Italia, un paese alla deriva Istituzionale e Dirigenziale

 

Italia, un paese alla deriva Istituzionale e Dirigenziale ed un’Industria che non c’e’ piu’

 

 

 

The Global Competitiveness Index  / The GCI

http://www.weforum.org/

 

 

TUTTO CIO’ E IL FRUTTO NON SOLO DI MANCANZA DI INNOVAZIONE, STUDIO E RICERCA MA ANCHE E PRIMA DI OGNI ALTRA COSA DI UNO STATO-ISTITUZIONE SEMPRE PIU’ MANCHEVOLE NELLA TUTELA DEI SERVIZI E DEI DIRITTI DEI CITTADINI E DEGLI STRANIERI

 

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Due giorni fa’ ho pubblicato nelle news il consuntivo del Report 2006/2007  sulla Competitivita’ ” The Global Competitiveness Index  / The GCI” di tutti i Paesi trasmesso ogni anno alle Comunita’ Internazionali e Mondiali dal World Economic Forum Wef .

 

 

 

Tra i parametri dai quali si ricava la competitivita’ c’e’ anche quello del mal funzionamento delle Infrastrutture nonche’ e soprattutto del mal funzionamento e lentezza delle istituzioni pubbliche, ovvero della Politica, degli organi della giustizia, del livello della prestazione sanitaria e della salute, del livello d’istruzione , dello stato del mercato del lavoro, con conseguenze sia sul livello di poverta’ e non tutela dei piu’ deboli sia sul grado di non affidabilita’ del Paese agli occhi degli investitori stranieri. Quindi questo Report riguarda direttamente anche il profilo di salute o meno  dei diritti dei cittadini, motivi primari per i quali  in italia non si hanno profili trasparenti ed ottimali di Giustizia e di Riforme volte al miglioramento del sistema Paese. La classifica è stilata in base ai dati accessibili al pubblico e ai risultati di un sondaggio di opinione effettuato presso 11mila capi d’impresa.

 

 

The Global Competitiveness Index The GCI, albeit simple in structure, provides a holistic overview of factors that are critical to driving productivity and competitiveness, and groups them into nine pillars:

 

 

  • Institutions

  • Infrastructure

  • Macroeconomy

  • Health, Justice and primary Education

  • Higher Education and training

  • Market efficiency

  • Technological readiness

  • Business sophistication

  • Innovation

 

 

 

ITALIA_GLOBAL COMPETITIVITY & COMPETITIVENES NETWORK GROWTH INDEX – World economic forum:

 

  • 42° 2006

  • 38  2005

  • 47  2004

  • 32  2003

  • 26  2001 

 

 

 

 

World Economic Forum Wef 2006/2007  Il Belpaese nel 2006 nella classifica della Competitivita’ (Wef – 2006 –  Global Competitiveness Index /Gci), confermando il trend al ribasso degli ultimi anni, perde quattro posizioni, scendendo al posto numero 42, su 125, dietro a Estonia, Lituania, Lettonia, Slovacchia, Slovenia, Rep. Ceca, Malta, Ungheria, Qatar, Korea, Barbados, Malaysia, e Thailandia. L’Italia  si colloca ultima tra i 25 membri Ue, con l’eccezione della Polonia e Grecia.  L’Italia in 5 anni scivola dal 26° posto del 2001  al 42°. A pesare sulla situazione italiana sono soprattutto il mal funzionamento delle istituzioni pubbliche e della Giustizia, l’inadeguatezza del sistema fiscale, del mercato del lavoro e della politica. Nella classifica stilata, dunque, l’Italia si trova superata non solo da tutti i membri di Eurolandia ma anche da molti dei nuovi partner dell’Ue allargata. Dall’indagine emergono tra l’altro che hanno influito sulla debacle anche i giudizi critici in merito all’impianto dirigistico della vigilanza sul settore bancario dell’era Fazio ” ed il costo delle banche.

 

 

Per la prima volta la Svizzera si classifica prima nella graduatoria dal 4° del 2005,  sulla competitività stilata dal Forum economico mondiale (Wef), superando gli Stati Uniti, leader da anni. Dopo la Confederazione, in seconda posizione si colloca, come già l’anno scorso, la Finlandia, seguita da Svezia, Danimarca e Singapore. Dopo gli Stati Uniti, scivolati al sesto posto, si trovano il Giappone, la Germania, l’Olanda e la Gran Bretagna.

 

 

 

  • La Svizzera dispone di un’infrastruttura bene sviluppata nel campo della ricerca scientifica. I centri di ricerca e l’industria lavorano in stretta collaborazione. Le imprese spendono parecchio per la ricerca e lo sviluppo, il che si traduce in un forte stimolo per l’innovazione tecnologica. La competitività elvetica, trainata da diversi motori, beneficia del nuovo indice. La Svizzera ottiene buoni voti anche per la qualità delle sue infrastrutture (primo posto) e delle sue istituzioni (quinto). Anche le sofisticate attività finanziarie e l’ambiente degli affari la collocano in primo piano (terzo posto). Restano tuttavia grandi sforzi da compiere per ridurre i costi della politica agricola, settore in cui figura al posto numero 111. Gli altri ostacoli sono il peso della burocrazia, l’eccesso di regolamenti e aliquote fiscali elevate.

  • Per quanto riguarda Finlandia, Svezia e Danimarca, la loro posizione riflette il dinamismo e la solidità della loro economia. Tali Paesi evidenziano sia bilanci in eccedenza sia un indebitamento statale inferiore in media al resto dell’Europa. Altre carte vincenti dei Paesi nordici sono le politiche fiscali “prudenti”, che mettono a disposizioni mezzi importanti per l’educazione, le infrastrutture e lo sviluppo di servizi sociali. Nell’insegnamento superiore i tre Stati occupano i primi tre gradini a livello mondiale, osserva il Wef.

  • La retrocessione degli Stati Uniti, tuttora competitivi a livello delle condizioni quadro, delle performance dei mercati e dell’innovazione tecnologica, si deve agli squilibri macroeconomici. L’indebitamento statale è in costante crescita e il deficit commerciale segna nuovi record.

  • Fra i Paesi emergenti, la Cina (posto numero 54) perde sei posizioni in seguito alla minore fiducia nei confronti delle istituzioni e del sistema bancario.

  • La Russia (62esima) scende di nove posti, visto che il settore privato nutre seri dubbi circa l’indipendenza del potere giudiziario.

  • L’India si colloca al 43esimo posto .

 

 

 

Un mio commento al perche’ il sistema Italia perde competitivita’

 

 

 

Il fatto e’ che nessuno ha il coraggio di prendere di petto il problema principale della mancanza di una Classe politica Dirigente competente ed improntata all’Etica, ovvero del Collateralismo tra la Politica la Finanza e la Magistratura Civile e Fallimentare con connivenze di interessi ai danni del cittadino che generano l’arretratezza del sistema Paese, in uno con quello della spesa pubblica per il personale inefficiente che affossa questo paese, personale inefficiente, clientelare ed in sovrannumero con un tasso di esubero di almeno 800.000 unita’ .

L’Italia è in declino e questa situazione dipende  da anacronistiche regolamentazioni e da una serie di ritardi strutturali che il Paese ha accumulato rispetto ai suoi principali concorrenti (I ritardi più gravi, sono 6 ):

  1. A frenare la nostra economia e’ l’enorme debito Pubblico e l’enorme deficit Pubblico. Il peso sull’economia del settore pubblico e’ altissimo e folle, e occorre intervenire su questioni come la riduzione dei dipendenti pubblici, la flessibilità del lavoro e non anche la sua precarizzazione. La pubblica amministrazione, occupa il 19.85% del totale lavoratori dipendenti e il 14.56% della popolazione attiva del Paese, cioé quasi 7 punti  più che nel Regno Unito e a un livello senza equivalenti in Europa. Spazio, dunque, alla riduzione del personale della P.a., sostituendo per almeno 5 anni 1 solo dipendente pubblico ogni tre che vanno in pensione o procedendo ad un pre pensionamento con incentivazione; Ecco una tabella che mostra il peso della pubblica amministrazione in percentuale rispetto alla popolazione attiva.

PAESE        NUMERO PUBBLICI DIPENDENTI            % SU POPOLAZIONE ATTIVA

ITALIA               4.000.000                                            14,56%

REGNO UNITO                                                               8.00%

  • Nanismo delle imprese , con una spesa per ricerca e sviluppo che è la metà di quella europea, con solo 11 aziende del Made in Italy nell’indice Ft 500 (le 500 più grandi nel mondo) e con appena l’8% del totale che contano più di 250 dipendenti (12% in Francia e Germania).

  • Scarsa produttività delle risorse umane,  che tra il 1999 e il 2004 si è deteriorata passando dal 119% al 107%; formazione e sistema educativo che per qualità è in 30/ma posizione mondiale. Nel 2005 nell’industria in senso stretto la produttività, in termini di valore aggiunto, è scesa circa del -2,4%, a fronte del +3% della Germania, del +1,6% della Spagna e del +0,7% della Francia. Un calo, quello della produttività italiana che si accompagna agli aumenti registrati nel costo del lavoro per unità di prodotto, salito del +4,1%, contro il -3,2% della Germania ed il -0,9% della Francia, incrementi dovuti proprio alla bassa produttività.

  • Tasso di occupazione (di 10 punti inferiori alla media Ocse e di 15 sotto gli Usa).

  • Liberalizzazioni e abbassamento dei costi dei servizi nel settore Bancario, Energetico e dei Trasporti. Su imprese e famiglie, viene confermato l’insostenibile peso dei prezzi esorbitanti in questi settori con servizi inoltre di pessima qualita’; Per migliorare il contesto occorre abolire gli ordini professionali.

    La lotta alla rendita è il primo grande obiettivo politico di questo momento: per un paese che voglia risollevarsi, la principale rendita da combattere è quella rappresentata da quelle grandi imprese che in monopolio di fatto – da anni non più autosufficienti – vivono di finanziamenti bancari e pubblici ma sono ormai del tutto prive di una funzione propulsiva per la nostra economia beneficiando di una rendita da posizione. Oggi, esistono “sacche” di rendita che costituiscono vere e proprie intercapedini tra il pubblico e la gente, le imprese, la società e che, nei momenti cruciali per la vita del paese, cercano di condizionare i governi per non perdere i propri privilegi, arrivando magari ad appellarsi a una falsa idea di bene comune.  Purtroppo accade che, invece di favorire una loro reale ristrutturazione (o la cessione a stranieri capaci di rilanciarle) si richiamano associazioni, giornali e istituzioni al loro capezzale, impedendo così all’Italia di cambiare pelle utilizzando più efficacemente le risorse ancora disponibili per aiutare le piccole e medie imprese a crescere in dimensione e competitività ( suttu i casi Alitalia, Telecom, Enel).

  • L’ evasione fiscale impunita,  che ostacola l’economia, e la lentezza e opacita’ del sistema Giustizia civile in Italia generano un senso di sfiducia dei cittadini e degli investitori stranieri nello Stato.

  •  

    Quando si perde competitività, o si svaluta in termini nominali la valuta, o si svaluta in termini reali (cioè si fa scendere il livello dei salari e dei prezzi) o ci si fa sfilare da sotto i piedi tutto l’apparato produttivo.

    Quando si perde competitività, l’alternativa soft (augurabile) è quella di fare crescere i salari meno di quelli dei paesi concorrenti e di migliorare la produttività deregolando. La deregulation può essere temporaneamente accompagnata da dazi protettivi, ma solo a patto che si deregoli sul serio e che i dazi scendano gradualmente (ma entro un tempo prefissato) a zero.

     

    Quindi una riduzione del peso del settore pubblico nella produzione del Pil e’ fondamentale, al contrario di cio’ che molti dell’attuale Governo tentano di fare (Bertinotti in primis, e’ uno dei nostri mali insieme a Mastella). La spesa pubblica in Irlanda è scesa di quasi dieci punti di Pil in tre anni. In Italia l’economia è ferma e si respira un’aria di rassegnazione, di sfiducia e di crescente insoddisfazione. L’unico modo per uscire da questo vicolo cieco è dare una scossa: gradualismo, concertazione e faraonici investimenti pubblici sono controproducenti. Cinque sono i cardini su cui agire:

    1. 1 – La riduzione del peso del settore pubblico dall’attuale 47% del Pil a non più del 35-38%, restituendo potere d’acquisto ai contribuenti. E’ chiaro che questo implica riduzioni di spesa notevoli, visto anche il peso del debito. Che cosa va tagliato? Impiego pubblico, spesa per pensioni, trasferimenti alle imprese e al Sud non a pioggia, e lotta all’evasione;

    2. 2 – Semplificazione del sistema fiscale e riduzione del numero di aliquote in modo da scoraggiare il meno possibile lavoro ed investimenti. Alla riduzione delle aliquote e della progressività va aggiunta l’eliminazione di sgravi, incentivi e complicazioni del sistema fiscale;

    3. 3 – Deregolamentazione dei mercati, non solo e non tanto del lavoro ma anche dei beni, in particolare difesa della concorrenza, ed abolizione dei privilegi degli insiders per facilitare l’entrata degli outsiders;

    4. 4 – Smantellamento delle corporazioni che ostacolano il mercato e garantiscono costosi privilegi ai propri membri: dai farmacisti, ai notai ai taxisti, ai superprotetti impiegati pubblici ai lavoratori anziani delle grandi imprese;

    5. 5 – Semplificazioni, snellezza e trasparenza del sistema giuridico-amministrativo che faciliti le attività di mercato. Secondo dati internazionali che si riferiscono al 2005, in Italia ci vogliono 16 procedure amministrative per aprire un’impresa, tante quante in Senegal contro 2 in Canada, 4 negli Stati Uniti e 5 in Gran Bretagna. Il numero medio di giorni lavorativi necessari per svolgere queste pratiche è 62 in Italia, come in Brasile, contro 2 in Canada e 3 negli Stati Uniti.

     

     

    Funzionerebbe? Ha funzionato nei Paesi che ci hanno provato. Questa infatti è (mutatis mutandis) la ricetta seguita da Ronald Reagan e proseguita da Clinton negli Stati Uniti. Dopo la svolta reaganiana dei primi Anni Ottanta gli Usa hanno imboccato un periodo di crescita eccezionale che a parte qualche breve flessione ciclica continua ancora oggi.

     

    L’Irlanda sul finire degli Anni 80 era un Paese in declino ben più povero della media europea. Con questa ricetta (un solo dato: la spesa pubblica in Irlanda è scesa di quasi dieci punti di Pil in tre anni) l’Irlanda si è trasformata nella tigre d’Europa con tassi di crescita addirittura più alti di quelli degli Stati Uniti.

     

    Margaret Thatcher nel 1979 ereditò un Paese sull’orlo del baratro e gli diede una scossa che permette oggi a Tony Blair di navigare in un’economia molto più vivace di quella di Italia, Francia o Germania.

     

    E’ possibile che questa ricetta faccia aumentare (solo per un certo periodo) la disuguaglianza, come è avvenuto negli Stati Uniti e in Inghilterra. Ma più disuguaglianza non significa che i poveri si impoveriscano, ma solo che diventano più ricchi a un tasso meno rapido dei ricchi stessi. Con queste riforme i ricchi di domani saranno coloro che lavorano e che investono, non i membri delle corporazioni che sanno navigare i ministeri.

     

    Insomma, soluzioni indolori non esistono, cercarle con gradualismo non fa che dar tempo ai privilegiati di bloccare ogni possibile cambiamento

     

     

    Marco Montanari

     

     

     

     

     

     

    The Global Competitiveness Report

     

     

     

     

    The Global Competitiveness Report is a contribution to enhancing our understanding (about the strengths and weaknesses of any Country) of the key (Economical, Institutional and Social) ingredients of the each Country’s Prosperity and Economic Growth, and we all and mainly the policy-makers and business leaders are provided with a tool to assist them in the formulation of improved economic-social-justice policies and Public Institutional reforms.


     

     

    The Business Competitiveness Index (BCI), an especially useful complement to the GCI, with its emphasis on a range of company-specific factors conducive to improved efficiency and productivity at the micro level, such as the sophistication of the operating practices and strategies of companies, and the quality of the microeconomic business environment in which a nation’s companies compete.

     

     

     

    The World Economic Forum has released the new Global Competitiveness Report 2006-2007. Switzerland, Finland and Sweden are the world’s most competitive economies according to The Global Competitiveness Report 2006-2007, released today by the World Economic Forum. Denmark, Singapore, the United States, Japan, Germany, the Netherlands and the United Kingdom complete the top ten list, but the United States shows the most pronounced drop, falling from first to sixth.  The rankings are drawn from a combination of publicly available hard data and the results of the Executive Opinion Survey, a comprehensive annual survey conducted by the World Economic Forum, together with its network of Partner Insitutes (leading research institutes and business organizations) in the countries covered by the Report. This year, over 11,000 business leaders were polled in a record 125 economies worldwide.

    • Italy’s competitive position has continued on a downward trend, The list of problems is long. The poor state of Italy’s public finances may itself reflect more deep-seated institutional problems, which are shown in low rankings for variables such as the efficiency of government spending, the burden of government regulation and, more generally, the quality of public sector institutions. Italy’s underlying macroeconomic environment is poor due to having run budget deficits without interruption for the past 20 years. The fiscal situation has deteriorated sharply since 2000 and public debt levels are well over 100% of GDP, among the highest in the world.

    • Switzerland is number one in The Global Competitiveness Report for the first time, reflecting the country’s sound institutional environment, excellent infrastructure, efficient markets and high levels of technological innovation. The country has a well developed infrastructure for scientific research, companies spend generously on R&D, intellectual property protection is strong and the country’s public institutions are transparent and stable.

    • The United States, previously in first place, continues to enjoy an excellent business environment, efficient markets and is a global centre for technology development. However, its overall competitiveness is threatened by large macroeconomic imbalances, particularly rising levels of public indebtedness associated with repeated fiscal deficits. Its relative ranking remains vulnerable to a possible disorderly adjustment of such imbalances, including historically high trade deficits.

    • As has been the case in recent years, the Nordic countries hold prominent positions in the rankings this year, with Finland (2), Sweden (3), and Denmark (4) all among the top ten most competitive economies. The Nordic countries have been running budget surpluses and have lower levels of public indebtedness on average than the rest of Europe. Prudent fiscal policies have enabled governments to invest heavily in education, infrastructure and the maintenance of a broad array of social services. Finland, Denmark and Iceland have the best institutions in the world (ranked 1, 2 and 3, respectively) and, together with Sweden and Norway, hold top ten ranks for health and primary education. Finland, Denmark and Sweden also occupy the top three positions in the higher education and training pillar, where Finland’s top ranking is remarkable for its durability over time.

    • Germany and the United Kingdom continue to hold privileged positions, ranked 8th and 10th, respectively. In the areas of the safety of property rights and the quality of the judicial system, Germany is second to none. By contrast, both countries score poorly for their macroeconomic environments, though Germany does less well. In both cases public sector deficits and rising levels of public indebtedness as well as a strengthening of the currency in both countries in 2005 are the main causes of this. The United Kingdom excels in market efficiency, enjoying the most sophisticated financial markets in the world. Its flexible labour market and low levels of unemployment stand in sharp contrast to Germany, whose business community is burdened with sclerotic labour regulations. But Germany does somewhat better than the United Kingdom in innovation indicators and the sophistication of its business community is peerless.

    • As in previous years, Poland remains the worst performer among the EU economies, with a rank of 48, right behind Greece (47) and well behind Estonia (25), the Czech Republic (29) and Slovenia (33), Central and Eastern Europe’s top performers. Particular weaknesses in Poland stem from the highly protected and rigid labour markets, particularly harmful in a country where unemployment is close to 18%. As in many transition economies, businesses have to deal with uncertainties stemming from weak institutions, corruption and crime, favouritism, an easily influenced judiciary and a weak property rights regime. Deeper reforms will be necessary if Poland is to increase productivity and stay competitive in the face of rising labour costs. Among the candidate countries, Turkey and Croatia both seem to have benefited from the “EU bonus”, moving up impressively in the rankings by 12 places each, to positions 59 and 51, respectively.

    • Russia has fallen from its 53rd rank in 2005 to 62nd in 2006. The private sector in Russia has serious misgivings about the independence of the judiciary and the administration of justice. Legal redress in Russia is neither expeditious, transparent nor inexpensive, unlike in the world’s most competitive economies. A ranking of only 110 among 125 countries in 2006 suggests that it is time-consuming, unpredictable and a cost burden to enterprises. Partly because of this, the property rights regime is extremely poor and worsening. Russia’s ranking in this indicator during the last two years has suffered a precipitous decline, from 88 in 2004 to 114 in 2006, among the worst in the world.

    • Leading within Asia are Singapore and Japan, ranked 5th and 7th respectively, closely followed by Hong Kong (11) and Taiwan (13). These economies are characterized by high-quality infrastructure, flexible and efficient markets, healthy and well-educated workforces and high levels of technological readiness and innovative capacity. Malaysia, ranked 26th overall, has one of the most efficient economies in the region with flexible labour markets, relatively undistorted goods markets and public institutions which in many areas (e.g., rule of law, the legal system) are already operating at the level of the top performing new EU members.

    • Korea’s (24) performance is slightly more uneven than that of Malaysia. The country has already reached world-class levels in certain areas, such as macroeconomic management, school enrolment rates at all levels, penetration rates for new technologies and scientific innovation, as captured by data on patent registration. However, Korea continues to be held back by institutional weaknesses, both public and private, for which it has not yet reached the standards of Finland, Sweden, Denmark or Chile. Taiwan (13) continues to operate at a high level of efficiency but has dropped below last year’s “top-ten” status. It is an innovation powerhouse, with levels of per capita patents registration exceeded only by the US and Japan. It continues to excel in higher education and training indicators (ranked 7th overall) but, like Korea, its overall rank is weighed down by weaknesses in the institutional infrastructure.

    • India ranked 43rd overall with excellent scores in capacity for innovation and sophistication of firm operations. Firm use of technology and rates of technology transfer are high, although penetration rates of the latest technologies are still quite low by international standards, reflecting India’s low levels of per capita income and high incidence of poverty. Despite these encouraging results, insufficient health services and education as well as a poorly developed infrastructure are limiting a more equitable distribution of the benefits of India’s high growth rates. Moreover, successive Indian governments have proven remarkably ineffective in reducing the public sector deficit, one of the highest in the world.

    • China’s ranking has fallen from 48 to 54, characterized by a heterogeneous performance. On the positive side, China’s buoyant growth rates coupled with low inflation, one of the highest savings rates in the world and manageable levels of public debt have boosted China’s ranking on the macroeconomy pillar of the GCI to 6th place – an excellent result. However, a number of structural weaknesses need to be addressed, including in the largely state-controlled banking sector. Levels of financial intermediation are low and the state has had to intervene from time to time to mitigate the adverse effects of a large, non-performing loan portfolio. China has low penetration rates for the latest technologies (mobile telephones, Internet, personal computers), and secondary and tertiary school enrolment rates are still low by international standards. By far the most worrisome development is a marked drop in the quality of the institutional environment, as witnessed by the steep fall in rankings from 60 to 80 in 2006, with poor results across all 15 institutional indicators, and spanning both public and private institutions.

    • As in previous years, Chile, ranked 27th, leads the rankings in Latin America and the Caribbean. Chile’s position reflects not only solid institutions – already operating at levels of transparency and openness above those of the EU on average – but also the presence of efficient markets that are relatively free of distortions. The state has played a supportive role in the creation of a credible, stable regulatory regime. Extremely competent macroeconomic management has been a critical element in creating the conditions for rapid growth and sustained efforts to reduce poverty. The resources generated by Chile’s virtuous fiscal policy have gone to finance investment in infrastructure and, increasingly, education and public health. Given Chile’s strong competitive position, the authorities will have to focus attention on upgrading the capacity of the labour force with a view to rapidly narrowing the skills gap with respect to Finland, Ireland and New Zealand, the relevant comparator group for Chile.

    • Brazil’s ranking, 66th overall, down from 57th last year, reflects a particularly poor position in the macroeconomy pillar of the GCI (114th, as compared to 91st in 2005), resulting from a large budget deficit relative to that of other countries, if not to its historical performance. High levels of government debt and a wide interest rate spread give an indication of the heavy intermediation costs in the Brazilian banking sector, which negatively affect private sector investment and contribute to lower economic growth.

    • Mexico’s ranking has remained broadly stable, moving up one place to 58. The country’s somewhat uneven performance over the various pillars of the GCI is shown by relatively high scores for health and primary education, goods’ market efficiency and selected components of technological readiness, e.g., FDI and technology transfer, no doubt reflecting the close links of the Mexican market to the US in the context of NAFTA. However, this is offset by the same institutional weaknesses as are prevalent in the rest of Latin America.

    • A lack of sound and credible institutions remains a significant stumbling block in many Latin American countries. Bolivia (97), Ecuador (90), Guyana (111), Honduras (93), Nicaragua (95) and Paraguay (106) achieve low rankings overall and, in particular, are among the worst performers for basic elements of good governance, including reasonably transparent and open institutions. These countries all suffer from poorly defined property rights, undue influence, inefficient government operations, as well as unstable business environments. Perceived favouritism in government decision-making, an insufficiently independent judiciary, and security costs associated with high levels of crime and corruption make it difficult for the business community to compete effectively.

    • As in previous years, Venezuela’s overall performance (88, down four places) continues to deteriorate, despite the emergence of a government budget surplus, a phenomenon seen in all oil-exporting countries. The single most important obstacle to development, however, appears to be the insufficient quality of Venezuelan institutions, especially to combat corruption, undue influence in decision-making and to reduce government intervention, all areas in which Venezuela figures among the worst ranks. For all the talk about the social dimension of the government’s “benign” revolution, school enrolment rates are either mediocre or poor, with Venezuela ranking 84th, just behind Vietnam, Suriname and China, at the secondary school level. Venezuela’s infant mortality rate of 16 per 1,000 live births is on a par with Albania and is higher than that of Russia or the Ukraine, two countries still recovering from decades of public health neglect.

    • Within the Middle East and North Africa (MENA) region, the Gulf States continue to perform quite well in the overall GCI rankings. The United Arab Emirates (UAE) ranked 32nd while Qatar moved up eight places to rank 38th. Terms-of-trade gains linked to oil prices have boosted growth rates and reinforced already high levels of confidence in the business community, resulting from ongoing institutional modernization and improvements in macroeconomic management. However, in many of the resource-rich countries, the availability of public finance appears – at least for now – not to have translated into improvements in human capital, which would play an important role in helping these economies that are highly dependent on oil and vulnerable to external shocks to diversify their economic base.

    • Tunisia, the most competitive economy in the region ranked 30th, Algeria (76) and Morocco (70) all improved remarkably from last year, thanks in part to significant improvements in institutions. Egypt dropped nine ranks to 63rd this year, due to an extremely sharp drop of 58 places to rank 108 in the macroeconomy pillar, as it struggled with worsening government finances and a large debt ratio. It also fell back in the areas of higher education and training and innovation.
      • In sub-Saharan Africa, South Africa (45th) does particularly well in a number of areas typically reserved for rich, innovation-driven economies. Its economic sophistication is reflected in high ranks for property rights, private institutions, goods and financial market efficiency, business sophistication and innovation.

    • Botswana, ranked 81st, has succeeded in using its wealth from key natural resources to boost the growth rate. Key to Botswana’s success have been its reliable and legitimate institutions, the prudence of government spending and public trustworthiness of its politicians. The transparency and accountability of public institutions have contributed to a stable macroeconomic environment, efficient bureaucracy and market-friendly regulation.

    • On the other hand, Tanzania and Uganda ranked 104th and 113th, respectively, suffer from large weaknesses in health and education. Their failure to make a significant improvement in these basic requirements is likely to continue to dent their growth prospects. Nigeria is down 18 places to 101, on the back of poor macroeconomic management despite the surge in oil export revenues and Zimbabwe at 119 continues its rapid descent to the bottom of the rankings, due to a further deterioration of the institutional climate, including the erosion of property rights and rule of law, as well as problems of corruption and the implications these and other factors have had for macroeconomic management

     

     

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