Il declino dell’Italia che viaggia con il ciuccio e la scoppola!

 

 

Il Declino dell’Italia che viaggia con il ciuccio e la scoppola, la’ dove nel Ranking mondiale i Brands piu’ prestigiosi e le Economie piu’ virtuose si muovono, senza corrompere, in Ferrari e Porsche.

 

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Mentre tutti i Paesi civili vanno avanti, i ns Politici, invece di far evolvere il paese verso una piena competitivita’ con il resto del mondo, inciuciano nel fare indulti per i white collars e per bloccare le interecettazioni a loro carico in cio’ affossando il paese ancor di piu’ ( invece di fare quelle riforme strutturali, invece di fare i tagli alle spese inutili, soprattutto nel pubblico impiego e nella gestione dei costi della politica, invece di fare una vera lotta all’evasione  come da me evidenziata a piu’ riprese ed ai politici comunicata, e non con i soliti  squallidi accordi di settore che non fanno altro che reiterare l’elusione e l’evasione fiscale); e stanno scherzando con il fuoco e con la ns pelle!

 

Evasione ed elusione Fiscale: e’ il primo step di cui necessita questo paese, se vogliamo avere tutti piu’ soldi in tasca, ed essere tutti piu’ innamorati delle Istituzioni pubbliche, quindi della legalita’, dell’etica e della Giustizia, occorre combattere ferocemente e veramente l’evasione, e quindi andava introdotto in Finanziaria un sistema semplicissimo di incentivazione e detrazione o deduzione ( parziale al 50% ) delle fatture o delle ricevute fiscali a beneficio di tutti i cittadini, e per tutte le categorie di beni e servizi ricevuti ( non solo per gli affitti degli studenti fuori sede), cosicche’ ogni cittadino potesse e possa essere davvero stimolato nel  chiedere sempre la fattura o la ricevuta fiscale  per ogni servizio o bene loro offerto dai commercianti, professionisti, ed anche dalle Istituzioni della Chiesa, che oltre a non pagare vergognosamente le imposte sugli immobili, evadono anche il Fisco non rilasciando mai fattura quando affittano le loro stanze o i loro appartamenti ai poveri studenti! Occorrerebbero poi anche  delle verifiche incrociate sull’evasione o sull’elusione semplicissime. 

 

Un paese cha ha solo una capacità creativa e stilistica fine a se stessa per la moda, che mangia bene e gioca bene al pallone (seppur spendendo assai di telefono, vero moggi?), ma che e’ quasi zero dal punto di vista della ricerca, dell’istruzione, della tecnologia e dell’innovazione, e’ come un pilota che si mette in pista con un ciuccio contro ferrari e porsche! Un paese che si regge (si fa’ per dire) solo sulla moda (che peraltro fattura molto all’estero dove spesso ha delocalizzato sia il centro operativo sia quello del lavoro), sulla pizza, sul calcio…sulla Ventura e sulle Veline e’ un piccolo paese! Se a tutto cio’ aggiungiamo la mafia, la camorra, l’andrangheta, la sacra corona unita siamo sempre sul ciuccio ma con l’aggiunta dell’indegna scoppola!

 

 

Ranking mondiale  nei Brands piu’ prestigiosi, nell’economia, nella produttivita’ e nell’interscambio commerciale tra paesi che ci vede ovviamente assenti,  come ben sapevamo alla luce della pessima situazione del paese formulata dai diversi parametri mondiali; Ranking mondiale nella corruzione e nella semi-liberta’ di stampa che ci vede invece primeggiare, ovvero facciamo proprio schifo:

 

 

  • The BusinessWeek/Interbrand – Classifica dei marchi più influenti del mondo –  Annual Ranking of the 2006 Best Global Brands (http://www.interbrand.com/): Annual Ranking of the 2006. Il ranking mondiale dei Brands piu’ prestigiosi, sia per le qualita’ espresse sia per le future potenzialita’ degli stessi (pubblicato dal The BusinessWeek/Interbrand ) , altro non sottende che non  un sunto di come va il mondo,  l’economia, la produttivita’, l’interscambio commerciale tra paesi (import export che e’ poi cio’ che conta per capire se un paese e’ sano e si sviluppa o se al contrario non cresce ed ha bisogno di importare tutto o quasi nella catena produttiva del proprio PIL dai paesi nei quali sono nate e si sviluppano le principali societa’ private S.p.a. di produzione di beni e servizi per l’appunto). Anche quest’anno l’Italia è rappresentata in via esclusiva dall’ambito della moda e del lusso. Risultato che si presenta come uno specchio fedele dell’imprenditorialità italiana, caratterizzata da una forte capacità creativa e stilistica, ma affermazione a zero dal punto di vista della tecnologia e dell’innovazione. Gucci (n. 46), Bulgari (n. 95), Prada (n. 96), Armani (n.97). È interessante notare come nella top ten generale figurino ben quattro società produttrici di tecnologia: Microsoft, Ibm, Intel e Nokia. Come si vede, un marchio forte può rappresentare un elemento anticiclico, supportando, in periodi di crisi come quelli attraversati dall’Ict negli ultimi anni, le strategie delle imprese.

     

    Questo Annual Ranking of the 2006 Best Global Brands e’ la spia in soldoni che in Italia nulla o poco funziona a livello di industria e servizi; siamo presenti solo e, per giunta nelle ultime posizioni, nella moda, assenti in tutto il resto che e’ la base di ogni paese, ovvero nei settori Energy , Utilities ,  Basic Materials , Industrial sectors ,Telecommunications sectors, Financial , Cyclical Consumer Goods & Services , Healthcare , Non-Cyclical Consumer Goods & Services,  Technology sectors ; tutto cio’ non puo’ che portare ad una conclusione di cio’ che avverra’ nei prossimi 10 anni, non dico vari decenni, alla luce dell’immobilismo e della cecita’ sia del precedente sia dell’attuale governo, mosso solo da propri e privati interessi, ovvero il declassamento inesorabile del paese, dall’attuale 6° posizione come economia globale a quella prossima futura vicina piu’ alla 10° che non alla 7° con tutto cio’ che ne consegue.

     

  • Gender Gap Index _2006_World economic forum (www.weforum.org/gendergap): Siamo al 77° posto su 115 paesi. Solo Cipro è più indietro nell’Ue, ci superano anche molti paesi in via di sviluppo. Se volete sapere chi, nel mondo, sta andando bene, chi così e così, chi decisamente male, la cosa può essere riassunta in questo modo: l’Italia tende al malaccio, i Paesi dell’Europa del Nord vanno bene come anche Germania e Gran Bretagna, quelli del Medio Oriente sono in guai seri e per il resto siamo su un pianeta sorprendente, dove per esempio le Filippine, ma non solo esse, avranno probabilmente un futuro molto migliore del presente. Lo si capisce da una classifica pubblicata sullo status della condizione femminile in 115 Paesi che coprono il 90% della popolazione mondiale. Ancora un volta, si tratta di una classifica importante per almeno due ragioni:

    • Prima di tutto, lo status delle donne nel mondo non è solo una questione di parità ma oggi può essere preso come un indice delle prospettive di un Paese: sia la loro partecipazione all’economia che alla politica sono infatti elementi chiave della crescita, sia nei Paesi avanzati sia in quelli in via di sviluppo. Detto diversamente: chi, nell’era della globalizzazione, non chiude il gap tra la condizione delle donne e quella degli uomini è destinato a soccombere.

    • In secondo luogo, l’indice sul quale è costruita la classifica è piuttosto serio: pubblicato dal World Economic Forum, l’organizzazione famosa per il summit invernale di Daovs, è stato realizzato da due super economisti: Ricardo Hausmann, direttore del Centro sullo Sviluppo Internazionale della Harvard University, e Laura Tyson, che oggi è rettore della London Business School e fu la prima donna, con la presidenza di Bill Clinton, a dirigere il Consiglio economico della Casa Bianca.

     

    Gli esperti hanno preso una serie di pubblicazioni e condotto indagini per assegnare a ciascun Paese un punteggio in ciascuna di quattro aree:

     

    • partecipazione e opportunità economica delle donne, cioè un’analisi dei salari, dei livelli di partecipazione al mondo del lavoro e del grado di accesso alle posizioni più qualificate;  siamo 87esimi a 0,5265,

    • l’accesso all’educazione, sia quella di base che quella più elevata; 26esima con 0,997

    • l’influenza politica, cioè il grado di partecipazione alle strutture decisionali; il 72° posto ma per il punteggio, 0,0872,

    • le differenze tra uomo e donna in termini di salute e di aspettative di vita. numero 77

    • I quattro indici, poi, sono stati riassunti in uno generale che è la base della classifica finale. siamo 77esimi

     

    Ora sappiamo che, con metà della popolazione ai margini, non si cresce e non si compete. Tanti Paesi, anche in modo sorprendente, l’hanno capito e probabilmente tra non molto se ne vedranno i risultati ancora piu’ svilenti per noi.

     

  • The Global Information Technology REPORT World economic forum http://www.weforum.org/  2005  42° da  45° 2004;

  • Growth Competitiveness Index rankings World economic forum (http://www.weforum.org) 42° nel 2006 38° nel  2005;

  • Distribution of Economic Freedom (http://www.heritage.org/research/features/index/ Index) 2005 42° , 2001 35°;

  • THE INTERNATIONAL R&D (Research & Development)  (http://www.dti.gov.uk/files/file10559.pdf), che analizza annualmente le prime 1.250 società mondiali per investimenti in Ricerca e Sviluppo, ha classificato le prime 50 aziende per spesa in ricerca. L’Italia non è presente nel 2005 tra le prime 10 nazioni del mondo per ricerca e sviluppo in quanto non ha societa’ nelle prime 1.250. E’ superata dagli Stati Uniti, dal Giappone, Germania, UK, Francia, Switzerland, Sweden, Taiwan, Canada, Corea del Sud, dalla Finlandia. Dell’Italia è presente una sola società: la Finmeccanica, che si posiziona al 50° posto:

     

     

    • Ricerca, Innovazione, tecnologia e sviluppo. Spendiamo poco per ricerca e sviluppo. Nel 2004 la spesa per ricerca e sviluppo dell’Ue25 ha raggiunto l’1,9% del Pil, a fronte del 2,7% degli Usa e del 3,1% del Giappone. L’Italia, con l’1,1%, si colloca al disotto della media europea, contro il 2,5% in Germania, il 2,2% in Francia, superata anche da Slovenia (1,53%) e Repubblica Ceca (1,22%). L’Italia spende poco in ricerca e sviluppo. E ancor meno spendono le imprese private italiane. Ogni anno, la spesa totale (pubblica e privata) in R&S dell’Italia è pari appena al 5 per cento di quanto viene investito negli Stati Uniti, al solo 30 per cento della spesa tedesca.

    • Se la spesa per ricerca sostenuta dallo Stato è più o meno in linea con l’estero (0,6% del Pil contro lo 0,8% di Francia e Germania), quella alimentata dagli imprenditori privati in Italia segna il passo: appena lo 0,5% contro l’1,7% dei colleghi tedeschi e l’1,4% di quelli francesi.

    • I risultati degli scarsi investimenti si vedono poi anche sotto il profilo dei brevetti. Nel 2002 sono stati depositati nell’Unione Europea 26 brevetti di prodotti high tech per milioni di abitanti contro i 48,4% degli Stati Uniti. Tra i Paesi europei i valori più alti di questo indicatore si registrano in Finlandia (120 brevetti per milione di abitanti), Paesi Bassi (93) e Svezia (75). La Germania conta 45 brevetti per milione di abitanti e il Regno Unito 32. L’Italia con 7,1 brevetti per milione di abitanti è più vicina alla Spagna (3,5), alla Grecia (1,4) e ai nuovi Paesi membri (Ungheria 4, Estonia 2,5).

    • Non bisogna insistere infatti a produrre le macchine se gli altri le fabbricano a minor costo. Bisogna produrre brevetti, innovazioni, cultura . Bisogna diventare post-industriali e puntare, sull’intelligenza, sulla cultura delle generazioni future. Le Università sono alla frutta: fatti 100 i giovani in età da “facoltà”, negli Usa studiano in 72, in Canada 68, in Russia 56, in Italia appena 28.

  • THE Freedom House www.freedomhouse.org 2005  35° posto dal 2004 al 33° posto, passando, dalla categoria “Paese Libero”, alla categoria “Parzialmente Libero;

  • THE Reporters Without Borders ( http://www.rsf.org/) 2005  40° 2005  42°  2004 39°;

  • Corruption Perceptions Index (http://www.transparency.org/): CPI Corruption Perceptions Index; Transparency International is the global civil society organisation leading the fight against corruption. 2006 Italy Rank 45° /  Score 4.9; 2005 Italy Rank 40° /  Score 5.0;  GCB Global Corruption Barometer 2005 Italy 16° l’ultima in europa, l’indice di corruzione dei Paesi esportatori;  BPI Bribe Payers Index Italia al 20° posto su 30 Paesi, con 5.94 di score, fanalino di coda tra i Paesi europei come uno dei maggiori paesi che ricorre alle bustralle per corrompere.


 

 

 

 

A proposito di marchi vincenti, ecco ora un’analisi riferita al particolare momento di debolezza del dollaro.

U.S. Top Fatturati esteri:Top  U.S-based multinationals with big foreign non-dollar sales

 

 

 

 

 

 

Con il dollaro debole alcune societa’ americane, dal grosso fatturato estero, si avvantaggiano, ma occorre non avere in carico dollari con cambio inferiore a 1,30 / 1,35, oppure bisogna proteggersi dal rischio-cambio. Poiche’ oltre il 30% dei profitti delle società dell’indice S&P500 viene dal fatturato estero, il declino del dollaro in area 1,30 / 1,40 rappresenta sicuramente un plus per gli utili di tutte le imprese americane ed in particolare per quelle tecnologiche, che sono più attive sul mercato globale. L’altra faccia della medaglia di un dollaro debole, soprattutto pero’ per un investitore americano, è l’aumento dei rischi di inflazione, visto che le merci importate costano più care.

 

 

Per combattere l’inflazione la banca centrale Usa può essere costretta a tenere alti i tassi o addirittura ad alzarli ulteriormente, una politica che non favorirà la Borsa, ma non credo vi sara’ questa ipotesi infatti l’inflazione non decolla senza il rincaro del costo del lavoro che, al contrario dell’inflazione dei primi 9 mesi del 2006, nell’ultimo anno ha continuato a scendere in termini reali. Nel terzo trimestre l’economia Usa è cresciuta più del previsto, 2,2% , senza però accendere l’inflazione, scesa anzi al 2,3% ( The  Core PCE – The personal consumption expenditures price index – Excluding energy and food, a key measure of inflation pressures based on personal consumption expenditures that Fed Chairman is known to monitor in the 3Q increased at an annual rate of 2.2%). Questo dovrebbe escludere nuovi rialzi dei tassi Fed e dare spazio a ulteriori rivalutazioni della Borsa americana. Wall Street, dall’inizio di gennaio a fine novembre +11.89% dell’indice S&P500 e +13.78% del Dow Jones, e +9.43% del Nasdaq Composite.

 

Una delle maggiori incognite come detto è l’andamento del dollaro: per un risparmiatore europeo i guadagni 2006 sulla Borsa americana dall’inizio di gennaio a fine novembre sono stati infatti già ridotti dalla svalutazione di circa il 10% del biglietto verde rispetto all’euro (se senza qualche forma di copertura dal rischio cambio). Dovesse continuare ancora il declino della moneta Usa, la piazza americana diventerebbe ancora meno appetibile nel suo insieme. Ad eccezione però dei settori e titoli che potrebbero guadagnare parecchio proprio con il calo del dollaro per l’appunto.

 

  • Il dollaro debole fa bene ai bilanci non solo per il gioco del cambio (i profitti realizzati all’estero valgono di più quando tradotti in valuta locale), ma perché rende i prodotti americani più competitivi in Europa ed Asia.
  • Il settore hi-tech dovrebbe andar bene sia nel breve sia nel lungo termine, grazie al fattore stagionale, aumento vendite a fine-inizio anno, e alla crescita della domanda domestica per investimenti in hardware e software, oltre che per l’indebolimento del dollaro. Molte aziende high-tech inoltre hanno una larga quota di liquidità in bilancio (in media il 30%), il che le rende appetibili target di acquisizioni. All’interno del settore, particolarmente promettente sembra il business del software.

  • Il super–euro potrebbe diventare un problema solo se superasse la soglia di 1,40 nei confronti del dollaro. Un superamento di tale livello finirebbe con il ridurre la crescita del Pil dello 0,5% entro due o tre trimestri anche se poi l’incidenza scenderebbe allo 0,25% dopo un anno e mezzo. Anche in uno scenario del genere, un intervento da parte della banca centrale europea tagliando i tassi a stimolo dell’economia non sarebbe auspicabile. In primo luogo, perchè l’effetto degli interventi di politica monetaria impiegano molto tempo a produrre effetti mentre le variazioni sui mercati valutari sono molto più rapide. In secondo luogo perchè azionare la leva monetaria per risolvere problemi di tassi di cambio è sempre un’idea sbagliata. Un taglio del costo del denaro di 1 punto percentuale ad esempio non sarebbe sufficiente a compensare un balzo dell’euro a quota 1,45 dollari, ma dopo due anni il taglio avrebbe invece un effetto permanente sulla crescita dell’inflazione in aumento e del Pil in diminuzione a caua dell’inflazione. Se invece l’euro non dovesse raggiungere quota 1,40 sull’euro, allora il trend rialzista non dovrebbe creare eccessivi timori anche perchè appare destinato a ridimensionarsi nel corso dei prossimi mesi attorno all’area 1,30 / 1,32.

 

U.S. Fatturati esteri: Business Top  U.S-based multinationals with big foreign non-dollar sales: La classifica a stelle e strisce, prende in considerazione solo società che hanno un valore superiore al miliardo di dollari e che generano almeno il 20% dei loro introiti fuori dal Paese originario. Solo per citarne alcune Intel realizza il 57% del fatturato all’estero, Microsoft il 32%, Dell il 29%, Oracle il 48% , General Electric il 33% , IBM il 58% e McDonald’s il 62% (vedi tabella).

 

Pur avvertendo che i valori fondamentali di ogni azienda restano più importanti dell’andamento valutario, evidenzio 34 titoli che sono potenziali vincitori in uno scenario di dollaro in discesa, grazie alla loro forte presenza globale:

 

U.S-based multinationals with big foreign non-dollar sales: Foreign earnings accounted for

  1. Alcoa                        83%      Alluminio
  2. Coca-Cola                 65%      Settore dei produttori di beni di largo consumo
  3. McDonald’s                62%      Settore dei consumi discrezionali
  4. IBM                           58%      Tecnologia
  5. Intel                           57%      Tecnologia
  6. Hewlett – Packard       55%      Tecnologia
  7. Motorola                     55%      Tecnologia
  8. Oracle                        48%      Tecnologia
  9. Procter & Gamble        46%      Settore dei produttori di beni di largo consumo
  10. Johnson & Johnson      44%      Settore dei produttori di beni di largo consumo
  11. 3M                              41%      Settore degli industriali
  12. Citigroup                     41%      Finanziario
  13. Boeing                        40%      Aerospace
  14. General Electric           33%     Settore degli industriali
  15. Microsoft                     32%     Tecnologia
  16. Dell                             29%     Tecnologia
  17. American Express        26%     Finanziario
  18. Nike                             25%     Settore dei consumi discrezionali;
  19. Colgate Palmolive          25%     Settore dei produttori di beni di largo consumo
  20. Wyeth                          25%     Settore dei produttori di beni di largo consumo
  21. Pall Corporation            25%     Settore degli industriali
  22. Caterpillar                     25%     Settore degli industriali
  23. Thermo Fisher Scientific25%      Settore del business della salute;
  24. DuPont                         25%     Settore della chimica, farmaceutica
  25. Praxair                          25%     Settore del  gas
  26. Texas instruments         25%     Tecnologia
  27. Sun microsystems         25%     Tecnologia
  28. Qualcomm                     25%     Tecnologia
  29. Chevron                         25%      Compagnia petrolifera
  30. ExxonMobil                    25%      Compagnia petrolifera
  31. Dow Chemical                 25%     Settore della chimica
  32. Aflac                               25%     Settore assicurativo
  33. Halliburton                       25%     Settore delle infrastrutture per l’industria mineraria e petrolifera
  34. Altria                               25%     Settore dall’alimentare alle sigarette

 

 

 

Marco Montanari

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