Quel che ha fatto bene alle poltrone dei politici nonche’ alle tasche del management di Fiat e Alitalia ha fatto malissimo alle nostre

 

 

 

Parte Prima (Nella Parte Seconda scrivero’ di Alitalia)

 

 

Dwight Eisenhower diceva: «Quel che fa bene a Gm e Ford fa bene all’America ». E Gianni Agnelli lo aveva tradotto in italiano: «Quel che fa bene alla Fiat fa bene all’Italia». I tempi sono cambiati di qua e di là dall’Atlantico. Gm e Ford non sono più le blue chip di Wall Street. Lo stesso vale per Fiat che non e’ che versi in acque tranquille nonostante il recupero degli ultimi 2 anni, anzi direi il contrario, presto potrebbe e dovrebbe essere assorbita dai cinesi o da una delle big giapponesi.

 

Vi invito a risentire un intervista del 2 “falso” predicatore di una falsa italianita’, dopo Fazio, ovvero Lapo Lapo (“uomo d’industria, d’immagine e di prodotto italiano” cosi’ si definiva) a radio 24 del sole 24 ore; per mesi ha predicato noiosamente sulla mancanza d’italianita’ degli Italiani e di  tutti i politici perche’ non usano Fiat; tralasciando il fatto che sia la ferrari che la fiat “usano” e producono beni in cina o nell’est europeo, in virtu’ dei minori costi a parita’ di qualita’, ne’ piu’ ne’ meno come fanno i consumatori tutti scegliendo una macchina giapponese o coreana piuttosto che la Fiat, mi domando, ma come fa’ un personaggio del genere a predicare l’italianita’ ed essere al contempo credibile se nel giro di nemmeno 45 minuti ha sbagliato 6 congiuntivi (stiino, diino, abbino, non abbi, abbi, faccino), dico 6; trattasi di ignoranza pura di quella che dovrebbe essere per tutti (soprattutto per chi si definisce “uomo d’industria, d’immagine e di prodotto italiano”) la base dell’italianita’, ovvero la grammatica; poi ci domandiamo perche’ l’italia va a rotoli, predicatori falsi del senso dello Stato che mentono sapendo di mentire per cio’ che dicono.

 

Fiat ne e’ un esempio, dopo 40 anni di monopolio statale di fatto, sovvenzionata con sgravi fiscali o con contributi di rottamazione statali, tutti soldi dei contribuenti, circa € 30 miliardi, nel momento di apertura dei mercati e’ fallita di fatto, non sapendo fare macchine belle, affidabili e a minor costo, perdendo sino al 2005 circa € 800/900 milioni l’anno, come l’Alitalia, e per rilanciare l’italianita’ ci sono personaggi tipo Lapo Lapo? 

 

Magari bastassero felpotte o scarpe griffate F piuttosto che  le nozze su un isolotto  per svoltare una vita, per raddrizzare una barca in procinto di affondare, sarei gia’ un affermato imprenditore o industriale.

 

E’ vergognoso l’assistenzialismo statale Italiano “barattato” a queste 2 societa’ per scopi prettamente politici e di poltrone, sia quello diretto, che indiretto alla luce delle normative Ue che vietano il primo,  di cui Fiat ha abusato per 40 anni ai danni del contribuente, come del resto l’Alitalia, seppur in misura minore, altro  scandalo vergognoso del modo di fare ed intendere l’industria e la gestione aziendale nel nostro paese che non poco ha contribuito ai tanti mali che oggi viviamo in ogni settore della vita quotidiana. 

 

 

I rapporti fatti di sovvenzioni Statali ad alcune imprese (Fiat, Alitalia) o di legislazione protesa a creare dei monopoli di fatto (Enel, Autostrade, Telecom) ha, hanno da sempre , oltre che svuotato le nostre tasche di contribuenti/consumatori, anche rovinato nel medio lungo periodo la produttivita’ stessa del sistema paese,  com’e’ del resto sotto gli occhi di noi tutti, nonche’ l’immagine del sistema Italia come modo di fare industria e di gestire le societa’, in cio’ allontanando gli investitori stranieri.

 

 

Total Debt/Equity (MRQ) o LT Debt/Equity (MRQ) di  Fiat  e’ pari a 2.7, in termini di capitalizzazione di Borsa, vale 12,57 miliardi di euro, pari a circa $15,93 miliardi all’attuale cross rate €/$. Cio’ significa che il debito finanziario netto  or NET DEBT  della societa’ (al 31 Marzo 2005 erano pari a €32 billion cioe’ $40.5 billion) e’ 2.7 volte il capitale netto della stessa (vale a dire che il debito finanziario netto  e’ il 270% del capitale netto, sempre molto alto per un’azienda che vuol essere sana e affidabile ma quasi dimezzato dal 594.4% di appena 15 mesi fa’ grazie a dismissioni, vendite migliorate e penale GM) .

 

Ricordo che questo rapporto tra l’ INDEBITAMENTO FINANZIARIO NETTO – NET DEBT ed il Capitale Netto o mezzi propri della societa’, e’ un indice di affidabilita’ della societa’, non deve mai superare 1 (massimo 2 ma e’ gia’ un elemento non positivo) ed e’ buona cosa che sia compreso tra 0,0 e 0,7,  infatti se un gruppo ha debiti superiori a circa 2 volte il Capitale Netto puo’ dirsi che il suo  livello di rating presumibilmente sara’ al disotto di Baa3 o BBB- ed e’ a rischio di perdere lo status di investment grade.  Un valore di 1 significa che i debiti finanziari netti sono equivalenti al valore complessivo  dei mezzi propri della societa’ .  

Occorre tener presente che piu’ il rapporto e’ elevato piu’ l’utile e’ sensibile alle variazioni del tasso d’interesse sul debito. Difatti in presenza di un ribasso dei tassi d’interesse l’utile crescera’ anche in assenza di un miglioramento del margine operativo, mentre in presenza di  un aumento dei tassi d’interesse l’utile scendera’ anche in assenza di un peggioramento del margine operativo.

In altri termini l’indebitamento finanziario netto è rappresentato dal saldo netto tra attività e passività di natura finanziaria sia a breve che a medio/lungo termine. Si utilizza, sommato alla capitalizzazione di borsa, per calcolare l’EV ( enterprise value, cioè il valore dell’impresa ).

 

 

 

 

 

La Fiat come l’Alitalia come la Telecom, come Seat PG come Autostrade, sono societa’ che sarebbero finite in bancarotta o acquisite a 2 lire se avessero operato in un mercato trasparente e concorrenziale, non sovvenzionato o tutelato dallo Stato, si vada a vedere  una tabella del Sole 24 Ore che ha riportato i debiti finanziari delle più importanti società italiane al 31 marzo del 2005:

 

INDEBITAMENTO_1

 

 

 

la tabellina confronta il totale dei debiti finanziari, Total Debt/Equity NET DEBT , in rapporto percentuale al capitale netto, e stila una classifica delle società più indebitate, la Fiat e’ 2°:

  1. Seat 3.917 milioni di euro , questi debiti finanziari rappresentano il 720.0% sul capitale netto

  2. Fiat, 32.121 milioni di euro , questi debiti finanziari rappresentano il 594.4% sul capitale netto

  3. Autostrade, 10.049 milioni di euro , questi debiti finanziari rappresentano il 538.5% sul capitale netto

  4. Telecom Italia, 50.756 milioni di euro, questi debiti finanziari rappresentano il 239.5% sul capitale netto

  5. Enel, 25.666 milioni di euro, questi debiti finanziari rappresentano il 128.1% sul capitale netto

 

Fiat, Alitalia, Telecom, Enel e Autostrade si reggono indebitamente su tre fattori:

– monopolio di fatto,
– aiuti di stato nel passato in forma diretta e oggi in forma indiretta
– tariffe superiori alla media europea.

Ma, non possono durare con questi debiti e con questi manager. Forse questo è l’ordine in cui nel tempo queste società falliranno. Ma in realtà sono già tutte fallite.

In recessione o stagnazione, come siamo noi da anni, Blair e la Tatcher insegnano, occorre una spinta in direzione del liberismo ed un drastico taglio dei costi relativi ad una eccessiva forza lavoro in determinati comparti privati (dati da una sovraccapacita’ industriale in determinati settori non piu’ concorrenziali e per cio’ stesso non produttivi, alias Alitalia , Fiat, Telecom, Enel e Autostrade ), ma anche pubblici, e non verso il protezionismo.

In recessione o stagnazione, la risposta giusta non è quella di  proteggere imprese e settori in serie difficoltà da anni, al contrario ogni recessione o stagnazione deve, devono servire da “distruzione creatrice”, cioè a trasformare il sistema economico: i settori e le imprese in declino devono uscire dal mercato per far posto a quelli e a quelle più produttivi ed innovativi.

 

Solo così si esce dalla fase negativa del ciclo con un rinnovato vigore. Ciò è esattamente quanto è successo in Gran Bretagna, nonche’ negli Usa nei primi anni 80 e nei primi anni 90, quando l’America trovò nuovo slancio nella deregolamentazione reganiana, prima, e, poi, nella rivoluzione dell’information technology che generò una mobilità eccezionale di imprese, molte fallirono e molte altre venenro fuori alla grande.

Al contrario in Italia il numero dei fallimenti è molto basso in confronto con quello degli altri Paesi europei, e per giunta gestito spesso oscuramente dagli organi concorsuali con procedure che durano decenni ostruendo un regolare e celere svolgimento processuale, il tutto all’insegna dell’illegalita’ impunita di alcuni Magistrati e Liquidatori che nell’agevolare i loro amici politici, imprenditori e banchieri calpestano i piccoli creditori privilegiati ex dipendenti delle societa’ in procedura fallimentare, e che cosi’ agendo allontanano gli investitori stranieri dall’Italia impauriti dal dover per pura sorte incappare in qualche incidente di percorso nelle Fallimentari Italiane , per cause a loro ignote al momento dell’investimento che ha portato all’acquisto di qualche societa’ Italiana poi coinvolta .

Certo, la distruzione creatrice ha costi di aggiustamento come la cassa integrazione o alcuni licenziamenti , se riferiti soprattutto a raccomandati che nulla hanno mai fatto per lo Stato o gli enti locali o per l’azienda privata (in Alitalia, Enel, Telecom e gruppi collegati, Autostrade e Fiat ve ne sono di raccomandati a iosa per non parlare nelle banche zepep di personale arrogante ed incompetente). Ma i sistemi di welfare servono appunto ad assecondare i cambiamenti dettati dal mercato riducendone i costi sociali temporanei, come la perdita del posto di lavoro.

Se la protezione sociale italiana non è in grado di garantire questa funzione in maniera decente, va riformata, a questo dovrebbe provvedere un buon centro sinistra, ma tenere in piedi tutti sti carrozzoni pubblici e privati fa’ ancor peggio al paese sia in termini economici  e di produttivita’ sia d’immagine gia’ funestata dai vari Previti,  Fazio, Cragnotti, Tanzi e tutti i furbetti del quartierino indultati dal centro sinistra!

Appellarsi all’inadeguatezza del welfare per proteggere imprese e settori inefficienti (come fanno anche i sindacati sia nel pubblico sia nel privato , in maniera scriteriata e con interessi di mero corporativismo non democratico perche’, nei fatti, riferito solo ai lavoratori iscritti nelle loro liste sindacali e non a tutti i lavoratori…e’ difficilissimo per chi non e’ raccomandato dai sindacati superare i loro iscritti nelle selezioni e colloqui di assunzione!) impedisce alla produttività di riprendersi, unica strada per uscire dalla recessione o stagnazione durevolmente e riattivare una produttivita’ costante nel tempo. Non solo: un welfare inefficace, un esagerato potere dei sindacati è come detto anche un’autoprotezione degli insiders, nel senso che tutela loro che gia’ sono stati assunti ed i loro figli o amici anziché chi ne sarebbe piu’ meritevole e ne ha più bisogno (stessa cosa avviene in Rai che su 11.000 dipendenti ha migliaia di figli dei figli dei figli etc collegati spesso ai Politici).

L’ eccesso di personale e di non concorrenzialita’ in Fiat, Alitalia, Enel, Telecom e gruppi collegati,  rimangono problemi indifferibili, occorre un taglio alla Tatcher, sono rami secchi non produttivi, e con in serbo un enormita’ di raccomandati utili solo per il voto elettorale. Per decenni e’ andata avanti la farsa Fiat/Ferrari; perche’ gli agnelli invece di spendere solo miliardi e tecnologia all’avanguardia per la Ferrari non hanno travasato parte di quel quel Know How anche per fare macchine Fiat piu’ evolute, belle, tecnologicamente avanzate? E’ colpa mia, e’ colpa degli italiani tutti che devono rifondere le casse Fiat da decenni? No! Stesso discorso per Alitalia e anche per i dipendenti pubblici, Stato ed enti locali, vi e’ un eccesso di personale di almeno 800.000 dipendenti che costano miliardi di euro. I nostri dipendenti pubblici ed onorevoli sono una quantita inaudita rispetto a quanto sarebbe necessario; piu’ di ogni altro paese; pubblici dipendenti e politici “incompetenti” ma imboscati e non produttivi ; almeno 200 di troppo tra senatori e deputati.

Se industrialmente gli Agnelli sono stati un disastro e’ logico pensare che gli effetti negativi debbano ricadere sugli azionisti (quindi Agnelli in primis) sui managers, e purtroppo anche sui lavoratori Fiat, e’ una legge di mercato, ma non su chi non ha tratto beneficio alcuno da quel carrozzone, cioe’ i contribuenti Italiani. Fiat e’ in rosso come sempre da anni (sebbene i conti oggi siano migliorati soprattutto dopo la ricca penale americana della GM di € 1 miliardo e alcune dismissioni) ma il gingillo di famiglia e’ sempre li’ a drenare quattrini senza aver ripercussioni positive sulla Fiat, pero’ e’ li’ perche’ andava bene per portare Giovanni Agnelli nei salotti buoni oltreoceano e divertirsi. Questa non possiamo definirla una sana gestione di un gruppo aziendale, se alle spalle di Fiat non ci fosse stato il potere politico a dargli quattrini, cioe’ noi, sarebebro morte sia Fiat sia Ferrari. La Fiat ha un’emorragia di contanti ‘cash burn’ annuale spaventoso, come Alitalia; circa 900 milioni di euro l’anno! E questi buchi di bilancio li pagano da anni, decenni i contribuenti italiani; e’ assurdo, ingiusto e non produttivo per il paese!

Anche l’Alitalia da quando è quotata in Borsa, tra ripiani delle perdite registrate e aumenti di capitale da parte delle casse pubbliche, è sin qui costata oltre 13 miliardi di euro di esborsi prelevati dalle tasche dei contribuenti (verso i circa € 30 miliardi in mezzo secolo della Fiat). I costi operativi di Alitalia, come quelli di Fiat, rispetto al suo fatturato superano abbondantemente il 100%.

 

Tralasciando di analizzare l’oscura operazione di equity swap degli Agnelli, oggetto di false comunicazioni alla Borsa ed agli investitori,  sotto indagine delle autorita’, tra la finanziaria francese Exor (controllata al 70% da Giovanni Agnelli Sapa e al 30 da Ifi, l´altra cassaforte di casa Agnelli ) e Merrill Lynch che ha consentito a Exor di fare un rastrellamento occulto di 100 milioni di azioni Fiat . Non mi pare che vi sia Etica di fare finanza!

Il problema della Fiat, di Alitalia, è, come sempre in Italia, fonte di egoistiche, corporative difese ad oltranza sia da parte degli incompetenti managers, sia di molti politici, sia di chi vi lavora non sempre con meriti e laboriosita’; tutto cio’ e’ cosi’ miope verso quello che dovrebbe essere l’interesse principale, quello del paese. Non esistono visioni strategiche forti. Quando le società fanno investimenti in settori a concorrenza globale, senza un settore ricerca e sviluppo consolidato, senza un piano strategico di lungo periodo “SENSATO”, al fine di creare una competitività forte a livello globale, e senza capitali adeguati a sostenerne la crescita nel modo giusto, prima o poi (solo questione di tempo) qualsiasi azienda diventa un flop! E un flop equivale a distruzione di ricchezza collettiva (occupazione, riduzione della domanda globale, ecc.). Quindi una c….o  di  società diventa un drammatico problema per tutti!

Insomma, perche’ dobbiamo pagare noi l’incompetenza degli Agnelli o dei lapo lapo che noiosamente strumentalizza il senso della Patria e dell’Italianita’  di cui nei fatti non gliene puo’ fregar di meno? Imparasse l’italiano Lapo Lapo e si godesse la vita che e’ stata doppiamente generosa con lui ma non ci venisse a parlare dell’importanza di sentirsi Italiani e quindi di comprare le Fiat.

In Italia non c’è una filosofia dell’impresa, non c’è un’attenzione alla concorrenza  e anche questo spiega perché, oggi, le cose vanno così male. Le imprese attive nell’industria e nei servizi sono 4,2 milioni e impiegano complessivamente 16,3 milioni di addetti. La dimensione media delle imprese era pari, nel 2005, ad appena 3,8 addetti, dato che colloca l’Italia all’ultimo posto in Europa;

Abbiamo privatizzato Autostrade e Telecom, cioè le grandi aziende che producono di fatto una rendita fissa per chi le ha comprate. Ma di apertura del mercato non c’è stata traccia. Abbiamo venduto e male molte altre nostre aziende; intorno a una gita del 2 giugno 1993 sul panfilo “Britannia” , quando è nata la leggenda di Draghi come uomo di Goldman Sachs, avvenne l’incontro di Prodi & C. con la crema della finanza americana e della city di londra, e questi personaggi cominciarono la svendita di parte del patrimonio italia ( Buitoni, Invernizzi, Locatelli, Galbani, Negroni, Ferrarelle, Peroni, Moretti, Fini , Mira Lanza e molte altre aziende) senza al contempo metter le basi per una nuova economia italiana piu’ fondata sui servizi, sullo sviluppo della ricerca e della tecnologia, sul turismo, e sull’elevata qualita’, campi e doti che l’intelletto ed il gusto italiano avrebbero potuto garantire.

In Italia gli scandali politico-economico-giudiziario-finanziario-sociali della Federconsorzi, Parmalat, Cirio, Bond argentini, Antoveneta, Bnl, Banca d’Italia, Calciopoli, sono gestiti per far si’ che tutto cambi in apparenza e nulla cambi nei fatti, e’ vergognosa la recente legge sull’indulto esteso, con il solo scopo di non fare pulizia, giustizia ed ordine e mantenere tutti i loro amichetti al loro posto o quanto meno di salvargli le penne , le triple pensioni i benefits ed i patrimoni!

L’assurdo sistema italiano bancocentrico, con commistione tra banche ed imprese, e senza l’apertura del mercato alle banche straniere, oneroso, per i consumatori clienti italiani, ha fatto si’ che il peggio  della illegalita’ e non produttivita’ si perpetrasse; le banche italiane, tranne alcune eccezioni, hanno fatto e fanno veramente “schifo” per la mancanza di etica manageriale nei vertici e per l’incompetenza e scortesia di molti dipendenti! Basta vedere quanto valore ha distrutto negli ultimi tre anni ad esempio Citigroup in America! Pochissimo! E in pochi anni anni ha attraversato: una crisi Argentina (verso la quale era esposta), la distruzione di parte delle sedi centrali (le torri gemelle) con perdita di personale umano di valore e un’inchiesta , che ha travolto gli USA, sui bilanci gonfiati di alcune società di grosso livello (Worldcom, Enron, ecc.). Bene, confrontatelo ora con la distruzione di valore di BNL, Antoveneta, Bipop, Capitalia-Banca di Roma, Banco di Sicilia, Banco di Napoli, San Paolo, Intesa, ecc.

Il problema in Italia è ovviamente la non meritocrazia, ad ogni livello, la raccomandazione, la mancanza di valori etici e di giustizia per tutti uguali, quindi come conseguenza logica anche la mancanza di una competente classe di managers e di politici. In Italia il management (cosi’ come la classe politica) fa operazioni spesso orientate al profitto di breve periodo per acquistare prestigio in modo rapido e veloce, per il suo fine principale, il POTERE, e non per il bene del paese. 

In America non sono stinchi di santi, per carità! Ma alle spalle hanno dei colossi dell’equilibrio finanziario che si chiamano fondi pensione. In America sono loro che contano veramente!  Il risparmiatore “normale” investe in azioni e Treasury e spesso per via dei consumi alti è in debito con il sistema finanziario. Nonostante ciò il risparmiatore statunitense è tranquillo (sicuramente più di quello europeo), perché una parte dei suoi risparmi diciamo della vecchiaia (fondi pensione) sono gestiti da investitori rappresentanti gli interessi della massa dei risparmiatori, interessati al profitto di lungo periodo, non certo al potere di un manager. In poche parole lì i risparmiatori, tutti insieme, con i contributi previdenziali che uniscono ogni mese, ogni anno, per anni, impediscono ai vari manager o famiglie di imprenditori di turno di fare caz….e a danno delle collettività. In america hanno la Class Action! In America sono preoccupati per le perdite di rendimento dei loro fondi pensioni, in Italia si e’  preoccupati per le perdite di capitale (non di rendimento) e se pensiamo al risparmio di lungo periodo e all’Inps, e al suo deficit, non è che c’è tanto da stare allegri!

Fino a quando il nostro sistema economico/sociale sarà pieno zeppo di conflitti di interesse, a tutti i livelli, compresi quelli che uniscono la Politica con la Finanza e la Magistratura Fallimentare (spiace dirlo per quanto di buono apparentemente dichiara , ma anche Di Pietro e’ conflittuale con il Liquidatore Federconsorzi Scicchitano suo dirigente nel Lazio per giunta), fino a quando il nostro sistema economico/sociale sarà pieno zeppo  di aziende fallite ma aiutate dallo stato, e fin quando non ci sara’ un ricambio dirigenziale dei politici con gente nuova e giovane che sappia dare un cambiamento forte e che al contempo sappia tutelare il basso sociale,  il nostro sistema economico/sociale sarà pieno zeppo di illegalita’ perpetrate a danno del parco buoi consumatori-risparmiatori-pensionati ex lavoratori-cittadini; volete che Di Pietro per esempio si muova istituzionalmente per tutelare le migliaia di risparmiatori o ex dipendenti Federconsorzi nella procedura fallimentare quando la controparte degli stessi in tale procedura e’ il suo amichetto Scicchitano? Certo che no, e infatti Di Pietro nulla fa’ per tutelare questi cittadini, ma rende populistici proclami di etica ,e, ogni 3 x 2 condanna, giustamente ma impropriamente, i conflitti d’interesse altrui! 

Purtroppo anno su anno le cose vanno sempre peggio, anche ora che al governo c’e’ il centro sx, e se aggiungiamo che sempre piu’ siamo un paese a bassissima natalita’ e quindi sempre piu’ anziano con tutto cio’ che questo comporta. Tutto cio’ ha contribuito alla quasi paralisi del Sistema Paese sempre piu’ educato alla furbizia ed all’illegalita’ sanata che non all’etica ed alla serieta’……l’Argentina non sembra essere cosi’ lontana!

 

 

Marco Montanari

 

 

 

PS

 

Vi invito  a rileggervi un articolo di Feltri del 26 Gennaio 2005 Vittorio Feltri: Gianni Agnelli, l’uomo che distrusse la Fiat.

 

Domenica 23 gennaio in prima pagina sulla Stampa (Torino) spiccava un articolo firmato Luca Cordero di Montezemolo, padrone del giornale. Titolo: “Il nodo della classe dirigente“. Del testo riporto il primo capoverso: «A due anni dalla scomparsa, l’assenza dell’Avvocato Agnelli contrassegna, e rende più acuta, la sensazione della mancanza di una vera classe dirigente in Italia, intesa come insieme di persone responsabili in grado di guidare a tutti i livelli il Paese e di rappresentarlo degnamente all’estero: compito quest’ultimo che sembra affidato ormai al solo presidente Ciampi».

Il lettore avrà già capito dove va a parare il numero uno della Fiat, della Ferrari, della Confindustria. Egli in pratica sostiene: dopo Gianni Agnelli, il diluvio. Più che un’esagerazione è una balla.

Intendiamoci, l’Italia effettivamente non si distingue per la brillantezza della sua classe dirigente. Ma non è una novità degli ultimi anni; roba vecchia almeno quanto Gianni Agnelli, il quale dette un contributo decisivo al declino dell’automobile in particolare e della grande impresa in generale.

La decadenza ha una data d’inizio (simbolica), il 1967, quando cioè l’Avvocato alla non verde età di 46 anni cominciò a far finta di lavorare. Il fatto stesso che uno esordisca quasi cinquantenne come capitano d’industria solleva molti interrogativi; per non parlar dei dubbi. Un apprendista dirigente di solito, anche nella scalcinata Italia del 1967 e perfino in quella del 2005, ha 27 o 28 anni; impara, si specializza, sta sul pezzo per un po’ e intorno ai 35 è pronto.

L’Avvocato no. Appare in fabbrica con i capelli bianchi e le rughe. In fabbrica si fa per dire. Comunque vi appare a un’età in cui da queste parti all’epoca si puntava al prepensionamento. Non è un bel biglietto da visita, converrà Montezemolo.

In una famiglia normale, un erede che fino a 46 anni anziché darsi da fare in ditta va in giro a spendere e spandere o viene opportunamente preso a calci nel didietro oppure liquidato, e chi s’è visto s’è visto; il timone dell’azienda comunque se lo sogna.

Nel clan Agnelli viceversa si pensò che un bontempone tiratardi fosse l’uomo giusto per tracciare i destini della Fiat, e Gianni salì sul podio.

Poiché il fratello Umberto era una persona seria, e dimostrò di esserlo tutta la vita, rimase a terra. Queste le premesse, figuriamoci il resto.

Valletta se ne era andato depositando nelle casse l’equivalente di 5 mila miliardi di lire (non tiriamo in ballo gli euro altrimenti si smarrisce la trebisonda). Un patrimonio liquido senza precedenti, eppure dilapidato con sorprendente rapidità dal successore chic. Nel senso che quel denaro fu investito malaccortamente. Ora domando a Montezemolo: nel rimpiangere Gianni come emblema della buona dirigenza ahimé scomparsa, a quale titolo parla: di presidente della Fiat, di presidente della Confindustria o di cosa? Inoltre ci vuole spiegare quali furono i successi del Grande Personaggio cui ha dedicato il fondo della Stampa?

Gianni Manager fu un disastro. Non ne indovinò una, a parte forse la Libia (uno che spilla soldi a Gheddafi merita una medaglia al valor levantino). E il suo essere negato alla guida dell’impresa si evince dal fallimento della Fiat in meno di 40 anni.

Gianni Padrone ha collezionato brutte figure in serie e fuoriserie. Non imbroccò la scelta di un manager. O meglio. Ne aveva uno eccellente, l’ingegner Ghidella, progettista coi fiocchi (quello della Uno grazie alla quale la Fiat si era risollevata), e provvide a cacciarlo.

Inventiva, zero. Strategie, zero. Tattiche, zero. Il bilancio della sua conduzione si riassume in due battute.

L’Avvocato ha accumulato più perdite che profitti, più debiti che ricchezza. Se calcoliamo quanti quattrini ha sborsato lo Stato per soccorrere la “Fiat avvocatesca” scopriamo che la somma quattro volte la quotazione della fabbrica. E dovremmo rimpiangere un uomo simile, prenderlo come esempio?

Primo, egli non seppe sviluppare un accidenti; secondo, non ebbe il coraggio di portare i libri in tribunale; terzo, strappò a Roma (alla cassa del cittadino) capitali ingenti senza ricambiare (restituire è un verbo troppo grosso).

In sintesi. Agnelli ha ricevuto in eredità una stupenda industria e l’ha trasformata in un rottame.

Le cose buone della Fiat sono siglate Umberto, non per nulla tenuto in disparte.

E veniamo a Gianni Mecenate. Il suo fiore all’occhiello, Palazzo Grassi (Venezia) è in vendita (svendita). Dirigenti e personale si sono dimessi per disperazione. Ci spiega Montezemolo, sia detto senza spirito polemico, per quali opere sarà ricordato il suo ammiratissimo mentore? Forse per la direzione di Confindustria? Si salvi chi può.

Chi firmò con Lama (altro campione) l’accordo sul famigerato punto unico di contingenza, causa di inflazione, appiattimento dei salari, distruzione dei rapporti di lavoro nelle aziende? Ovvio, Gianni Agnelli. E chi altro sennò?

Non so se basta tutto questo, caro Luca Cordero di Montezemolo, a dimostrare che i dirigenti di oggi, per quanto mediocri, non sono peggiori di quelli del passato da lei apprezzati suppongo solo per ragioni affettive. Ho cercato di essere rispettoso.

Ma sono obbligato ad aggiungere una chiosa finale. Gianni si è distinto per le sue inclinazioni alla mondanità; ha vissuto da principe pur non avendo costruito bensì distrutto un principato; non si è fatto mancare niente, nemmeno la tolla che però non ha usato per le auto bensì per proteggersi la faccia.

E che dire dei celebri calambour? Rivelavano modi spicci per non dialogare e dare giudizi tranchant. L’Avvocato non reggeva l’attenzione (agli interlocutori) più di dieci minuti. Si annoiava.

Doveva fare l’ambasciatore, andare alla Farnesina e sloggiare da Viale Marconi. Ci saremmo risparmiati la sua presenza per 40 anni e una quantità sterminata di soldi.

E magari avremmo ancora una grande fabbrica di auto. Invece, caro Montezemolo, abbiamo lei con i suoi articoli commemorativi imbarazzanti.
Termino con un consiglio disinteressato. Non pensare di sfottere Berlusconi dicendogli di essere suo amico. È lui che sfotte te fingendo di crederti. Non sgancerà un euro né per Confindustria né per la Fiat. Scommettiamo?

Vittorio Feltri

 

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