FISCO: Effetti dell’unificazione al 20% della tassazione sui redditi delle attività finanziarie

 

 

Tassazione sui redditi delle attività finanziarie delle famiglie che oggi ne vede 2 , una al 27% e l’altra al 12,5%. 

 

 

 

Il 24 marzo, sul Sole 24 ore, c’era una bellissima critica su ciò che erroneamente viene definito da molti politici come “rendita” anziche’ come reddito delle attività finanziarie con il rischio innato che esso comporta seppur minimo in taluni casi; infatti  la rendita è la remunerazione per un fattore produttivo privo di rischio e per cosi’ dire costante e fisso nel tempo: un affitto per esempio o un assegno a vita di mantenimento. Mentre chi investe i risparmi, non ha una rendita, bensì un compenso per il rischio dell’investimento. Quindi la rendita è un guadagno ottenuto senza rischio, e pertanto dovrebbe essere tassato piu’ pesantemente, a differenza di chi risparmia, e quindi, con sacrificio, investe in azioni e/o obbligazioni o fondi. Chi risparmia ovviamente, non chi ruba, ma anche per questo i Politici non fanno differenza alcuna, vedasi l’ultimo provvedimento di indulto esteso anche ai c.d. white collars autori di reati finanziari. Ma per l’economia e per l’Etica ce n’è eccome se c’e ne’.  

 

Vi riporto in merito 2 allegati, contenenti l’illuminante considerazione tecnica della bravissima Maria Cecilia Guerra pubblicata sul Sole 24 Ore del di’ 24/03/2006. Maria Cecilia Guerra ha conseguito l’M.Phil in Economics alla Cambridge University (UK). E’ dottore di ricerca in Economia Politica presso l’Università di Bologna, è docente di Scienza delle Finanze presso l’Università di Modena e Reggio Emilia,  e presso il dottorato in Finanza Pubblica dell’Università di Pavia. Ha collaborato e collabora con istituzioni pubbliche e centri di ricerca. In particolare, nel periodo 1989-1999 ha partecipato a gruppi di lavoro e commissioni istituite presso il Ministero delle Finanze. E’ membro fondatore del CAPP – Centro di Analisi delle Politiche Pubbliche presso il Dipartimento di Economia Politica dell’Università di Modena e Reggio Emilia e responsabile scientifico dell’Osservatorio fiscale ref.– Imposte sui redditi di capitale in Europa.

 

Il suo articolo  e soprattutto la sua tabella suscito’ forti reazioni nel centro destra. Ho pensato che fosse allora meglio farlo circolare a tutti anche ai non lettori del Sole 24 Ore, in quanto mostra chiaramente la non vessatorieta’ per nessun cittadino, men che meno per coloro che hanno un reddito medio basso, ed allora ho chiesto all’autrice il consenso alla sua diffusione, dalla quale ho avuto con somma cortesia ed amabilita’ l’autorizzazione a postare il tutto e mi ha spedito il medesimo nella forma ripresa dalle rassegne stampe (in cio’ rispettando i diritti di copyright) e per la mancante tabella che le rassegne stampa non hanno ripreso, me l’ha allegato a parte in cio’ autorizzandomi alla diffusione medesima. 

 

 

Personalmente dico subito che lo trovo un provvedimento razionale, logico e giusto che non va a danno del ceto medio basso

 

Ps Le somme riportate nella tabella nella 5 colonna verticale ( ai numeri 1,2,8,9) risultano difformi dal reale conteggio solo perche’ i numeri della tabella meccanica hanno un solo decimale e lo arrotonda per difetto o per eccesso, mentre i calcoli fatti con excel usano un numero molto più elevato di decimali e quindi una piu’ esatta approssimazione; quindi in 5 colonna verticale ( numeri 1,2,8,9) dovrete leggere +1.3, +2,2, -1.8, -10.3 invece di +1.2, +2,1, -1.9, -10.2.  

 

Vedi allegati: Dott.ssa Maria Cecilia Guerra ” FISCO: Effetti dell’unificazione al 20% della tassazione sui redditi delle attività finanziarie delle famiglie ordinate per decili in base al reddito disponibile familiare (dati in euro)”  

 

Marco Montanari    

 

 

 

La riforma delle aliquote non si applica in modo retroattivo, ma solo ai nuovi redditi di capitale, quindi verranno tassati oltre che i nuovi titoli o assets, solo i redditi futuri di titoli già oggi in circolazione non anche i redditi gia’ prodottisi sino all’entrata in vigore della riforma, e cio’ anche per quanto riguarda le plusvalenze, per evitare la tassazione retroattiva si calcolano le plusvalenze maturate fino al momento dell’introduzione della nuova aliquota in modo da assoggettare al nuovo regime solo quelle maturate dopo tale data. 

 

Unificazione al 20% della tassazione sui redditi ( Interessi, rendimenti e cedole delle obbligazioni, dividendi e plusvalenze azionari) delle attività finanziarie delle famiglie (Bot, Cct, Btp, Buoni postali , Azioni, Fondi, e depositi e conti correnti bancari e postali ): vediamo attualmente qual’e il regime di tassazione:

 

l’aliquota base oggi per i redditi di capitale e diversi (interessi sui titoli del debito pubblico, sui buoni postali , sulle obbligazioni con scadenza superiore a diciotto mesi) delle attività finanziarie di rischio (  Bot, Cct, Btp, Buoni postali , obbligazioni private con scadenza superiore a diciotto mesi) percepiti da un normale risparmiatore (una persona fisica che non esercita attività di impresa) è del 12,5 per cento; la stessa aliquota del 12,5 per cento è applicata anche ai dividendi e a tutte le plusvalenze, purché, nel caso di dividendi e plusvalenze azionarie, l’azionista non detenga partecipazioni qualificate (in caso contrario una quota, pari al 40 per cento del loro valore è tassata in Irpef). L’aliquota del 12,5 per cento è applicata al risultato netto di gestione dei fondi comuni e delle gestioni patrimoniali;


di contro sui depositi e conti correnti bancari e postali e sulle obbligazioni private con scadenza inferiore a diciotto mesi vi è una imposta sostitutiva dell’Irpef, prelevata alla fonte con l’aliquota del 27 per cento.
 

 

Negli altri casi, le rendite finanziarie sono:

 

(a) esenti da imposta (i non residenti)
(b) soggette alle aliquote d’imposta ordinarie 12,5 per cento (banche e imprese).

 

Che la riforma non sia vessatoria verso i piccoli risparmiatori lo dimostra anche il fatto che i titoli pubblici sono una componente minoritaria del risparmio delle famiglie; rappresentano secondo l’ultimo bollettino economico della Banca d’Italia solo il 5,6 per cento delle loro attività finanziarie. 

 

 

Per calcolare invece l’equita’ della riforma basta considerare che  il totale dello stock di attività finanziarie (obbligazioni i cui rendimenti saranno maggiormente tassati, ed azioni i cui dividendi e plusvalenze saranno maggiormente tassati), posseduti in Italia, per il 40%  è detenuto dal 10% delle famiglie più ricche (con l’esclusione di riserve assicurative e fondi pensione), contro il solo 1,2% posseduto dal 10% di famiglie più povere; i depositi bancari e postali (per cui verrà ridotta la tassazione) rappresentano, invece, l’impiego prevalente delle famiglie a reddito più basso. E non c’era alcuna ragione per far pagare di più chi ha interessi da depositi bancari rispetto a chi detiene azioni o obbligazioni. L’aggravio medio per il contribuente sara’ limitato come da tabella, in quanto l’aliquota sui depositi bancari e postali si riduce corrispondentemente. Quindi trovo che questo provvedimento sia anche equo ed etico.

 

 

Ho una perplessita’ solo in merito all’innalzamento dell’aliquota dal 12,5% al 20% anche per i dividendi e le plusvalenze azionarie che hanno già subito l’Ires in capo alla società e che sopporteranno un’aliquota complessiva, senza contare l’Irap, del 45,0%  circa (addirittura più alta dell’aliquota massima che sostengono gli azionisti che detengono quote rilevanti del capitale nel qual caso i dividendi vanno inclusi per il 40 per cento nell’imponibile dell’imposta personale e assoggettati a Irpef con aliquota massima del 43%); e tuto cio’ non e’ certo una politica idonea ad allargare il ricorso al mercato da parte delle imprese, a diffondere il capitale azionario tra il pubblico dei risparmiatori, a rafforzare il sistema produttivo e stimolare la crescita dimensionale delle imprese.  

 

 

Ripercorrendo la cronistoria del provvedimento, a mio avviso era come detto doveroso uniformare l’aliquota, per eliminare la vecchia discriminazione, odiosa ed ingiustificata, tra ricchi e ceto medio o medio basso, ancor di piu’ alla luce delle non convincenti opposizioni di questi mesi volte a far si’ che un tale provvedimento non fosse varato.  Da taluno era stato espresso l’intendimento di dover alzare l’aliquota d’imposta per tutti gli strumenti, ma non per i titoli di Stato italiani. Questa opzione non era proponibile a mio avviso. Ogni differenziazione basata sulla nazionalità o residenza dell’emittente o prenditore contrasterebbe con i principi di non discriminazione contenuti nei Trattati europei. Anche se era possibile mantenere l’aliquota dell’imposta sui rendimenti dei titoli di Stato italiani a un livello più basso, questo avrebbe costretto gli intermediari, che prelevano l’imposta per conto dello Stato, a complicatissime (forse impossibili) gestioni extracontabili per calcolare le imposte dovute. Infine, era ragionevole ipotizzare che gli investimenti si sarebbero concentrati proprio sui titoli di Stato, e il maggior gettito sugli altri strumenti finanziari sarebbe stato modesto.

 

Taluni avevano anche ventilato l’opportunità di riservare la nuova, e più elevata, tassazione ai soli strumenti di nuova emissione. Per quelli già in circolazione a una certa data sarebbero rimasti in vigore le attuali aliquote d’imposta. Anche questa opzione non era proponibile. In primo luogo, l’aumento di aliquota sui soli titoli emessi dopo una certa data avrebbe comportato una decisa segmentazione del mercato. Le famiglie si sarebbero concentrate sul mercato dei titoli ancora tassati al 12,5 per cento, mentre gli altri (società e non residenti) si  sarebbero concentrati sull’altro mercato. Per lo stesso motivo, i recuperi di gettito sarebbero stati, almeno nei primi anni, del tutto marginali.  Inoltre, l’esistenza di titoli tassati ad aliquote diverse avrebbe comportato pesantissime complicazioni gestionali ed amministrative per gli intermediari.

 

Altro quesito che si poneva era, a quale livello fissare la nuova aliquota? La risposta dipendeva e dipende, in larga misura, dagli obiettivi di gettito che si intendevano raggiungere. A meno di non aver optato poi per un’aliquota unica pari o superiore al 27 per cento, averla fissata ad un livello inferiore a quella soglia (come si e’ verificato al 20 per cento)  comporta per certo una perdita di gettito tributario sugli interessi su depositi e conti correnti, perdita agevolmente calcolabile data la sostanziale stabilità del gettito di questo comparto. Molto meno agevole è quantificare l’effetto derivante dall’aumento dell’aliquota di imposizione per tutti i redditi delle attività finanziarie di rischio fino ad oggi soggetti all’aliquota ordinaria del 12,5 per cento e da oggi in poi al venti per cento. Infatti (considerando inoltre che gli interessi bancari si tassano al lordo, mentre tutto il resto viene tassato al netto con il diritto a riportare in avanti le perdite)  il gettito del 12,5 per cento (fino a ieri) e al 20,0 per cento oggi, dipende dall’andamento dei mercati. Per avere una idea delle dimensioni, il gettito dell’imposta sostitutiva sui fondi comuni d’investimento mobiliare è stato poco meno di 7 miliardi di euro nel 1999. Nel 2003 è stato pari a zero.  Tra le varie ipotesi, non si escludeva neppure quella di reintrodurre il cosiddetto equalizzatore, cancellato nel corso della precedente legislatura da Tremonti. Si tratta del meccanismo per cui il regime impositivo e quindi il prelievo effettivo variano secondo la scelta dell’investitore tra dichiarazione, risparmio amministrato e risparmio gestito.

 

 

 

Ultimo quesito che si poneva era, se si aumentasse l’aliquota sugli interessi dei titoli pubblici non si correra’ il rischio di un aumento dei rendimenti lordi che lo Stato deve garantire ai sottoscrittori, con il risultato che il Governo pagherebbe con la mano sinistra quello che ha raccolto con la mano destra  e quindi nullificando ogni suo guadagno dall manovra con effetti ulteriormente negativi per il bilancio statale?  L’aumento dell’aliquota sui titoli di Stato, non obbligherà lo Stato ad aumentare i rendimenti dei titoli di Stato, pagando con la mano sinistra quanto ha raccolto con la destra, perché il grosso dei detentori dei nostri titoli di Stato sono investitori esteri  55% (esenti dalla tassazione) oppure banche e imprese 20% , che non sono coinvolte dalla riforma in quanto persone giuridiche. I risparmiatori coinvolti (persone fisiche residenti) dalla riforma contribuiscono invece a una quota minore (attorno al 16%) della domanda complessiva dei titoli pubblici. Il restante 9%  dei titoli pubblici è nelle mani dei fondi comuni tassati sul risultato di gestione. Difficilmente la loro domanda sarà in grado di influenzare le condizioni di offerta, e ciò a maggior ragione a seguito del progressivo allineamento dei tassi di interesse lordi fra paesi, reso possibile dall’adesione del nostro paese all’Unione monetaria europea. Non si creerebbe una convenienza a modificare la composizione del portafoglio, perché la nuova aliquota sarebbe applicata ai redditi di tutti i tipi di attività finanziaria.

 

Esiste un rischio di fuga di capitali? Io dico no per i capitali leciti, forse per quelli illeciti, ma in ogni caso come detto sopra il fenomeno sarebbe scarsamente significativo in quanto circa il 75 per cento dell’intero stock del debito pubblico italiano è detenuto da contribuenti (paesi stranieri, o cittadini stranieri e tutte le persone giuridiche italiane e straniere ) che non sono interessati dall’innalzamento dell’aliquota in quanto soggetti   non residenti quindi esenti da imposta per gli stranieri, oppure perche’ banche ed imprese, che non sono coinvolte dalla riforma che riguarda le sole persone fisiche. Anche perché se si investe all’estero, occorre pagare le imposte in Italia, con le stesse aliquote applicate ai redditi di capitale interni. Se non lo si fa, è perché si evade, diventando quindi un’illecita detenzione di capitali all’estero in quanto sono redditi sottratti al fisco, e comunque ed in ogni caso, e’ pesantemente sanzionata perche’ spesso e’ frutto di capitali illegalmente formatisi (dai fondi neri delle aziende, ai capitali frutto degli ancor piu’ gravi reati penali della criminalita’ organizzata).  

 

Io dico invece che al contrario, per i capitali lecitamente formatisi e detenuti in Italia, e’  scarsamente probabile che si possa avvertire un significativo movimento verso l’estero a causa del semplice aumento dell’aliquota al 20%. Infatti, Il 1° luglio 2005 è entrata in vigore una direttiva europea la cosiddetta “direttiva risparmio” che prevede lo scambio di informazioni automatico fra paesi sul pagamento di interessi a contribuenti europei ed anche i paesi che non vi hanno aderito, le piazze finanziarie tradizionalmente interessate da esportazioni di capitali (Szizzera su tutte), applicheranno un’imposta alla fonte sugli interessi con l’aliquota del 15 per cento , che salirà al 20 per cento e poi al 35 per cento nel prosieguo dei prossimi 5 anni, con retrocessione del 75 per cento del gettito al paese di residenza del percettore. Anche importanti paesi, non appartenenti alla Unione, hanno aderito all’accordo e operano una ritenuta alla fonte ai livelli indicati (per esempio, Svizzera e Liechtenstein), o concorrono allo scambio di informazioni (come Monaco e San Marino). Certo, sfuggendo al monitoraggio e cioè utilizzando canali illegali, si può sempre andare alle Cayman o altro paradiso fiscale in cui la direttiva non si applica ma ci si va già adesso e, semmai, non solo per risparmiare il 12,5 per cento di imposta.  

 

Concludendo il costo della diminuzione dell’aliquota al 20,0 per cento  dal  27 per cento  sul gettito tributario sugli interessi di depositi e conti correnti è, pertanto, come detto sopra, sostanzialmente certo, mentre il recupero di gettito derivante dall’innalzamento dell’aliquota al 20,0 per cento  dal 12,5 per cento per tutti i redditi delle attività finanziarie di rischio è più difficilmente stimabile. Le stime parlano, a regime, di una cifra compresa fra i 2,5 e i 4,2 miliardi di euro all’anno. Di questi, meno di 400 milioni arriverebbero dalla tassazione dei titoli pubblici. Ma vanno prese con molta cautela, in quanto in larga parte dipendono dalle ipotesi che si fanno circa la rilevanza delle plusvalenze, che sono però una componente con un andamento molto erratico. Vi è poi difficoltà a stimare la tassazione dei fondi comuni, i quali stanno ancora sfruttando, in compensazione, ingenti crediti di imposta maturati in passato, a seguito delle minusvalenze conseguite sui mercati azionari. In ogni caso poco rispetto ad una manovra che l’Europa ci chiede a gran voce di non diluire rispetto agli impegni assunti nel Dpef, un aggiustamento dell’1,6 per cento entro il 2007, al netto del ciclo economico e delle una tantum. Questo significa che dovremo nel 2007 scendere molto al di sotto del 3 per cento di disavanzo (probabilmente non lontani dal 2,5 per cento). 

 

I motivi per unificare il tutto in un’unica aliquota non sono solo e tanto quelli di recuperare gettito, quanto quelli di rendere più etico, giusto, coerente e razionale il sistema di imposizione diretta dei redditi. La riforma, assieme all’intervento sul cuneo fiscale, contribuirà, inoltre, a ridurre lo squilibrio fra tassazione fra il prelievo sui redditi finanziari, da un lato, e quello sui redditi di lavoro (cui si applicano aliquote dal 23 al 43 per cento, più il prelievo contributivo) e delle società di capitali (tassati con l’Ires al 33 per cento e l’Irap al 4,25 per cento), dall’altro.

 

 

Dott.ssa Maria Cecilia Guerra

TASSAZIONE REDDITI FINANZIARI_1

TASSAZIONE REDDITI FINANZIARI_2

 

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