The Ecological Footprint

 

The Ecological Footprint

 

http://www.rprogress.org,%20www.footprintnetwork.org/

http://www.rprogress.org,%20www.footprintnetwork.org/gfn_sub.php?content=footprint_hectares

 

 

The Ecological Footprint is a resource management tool that measures how much land and water area a human population requires  to produce the resources it consumes (La domanda o I consumi=Total Ecological Footprint) (La produzione di risorse=Total Biocapacity) and to absorb its wastes, taking into account prevailing technology.

 

L’impronta ecologica è la quantità di territorio fertile necessaria per produrre le risorse che una popolazione poi consuma e per assorbire i rifiuti e le emissioni generati dai consumi stessi. Comparando le loro diverse impronte ecologiche si può vedere quali nazioni consumano più natura di quella che hanno sotto i piedi e quali ne consumano di meno. Negli Stati Uniti un cittadino dispone in media di cinque ettari fertili, ma ne adopera dieci; un italiano ne ha uno e ne adopera quattro; un brasiliano ne ha sei e ne adopera due

 

Una parte degli ettari fertili brasiliani per esempio serve a produrre legnami, arance e caffè consumati dagli europei oppure ad assorbire nelle foreste una parte dell’anidride carbonica prodotta dagli europei bruciando carbone, petrolio e gas. Quindi, per sostenere il nostro livello di consumi materiali noi utilizziamo molto più territorio fertile di quello su cui viviamo. Gli abitanti di molti paesi meno industrializzati invece ne utilizzano meno di quanto ne abbiano nei loro confini. Chi sono allora gli “invasori”? Quegli abitanti dei paesi meno industrializzati che a causa della loro miseria invadono le nostre terre con le loro braccia, venendo da noi a produrre? Oppure gli abitanti dei paesi più ricchi che approfittano di una parte delle terre altrui per poter continuare a consumare al di sopra dei loro mezzi? Eppure, in italia con una percentuale di stranieri (uno straniero ogni trenta italiani) molto più bassa di quella svizzera (due su dieci) o tedesca (uno su dieci), in Italia  il governo, alcuni politici e alcuni mezzi di comunicazione stanno fomentando una psicosi da paese invaso.Tutti impegnati a produrre e consumare, in Europa sembriamo dimenticare due cose:

 

  1. Primo: occorre un certo equilibrio tra produzione e riproduzione. Mentre ci ingozziamo sempre più di pubblicità per riuscire a vendere tutto quello che produciamo, l’Europa avrebbe bisogno di mezzo milione di immigrati ogni anno se volesse continuare a produrre e consumare tutte queste mercanzie. Se allora lavorassimo un po’ di meno – per esempio 20-30 ore alla settimana – e ci dedicassimo di più alla riproduzione, alla famiglia, alla cultura, agli amici?

  2. Secondo: noi europei abbiamo invaso gli altri continenti per quasi cinquecento anni e non siamo andati per il sottile: schiavismo, massacri, stermini di interi popoli, annientamento di culture millenarie, depredamento di risorse naturali. I crimini degli attuali trafficanti di clandestini o della piccola delinquenza importata impallidiscono di fronte a quelli che i nostri eserciti e molti dei nostri mercanti hanno commesso fino a ieri nel mondo. Dopo cinquecento anni il pendolo delle migrazioni inverte il suo corso e l’Europa diventa stazione di arrivo invece che stazione di partenza. Dovremmo solo ringraziare il cielo che anche i migranti sembrano aver perso come noi la memoria della storia: invece di venire a regolare i conti di secoli di rapine, vengono in Europa per lavorare e pagano le nostre pensioni al posto dei figli che non facciamo. Eppure c’è chi riesce lo stesso a odiarli

 

 

In order to live, we consume what nature offers.  Today, humanity’s Ecological Footprint is over 20% larger than what the planet can regenerate. In other words, it now takes more than one year and two months for the Earth to regenerate what we use in a single year. We maintain this overdraft by liquidating the planet’s natural resources. This is a vastly underestimated threat. By measuring the Ecological Footprint of a population (an individual, a city, a nation, or all of humanity) we can assess our overdraft, which helps us manage our ecological assets more carefully. In a sustainable world, society’s demand on nature is in balance with nature’s capacity to meet that demand. When humanity’s ecological resource demands exceed what nature can continually supply, we move into what is termed ecological overshoot. According to a report by the World Resources Institute, the United Nations Environment Programme, the United Nations Development Programme, and the World Bank, World Resources 2000-2001, People and Ecosystems: The Fraying Web of Life, in addition to the growing depletion of non-renewable resources such as minerals, ores and petroleum, it is increasingly evident that renewable resources, and the ecological services they provide, are at even greater risk. Examples include collapsing fisheries, carbon-induced climate change, species extinction, deforestation, and the loss of groundwater in much of the world. We depend on these ecological assets to survive. Their depletion systematically undermines the well being of people. Livelihoods disappear, resource conflicts emerge, land becomes barren, and resources become increasingly costly or unavailable. This depletion is exacerbated by the growth in human population as well as by changing lifestyles that are placing more demand on natural resources

 

 

  • 1 acre: 4,840 square yards. An acre is approximately the size of an American football field not counting its end zones

  • 1 hectare contains 2.47 acres, or 10,000 square meters.

 

National calculations assess a country’s demand on nature (Footprint) and the country’s access country’s production of its nature to biological capacity (biocapacity). A country has an ecological deficit if its biocapacity is smaller (nel primo grafico pero’ il deficit e’ segnalato da un numero positivo nell’ultima colonan…but if the date is positive) than its Footprint. Otherwise the country enjoys an ecological reserve.
 

Il metodo di calcolo dell’impronta ecologica è definito e certificato dal Global footprint network (Gfn), l’organismo internazionale di ricerca e di certificazione creato a San Francisco da Mathis Wackernagel. Poiché molti fattori di conversione dei consumi in ettari possono variare con il clima, le tecnologie e l’epoca in cui un prodotto è generato, il metodo del Gfn ha stabilito fattori di conversione diversi e aggiornati ogni anno a seconda delle aree climatiche e tecnologiche. Un fattore critico nel calcolo dell’impronta ecologica è l’area terrestre bioproduttiva necessaria per assorbire una tonnellata di anidride carbonica. Siccome questo fattore costituisce circa la metà dell’impronta ecologica di molte nazioni industriali, le approssimazioni e gli assunti scientifici su cui si basa il calcolo influenzano molto il risultato finale. Le principali obiezioni al concetto dell’impronta ecologica riguardano il rapporto tra le scelte sociali e le funzioni produttive e ricettive delle superfici fertili. La “produttività” di un ettaro non è un parametro assoluto, ma varia, entro certi limiti, con le tecnologie impiegate e con la scelta di quali prodotti trarne. Inoltre sul fronte delle emissioni, per esempio di CO2 e di sostanze radioattive o tossiche, non c’è, entro limiti molto ampi, una soglia naturale invalicabile e accertabile: le soglie realmente in questione sono negoziabili socialmente e riguardano gli stili di vita, le scelte produttive e la disponibilità della popolazione o dei gruppi sociali o regionali più esposti a convivere con i disagi e i danni crescenti generati da crescenti livelli di emissioni. Results in global hectares are available below

 

 

Le banche dei poveri (vedi Yunus, Il banchiere dei poveri, Feltrinelli) assistono oggi nel mondo 20 milioni di persone, quasi tutte donne, strappandole dalla morsa dell’usura e della povertà. Questi banchieri buoni prevedono di raggiungere 100 milioni di persone entro il 2005. Una di queste banche, di proprietà delle donne che prendono denaro in prestito, la Grameen Bank, del Bangladesh, è la proprietaria della più grande rete di telefonia cellulare del paese, con 36 mila donne munite di cellulare e pannello solare per ricaricarlo. Vendono il servizio telefonico ai più poveri del paese semplificando in modo enorme la loro vita personale e il loro rapporto con la burocrazia dello stato. Danno la possibilità alle microimprese dei villaggi di crescere.  Vendono gli scatti telefonici a 17 lire al minuto nelle ore di punta. In Sud America il movimento dei micro orti biologici ha liberato dalla miseria centinaia di migliaia di famiglie delle favelas. Questo movimento solidale e pacifico sta creando nuovi valori e nuovi modi di intendere la vita. Da quando i Beatles andarono in India e restarono incantati da un maestro di Yoga, da quando i preti operai cattolici iniziarono a ribellarsi alla chiesa dei ricchi, è in corso una grande rivoluzione culturale e spirituale. Milioni di persone hanno riscoperto il senso della fede o della ricerca di se, il valore dello scambio gratuito di abbracci, ascolto, massaggi, e in generale di condivisione dell’amore, dell’amicizia del ridere e della festa.

  • Questo enorme movimento che punta alla solidarietà, alla collaborazione, alla celebrazione della vita, coinvolge ormai almeno il 10% della popolazione mondiale: 600 milioni di persone. E i risultati si vedono. Dal 1960 ad oggi tutti gli indicatori di benessere sono in miglioramento. So che qualcuno avrà difficoltà a crederci. Il sistema vigente si basa sulla diffusione dell’idea che nulla possa cambiare e che tutto peggiori.

  • Serve che questo gruppo umano si renda conto che possiede una fantastica forza per ora ancora inutilizzata: il proprio potere d’acquisto. Se essi consociassero i propri acquisti usandoli come arma di ricatto contro i signori della terra questo avrebbe effetti meravigliosi. E oggi questo è possibile concretamente perché internet e i computer hanno messo a nostra disposizione un potenziale di comunicazione, di contatto e di collaborazione che in nessun momento della storia umana era solo lontanamente immaginabile. Ecco perché internet salverà il mondo

Nel suo complesso il sistema di vita Usa non è più in grado di offrire un ininterrotto accrescersi dei benefici e inizia a mostrare di essere arrivato a un punto di saldo negativo tra processo di sviluppo scientifico-medico e costi sociali-ambientali. Per un secolo, nonostante tutti gli orrori del sistema, la vita umana ha continuato a allungarsi, ora quegli stessi orrori iniziano a presentare un conto disastroso. L’attuale sistema di vita non conviene più. Ce lo dicono freddamente le statistiche. Possiamo essere ottimisti, nessuno compra le auto che si rompono. Ecco che, mettendo in fila tutti gli elementi fino a qui citati possiamo renderci conto che esiste la necessità di cambiare il sistema col quale le nostre vite sono organizzate, è tecnologicamente possibile e economicamente conveniente farlo e ci sono gli esseri umani che hanno capito questo e che si stanno già impegnando a farlo, ogni giorno, ovunque, con tutto l’amore e l’intelligenza di cui sono capaci.

La caccia alle balene e a molti altri animali selvatici è stata bloccata, enormi aree del pianeta sono diventate parchi naturali protetti, molte specie 30 anni fa in via d’estinzione godono oggi di ottima salute. Ogni anno scompaiono decine di specie animali e vegetali. Si estinguono perché interi microclimi del pianeta vengono cancellati. Il clima peggiora verticalmente, nonostante gli sforzi per negarlo compiuti da eroici climatologi. Il deserto avanza, si moltiplicano gli uragani e le inondazioni.

 

L’inquinamento è la prima causa di morte nei paesi industrializzati, nonostante ancora qualcuno faccia finta che siano le sigarette a uccidere. Ma ormai le statistiche parlano chiaro: nelle zone meno inquinate dei paesi industrializzati si fuma quanto nelle grandi città ma la vita media è più lunga di 3-5 anni. Secondo il premio Nobel Rubbia nelle grandi città italiane ogni litro di carburante consumato provoca 1400 lire di spese mediche per malattie polmonari e per le assenze dal lavoro che esse provocano.

 Il livello dell’inquinamento prodotto dalle auto e dall’industria non è più in crescita e anzi ci sono segni di miglioramento della situazione,almeno in alcuni campi. Certamente l’aria di Milano, Londra e New York è decisamente migliore di quanto fosse 15 anni fa. Sono ormai centinaia di migliaia gli automezzi elettrici e a carburante vegetale in circolazione nel mondo. Il riciclaggio, la produzione di elettricità con il vento, il sole e le maree è ormai una realtà non trascurabile.
Le centrali nucleari sono in via di smantellamento in tutto il mondo. Il nucleare come fonte di energia è un’idea che appartiene ormai al passato (e grazie agli ecologisti l’Italia è uscita in tempo da questa scelta risparmiando così migliaia di miliardi). Il numero di testate nucleari pronte essere lanciate sul nemico è più che dimezzato. Certo ce n’è ancora abbastanza per distruggere il pianeta 2 volte, ma è già un primo passo. In tutto il mondo, per la prima volta, gruppi di giudici coraggiosi sono riusciti a incriminare e spesso condannare governanti e dirigenti di multinazionali.

Le lotte dei consumatori sono riuscite a imporre un maggiore controllo sui cibi, un limite dell’inquinamento e una sensibilizzazione che ha portato a praticare scelte alimentari più  responsabili, con un progressivo diminuire dei consumi di carne (che fa male e ha un costo ambientale altissimo) in favore di frutta e verdura. Questi fatti, uniti alla maggiore attenzione generale all’equilibrio psicofisico hanno fatto si che negli Stati Uniti siano in netta diminuzione, da 10 anni, i casi di tumore e questo nonostante le capacità diagnostiche siano enormemente più potenti. Il che non vuol dire che tutto sia risolto, visto che aumentano altre patologie come asma, allergie, depressione, crollo del sistema immunitario. Oggi, in Usa dopo un secolo di allungamento ininterrotto delle aspettative di vita, si è arrivati a un punto di stallo. Negli ultimi decenni ogni 4 anni l’aspettativa di vita aumentava di un anno. Oggi, secondo le ultime statistiche questo incremento positivo sta rallentando e forse si è fermato. è un segnale per un verso allarmante per un altro confortante.

La plastica ricavata dal mais, biodegradabile al 100% esiste e ha costi contenuti. Esiste il motore a idrogeno, pannelli solari che raccolgono più del 30% dell’energia che ricevono, vetri che producono elettricità, carburanti vegetali, sistemi per recuperare le aree desertificate, per coltivare in modo vantaggioso senza concimi chimici, diserbanti, antiparassitari ecc. Non c’è più nulla che non si possa produrre in modo ecologico.  30 anni fa l’alternativa era tra inquinare e continuare a sviluppare l’economia e non inquinare ma fermare lo sviluppo. Oggi l’alternativa è tra continuare a inquinare imponendo alla collettività costi ecologici disastrosi o rilanciare lo sviluppo e la produzione sulla base del rispetto dell’ambiente, della salute dei cittadini e di un sistema di sviluppo sostenibili. 30 anni fa inquinare era, almeno da un certo punto di vista, conveniente. Oggi è solo stupido. E anche in questo caso la nostra speranza di cambiamento non è solo un sogno. 20 anni di impegno ecologico hanno già mostrato la loro capacità di incidere sulle scelte del sistema e modificare vistosamente lo stato delle cose.

E’ Zurigo la città dove si vive meglio. La peggiore? Facile da indovinare: è Bagdad, che per il terzo anno consecutivo si attesta ultima nella classifica stilata dalla società di risorse umane Mercer sulla qualità della vita nel mondo. In tutto le città prese in considerazione sono state 215, con un bel primato per la Svizzera che guadagna anche il secondo posto con Ginevra. Male l’Italia, che di anno in anno perde posizioni: Milano è scesa al 51esimo posto.

I parametri considerati per il giudizio sono 39, e prendono in esame tra gli altri la situazione politica locale, quella economica con cambi di valuta e servizi bancari, lo stato della cultura inclusa l’eventuale presenza di una censura, la sanità, l’ambiente, il servizio pubblico e persino quello che la città offre in fatto di intrattenimento. Il termine di paragone per tutte comunque è New York che ha un punteggio base di 100. Le altre si attestano di poco sopra come Zurigo che ha meritato un 108,2, o molto al di sotto come Bagdad a cui è stato assegnato un 14,5.

“Una delle ragioni per cui stiliamo questa lista – spiega Yvonne Sonsino, presidente della società – è per far capire alle multinazionali quanto e come retribuire i propri dipendenti che vengono mandati in missione all’estero”. I privilegiati saranno quelli a cui toccherà l’Europa occidentale che ha 30 delle sue principali città in cima alla classifica. Spostandosi ad Est invece, paesi come Repubblica Ceca e Ungheria sono in rapida risalita per merito dei consistenti investimenti che vengono dall’estero, e che incentivano le autorità locali a migliorare strutture e qualità della vita.

Per l’Italia il dato è pessimo. Se nel 2004 Milano era tra le prime venti, oggi è scesa al 51esimo posto. Ma chi se la passa proprio male è Atene, ultima tra le europee dell’ovest con il posto numero 79. Buona la classifica del Nord America con Vancouver al terzo posto e Honolulu prima tra le città statunitensi con un 27esimo posto. La novità di quest’anno è Chicago, che risale di quasi dieci punti e va dalla 52esima posto al 41esima postazione per la consistente riduzione del tasso di criminalità.

Per quanto riguarda il Sud America, l’Argentina è in pole position per il tentativo di stabilizzazione dell’economia del paese, mentre la stella nascente dell’Asia è Shangai, merito di investimenti stranieri dovuti al basso costo della mano d’opera. La lista delle peggiori comincia con Il Cairo, in discesa libera perdendo ben nove punti e raggiungendo quota 131 “a causa delle agitazioni politiche e degli attacchi terroristici in città e nei dintorni”, scrive Mercer. Negli ultimi posti, proprio poco prima della capitale irachena, ci sono Bangui (Repubblica Centrafricana) e Brazzaville (Congo Brazzaville).

Queste le prime venti città:

1 ZURIGO Svizzera 108.2
2 GINEVRA Svizzera 108.1
3 VANCOUVER Canada 107.7
4 VIENNA Austria 107.5
5 AUCKLAND Nuova Zelanda 107.3
6 DUSSELDORF Germania 107.2
7 FRANCOFORTE Germania 107.0
8 MONACO Germania 106.8
9 BERNA Svizzera 106.5
9 SYDNEY Australia 106.5
11 COPENHAGEN Danimarca 106.2
12 WELLINGTON Nuova Zelanda 105.8
13 AMSTERDAM Olanda 105.7
14 BRUXELLES Belgio 105.6
15 TORONTO Canada 105.4
16 BERLINO Germania 105.1
17 MELBOURNE Australia 105.0
18 LUSSEMBURGO Lussemburgo 104.8
18 OTTAWA Canada 104.8
20 STOCCOLMA Svezia 104.7

51 MILANO Italia 99.6

 

 

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