 108,96% del Pil nominale pari a 1.475,4 miliardi di euro correnti, segnando nei primi 11 mesi dell’anno un crescita di circa +96,9 miliardi rispetto al dato finale debito pubblico del 2005 a quota 1.510,8 miliardi, con un trend al rialzo del 6.41%.Forte surplus a dicembre pari a 32.25 miliardi di euro considerando infatti che il debito cresce in media di 8.8 miliardi di euro al mese, e che solitamente a dicembre la bilancia dello Stato registra un avanzo di cassa di 2/3 miliardi di euro; se il surplus di dicembre fosse stato in linea con gli ultimi 5 anni il debito avrebbe potuto raggiungere quota 1.605,0 miliardi di euro circa; con il che’ ai fini del Patto di Stabilità il rapporto debito pubblico / Pil sarebbe stato a fine anno attorno al 108,78% del Pil nominale dal 106,2% del 2005

 

 

Il debito pubblico ( che riguarda ciascuno dei cittadini per un importo pari a circa 27,000 euro). Secondo il FMI,  l’aumento della spesa corrente primaria  per 5 anni di seguito durante Berlusconi evidenziava ed evidenzia la fragilità fiscale del paese, e per contenere la spesa pubblica, il Fondo sollecitava la revisione dei coefficienti di sostituzione per le pensioni, che dovrebbe avvenire ogni dieci anni in linea alla variazione dell’aspettativa media di vita della popolazione:

 

 

2001  1.351 miliardi di euro = 2.615.900 milioni di miliardi di vecchie lire circa

2002  1.367

2003  1.392

2004  1.442

2005  1.510,9   – pari al 106.20% del PIL.

2006 1579,0 – pari al 106.5% del Pil – Si tratta del valore più alto dopo giugno 2005 quando il debito si era attestato su 1.542,148 miliardi.


 

 

Debito pubblico/PIL: la riclassificazione dal 2003 al 2006

http://www.dt.tesoro.it/Aree-Docum/Debito-Pub/Ammontare-Titoli-di-Stato-e-Debito-Pubblico.doc_cvt.htm

 

 

2003  104.3% PIL

2004  103.8% PIL

2005  106.2% PIL

2006  106.5% PIL (rettificato dal 106.8% in Marzo 2008)

Anno

Debito Pubblico

PIL

Miliardi di euro

2002

1.367,169

1.295,226

2003

1.392,278

1.335,354

2004

1.442,997

1.390,539

2005

1.510,926

1.423,048

2006

1.575,6

1.479,0

Debito pubblico/PIL: la riclassificazione dal 1999 al 2002

http://www.tesoro.it/web/cs/viewpre.asp?idc=2234&forPrint=y

 

 

1999 114.9%  PIL

2000 110.6%  PIL

2001  109.5% PIL

2002  106.7% PIL

 

 

Debito Pubblico Italiano in % sul PIL

Note sul debito pubblico italiano
dal 1885 al 1998 (dal 1999 al 2006 sono stai come sopra rettificati )

 

 

1885 – 2000 Media storica

Media 78,9%

Media escluse Guerre 73.9%

 

http://www.delpt.unina.it/stof/15_pdf/15_5.pdf

Debito Pubblico Italiano in % sul PIL serie storica dal 1972 al 1998

Quello che ha contribuito all’aumento del debito pubblico italiano: Andreotti (in migliaia di miliardi di lire di debito  fino al 1979, in milioni di miliardi di lire dal 1989 in poi fino al 2000, poi dal 2002 in euro)

Debito Pubblico Italiano in % sul PIL serie storica dal 1993 al 1998

 

 

1993 118.2%  PIL

1994 124.3%  PIL

1995 123.8%  PIL

1996 122.7%  PIL

1997 120.2%  PIL

1998 116.4%  PIL

 

Debito Pubblico Italiano in % sul PIL serie storica dal 1972 al 1992

 

1972 Governo Andreotti 42.614 mila miliardi di lire di debito………..53.1%

1973 Governo Andreotti-Rumor 53.246 mila miliardi di lire ………….55.1%

1974 Governo Andreotti-Rumor ……………………………………………54.5%

1975 Governo Andreotti-Rumor ……………………………………………60.5%

1976 Governo Moro-Andreotti 102.446 mila miliardi di lire …………..58.5%

1977 Governo Andreotti 124.044 mila miliardi di lire ………………….58.3%

1978 Governo Andreotti 158.406 mila miliardi di lire ………………….63.3%

1979 Governo Andreotti-Cossiga 190.979 mila miliardi di lire ………62.4%

1980 Governo Andreotti-Cossiga  ………………………………………..57.7%

1981 Governo Andreotti-Cossiga ……………………………………….. 59.9%

1982 Governo Andreotti-Cossiga …………………………………………64.7%

1983 Governo Andreotti-Cossiga …………………………………………70.8%

1984 Governo ……………………………………………………………….  76.3%

1985 Governo  ………………………………………………………………. 82.7%

1986 Governo  ………………………………………………………………. 86.5%

1987 Governo  ………………………………………………………………. 90.6%

1988 Governo …………………………………………………………………92.9%

1989 Gov De Mita-Andreotti 1.141.658 milioni di miliardi di lire…… 95.8%

1990 Governo Andreotti 1.284.605 ……………………………………….97.2% 

1991 Governo Andreotti 1.449.147 ……………………………………..100.5%

1992 Governo Andreotti-Amato 1.633.770 …………………………….107.7%

 

 

 

World Public Debt

CIA world factbook

https://www.cia.gov

Rank – Country – Public debt (% of GDP) –  Date of Information

1 Lebanon  190.20  2006 est.
2 Japan  177.60  2006 est.
3 Jamaica  137.10  2006 est.
4 Seychelles  134.40  2006 est.
5 Egypt  113.40  2006 est.
6 Italy 106.70  2006 est.
7 Singapore  98.30  2006 est.
8 Zimbabwe  96.40  2006 est.
9 Sri Lanka  93.00  2006 est.
10 Belgium  88.80  2006 est.
11 Israel  84.90  2006 est.
12 Nicaragua  83.10  2006 est.
13 Cote d’Ivoire  82.50  2006 est.
14 Greece  82.40  2006 est.
15 Bhutan  81.40  2004
16 Ethiopia  80.30  2006 est.
17 Uruguay  72.10  2006 est.
18 Jordan  69.80  2006 est.
19 Germany  67.80  2006 est.
20 Canada  67.70  2006 est.
21 Morocco  67.40  2006 est.
22 Mauritius  66.40  2006 est.
23 Portugal  65.30  2006 est.
24 Hungary  64.90  2006 est.
25 Cyprus  64.80  2006 est.
26 United States  64.70  2005 est.
27 France  64.20  2006 est.
28 Argentina  64.00  2006 est.
29 Philippines  63.80  2006 est.
30 Sudan  63.20  2006 est.
31 Austria  62.10  2006 est.
32 India  60.00  2006 est.
33 Turkey  59.80  2006 est.
34 Panama  58.40  2006 est.
35 Colombia  56.80  2006 est.
36 Tunisia  55.70  2006 est.
37 Pakistan  55.10  2006 est.
38 Serbia  53.10  2005 est.
39 Costa Rica  51.80  2006 est.
40 Switzerland  51.00  2006 est.
41 Netherlands  49.40  2006 est.
42 Gabon  49.10  2006 est.
43 Kenya  48.50  2006 est.
44 Ghana  48.00  2006 est.
45 Sweden  47.80  2006 est.
46 Papua New Guinea  47.00  2006 est.
47 Aruba  46.30  2005
48 Croatia  46.10  2006 est.
49 Brazil  46.00  2006 est.
50 Poland  45.50  2006 est.
51 Vietnam  43.80  2006 est.
52 Dominican Republic  43.30  2006 est.
53 United Kingdom  42.70  2006 est.
54 Malaysia  42.30  2006 est.
55 Macedonia  41.50  2006 est.
56 Norway  41.20  2006 est.
57 Thailand  41.20  2006 est.
58 El Salvador  41.10  2006 est.
59 Spain  39.90  2006 est.
60 Bangladesh  39.60  2006 est.
61 Malawi  39.40  2006 est.
62 Finland  38.90  2006 est.
63 Indonesia  38.60  2006 est.
64 Syria  37.90  2006 est.
65 Trinidad and Tobago  37.50  2006 est.
66 Zambia  35.70  2006 est.
67 Slovakia  35.00  2006 est.
68 Taiwan  34.60  2006 est.
69 Honduras  33.60  2006 est.
70 South Africa  33.30  2006 est.
71 Ecuador  33.00  2006 est.
72 Peru  32.60  2006 est.
73 Saudi Arabia  32.20  2006 est.
74 Iceland  31.50  2006 est.
75 Bahrain  31.00  2006 est.
76 Namibia  30.70  2006 est.
77 Denmark  30.10  2006 est.
78 Moldova  30.00  2006 est.
79 Yemen  29.20  2006 est.
80 Paraguay  27.80  2006 est.
81 Tanzania  27.80  2006 est.
82 Czech Republic  27.50  2006 est.
83 Qatar  26.80  2006 est.
84 Angola  26.60  2006 est.
85 Bulgaria  26.20  2006 est.
86 Slovenia  25.80  2006 est.
87 Korea, South  25.20  2006 est.
88 Ireland  24.90  2006 est.
89 Uzbekistan  24.80  2006 est.
90 Cameroon  24.40  2006 est.
91 Venezuela  24.30  2006 est.
92 Iran  23.60  2006 est.
93 Bosnia and Herzegovina  23.40  2006 est.
94 Mexico  23.30  2006 est.
95 Guatemala  23.20  2006 est.
96 Mozambique  23.20  2006 est.
97 China  22.10  2006 est.
98 New Zealand  21.20  2006 est.
99 Uganda  19.40  2006 est.
100 Romania  18.30  2006 est.
101 Lithuania  18.20  2006 est.
102 Senegal  16.30  2006 est.
103 United Arab Emirates  16.20  2006 est.
104 Australia  16.10  2006 est.
105 Nigeria  15.70  2006 est.
106 Ukraine  14.10  2006 est.
107 Hong Kong  13.30  2006 est.
108 Algeria  12.80  2006 est.
109 Kazakhstan  12.50  2006 est.
110 Latvia  9.90  2006 est.
111 Azerbaijan  8.30  2006 est.
112 Kuwait  8.20  2006 est.
113 Russia  7.70  2006 est.
114 Botswana  6.60  2006 est.
115 Wallis and Futuna  5.60  2004 est.
116 Chile  5.40  2006 est.
117 Libya  5.40  2006 est.
118 Equatorial Guinea  4.20  2006 est.
119 Estonia  4.10  2006 est.
120 Oman  3.40  2006 est.

This page was last updated on 13 December, 2007

 

 

 

 

La Pubblica Amministrazione (3.377.918 Pubblici Dipendenti compresi che costano circa 160 miliardi di euro l’anno) costa circa 687 miliardi di euro l’anno, circa il 48.48% dell’intera’ produttivita’ del Paese  ( PIL = 1.417 miliardi di euro 2005). Il livello ottimale e sano degli impiegati della P.A. potrebbe tranquillamente funzionare con una spesa di almeno il 10% inferiore, ovvero circa 70 miliardi di euro che sono più di 4.94 punti di Pil, ma per fare cio’ dovrebbe fare a meno di circa mezzo milione di pubblici dipendenti, dall’oggi al domani, con prepensionamenti agevolati, e ricorrendo al  meccanismo del blocco del turn over. In qualsiasi azienda, si deve aumentare la produttività a costi contenuti e ragionevoli rispetto al fatturato, pena la chiusura dell’azienda!  E’ ammissibile avere almeno 1 milione di pubblici dipendenti , dipendenti del senato o Camera compresi, che sono li’ a non fare nulla e a rubare lo stipendio? 

 

L’enorme Buco Italiano del Debito Pubblico e’ e sara’ fonte di un prossimo e certo downgrading ulteriore delle societa’ di rating (attualmente il rating sul debito, e’ da stabile a negativo a AA-), con serio pericolo Default Italia, ma nulla di comparabile con il Buco del Bilancio Federale Americano, che e’ ben piu’ roseo, da tener distinto dal Deficit commerciale piu’ preoccupante invece. Sono necessari molti aggiustamenti  in Italia ma non vi e’ un gran interesse reale dietro le parole di facciata sulla questione da parte della classe dirigente tutta.

 

Nella stampa italiana, oggi tutti parlano  di un  enorme doppio deficit USA (Federale e commerciale) come di una catastrofe irreparabile e non affrontabile e che mette a repentaglio l’economia mondiale, impropriamente pero’ in quanto solo il Deficit commerciale e’ piu’ preoccupante . In realta’ se prendiamo cio’ che si verifica in Italia ed in qualche altro stato europeo,  il disavanzo Federale USA e’ una bazzecola, e la mina vagante e’ rappresentata di contro proprio da paesi come l’Italia, il Portogallo  l’Ungheria, ed il Giappone; di seguito cerchero’ di spiegare il perche’.

La gran totalita’ dei politici e dei giornalisti, salvo poche eccezioni come Di Pietro che in questo cerca di far luce, imputa sommariamente a questo Governo o al precedente, la responsabilita’ esclusiva di questo buco e parla sommariamente e senza dire esattamente quali sono le cause concrete dell’enorme debito pubblico italiano e del disavanzo di bilancio dell’Italia  ne’ le cure vere che occorrerebbe porre in essere. A me per natura piace essere sincero, e se e’ vero che questo governo ha ampliato il buco, mentre era diminuito con il Governo Prodi, e’ altrettanto vero che  anche il “centro sinistra e’ enormemente colpevole per non aver saputo reagire ,negli anni novanta in particolare, ai fenomeni dell’innovazione tecnologica e della globalizzazione.

Ma detto questo mi viene da ridere, perche’ i veri colpevoli sono i soliti innominati ma noti personaggi italiani, in primis Andreotti (prescritto e non assolto, tanto per ricordarlo, dalla contiguita’ mafiosa) , se e’ vero com’e’ vero che chi e’ stato al potere per quasi 50 anni sono stati i padri degli odierni Casini e Mastella tanto per dirne due, sono stati i democristiani e la loro politica che negli anni di “falsa democrazia” ci hanno governato in maniera pessima ed oscura all’insegna della non meritocrazia, del non investimento in ricerca ed innovazione, all’insegna delle lobbies e dei baronati in ogni attivita’, di ciechi favoritismi aziendali insensati senza creare le basi per un mercato concorrenziale, basti pensare tra tutti gli esempi alla Fiat e alla politica infrastrutturale italiana che ha dedicato solo e pessime autostrade in omaggio al fiancheggiamento Fiat invece di fare porti super porti e ferrovie all’altezza in un paese che vive tra 2 mari e nel cuore dell’europa, all’insegna dell’assistenzialismo senza controlli, della contiguita’ mafiosa e del collateralismo tra politica finanza e giustizia civile e fallimentare (non dimenticate che il crack Federconsorzi rappresentava e rappresenta nella sua evoluzione celata sotto la sabbia,  proprio il crollo dell’impero democristiano, era una societa’ che oltre ad essere stata di rilevante importanza per l’economia del paese agli inizi della sua vita nel dopoguerra, grano e derivati, costituiva in seguito il serbatoio dei voti politici, rappresentava il crocevia di tutti gli intrecci dettati da sporchi affari finanziari politici giudiziari e mafiosi che la democrazia cristiana ha posto  in essere sotto la nomenclatura dei noti Andreotti & Co. Questo e’ cio’ che ha seminato la Democrazia cristiana, lo vogliamo dire o no? Invece di invitare il prescritto Andreotti da Vespa a parlare con falso moralismo di Papi, e virtu’, sono loro che hanno rovinato il paese, si sono arricchiti, e casini ancora blatera? Quello che ha contribuito all’aumento del debito pubblico italiano e’ solo un uomo: Andreotti.

Iniziando con il dire che il debito pubblico Italiano deriva dall’inefficienza (colposa dettata da imperizia ed incompetenza figlie della non meritocrazia democristiana) e dalla corruzione che non hanno avuto altro epilogo naturale che quello di far raddoppiare, triplicare etc soprattutto i prezzi delle forniture e dei servizi pubblici oggi forniti da societa’ in regime di monopolio di fatto ed in assenza di investimenti in tecnologia, ricerca e Universita’.

Si dice da molti, giustamente, ma sommariamente e senza indicarne anche la cura , che il debito Italiano è aumentato ” per la mancanza di riforme strutturali, per l’aumento dei costi della Pubblica Amministrazione, per l’assenza di investimenti nell’innovazione, per commistioni politico/economiche/finaziarie/giudiziarie che hanno perpetuato situazioni di monopolio, per la cosiddetta finanza elettorale e per esclusiva colpa dell’attuale governo; ripeto, e’ giusto a grosse linee, ma cosa e chi  in concreto ha determinato il regredire nei conti dello stato? La risposta e’ nella crescita risibile o addirittura negativa del Pil ( soprattuto quello reale) di un paese, rapportata alla crescita tutt’altro che risibile del proprio debito pubblico e quindi del disavanzo pubblico. Perche’ per mantenere sotto controllo i conti occorre mantenere costante o meglio in decremento il rapporto debito pubblico /  PIL Nominale,  occorre insomma che il disavanzo pubblico annuale (  rapporto deficit/pil  da noi al +4.3% nel 2005) non cresca oltre il PIL Nominale  (da noi un misero  +0.1% ).

Ecco perche’ siamo vicini al default tecnico come paese che, molto probabilmente , certamente se Berlusconi vincera’ le elezioni, subira’ un downgrading ulteriore dalle societa’ di rating (attualmnete il rating sul debito, e’ da stabile a negativo a AA-) con outlook pesantemente negativo, da investimento a rischio a molto a rischio!

 

 

Facciamo degli esempi:

 

 

 Deficit / Pil :

 

  • Italia Deficit/Pil   ( 4.4% nel 2005) ( nel 2006 al 4.0% / e 5.0% in assenza di interventi correttivi e per il venir meno di misure una tantum), dopo aver toccato il 3.2% del Pil sia per il 2001, 2002, 2003 e 2004. A Washington, ritengono che il rientro del deficit entro il 3% del Pil concordato con Bruxelles per il 2007 non sia sufficiente per la sostenibilità del debito.


  • Germania Deficit/Pil  (3.3% nel 2005)

  • Francia Deficit/Pil  …..(3.1% nel 2005)

  • Portogallo Deficit/Pil  ( 6.2% nel 2005)

  • Usa  Deficit/Pil ……..( 2.58% nel 2005)

  • Giappone Deficit/Pil..  (6.4% nel 2005)

  •  Giappone debito/Pil 161-164% nel 2005

 

 

Italia PIL:

 

Italia PIL : 2005 +0.1%, 2004 +1.0%,  +1.5% nel 2006 ; Nel 2005 l’Italia , l’unico nel 2005, a registrare un misero +0,1%, la peggiore performance su base annua dallo + 0.4% registrato nel 2002/2003 , gli utili societari sono scesi addirittura del -15.9%, dal + 0.3% registrato nel  1982. L’economia risalirà all’1,5% nel 2006…forse ma tutt’altro che certo. Tra i Paesi meno virtuosi, si colloca l’Olanda con un +0,4%. Per quanto riguarda i piu’ virtuosi dentro l’Unione europea a 25 non c’e’ da stupirsi della forte crescita dell’Estonia, +7.7%, paese giovane anche nella classe dirigenziale, e i ritmi di crescita della Repubblica Ceca, in crescita del +4,4% circa tre volte più di Eurolandia.

 

 

Andamento del PIL in Italia

  • 1990 1,9
  • 1991 1,4
  • 1992 0,7
  • 1993 -0,9
  • 1994 2,3
  • 1995 3,0
  • 1996 1,0
  • 1997 2,0
  • 1998 1,7
  • 1999 1,7
  • 2000 3,2
  • 2001 1,7
  • 2002 0,4
  • 2003 0,4
  • 2004 1,0
  • 2005 0,1
  • 2006 1,9
  • 2007 2,0 (stima)

 

Andamento del PIL

Nazione 2004 2005* 2006*
Albania 6,0 6,0 6,0
Algeria 5,9 6,7 6,2
Argentina 9,0 7,0 5,1
Austria 2,4 1,7 1,8
Bielorussia 11,0 8,0 6,0
Belgio 2,7 1,3 1,7
Bosnia-Erzegovina 5,7 5,3 5,8
Bulgaria 5,6 5,7 4,2
Cina 9,4 9,3 8,0
Cipro 3,7 3,6 3,0
Corea del Sud 4,7 3,4 4,3
Croazia 3,8 3,3 3,7
Danimarca 2,1 2,9 2,6
Egitto 2,7 4,0 4,8
Estonia 7,8 7,7 6,7
Finlandia 3,6 1,6 2,5
Francia 2,0 1,4 1,6
Germania 1,6 0,8 1,5
Giappone 2,6 2,2 1,3
Gran Bretagna 3,2 1,9 1,5
Grecia 4,2 3,4 3,1
Hong Kong 8,2 5,7 4,6
India 6,9 7,6 7,0
Irlanda 4,5 4,8 4,7
Italia 1,0 0,1 1,9
Kazakistan 9,4 9,1 8,5
Lettonia 7,0 6,5 5,6
Libia 9,3 8,5 8,1
Lituania 7,0 6,5 5,6
Macedonia 2,9 3,9 4,0
Marocco 3,7 1,8 5,3
Messico 4,4 3,0 2,9
Moldova 7,3 7,5 5,5
Norvegia 2,9 3,2 2,6
Olanda 1,7 0,5 2,0
Pakistan 6,4 7,8 6,5
Polonia 5,4 3,2 4,0
Portogallo 1,2 0,5 1,0
Repubblica Ceca 4,4 4,4 4,6
Romania 8,3 5,0 4,6
Russia 7,2 6,2 5,6
Slovacchia 5,5 5,2 5,6
Slovenia 4,2 3,9 4,0
Spagna 3,1 3,0 2,7
Stati Uniti d’America 4,2 3,5 2,9
Svezia 3,1 2,4 3,0
Svizzera 2,1 1,0 1,5
Thailandia 6,1 4,0 4,4
Tunisia 6,0 4,8 5,4
Turchia 8,9 4,9 3,5
Turkmenistan 9,0 11,0 9,0
Ucraina 12,1 3,5 5,0
Ungheria 4,2 3,7 4,0
Vietnam 7,7 8,0 7,2

 

 

 PIL lordo. c.d. Nominale = +0.1%, e’ il tasso di crescita del PIL Reale (in base ai dati finali pubblicati oggi dall’Istat lunedi’ 13 febbraio, produttivita’ -1.8% + forza lavoro -0.1%) + l’Inflazione +2.0%, e’ un dato che rappresenta al lordo dell’inflazione il valore totale di tutti i beni e servizi prodotti nella nazione, valore  dato per l’appunto dalla somma della produttivita’  (consumi+investimenti ) + incrementi della forza lavoro + Inflazione. Nei primi dieci mesi del 2005 il calo complessivo della produttivita’ è stato del -1.8% . Per mantenere costante il rapporto debito pubblico /  PIL Nominale e’ necessario che il  disavanzo pubblico ( +4.3% nel 2005)  aumenti meno del PIL Nominale c.d. lordo (da noi un misero livello pari a +0.1% ). Come si vede da noi accade l’esatto contrario!   In Italia  inoltre il debito pubblico e’ tra il 108.5% e il 110% del PIL

 

PIL  reale Real Gross Domestic Product: Meno nota invece, ma piu’ importante e’ appunto la crescita del PIL  reale, dato che scorpora l’inflazione dal PIL lordo. c.d. Nominale, e che rappresenta la somma degli incrementi della produttivita’ (ovvero consumi+investimenti ) e degli incrementi della forza lavoro (incremento demografico della popolazione) ma al netto dell’inflazione.  In italia questo dato e’ addirittura negativo, -1.9% (produttivita’ -1.8% + forza lavoro -0.1%)

 

Italia: Produzione industriale 2005 -1.8%. Nei primi dieci mesi del 2005 il calo complessivo è stato del -2,1% a fronte del +3% della Germania, del +1,6% della Spagna e del +0,7% della Francia, rispetto all’+1,4% dell’Ue25. Ancora una volta, emergono le debolezze del Made in Italy: le industrie tessili e dell’ abbigliamento crollano del 10,6% rispetto a ottobre 2004; male vanno anche le industrie delle pelli e delle calzature in calo del 4,9% su base annua.

Dal 2000 ad oggi in Germania la produzione è salita del +7,5% mentre in Italia è scesa del -4%, con un gap di 11 punti.

Negli ultimi 10 anni il tasso di crescita della produttivita’ in Italia non e’ andato oltre nel massimo ed in pochissimi anni al +1%, ma che negli ultimi 4 anni e’ scesa del -4%.  Produttivita’  (consumi+investimenti ) La prima componente sono i consumi , ovvero le spese dei cittadini consumatori che , all’interno di  un paese avanzato, dovrebbero rappresentare circa i 2/3 del PIL, cosa che in Italia ci sogniamo, mentre 1/3 e’ rappresentato dalla spesa per la tecnologia-investimenti e dagli incrementi della forza lavoro. La seconda delle 2 componenti della produttivita’ e quindi di conseguenza anche del Pil Reale, e’ Il tasso di investimenti ovvero gli incrementi degli investimenti aziendali misurati dagli incrementi risultanti da:

 

– capitale delle imprese investito

– skills e l’organizzazione delle imprese nonche’ dal tasso di innovazione tecnologica.

 

In Italia il problema sta in gran parte in quest’ultimo aspetto, a metà degli anni ’90 l’Italia non ha saputo reagire ai fenomeni dell’innovazione tecnologica e della globalizzazione. Abbiamo perso il treno della rivoluzione industriale portata dall’avvento delle nuove tecnologie. Le imprese italiane  si sono limitate ad acquistare computer, ma non si sono riorganizzate per far fronte alle nuove tecnologie . Questa riorganizzazione é stata ostacolata dalla dimensione delle imprese, che sono piccole, e dalla loro specializzazione ancora fortemente orientata alla manifattura tradizionale, ma soprattutto da una dirigenza politica miope. La bassa produttività è ormai divenuta un problema strutturale dell’Azienda Italia ed è necessario rimuoverne i fattori che ostacolano la diffusione delle innovazioni tecnologiche ed organizzative dell’apparato produttivo e che si riflettono in una specializzazione ancora fortemente orientata alla manifattura tradizionale ed alla relativa scarsità di aziende medie dinamiche e di grandi imprese attrezzate a reggere la concorrenza sui mercati globali ma anche ai necessari cambiamenti strutturali, e di mentalita’ della macchina dello Stato, ovvero dei politici, tutti, ad ogni livello, ci sono troppe persone inutili, troppi incarichi inutili, e troppe inutili guerre e poteri forniti ai sindacati che impediscono all’economia di riprendersi e di vivere in un regime di reale libero mercato, che deve sottostare soltanto ad un controllo statale e locale di osservanza alle regole, non anche di assistenzialismo indiscriminato per categorie, non anche asservito alle lobbies che fanno impresa in regime di monopolio di fatto.

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  • Competitività: dalla posizione 26 siamo scivolati alla posizione 43 nella classifica mondiale.  Occorre puntare  sulla coesione sociale , e mettere sotto schiaffo le societa’ che agiscono in monopolio di fatto, che in quanto tale blocca la mobilità, la produttività, la competitività, penalizzando i giovani, i disoccupati, i pensionati futuri. Occorre togliere un poco di potere ai sindacati, occorre far fallire le aziende che non stanno sul mercato da sole (Alitalia e credo Fiat), occorre togliere potere ai banchieri di alcune banche (Geronzi, Capitalia) occorre fare pulizia in alcuni Tribunali Civili e Fallimentari con particolare riguardo a quello di Roma 8leggere in merito a quanto gia’ scritto e denunciato in diverse occasioni), occorre fare pulizia  nelle lobbies dei Liquidatori, degli avvocati, medici, notai. Occorre una giustizia più rapida e legale in tutti questi Tribunali, le Procure penali sono quasi tutte pulite! È migliorato apparentemente come ho scritto in un articolo sull’Osservatorio della Legalita’ (Hidding Unemplyment rate and Discouragment workers) ma e’ dovuto per un terzo alla regolarizzazione di oltre mezzo milione di immigrati. E come ha scritto mi pare Scalfari su repubblica ” È aumentato  il lavoro precario. Sono peggiorate le prospettive dei giovani. Il sommerso ha toccato la percentuale record del 40 per cento e con esso l’evasione fiscale. Infine il potere d’acquisto è crollato mentre il governo ha buttato dalla finestra 12 miliardi di minori aliquote sull’Irpef, peraltro più che compensate da un drastico aumento delle imposte indirette e dei tributi locali. Questo è lo stato dei fatti nella finanza e nell’economia. ”   Tutto cio’ c’e’ nel programma di 280 pagine del centro sinistra?

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  • Paesi che investono di più in innovazione  e Tasso di crescita delle spese (pubbliche e privatre soprattutto) in ricerca e sviluppo :

 

  • Ue   Media  nel 2003  il 1,93% del Pil  investimenti  in innovazione; tasso di crescita delle spese in ricerca e sviluppo media Ue del 2,4%.

  • Usa            nel 2003 il 2,59% del Pil  continuando di questo passo l’Ue vedrà aumentare il gap con gli Usa 

  • Giappone   nel 2003 il 3,15%del Pil continuando di questo passo l’Ue vedrà aumentare il gap con  il Giappone

  • Cina            nel 2003 il 1,3% del Pil, continuando di questo passo l’Ue  alla data del 2010 si vedrà raggiunta dalla Cina.

  • Svezia       nel 2003 il 4,27%  del Pil

  • Finlandia  nel 2003 il 3,49%   del Pil

  • L’Italia      nel 2003 il 1,16% del Pil,  contro una media Ue di 1,93%, supera solo la Spagna, l’Irlanda e la Grecia tra i vecchi Stati membri, e precede i nuovi arrivati, ad eccezione della Slovenia e della Repubblica Ceca.

  • I problemi e le lacune dell’Ue si spiegano anche sotto il profilo delle risorse umane. L’Europa, infatti, forma un maggior numero di laureati in discipline scientifiche di Usa e Giappone, ma non è in grado di sfruttare questo potenziale e lascia che buona parte di queste risorse, soprattutto quelle più giovani, vengano attratte da altri Paesi. Nel 2003 nell’Ue c’erano solo 5,4 ricercatori ogni 1.000 occupati, contro i 10,1 del Giappone e i 9,0 degli Usa. Il problema della fuga di cervelli non solo sottrae risorse preziose, ma sta anche determinando un aumento sensibile dell’ età media di ricercatori e scienziati nell’Ue, che si tradurrà in una carenza di personale qualificato ancora più grave nei prossimi anni, dato che nel 2003 il 35% circa dei ricercatori europei aveva tra i 45 e i 64 anni

 

 

OECD Employment Outlook L’Italia a confronto con gli altri paesi:

 

TASSO DI NATALITA’ BASSO (QUINDI BASSA FORZA LAVORO) Prendiamo per esempio la tendenza demografica: l’Italia a mala pena arriva al primo figlio con un tasso di fertilità di 1,26, inferiore persino a quello del Giappone (1,33) e ben lontano da Francia (1,89), Regno Unito (1,64) e Stati Uniti (2,03).  La conseguenza? Entro il 2050 da noi ci saranno solo 3 persone in età da lavoro ogni 2 persone in età da pensione. Inutile dirlo, è il peggior dato dell’universo Ocse. E chi può credere che una società del genere possa davvero essere dinamica?  il tasso di fertilità nel nostro paese sia il più basso d’Europa e che la denatalità sia divenuta un fenomeno allarmante, con il risultato che siamo anche il paese più vecchio”.

Previsioni Demografiche UE 2004-2025. Nelle prossime due decadi la popolazione totale dell’Unione Europea aumenterà di più di +13 milioni di abitanti, salendo ai 470.1 milioni previsti per lo stesso giorno dell’anno 2025 dai 456.8 milioni del primo gennaio 2004 . La crescita della popolazione nella UE a 25 sarà principalmente dovuta all’immigrazione, dato che il totale dei decessi sarà comunque superiore al totale delle nascite a partire dal 2010. L’effetto dell’immigrazione, tuttavia, non sarà più in grado di compensare il declino naturale dopo il 2025, quando la popolazione inizierà gradualmente a diminuire. Nel 2050 la popolazione stimata sarà pari a 449.8 milioni, con un decremento di più di 20 milioni rispetto al totale della popolazione previsto nel 2025. Anche l’Italia, antico paese di emigrazione, sta diventando, in termini accelerati, un paese di immigrazione: la percentuale degli stranieri regolari però corrisponde ancora solo al 2 per cento circa della popolazione totale. La Popolazione Italiana  dovrebbe passare dagli attuali 58 milioni ai 41,2 milioni di abitanti (-28,96%) del 2050. L’allarme sociale per la bassa natalita’ italiana resta un fatto complesso. Le stime sulla popolazione Fra il 2004 e il 2050, le diminuzioni maggiori sono attese nella maggior parte dei nuovoi Stati membri: Italia  (-28,96%), Lettonia (-19,2%), Estonia (-16,6%), Lituania (-16,4%), Repubblica Ceca (-12,9%), Ungheria e Slovacchia (entrambe -11,9%), e Polonia (-11,8%). Lungo tutto il periodo, gli aumenti più significativi saranno registrati in Lussemburgo (+42,3%), Irlanda (+36,0%), Cipro (+33,5%) e Malta (+27,1%). La quota di popolazione in età da lavoro (fra i 15 e i 64 anni) rispetto al totale decrescerà fortemente, dal 67,2% del 2004 al 56,7% stimato per il 2050, in pratica un declino di 52 milioni di abitanti in età da lavoro, in pratica da 306.8 milioni nel 2004 ai 254.9 milioni previsti per il 2050. Nel 2050, le proporzioni minori di persone in età lavorativa rispetto al totale si registreranno in Spagna (52,9%), Italia (53,5%), Portogallo (55,0%) e Grecia (55,2%) e quelle più alte in Lussemburgo (61,3%), Malta (60,8%) e Paesi Bassi (60,7%).

Italia The ratio partecipation rate and Labor force , ovvero  Il rapporto tra forza lavoro (e cioe gli occupati piu’ i disoccupati che cercano lavoro attivamente) e The Total Civilian non institutional population , ovvero  sul totale della popolazione in eta’ lavorativa 15 years and older. I dati sono quasi incredibili; Italia  49.5%, contro il 66.0% negli USA, il 65% in Gran Bretagna, il 58%  circa in Francia e Germania. il valore piu’ basso in tutta l’unione europea. Tra tutti i paesi dell’Ocse solo Turchia e Polonia hanno un tasso di partecipazione inferiore a quello italiano. Tenuto conto del fatto che quel  49.42% italiano comprende i disoccupati, in Italia lavora, o cerca lavoro, solo la meta’ delle persone in eta’ lavorativa. Questa percentuale e’ piu’ bassa oggi di quanto non lo fosse nel 1970. E’ vero che una piccola parte di questi 5  italiani su 10 che ufficialmente non lavorano partecipa all’economia sommersa, ma è una magra consolazione: non e’ certo in questi settori il futuro dell’economia italiana.  Il punto è  che in Italia c’è un blocco, per cui si determina un invecchiamento delle professioni che sono chiuse, spesso corporative. Manca un ricambio che in molti paesi è fisiologico. Se noi paghiamo questa situazione è perché i tutti i fenomeni di migrazione intellettuale si sono allargati per una scellerata politica soprattutto della ex democrazia cristiana e della destra italiana.

Quindi a meno di una massiccia immigrazione o di un aumento nel livello della produttivita’ (poco probabile), l’Italia si avvia ad un periodo in cui  il tasso di crescita del PIL Reale sara’ nel migliore dei casi nullo 0%, e  avremo un PIL Nominale  esattamente equivalente all’inflazione  (ovvero sulla base di quella odierna per ipotesi pari ad un misero +2.1%) . A questo punto traendo le conclusioni di quanto sin qui detto, per mantenere costante il rapporto debito pubblico /  PIL Nominale italiano sara’ quantomeno necessario che il disavanzo pubblico, si mantenga sotto al livello d’inflazione (oggi circa al 2.1%), mentre sappiamo che  oggi siamo al doppio, al  4,3% ( nel 2006 al 4,0% / e 5,0% in assenza di interventi correttivi e per il venir meno di misure una tantum), dopo aver toccato il 3.2% del Pil sia per il 2001, 2002, 2003 e 2004.

 

 

 

Ora alcune osservazioni sugli errori commessi dall’attuale Governo e su cio’ che invece occorerebe fare per rilanciare l’economia: I pilastri su cui si basa l’alta crescita americana sono essenzialmente 5, proprio quelli che da 5 anni Berlusconi ci ha propinato come basi della svolta italiana , solo promessa ovviamente perche’ le basi e il mood italiani sono opposti a quelli americani, soprattutto sotto il profilo della propensione al risparmio:

 

 

  1. Riduzione dei tassi d’interesse

  2. Maggiore produttività ;
  3. Crescita della forza lavoro (dinamica della natalita’) ovvero della popolazione, pari al  +0.8 negli ultimi 5 anni

  4. Più profitti per le imprese provenienti da maggiore produttività

  5. Meno imposte soprattutto dal lato dell’offerta (imprese e liberi professionisti), ovvero Tagli energici alle aliquote sul reddito;

 

E’ questo, in sintesi, il vangelo americano della Fed e della Casa Bianca.

 

Verso dove si è diretta, la liquidità liberata alle famiglie dai tagli alle imposte di Bush? In una forte crescita della domanda interna, della spesa in consumi, e nell’aumento degli investimenti da parte delle imprese dovute alla Riduzione dei tassi d’interesse. Crescita della domanda interna soprattutto in beni durevoli, quelli destinati a durare più di tre anni, mobili, elettrodomestici, automobili. La quota di pil americano trainata dai consumi interni è salita negli ultimi cinque anni di tre punti, dal 68 al 71 per cento, e l’aumento si deve quasi per intero ai beni durevoli, che da soli pesano ormai per il 10 per cento del pil americano, raddoppiando la quota in un decennio.

E non è solo in maggiori consumi e maggior investimenti, che si sono riversati i maggiori redditi degli americani. Se nel 1989 solo il 31,6 per cento di loro deteneva titoli sui mercati finanziari, a fine 2001 erano il 52 per cento. Oggi sono il 55. E sempre più si sono diretti verso strumenti di mercato a sostegno delle proprie pensioni, come i Lifetime Savings Accounts, i fondi 401, gli Individual Retirement Accounts. Ma li’ la finanza e gli intermediari finaziari sono per lo piu’ gente seria a differenza che in Italia dove vi e’ molta poca serieta’ anche in questo settore!

  • La teoria economica su cui si son basati Reagan e Bush, e’ stato l’aumento della produttivita’ dal lato dell’offerta delle imprese, e non della domanda, giustificando quindi il taglio delle imposte fiscali soprattutto dal lato dell’offerta (imprese e liberi professionisti), stimolando le imprese desiderose di soddisfare l’aumentata domanda a prezzi concorrenziali e accettando al contempo di aver perso un poco di pricing power a beneficio di maggior potere d’acquisto per i consumatori.

  • La peculiarità della politica economica dell’offerta, con deficit di bilancio, che Bush ha posto in essere, e’ possibile farla cosi’ aggressivamente solo negli USA, non anche in Italia oggi almeno; Bush ha potuto porre in essere cio’, con il disavanzo programmato generando, specialmente nei periodi di depressione o rallentamento mondiale, un balzo nella crescita che aiuta non poco a migliorare i bilanci successivi. Ma ripeto  la ricetta ha funzionato  in modo efficace negli Stati Uniti  perché si tratta di un’economia molto flessibile, con una grande riserva di capacità produttiva non utilizzata e con un potenziale di progresso tecnologico che, dispiegandosi, contrasta le tendenze inflazioniste e sostiene l’export. Nella vecchia Europa ( salvo in alcuni paesi come la Svezia, l’Irlanda, La Danimarca, la Norvegia, l’Estonia, la Lituania e la Lettonia) ancora non e’ possibile farlo in tali dimensioni, sebbene ci sia più flessibilità di prima, alcune capacità produttive non sfruttate e un potenziale di tecnologia (magari d’importazione) pronto a entrare in campo. 

  • I famosi sgravi fiscali alle persone tout court, effettuati da Ronald Reagan e tanto celebrati dalle destre di mezzo mondo non scossero di per se’ minimamente l’economia americana e questo è un altro caso di falsità che va messo a nudo: il rilancio vero della congiuntura Usa cominciò con Clinton e con la sua politica di riduzione dei tassi d’interesse. Questa è la verità.

 

Oggi pero’ e’ venuto a galla il vero problema americano che ha fatto seguito a questa corsa ai consumi, la crescita dell’indebitamento , decisivo e prezioso per dare avvio alla ripresa globale, diventato oraun fardello se si guarda al futuro a medio lungo  termine. Si profila all’orizzonte un’esplosione dei costi previdenziali, mentre la spesa sanitaria è in crescita libera. Lo stimolo fiscale e’ terminato, e Bush dovra’ o aumentare le tasse o tagliare le spese o un mix delle due cose. Un’America che dovrà iniziare a risparmiare e cercherà di compensare il danno in termini di crescita con una politica monetaria molto accomodante e, possibilmente, con un dollaro ancora debole.

In italia e’ tutto diverso, a cominciare dal debito pubblico (108.5% del PIL) e’ molto piu’ alto che negli USA (60% del GDP). Inoltre i consumi in italia non rappresentano il traino del PIl, come in america; ecco perche’ non era possibile applicare queste teorie americane millantate da Berlusconi. Perciò la scossa tanto attesa e manipolata da Berlusconi non c’e’ stata, non poteva avvenire; c’e’ stato invece un aumento delle imposte comunali provinciali regionali anche per finanziare gli sgravi dell’Irpef, il solito giochetto. Ne’ si puo’ dire che Berlusconi abbia , secondo la teoria economica di Reagan e Bush, fatto alcunche’ per liberalizzare davvero il mercato dei beni e dei servizi dal lato dell’offerta, solo cosi’ sarebbe aumentata la produttivita’, non potendo inoltre autonomamente L’Italia ridurre i tassi, di per se’ gia’ comunque bassi.

Le aziende di servizi come Eni,  Enel, Telecom, Mediaset e Autostrade distribuiscono dividendi allo Stato, ai principali azionisti di riferimento e poi agli azionisti cosiddetti di minoranza (che comprendono il pubblico, e anche ai fondi italiani ed esteri). Questi liquidi finiscono così in mano a classi agiate che, in questa particolare fase (dopo lo scoppio della bolla e lo scandalo parmalat & C), sono rimaste molto liquide o hanno investito all’estero. E contribuiscono a tenere alto il tenore di vita delle suddette classi agiate. Ma tutto finisce lì. In sostanza, i profitti delle aziende italiane si sono spostati progressivamente da mani (quelle imprenditoriali) che li avrebbero reinvestiti nell’industria a mani che invece li tengono inutilizzati o li usano per comperare bond in Italia e – soprattutto – all’estero, cioè rendite finanziarie. Il meccanismo è tale per cui il cittadino (e l’industria sana e in un mercato concorrenziale globale) paga ingiustamente bollette molto alte per la fornitura di luce acqua gas telefono rete stradale all’Italia viziosa-parassitaria , il cittadino paga le  imposte (che hanno coperto i buchi dello Stato  ) e tutto cio’ serve poi per pagare i dividendi allo Stato e  ai principali azionisti ricchi di riferimento! E’ evidente che tutto ciò è molto sbagliato. E chiaro che non si può andare avanti con un’Italia industriale che di fatto lavora quasi solo per pagare le bollette e i servizi di banche e assicurazioni.

 

 

Per berlusconi la riduzione fiscale era solo un mezzo elettorale, perche’ nei fatti non si e’ tradotta in un maggior potere d’acquisto e di spesa per i consumatori, la’ dove lo sgravio minimo  per i ceti medi si e’ concretizzato in pochi spiccioli in tasca in piu’, e quindi non maggiori consumi ne’ tante case in piu’, mentre per i piu’ ricchi lo sgravio sostanziale non si e’ tradotto in maggiori investimenti capitali, finanziari, ma solo in maggior risparmio e piu’ case. E siccome il PIL reale e’ la somma tra i consumi e gli investimenti il PIL non e’ aumentato non essendo aumentate le sue voci,  ne’ sono aumentati di conseguenza, gli introiti dello stato con il fisco perche’ il reddito, il consumo, e l’occupazione reale (ufficiale + nascosta scoraggiata) non sono aumentati. In piu’ l’allegro e doloso fiancheggiamento all’evasione e ai furbi che appartiene alla cultura soprattutto al centro destra, ha fatto il resto, a danno degli onesti contribuenti, l’evasione e l’elusione fiscale e’ aumentata con ulteriore danno allo Stato.

 

Berlusconi ha inoltre dimenticato che :

 

Se ne evince che la radice del problema sta negli uomini, nella politica economica che negli ultimi anni si è realizzata:

 

Il discorso sarebbe lungo ma questo in soldoni. Spero solo che il centro sinistra fara’ l’unica cosa che e’ possibile fare, ridare unita’, senso di solidarieta’ ed etica a questo paese, desiderio di non truffare nessuno, e sapere che si e’ premiati sia moralmente sia con benefici fiscali se si e’ in regola, non il contrario, quindi cercare di combattere l’evasione e l’illegalita’ ad ogni livello privato e pubblico, con ferocia; bisogna agire poi sull’aumento del reddito netto dei lavoratori e sulla diminuzione dei costi all’impresa, stimolando così i consumi interni. Un incremento della competitività sui mercati internazionali con maggiore spesa pubblica destinata alla ricerca, con maggiore spesa privata, sgravata fiscalmente, da destinate allo sviluppo tecnologico, e un aumento dei consumi interni dovrebbero dunque garantire quella crescita economica capace di generare le risorse per il welfare (pensioni, sanita’, protezione sociale).Il nostro sistema crea notevoli disuguaglianze, abbiamo, per esempio, un sistema che eroga pensioni eccessivamente generose mentre non sono adeguatamente protetti i disoccupati, soprattutto quelli adulti, quelli di lungo periodo o addirittura i disoccupati a vita, vera classe sociale emergente (perché, se uno non ha trovato lavoro entro i 35 anni, è probabile che un lavoro non lo trovi più!.

Nei drammi Italiani economi sociali tutto si gioca sulla ristrutturazione dell’apparato umano dirigenziale e produttivo, o almeno di quello che è sopravvissuto ad anni difficili. E’ intollerabile nonche’ un grande ostacolo per lo sviluppo la rendita degli speculatori che passano da un tavolo all’altro raccogliendo quattrini senza abbozzare un – pur minimo – piano industriale o accumulano ricchezze di cui non si sa bene l’origine.  Come si può invocare il mercato quale sano arbitro delle contese e poi consentire che la rendita finanziaria sia tassata al 12.5% ( o nulla se tiene i titoli per un anno grazie a Tremonti), mentre chi deve dirigere un’industria deve versare all’erario più della metà dei suoi ricavi?

Ridurre il debito pubblico, avere un fisco più efficiente e impegnarsi davvero nelle riforme per affrontare questioni come la legge sul risparmio, la legge sulla bancarotta, efficienza energetica, riforme del sistema del lavoro, finanziario e sanitario, leggi sulle agevolazioni per i giovani e non che non hanno una casa. Le nuove politiche devono puntare a sviluppare  nei giovani la sicurezza e la fiducia nelle istituzioni e nella giustizia, e a far emergere creatività, innovazione, diffondere l’inglese per bene, l’imprenditorialità e l’impegno, certi di esser premiati se meritevoli, e non come accade da anni che ti passano davanti i piu’ imbecilli raccomandati, queste sono le basi. Necessità di una redistribuzione e cesura con l’acquiescenza del passato che sia simmetrica allo sviluppo: che dire, infatti, della rendita di cui godono certi patronati nonche’ la Chiesa; di certe leggi rivolte alle società cooperative atte a mantenere privilegi ingiustificati dalle leggi del mercato; del mantenimento di molti troppi politici e dipendenti pubblici inutili, politici e impiegati dequalificati ma fiancheggiati dalla politica nel mantenimento di un sistema costituito da molti carrozzoni pubblici inutili.

Di fatto, la propensione al risparmio ha ripreso a crescere, cioè i redditi ci sono in piccola parte, ma le famiglie li mettono da parte in un contesto di diffusa incertezza.

 

America

  • Per proporre un parallelo con la produttivita’ americana: +3.03% media negli ultimi 10 anni , USA Productivity  ha avuto un incremento del  +3.46% negli ultimi 6 anni 2000/2005 , +2.4% from 1996 to 1999, +1.6% in the previous two decades )

  •  

  • Per proporre un parallelo con il PIL reale americano: +3.34% media negli ultimi 10 anni, America PIL: Real Gross Domestic Product (GDP)  2001 2002   2003   2004  2005 :   +3.7      +0.8     +1.6     +2.7    +4.2  +3.5

Per proporre un parallelo con gli incrementi della forza lavoro americana (dinamica della natalita’): rose in the 4Q +1,7% , pari al +0.35% negli ultimi 10 anni ma pari allo +0.8 negli ultimi 5 anni.

 

 

 

Il disavanzo federale USA e’ una bazzecola rispetto all’Italia, infatti gli americano hanno i seguenti dati ( deficit commerciale/ ) e ( disavanzo federale /The Treasury Budget ) che per quel profilo di economia sono accettabilissimi: Lo dimostra anche l’andamento della scorsa settimana dell’emissione dopo 5 anni dei nuovi T-Bond trentennali che invece di mostrare un aumento del rendimento ed una diminuzione del prezzo per l’ampliamento del debito, con il conseguente aumento del costo delle emissioni a carico del governo indebitato, hanno invece invertito le proiezioni, con rendimento in calo e sotto a quello dei decennali e biennali, questo perche’ se a metà degli anni ’90, gli investitori erano considerati i guardiani delle finanze Usa e il vero freno dell’allargamento del debito, oggi il quadro appare cambiato e i  timori del debito in salita sono contenuti, perche’ anche se è dato per scontato un indebitamento su livelli astronomici e un suo ulteriore allargamento l’ipotesi pare non spaventare più o almeno non essere più un freno. Con il risultato che l’asta dei trentennali odierna ha segnato i rendimenti più bassi di questo tipo di titoli.

 

2005  1 october 2004 /  30 september  2005. The U.S. Government Treasury budget narrowed by -23%  in the 2005 at -$318.467 billion , 2.58% of the  GDP $12.376 trillion, from the prior year 2004 at -$412.84 billion 3.4% del GDP  $12.0 trillion. Il debito pubblico americano e’ all’ividiabile rapporto del 60% del GDP (PIL) e non come da noi dove il debito pubblico e’ tar il 108% e 110% del PIL. Inoltre gli americani hanno condizioni macroeconomiche molto piu’ favorevoli e di dominio, che non in europa e men che meno in italia, per evitare una crescita del disavanzo federale e del con il GDP oltre l’attuale e cmq buono 60% .

 

  • Anche in questo caso ricordiamoci che per mantenere costante il rapporto debito pubblico /  PIL Nominale e’ necessario che il  disavanzo pubblico  (The U.S. Government Treasury budget +2.58%) aumenti meno del PIL Nominale c.d. lordo +4.2% / Nominal Growth Lordo Current-dollar GDP   — PIL Lordo annualized and Unadjusted for inflation for the change in prices [( che in the 4Q 2005 increased at a +4.2 percent annual pace when Unadjusted for price changes , pari alla somma del  tasso di crescita del PIL Reale in the 4Q 2005 grew by +1.1%, annual pace  + l’Inflazione in the 4Q 2005  +3.1%) after in the 3Q rose +7.6% annual pace]. Current-dollar GDP grow at +7.0 percent for 2004.  ( 2005 PCE personal consumption expenditures price index +2.8% circa, PCE core +2.0% circa)

  • A questo punto traendo le conclusioni, in America per mantenere costante il rapporto The U.S. Government Treasury budget – debito pubblico /  PIL Nominale  sara’ sufficiente che in base all’ultimo trimestre, il disavanzo pubblico annuale  non cresca oltre il +4.2% , ma come abbiamo visto e’ +2.58% ampiamente sotto tale livello +4.2%, e per mantenere costante il rapporto debito pubblico /  GDP Nominale , all’attuale livello buono del 60%, gli stati uniti potranno permettersi un disavanzo pubblico annuale (The U.S. Government Treasury budget) appena sotto il 4.2% del GDP Nominale.

     

  • A sua volta il tasso di crescita del PIL Reale Real Gross Domestic Product e’ cresciuto del +3.34% media negli ultimi 10 anni ( e’ un dato che rappresenta la somma dell’ incremento della produttivita’ e dell’incremento della forza lavoro ma che scorpora l’inflazione dal PIL  lordo c.d nominale )

    PIL reale americano Real Gross Domestic Product (GDP)  2001 2002   2003   2004  2005 :   +3.7      +0.8     +1.6     +2.7    +4.2  +3.5

     

  •  

  • Table 7.–Real Gross Domestic Product: Percent Change from Preceding Year

  • 1990     1991     1992      1993      1994      1995      1996      1997      1998      1999      2000      2001     2002     2003     2004    2005

  • Gross domestic product (GDP) 

     

                                                                                                                              

         1.9     -.2      3.3      2.7     4.0     2.5     3.7     4.5     4.2     4.5     3.7      .8     1.6     2.7    4.2    3.5

  • U.S. Non-Farm Productivity

  •  

    The average gains averaged  +3.7 percent from 2001 to 2004  rate , ed e’ cresciuta  nella media ad un  +3.03% negli ultimi 10 anni , +3.46% negli ultimi 6 anni 2000/2005 , +2.4% from 1996 to 1999, +1.6% in the previous two decades 1976/1996) U.S. business productivity or non-farm business productivity, or worker output per hour, a measure of how much an employee produces for every hour of work, in the 4Q fell by -0.6%  from in the 3Q rose at a +4,5% at an annual rate from in the 2Q rose at +2.1% at an annual rate after in the 1Q rose at a +3,2% at an annual rate.

     

  • 2005 The year-over-year U.S. Non-Farm Productivity ( percent change from the same quarter a year ago ) (crescita tendenziale )

     

  • 2005 U.S. Non-Farm Productivity For all 2005  productivity rose +2.7 percent, from all 2004  productivity rose +3.4 percent and rose +3.8 percent in 2003  and rose +4.1 percent 2002; Productivity has never grown more than 4 percent in successive years since records began in 1947.

  •  

  • 2006 U.S. Non-Farm Productivity For all 2006  Productivity is expected to accelerate to +5.0 percent however, was expected to Growth will come from a rebound in the high-tech manufacturing sectors. Productivity will average +2.6 percent a year for the next decade.

  •  
  • Produttività USA:

      • crescita media annua del +1,6% tra il 1970 e il 1995

      • crescita media annua del +2,5% dal   1996  al  1999

      • crescita media annua del +4,3%, nel 2000

  • crescita media annua del +2,5%, nel 2001

  • crescita media annua del +4,1% nel 2002 l’incremento piu’ alto dal 1973 and was the strongest for any year since a +6.7 percent jump in 1950 during the Korean War

  • crescita media annua del +3,8%, nel 2003
  • crescita media annua del +3,4%, nel 2004

  • crescita media annua del +2,7%, nel 2005 ai minimi dal 2001

       

 

  • Incremento della forza lavoro (dinamica della natalita’) ovvero della popolazione, rose in the 4Q +1,7% , pari al +0.35% negli ultimi 10 anni ma pari allo +0.8 negli ultimi 5 anni.

  • La situazione americana e’ molto piu’ rosea quindi, perche’ loro hanno una produttivita’ che cresce nella media ad un  +3.03% negli ultimi 10 anni , ed una crescita della forza lavoro pari al +0.35% negli ultimi 10 anni ma pari allo +0.8 negli ultimi 5 anni; e se quindi questi 2 elementi si manterranno vicini a quei livelli benche’ inferiori, forniranno un PIL Reale vicino al +3.0% annuo tra il 3.3% e il 3.8%; se poi calcoliamo il PIL Nominale  (pari alla somma del  tasso di crescita del PIL Reale + l’Inflazione) e quindi l’inflazione sia nella componente lorda che core ( PCE personal consumption expenditures price index +2.8% circa, PCE core +2.0% circa) basandoci su un PIL Reale vicino al  +3.0% annuo arriveremo ad una cifra di PIL Nominale   che oscillera’ tra il +5.0% e il +5.8% circa anziche’ del piu’ piccolo 4.2% dell’ultimo quarter.

  • Tutto questo, nel mezzo della guerra in Iraq ed afghanistan, noche’ a seguito dei tagli fiscali fatti da bush, insomma non c’e da preoccuparsi in america. Prima di copiare i presidenti americani (repubblicani) sarebbe meglio che il nostro premier si rendesse conto che lui e’ nato e vive in italia.

  • Se poi guardiamo all’altro deficit americano, quello commerciale Trade balance (il deficit o il surplus della bilancia commerciale degli Stati Uniti, che misura la competitivita’ del Paese America verso il resto del mondo) abbiamo un dato piu’ preoccupante, e’ vero, infatti il rapporto tra il deficit e il Pil e’ pari al  5.64% of the nation’s gross domestic product; ma anche qui come detto ci sono considerazioni da fare per le quali non c’e’ un dramma in atto, solo delle precauzioni da prendere. Ma semmai ne parlero’ in seguito.

     

     

     

    2005:

    • 1 ottobre 2004  /   30 settembre 2005    -$698.8 billion  The U.S. Fiscal Year Trade Balance

    •  

    2005: The U.S. Fiscal Year Trade Balance: 1 ottobre 2004  /   30 settembre 2005    -$698.8 billion -$ 58.25 billion a month equaled to 5.64% of the nation’s gross domestic product $12,378 billion ( +22.0%) from in 2004 when totaled -$572.77 billion -$ 47.73 billion a month equaled to 4.7% of the nation’s gross domestic product $12,200 billion. Il Trade balance americano, dal 2001 sino al 2003  e’ stato pari ad una media di -$ 40.8 miliardi al mese e, nel 2002   si aggirava intorno ai -30Mld$ su base mensile, dai -10,Mld$ del 2000 . L’Ocse, vede crescere il disavanzo delle partite correnti americane dal 5.64% del 2005 al 6.4% del 2006.

     

    Il timore è che il ritorno verso un sentiero di riequilibrio avvenga in maniera brutale, cioe’ con una crisi del dollaro o un brusco ed ulteriore aumento dei tassi d’ interesse. Il deficit delle partite correnti non può continuare a deteriorarsi al ritmo attuale. Anche nella finanza internazionale esiste la legge di gravità e prima o poi un aggiustamento dovrà avvenire. L’aggiustamento dovrebbe avere le dimensioni di  ridurre l’import di beni e servizi. Il resto dell’aggiustamento potrebbe poi essere accomodato attraverso una maggior crescita mondiale soprattutto nell’area dell’euro, in particolare se Stati Uniti ed Europa fossero in grado di organizzare politiche di bilancio coordinate ed opposte. Sarebbe cioè necessario davvero dar luogo a un effettivo governo coordinato della politica economica globale fino ad organizzare interventi comuni sui mercati dei cambi in modo da evitare brusche oscillazioni del cambio. Una riduzione del differenziale di crescita tra Europa e America tra l’altro è ostacolata dalla lenta realizzazione dell’agenda di Lisbona con cui i paesi europei vogliono accrescere la loro competitività. Anche un deprezzamento pilotato del dollaro potrebbe essere difficile da realizzare data la resistenza dei paesi asiatici ad assecondarlo. Il risultato è che si rischia di andare a gran velocità verso un incidente monetario e la data più probabile di questo incidente potrebbe essere attorno al prossimo voto presidenziale.

    Alla recente conferenza annuale degli Ecb watchers a Francoforte tutti gli osservatori erano consapevoli del fatto che tanto minore sarà il contributo della crescita macroeconomica dell’Europa soprattutto (il suo differenziale) rispetto alla crescita dell’ America al riaggiustamento delle partite correnti americane, tanto maggiore dovrà essere lo scossone valutario.

    Questo significa che sarebbe necessaria una combinazione di tutti e 3 i canali di aggiustamento della bilancia commerciale:

    1. un sostanzioso deprezzamento del dollaro. A conti fatti non è da escludere che il cambio dollaro-euro punti verso quota 1,40-1,50.

    2. un rallentamento endogeno della domanda americana quindi calo dell’import dell’america

    3. una ripresa di vigore della domanda interna nel resto del mondo.

     

     

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    Marco Montanari

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