Le liberalizzazioni” del centro sx, meglio di niente, ma la ciccia come sempre e’ altrove!

 

 

 

I 3 VERI INTERVENTI DI LIBERALIZZAZIONE OMESSI

 

LIBERE PROFESSIONI ABOLIZIONE DEI NOTAI                  

SERVIZI PUBBLICI ENERGIA,GAS, LUCE                     

PUBBLICO IMPIEGO LICENZIAMENTO COLLETTIVO NULLAFACENTI       

 

 

 

Legge 4 agosto 2006, n. 248

“Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 4 luglio 2006, n.

223, recante disposizioni urgenti per il rilancio economico e sociale, per il

contenimento e la razionalizzazione della spesa pubblica, nonche’ interventi

in materia di entrate e di contrasto all’evasione fiscale”

 

http://www.attivitaproduttive.gov.it/pdf_upload/documenti/phpZJAzVO.pdf

http://www.sviluppoeconomico.gov.it/

 

 

Art. 1.

Finalità e ambito di intervento

 

 

Le norme del presente titolo, adottate ai sensi degli articoli 3, 11, 41 e 117, commi primo e secondo, della Costituzione, con particolare riferimento alle materie di competenza statale della tutela della concorrenza, dell’ordinamento civile e della determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale, recano misure necessarie ed urgenti per garantire il rispetto degli articoli 43, 49, 81, 82 e 86 del Trattato istitutivo della Comunità europea ed assicurare l’osservanza delle raccomandazioni e dei pareri della Commissione europea, dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato e delle Autorità di regolazione e vigilanza di settore, in relazione all’improcrastinabile esigenza di rafforzare la libertà di scelta del cittadino consumatore e la promozione di assetti di mercato maggiormente concorrenziali, anche al fine di favorire il rilancio dell’economia e dell’occupazione, attraverso la liberalizzazione di attività imprenditoriali e la creazione di nuovi posti di lavoro.

 

1-bis.

 

Le disposizioni di cui al presente decreto si applicano alle regioni a statuto speciale e alle province autonome di Trento e di Bolzano in conformità agli statuti speciali e alle relative norme di attuazione.

 

 

Il pacchetto Bersani sulle liberalizzazioni consentira’, secondo i calcoli dell’Adusbef, un taglio ai costi da 1.330 euro lordi l’anno a famiglia (di 4 componenti). Per l’associazione di difesa dei consumatori, il pacchetto varato dal Governo ‘va nella giusta direzione’ e corregge il tiro dopo una Finanziaria lacrime e sangue. Secondo l’Adusbef la misura che incidera’ maggiormente sulle tasche dei cittadini sara’ l’abrogazione della clausola di massimo scoperto, con risparmi medi di 550 euro all’anno.

 

E’ sicuramente meglio di niente, ma non basta abolire le tariffe minime ed il divieto di pubblicità per i liberi professionisti, se non si rendono più trasparenti i costi delle prestazioni professionali. Nel caso degli avvocati, ad esempio, è bene imporre che le tariffe siano di tipo forfettario, anziché continuare ad essere legate alla lunghezza dei procedimenti, cosa che ha spesso favorito l’allungamento della durata dei processi. Ma la cosa più importante è liberalizzare i percorsi di ingresso nelle professioni. Basta con gli albi chiusi, che oggi impongono che in città come Torino ci siano solo 498 (dicasi 498) notai o che impediscano a molti giovani farmacisti di esercitare la loro professione. Se si liberalizzano davvero i percorsi di ingresso, i benefici per i consumatori di queste misure, in termini di prezzi e di qualità dei servizi, saranno ancora più alti e vi saranno ricadute importanti per l’economia.

 

Va da se che perché questa rivoluzione sia davvero portata a compimento, è non solo opportuno, ma assolutamente necessario che l’approccio del Governo sia adottato anche e soprattutto verso gli altri settori critici del caso italiano che fanno lievitare la spesa pubblica, mi riferisco in primis alla corporazione della politica e alla piu’ potente lobby italiana collusa con i sindacati, quella del pubblico impiego in uno con i dipendenti amministrativi spesso raccomandati dei grandi gruppi industriali. Per liberalizzare il mercato occorre quindi fare molto ma molto di piu’, ovvero sfoltire il numero dei dipendenti pubblici di almeno 500.000 unita’ in 5 anni e rendere concorrenziale ed efficiente la Pubblica Amministrazione (Magistratura Civile e Fallimentare compresa), dall’abolire i Notai come ordine, al liberalizzare i servizi primari oggi sotto monopolio ( luce, energia, gas, trasporti, servizi bancari e assicurativi, telefonia) tranne 3 a mio avviso che devono rimanere di custodia pubblica dato l’altissimo valore per la salute e a causa del forte inquinamento e sconfinamento nella malavita organizzata; servizi sanitari, acqua e rifiuti.

Tutto cio’ chiama in causa (oltre la solita inetta politica che protegge le lobbies) Confindustria da una parte, Cgil-Cisl-Uil dall’altra. Interessi devianti e devastanti per il paese, ben più protetti e dannosi, nei grandi numeri macro, di quelli coinvolti dalla liberalizzazione dei taxi, delle farmacie o degli avvocati.Nei grandi numeri, le riforme relative ai taxi, alle farmacie o agli avvocati, come ricordava Luca Ricolfi, e come avevo inteso io riferito a tutte le regioni senza distinzione, interessano e rappresentano 1 elettore ogni 1.000.

Gli altri settori critici, sopra ricordati, tra pubblici dipendenti, imprese (monopoli elettrici, energetici, bancari o telefonici) e sindacati , fino ad oggi purgati da ogni riforma di efficienza e liberalizzazione , esprimono all’incirca 350 elettori ogni 1.000. Buona parte dell’elettorato dell’Unione. Ecco la grave colpa della finanziaria del centro sinistra, era da qui che doveva partire, con coraggio, sparigliando le carte con Bertinotti, i Sindacati, etc.

Problemi strutturali gravi. Il rischio è attuale. L’Italia non puo’ permettersi il lusso di non cercare soluzioni, occorre in particolare puntare il dito sulla PA, un settore autoreferenziale (magistratura compresa) che deve essere riportato all’etica, alla competenza ed alla trasparenza, nonche’ sfoltito e di brutto, perché l’etica della concorrenza non lascia spazio a sprechi e inefficienze. Liberalizzare e privatizzare quindi il ‘back office’ che impiega il 43% dei dipendenti della PA: va ridotto, snellito anche per creare un nuovo mercato e nuovi posti. L´Italia è cresciuta meno della media dell´Unione europea in 14 degli ultimi 15 anni. I pubblici dipendenti e la spesa della PA sono devastanti,  il deficit pubblico è elevato e la popolazione invecchia.  Se si mettono insieme queste 4 cose c´è un rischio elevato per la permanenza del sistema economico italiano dentro al sistema monetario Ue.

 

Queste osservazioni e prese di posizione sono alla base del malcontento generale, implicito nella domanda di tanta gente , e cosa fa’ la Politica? Esiste una politica seria nel nostro paese?

 

Il sistema politico italiano sta vivendo una fase di trasformazione di portata storica, derivante sia dal veloce cambiamento del mondo-sociale-economico internazionale , sia dalla necessita’ di colmare il ritardo politico derivato da una mala-gestione degli ultimi 50 anni. Il sistema politico e i politici in particolare , dovrebbero avvalersi di circuiti e rapporti diretti ed efficienti con i cittadini.

 

 

Per essere definiti interlocutori preparati nella gestione dei processi di trasformazione occorre conoscere a fondo il paese italiano e il contesto in cui operano i cittadini per anticipare l’insorgere di problematiche legate al sociale, saper creare rapporti di fiducia con le varie comunita’, nonche’ offrire una varieta’ di strumenti per la risoluzione dei problemi e saper costruire e comunicare un’elevata professionalita’.

 

La struttura politica di maggioranza di coalizione esprime , dopo le ultime vicende, un rischio di instabilita’ elevato perche’ le visioni e i programmi sono assolutamente non omogenei e non condivisi. La credibilita’ dei politici e’ a zero, proprio per l’enorme distanza di visioni per l’enorme differenza in termini di scelte e di competenze/professionalita’, non corre in maniera parallela con etica ed equita’ ed è modesta per i politici della coalizione di maggioranza radicati in un sistema oramai datato, non piu’ efficace, scadente. Ci si trova oggi nella necessita’ di gestire con grande attenzione la cosa pubblica, ma in molti casi l’amministrazione non è in condizione di esprimere comunicazioni razionali e sensate verso i cittadini, vi e’ una scarsa conoscenza delle esigenze del paese da parte della maggioranza.

 

Posta la suddetta crescente forma di pessimismo e sfiducia, sarebbe molto importante sviluppare con i cittadini una logica non di leadership (tesa a prevaricare le volonta’ formulate dal popolo) ma sarebbe invece necessario condividere con i cittadini le loro osservazioni che originano dalle loro analisi del paese svolte ogni tre mesi. Da queste nuove forme di collaborazione ed interazione dei cittadini con i politici o con noti membri del jet set attivi sul campo, potrebbero e dovrebbero nascere i nuovi politici senza passare per le svilenti censure della carriera dirigenziale dei partiti.

 

Quattro i capitoli: consumatori, libertà d’impresa, semplificazioni e authority

 

 

http://www.repubblica.it/2007/01/sezioni/politica/liberalizzazioni/nuovo-pacchetto/nuovo-pacchetto.html

http://www.corriere.it/Primo_Piano/Politica/2007/01_Gennaio/23/governo.shtml

 

  1. salvaguardia del cittadino-consumatore, è il cuore del ddl con una serie di micro-interventi sui vari settori: benzinai, tabaccai, parrucchieri, edicole, cinema, ricariche telefoniche. L’idea di fondo è eliminare ogni vincolo quantitativo o divieto di apertura di un’attività che non sia giustificato da interesse pubblico o da motivi di sicurezza. Per cui via alle distanze minime tra esercizi dello stesso tipo, eliminati i quozienti che definiscono il numero di cinema in base ai residenti, così come i vincoli per vendere sigarette o giornali. Stessa filosofia per gli orari e giorni di apertura (il classico caso dei parrucchieri). A questo si aggiunge anche il preannunciato taglio della commissione fissa nelle ricariche telefoniche su cui è già a lavoro l’Autorità per le comunicazioni;

  2. libertà d’impresa, sarà dedicato l’unico decreto legge. Per rendere concreto lo slogan “Un’impresa in un giorno” verranno tagliati tempi, certificazioni, adempimenti notarili necessari per poter aprire una nuova azienda. Si aggiungono proposte del viceministro per l’Economia, Vincenzo Visco, di incentivi fiscali per chi migliora la patrimonializzazione e per chi apre il capitale a nuovi soci;

  3. semplificazione amministrativa,  punta a “disboscare” le leggi che limitano la libertà d’impresa come le autorizzazioni obbligatorie per aprire una scuola guida o per diventare una guida turistica o agente immobiliare. L’idea è di limitarsi a verificare requisiti professionali piuttosto che vincolare l’accesso alle meccaniche tipiche degli ordini professionali. In discussione anche l’abolizione del Pra (pubblico registro automobilistico);

  4. e intervento di riorganizzazione delle Authority, Palazzo Chigi ha preparato un altro ddl che riorganizza le Autorità indipendenti con la nascita dell’Autorità dei trasporti. Inoltre quella sull’Energia si occuperà anche di acqua e rifiuti, mentre l’Isvap (assicurazioni) sparirà per essere assorbita dalla Consob e la Covip (fondi pensione) lascerà le sue competenze alla Banca d’Italia.

 

 

Le liberalizzazioni fatte

 

  • Telefonini. Saranno aboliti i costi di ricarica Spariscono così i relativi costi aggiuntivi (5 euro sulle ricariche da 50, 2 su quelle da 10). Inoltre, il credito telefonico non “scade”, delle carte prepagate anche se non viene utilizzato entro il limite di tempo previsto finora dagli operatori, in genere 12 mesi. Liberta’ di recedere in ogni momento e senza vincoli di tempi o spese,da tutti i contratti con operatori di telefonia, reti tv, servizi internet. Gli attuali contratti dovranno pertanto tenerne conto ed essere adeguati entro 60 giorni

  • Benzina. Più pubblicità ai prezzi della benzina. Nella bozza è previsto che le società che gestiscono i distributori dovranno informare i cittadini sui prezzi di vendita praticati dai distributori su strade e autostrade. I benzinai dovranno avvertire i clienti delle ”’condizioni di grave limitazione del traffico”. Inoltre il carburante potrà essere venduto anche negli esercizi commerciali e non solo nei distributori.

  • Poste. In caso di ritardata o mancata consegna della posta, al cittadino spetterà un risarcimento, un bonus di valore equivalente alle spese sostenute o una cifra maggiore nel caso in cui la corrispondenza sia andata smarrita.

  • Rc Auto. Addio esclusiva per gli agenti di assicurazione. Sarà introdotto il divieto di esclusiva nella distribuzione di prodotti assicurativi del ramo danni e una serie di tutele a favore dei titolari di polizze Rc Auto. Inoltre le assicurazioni, in caso di nuova polizza, non potrà assegnare una classe di merito più sfavorevole rispetto a quella risultante dall’ultimo attestato di rischio. Prevista una maggiore informazione. Sarà il ministero dello Sviluppo a realizzare il servizio, anche tramite il proprio sito, sulla base dei dati Isvap, con l’obiettivo di consentire la comparazione tra le diverse proposte. In caso di nuovo contratto, all’utente dev’essere attribuita la stessa classe di merito risultante dall’ultimo contratto. Si interviene anche sulla durata del contratto: nel caso in cui sia poliennale, l’assicurato ha la facoltà di recedere annualmente senza oneri con un preavviso di 60 giorni.

  • Motori truccati. Una multa che potrà partire da un  minimo di 375 euro fino ad un massimo di 1.433 euro. E’ quanto viene previsto per chi “trucca” l’auto, la moto o il motorino. Alla sanzione pecuniaria sarà accompagnato anche il ritiro del libretto di circolazione.

  • Chi produce componenti e ricambi per auto non dovrà più avere l’ok da parte delle case automobilistiche.

  • Abolizione del Pra, il pubblico registro dell’auto, un’innovazione fortemente voluta dal ministro dello Sviluppo Pierluigi Bersani. modifica del regime giuridico di auto e mobili: saranno beni mobili e non più beni mobili registrati.

  • Esclusiva delle autolinee e sulla portabilità personale della targa degli autoveicoli.

  • Voli low cost. I prezzi dei biglietti low cost dovranno essere pubblicizzati nella loro interezza, al lordo cioe’, compresa l’indicazione di spese, tasse e oneri aggiuntivi. “Sono vietate le offerte e i messaggi pubblicitari di voli aerei recanti l’indicazione del prezzo al netto di spese, tasse e altri oneri aggiuntivi”. Vietati anche i messaggi che segnalo biglietti scontati limitati nel numero “legati a periodi di tempo delimitati o a modalità di prenotazione non chiaramente indicate nell’offerta”. Messaggi di quesrto genere saranno sanzionati come “pubblicità ingannevole”.

  • Liberalizzazione dei servizi a terra degli aeroporti civili;

  • Trasporti. Piena apertura alle autolinee interregionali che potranno fare concorrenza a chi opera per concessione statale. Si propone ai comuni di incentivare il car sharing, i taxi collettivi e gli autobus a chiamata. Prevista, infine, la revoca delle concessioni per la Tav non ancora partite e per le quali non siano state ancora fatte le gare previste dalla legge Merloni. L’articolo 11 del decreto sulle liberalizzazioni prevede, per le ferrovie, la revoca di “concessioni per la progettazione e costruzione di linee ad alta velocità”. E’ la strada individuata per consentire, per progetti relativi a cantieri non ancora aperti, nuovi criteri di affidamento dei lavori in linea con le nuove normative nazionali e comunitarie e “tempi e limiti di spesa compatibili con le priorità ed i programmi di investimento delle infrastrutture ferroviarie”. In pratica, il decreto predispone tutti i passaggi necessari per arrivare alla revoca, nei casi indicati, delle convenzioni tra la Tav ed i general contractors

  • Ipoteca. Sarà più rapido cancellare l’ipoteca su un mutuo immobiliare. “Il creditore – si legge nella bozza – è tenuto a comunicare entro 30 giorni l’avvenuta estinzione del mutuo alla conservatoria che provvede d’ufficio alla immediata cancellazione dell’ipoteca”. Una procedura che eliminerà “l’autentica notarile”.

  • Cinema. La bozza prevede più flessibilità per l’apertura di sale cinematografiche che non potrà essere subordinata “al rispetto della distanza minima fra più strutture”.

  • Agenti immobiliari. Scompare il “ruolo” specifico presso la Camera di Commercio nel quale debbono iscriversi gli agenti immobiliari per esercitare la loro professione. Un modo per snellire l’attività di intermediazione commerciale, dagli agenti immobiliari agli spedizionieri, dai raccomandatari marittimi ai rappresentanti di commercio. Queste attività potranno essere svolte presentando una dichiarazione di inizio attività alla Camera di commercio e alla Questura”

  • Alimenti. In campo alimentare la data di scadenza di un prodotto alimentare dovrà essere messa più in evidenza sulla confezione.

  • Giornali. Le edicole perdono l’esclusiva sulla vendita dei giornali e saltano anche tutti i paletti che finora regolamentavano l’apertura di nuovi esercizi.

  • Parrucchieri. Diventà più facile per parrucchieri ed estetisti aprire un’attività visto che non saranno più vincolari dalla ‘distanza minima’ e nemeno dal numero di abitanti del comune.

  • Nascita impresa. L’interessato presenta al registro delle imprese, in via telematica o mediante la Camera di commercio competente, la comunicazione unica per gli adempimenti che riguardano i fini previdenziali, assistenziali, fiscali e per l’ottenimento del codice fiscale e della partita iva. Il registro delle imprese rilascia la ricevuta che costituisce titolo per l’immediato avvio dell’attività imprenditoriale. Procedura semplificata dichiarazione unica e procedure accentrare in un unico sportello comunale (proposta Capezzone)

  • La “Borsa del gas”. Nasce una sorta di Piazza Affari per regolamentare le contrattazioni del combustibile. Nel decreto legge che fa parte del pacchetto Bersani sulle liberalizzazioni nasce la ‘borsa del gas’, una sorta di Piazza Affari che punta a regolamentare le contrattazioni del combustibile. E’ quanto riferiscono fonti ministeriali, che invece escludono la presenza, sia nel decreto legge che nel disegno di legge, di una norma relativa alla discesa di Eni al 20% nel capitale di Snam Rete Gas.

  • Conti correnti. Sono nulle le clausole di massimo scoperto previste nei contratti di conto corrente, e tutte le clausole che prevedono una remunerazione accordata alla banca per la messa a disposizione di fondi a favore del correntista indipendentemente dall’effettivo prelevamento della somma.

  • C’è, poi, una norma che prevede la portabilità dei mutui immobiliari ed un’altra che stabilisce il divieto di inserire clausole penali per l’estinzione anticipata dei mutui sulla prima casa che avvenga dopo tre anni dalla conclusione del contratto. La norma si applicherebbe solo ai nuovi mutui, ma l’associazione delle banche e quelle dei consumatori dovranno concordare la soppressione delle clausole dei vecchi contratti compensandole con un aumento del tasso di interesse.

  • Scuola. Addio riforma Moratti. Tornano gli istituti tecnici e gli istituti professionali e nascono i poli tecnico professionali.

  • Fisco. Nuovi sgravi per favorire la capitalizzazione delle imprese. Prevista una delega al governo per introdurre norme dirette a favorire l’intervento nel capitale di rischio delle società da parte di organismi di investimento collettivo in valori mobiliari e l’ammissione alla quotazione dei titoli di partecipazione. Per le società di capitali viene introdotta un’aliquota ridotta non inferiore al 20% da applicare alla parte di imponibile riferibile al capitale di nuova formazione.

  • Autocertificazione. Si semplifica il rapporto tra pubblica amministrazione e imprese, che potranno sostituire alcuni certificati con l’autocertificazione.

  • Via libera anche all’impianto generale del disegno di legge sul riordino delle Authority, Riduzione a tre delle cinque autorità che regolano il risparmio; 1- soppressione Isvap (Istituto vigilanza assicurazione private), Covip (Commissione vigilanza fondi pensione) fondendole nella Autorità dei mercati finanziari, ovvero competenze che passano a Banca d’Italia e Consob;  bene purché non si colga questa occasione per fare un po’ di spoils system di tipo clientelare; 2- soppressione Ufficio italiano cambi e Cicr (Comitato interministeriale credito e risparmio). 

  • Cambieranno ancora le regole sull’azionariato di Bankitalia, attualmente distribuito tra diversi istituti di credito. La legge sulla riforma del risparmio del 2005 aveva stabilito che la proprieta’ dell’istituto sarebbe diventata pubblica. Sul valore da attribuire alle quote ci fu subito battaglia. Ora la legge sul riordino delle authority prevede nuove disposizioni. Il Governo entro un anno dovra’ ridefinire i criteri di partecipazione al capitale.

  • Non uno, ma almeno tre progetti di disegno di legge. Più la bozza di un decreto legge. La famosa lenzuolata del ministro dello Sviluppo, Pier Luigi Bersani, il pacchetto predisposto dal vicepremier, Francesco Rutelli, poi la riforma delle Autorità di garanzia curata dal sottosegretario Enrico Letta, con l’abolizione del Cicr e la nascita del Comitato di Stabilità Finanziaria, e la nuova Agenzia per i Trasporti. Poi, ancora, le agevolazioni fiscali del viceministro dell’Economia, Vincenzo Visco. Ci sarà anche da mettere un po’ d’ordine perché in alcuni casi, come sul gas e le ferrovie, i testi di Bersani e di Rutelli paiono ancora sovrapporsi.

     

    Rutelli il leader della Margherita, ieri sarebbe sbottato: «Non possiamo fare soltanto provvedimenti che colpiscono le piccole categorie mentre non si toccano i santuari». Santuari sono per esempio quelli che hanno in mano i rubinetti del gas, cioè l’Eni. Ma anche i potentati politici locali che controllano i servizi pubblici locali: i Ds in Emilia, certamente, come pure Forza Italia a Milano (sindaco l’ex ministro Letizia Moratti), dove finora di liberalizzazioni si è soprattutto parlato.

     

    ELETTRICITA’: UE, IN ITALIA BOLLETTE TRA PIU’ ALTE EUROPA PRIMO POSTO TRA 25 PER PREZZO INDUSTRIE- I dati relativi al gennaio scorso indicano che l’Italia è in testa alla classifica Ue del prezzo più alto dell’energia elettrica destinata ai consumi industriali, mentre per quelli domestici si piazza al secondo posto dopo la Danimarca. In Italia 100 kilowattora per uso domestico, nel gennaio scorso, sono costati, comprese le tasse, 21,08 euro, contro una media europea di 14,16, considerando la fascia media di consumo annuo pari a 3.500 kilowattora. Quanto ai consumi industriali invece il prezzo (escluso le tasse) in Italia è risultato di 12,08 euro per 100 kilowatt/ora contro la media Ue di 8,63. Complessivamente, sottolinea Eurostat, il prezzo dell’elettricità nell’Ue a 25 tra il gennaio 2005 e il gennaio 2006 ha visto un aumento del 5% per le famiglie e del 16% per le industrie. L’aumento relativo alla bolletta delle famiglie ha riguardato 21 paesi, mentre i prezzi sono rimasti invariati solo in Lettonia e Lituania e sono diminuiti in Austria e Belgio. In crescita anche i prezzi per le industrie di 19 stati membri

     

    TLC: IN ZONA OCSE ABBONATI A BANDA LARGA +33% IN UN ANNO DANIMARCA AL PRIMO POSTO; ITALIA AL DICIANNOVESIMO – I paesi scandinavi hanno la parte del leone, con Danimarca, Finlandia, Norvegia e Svezia nei primi 10 in classifica. A fine giugno, erano 6 i paesi dell’Ocse con un quarto della popolazione collegata alla banda larga, e cioé Danimarca, Olanda, Islanda, Corea, Svizzera e Finlandia, tutti con oltre 25 abbonati per 100 abitanti.

     

    La media Ocse è così salita al 15,5 abbonati per cento abitanti contro gli 11,7 del giugno 2005. Alla fine di giugno il numero degli abbonati di internet a banda larga nella zona Ocse era di 136 milioni, il 33% in più rispetto all’anno prima. 

    Danimarca – Dei 30 paesi industrializzati che fanno parte dell’organizzazione internazionale  vanta il numero più alto di abbonati, con 29,3 per 100 abitanti,

    Olanda (28,8) e Islanda.

    Finlandia, 28, per 100 abitanti,

    Svizzera 27.5, per 100 abitanti,

    Corea, 27.0, per 100 abitanti

    Islanda,  26, per 100 abitanti,

    Canada con 22,4 abbonati per 100 abitanti, quello più informatizzato  Dei G7. Regno Unito (19,4), Usa (19,2), Giappone (19)Francia (17,7), Germania (15,1) , e infine Italia, l’unico con una media inferiore a quella dell’Ocse.

    Belgio  20,4 abbonati per 100 abitanti

    Regno Unito (19,4),

    Usa (19,2), 11/mo posto .

    Giappone (19)

    Francia (17,7),

    Germania (15,1).

    Spagna (13,6)

    L’Italia si deve accontentare del 19/mo posto con 13,2 abbonati, cioé l’unico con una media inferiore a quella dell’Ocse

    Turchia (3)

    Slovacchia (2,9)

    Messico (2,8)

    Grecia con 2,7.

     

     

     

     

    Marco Montanari

     

     

     

     

    Liberalizzazioni: Bersani partorì il topolino

    di Alberto Mingardi

     

    http://www.brunoleoni.com/nextpage.aspx?codice=4641

     

     

    La montagna ha partorito il topolino. Sono settimane che Pierluigi Bersani annuncia una “lenzuolata” di liberalizzazioni. Il termine è improprio, lenzuolata lascia immaginare commi su commi, righe su righe, regole su regole. Le liberalizzazioni si fanno semplificando e abolendo.  Una riedizione del “suo” decreto estivo. Stavolta più in grande. Prendere di petto gl’ intrallazzatori monopolisti che ancora oggi abitano, e comandano, il Paese. Beate illusioni, poveri illusi noi che, pur vaccinati, cadiamo puntualmente nella vecchia trappola: aspettarci qualcosa di buono, dalla classe politica.

    • La “lenzuolata” di Bersani, in consiglio dei ministri, passa di rinvio in rinvio. Però, non perché sia pericolosa, o sfiori interessi intoccabili che per definizione stanno fuori dal mirino della politica. È robetta. Una copia carbone del decreto di luglio, baci a chi veniva premiato allora (i supermercati), schiaffi a chi aveva cominciato a prenderle (le assicurazioni)? Peggio. Non siamo davanti ad un clone, ma ad una caricatura.Cominciamo da quanto c’è di buono, in questo Bersani-due-la-vendetta.

    • Si parla, finalmente, di aprire la vendita di carburanti alla grande distribuzione. È giusto? È comodo. Non si capisce perché, dopo aver fatto la spesa, non si debba poter fare il pieno. È una liberalizzazione vera, fa piazza pulita di restrizioni assurde. Ma è una liberalizzazione incompleta. Carlo Stagnaro osserva che la rete di distribuzione dei carburanti in Italia è assai inefficiente e costituisce uno dei fattori dell’eccessivo prezzo di benzina e diesel. Tuttavia, se “occorre rimuovere i vincoli che impediscono l’apertura di punti di rifornimento presso i supermercati”, è altrettanto importante “consentire ai gestori delle stazioni la possibilità di potenziare le loro attività sul fronte non oil”. Cioè: bene la benzina al supermercato, ma perché non anche il “supermercato” dal benzinaio? Nel resto del mondo è la regola. Sarebbe del resto un modo per perseguire una liberalizzazione “equa”. Cioè non aumentare il giro d’affari di tizio a spese di caio. Piuttosto invece permettere a tizio e a caio di farsi serenamente concorrenza, e poi vinca il migliore.

    • Veniamo ora ai barbieri. Bersani è la faccia del governo più apprezzata da Confindustria. Il presidente di Confindustria è Luca Cordero di Montezemolo dalla folta chioma. Non stupisce, allora, la captatio benevolentiae del ministro, che vuole consentire ai parrucchieri di stare aperti da mane a sera, pure il lunedì, nonché abolire l’obbligo di licenza. Che cento fiori sboccino, che cento forbici taglino. Fuor di battuta, un “bravo” a Bersani. Chi riduce le barriere al libero commercio se lo merita. E poi, spesso basta poco per ridare vigore ad un’economia ingessata. Be’, non così poco.

    • Capitolo telefonini. S’insiste sull’abolizione del costo di ricarica. A parte il fatto che un’eventuale richiamo di questo tipo dovrebbe partire semmai dall’Autorità, cui spetta d’indagare su pratiche ed accordi restrittivi alla concorrenza (in un settore in cui i gestori sono sì concessionari di licenze di trasmissione, ma operano sul mercato). A parte il fatto che l’Autorità ha stigmatizzato non tanto il costo di ricarica in sé e per sé, ma la poca trasparenza dei prezzi delle schede. Qui c’è una questione sostanziale: le liberalizzazioni dovrebbero ridurre, non introdurre, l’intervento dello Stato in economia. Regolare i prezzi, voi come lo chiamate?

    • Ultima perla, le assicurazioni. Settore odioso. Strangolarlo porta consenso. Per questo il governo sembra intenzionato a fare propria una raccomandazione antitrust che spinge verso “un sistema distributivo tendenzialmente unico, abolendo l’esclusiva per tutte le tipologie di polizza assicurative”. È la seconda puntata dell’abolizione del monomandato per l’RC auto. Due considerazioni. Uno, non è detto che serva ad abbassare i prezzi. Due, le assicurazioni sostengono sia in conflitto con la normativa comunitaria, e hanno aperto un fronte a Bruxelles. Più importante di ogni altra cosa, però, è che si tratta di una palese violazione della libertà contrattuale di assicuratori ed agenti. Che viene strizzata ben più di quanto già non fosse. Mozione d’ordine. Va bene la confusione delle lingue, ma mettiamoci d’accordo almeno su un principio di base: se introduce vincoli, non è una liberalizzazione

    • C’è solo da sperare che non finiscano nel mirino di Bersani i soli barbieri e c’è da attendere fino all’ultimo. Le più recenti mosse dei ministri hanno mostrato una preoccupante dose di opportunismo: lo stop and go di Luigi Nicolais sulla mobilità degli statali e le ambiguità del collega di partito Cesare Damiano sull’età pensionabile hanno sconcertato la parte più moderna dell’opinione pubblica, quella che non apprezza il riformismo con la retromarcia.

     

     

     

    E’ TORNATO IL SOCIALISMO REALE ALL’ ITALIANA

    di *Antonio Polito

     

    Su carta intestata Palazzo Chigi. La rivoluzione liberale sta finendo in soffitta, e un riformista non sarà mai abbastanza infuriato con Berlusconi per averla screditata, predicandola senza farla. Le delusioni generano illusioni: il paese ha ripreso a credere alla favola che più stato e meno mercato possano darci l’Eldorado. Che alibi, per chi a sinistra non ha mai smesso di pensarlo. La gloriosa battaglia dei taxi rischia di restare nei libri di storia come un atto di eroismo isolato e sfortunato, cui fece seguito la controrivoluzione.

     

     

     

     

    1. Le situazioni in cui l’infrastruttura costituisce una sorta di monopolio naturale: sicché l’intervento pubblico sarebbe opportuno e conveniente. Ma è proprio in quest’affermazione che emerge l’errore ideologico del progetto per la politica pubblica di un’economia di mercato. Infatti, mentre nel sistema dirigista, per le situazioni di monopolio lo stato interviene attraverso imprese pubbliche, nell’economia di mercato lo stato fa un passo indietro e promuove la concorrenza con le autorità di regolamentazione. La gestione delle reti da parte della burocrazia pubblica dà luogo a inefficienze che può facilmente accertare chiunque abbia un po’ di familiarità con le ferrovie o con l’autostrada Salerno-Reggio Calabria. D’altra parte, l’eventuale acquisizione della rete fissa di Telecom Italia da parte dello stato, via Cassa depositi e prestiti, appare un non senso finanziario, dato che essa è stimata ad un valore fra i 20 e i 30 miliardi di euro. Anche l’acquisto di un 50 per cento comporterebbe per lo stato, un esborso di circa un punto del prodotto nazionale (14 miliardi).

    2. Il socialismo, almeno nell’accezione occidentale, è alta spesa pubblica e più elevata redistribuzione. Come lo chiama Salvati, “keynesismo-welfarismo”. Ha funzionato, eccome se ha funzionato, fino alla metà degli anni Settanta, garantendo all’Europa una lunga stagione di prosperità e di coesione sociale.

    3. Solo che Il socialismo, alta spesa pubblica e più elevata redistribuzione, è finito da un quarto di secolo. Per una ragione molto semplice: i paesi europei non riescono più a produrre la ricchezza necessaria a finanziare il miracolo. Perché l’energia non è più a buon mercato, perché gli ex poveri del mondo si sono messi a farci la concorrenza, e perché la tassazione ha raggiunto livelli non sopportabili dalle classi medie. Infatti, da un quarto di secolo, nessun paese riesce più ad avere insieme forte crescita, grande welfare e basso deficit.

    4. Bisogna scegliere. E bisogna scegliere la crescita. Politicamente parlando, bisogna scegliere tra libertà, uguaglianza e solidarietà. I liberali sono per la libertà, i socialisti per l’uguaglianza e i cristiani per la solidarietà. L’Ulivo,  dice di voler fondere alla pari le tre tradizioni politiche con i relativi valori. Invece è impossibile, senza stabilire una gerarchia adatta ai tempi: prima la libertà.

    5. Dalla Finanziaria alla Telecom, la scelta è sempre obbligata. Ed è la scelta tra “pubblico” e “statale”.

    6. L’interesse pubblico non è la proprietà privata di Telecom, ma l’efficienza del servizio telefonico e il suo basso costo. La moderna giustizia sociale è il low cost. Far rispettare le regole: di altro lo Stato non deve occuparsi, meno che mai su carta intestata della presidenza del Consiglio.

    7. Il “pubblico” non è la Cassa depositi e prestiti, ed è davvero un paradosso che a riconsegnarcela sotto forma di stato-imprenditore siano stato Tremonti (keynesiano di complemento). L’azienda “pubblica” per eccellenza in Italia c’è già: l’Alitalia. Lì è tutto pubblico: debiti, disservizi e sfascio. Grazie, abbiamo già dato.

    8. Pubblico è la “public company”, non una nuova Iri delle reti. Di interesse pubblico non è come ripianare i debiti di Tronchetti, che di Telecom possiede il 1.2 per cento, ma come non farli pagare a chi possiede il restante 98.8 per cento del capitale. Il pubblico è là fuori, nel famigerato mercato.

    9. Il fatto è che la sinistra non può cavarsela aggiungendo semplicemente un po’ di libertà al suo cavallo di battaglia dell’uguaglianza. Perché senza la libertà oggi ti scordi pure l’uguaglianza. Lo stato non è più la soluzione dei problemi, è sempre più spesso il problema.

     

    Cito solo qualche dato per il confronto con un paese , UK, che ha scelto il mercato. Ognuno di loro produce 36.590 dollari di ricchezza all’anno contro i nostri 31.400: siamo ormai sotto la media degli europei occidentali e prossimi al sorpasso spagnolo. Se faccio la somma per 4 persone, una famiglia italiana perde ogni anno 20 mila dollari rispetto a una inglese. Vuoi vedere che il mercato è di sinistra?

     

    Rispettandone le regole, la Gran Bretagna l’anno scorso ha attratto 165 miliardi di dollari di investimenti stranieri contro i 16 dell’Italia: dieci volte tanto. Non stupisce, in un paese in cui le trattative private con potenziali investitori stranieri finiscono in un comunicato del pres-del-cons!

     

     

     

    FT: CON IRONIA SPIEGA LE 8 REGOLE D’ORO PER INVESTIRE IN ITALIA

     

     

     

    Le detta il Financial Times all’interno del suo speciale sulla corporate Finance, in cui spiega ironicamente ma realisticamente le “cose da fare e da non fare” a tutti coloro che stanno pensando di entrare nel mercato italiano, prendendo come spunto la vicenda che coinvolge Abertis ed Autostrade. Il quadro che ne esce e’ svilente ma assolutamnete corrispiondente all’Italia. “State pensando di presentare un’offerta per qualche infrastruttura italiana? – si legge sul quotidiano britannico – Allora tenete presente queste linee guida”. Ed ecco gli otto consigli che, ironicamente, rappresentano i problemi in cui possono incorrere gli investitori esteri in Italia:

     

    1. 1. Siate disposti a sopravvivere ai politici locali, che potrebbe diventare prima o poi pericolosi ;

    2. 2. deve essere cosciente che “la procedura può richiedere molto tempo”, Impara dal comportamento paziente che Abertis sta mettendo in campo nella sua offerta per Autostrade, nel limbo da sei mesi a questa parte;

    3. 3. Fatti dare buoni consigli legali. Voleranno minacce di cause legali ed iniziative legislative, visto il rischio di contenziosi giuridici, quindi avrai bisogno di sapere quando ignorarle e quando tenerne conto;

    4. 4. Sii pronto a giocare da solo. Il fondo britannico Stirling Square si è trovato isolato per mesi, mentre i funzionari milanesi e il management di Aem erano invischiati in discussioni (sul destino di Metroweb, asset di fibra ottica di Aem, ndr);

    5. 5. Sii gentile. Abertis ha ridotto molte delle difficoltà rimanendo sempre rispettosa e di poche parole;

    6. 6. Fai concessioni politiche. Uno dei modi in cui Stirling Square alla fine ha vinto le resistenze del sindaco di Milano su Metroweb è stato grazie alla promessa di fibra gratis per l’area municipale;

    7. 7. Le conoscenze contano ancora molto in Italia, quindi prova a trovarti un consulente locale o una banca internazionale con un ottima serie di accordi già fatti in Italia;

    8. 8. Ricordati che l’accordo non è chiuso fin quando il contratto non è firmato. I politici spesso rimettono “tutto in gioco all’ultimo momento”.

     

     

    Nel reportage da Milano, Ian Limbach, l’autore, spiega che nel nostro Paese “numerosi investimenti privati sono stati fatti deragliare da opposizioni politiche giudiziarie e legali, creando uno stato di incertezza per gli investitori stranieri”.

     

    Un grande giornalista fece alcune osservazioni, non ricordo il nome ora:

     

    Adam Smith. “Non è dalla benevolenza del macellaio, del birraio e del fornaio che ci aspettiamo il nostro pranzo, ma dal fatto che essi abbiano cura del proprio interesse”, scriveva nella Ricchezza delle Nazioni. Oggi nessuno si aspetta corse gratuite dai tassisti né cause gratis dagli avvocati. Ma quando gli stessi aggrediscono un ministro o paralizzano una città, ci si chiede quale sia la “mano invisibile” che li guida. Probabilmente quella dell’egoismo sociale e oligopolistico, che li spinge a difendere comunque, senza se e senza ma, l’interesse particolare della corporazione. Non certo quella della società aperta e del libero mercato che, come insegnava lo stesso Smith, consentiva alle categorie produttive di promuovere comunque, anche “senza saperlo e senza volerlo, l’interesse generale della società”. Sul piano etico, chiunque lavori ha il diritto pieno e incontestabile di difendere i propri interessi. Qui non c’entra la tessera di partito, ma conta solo l’esercizio della democrazia. Ma questo è il punto. La democrazia non nega, contempla il conflitto. Purché il dispiegarsi del conflitto avvenga secondo le regole, e la difesa di un interesse soggettivo non si traduca in un danno intollerabile per l’interesse collettivo. In questo sclerotizzato Sistema-Paese, che ci costa almeno 22 miliardi di euro all’anno in termini di mancata deregulation, ci sarà sempre qualcuno (piccola lobby o Potere Forte, ordine professionale o sindacato confederale) pronto a spiegare al governo di turno che qualunque modifica del suo status quo è un maleficio.

     

    Il fatto che il socialismo irreale. Con manovre da veri illusionisti, questo governo distrugge ricchezza ed estende l’area del parassitismo di Stato – Il metodo-Silvan è in atto per quel che riguarda il pubblico impiego, al quale il governo ha risposto appostando i 2,8 miliardi per il nuovo contratto che inizialmente non erano previsti, ma testualmente riservandoli al biennio che scade al 2008: la commedia finirà con un nuovo regalo alla Fiat, oltre alla mobilità lunga a spese nostre per alcune migliaia di suoi dipendenti, e cioè con la reintroduzione degli incentivi alla rottamazione dei vecchi veicoli non di standard Euro4,e dunque più inquinanti. La parabola migliore del socialismo irreale è quella disegnata ieri dalle parole di Visco riservate all’Alitalia. Non solo abbiamo dilapidato 14 miliardi di euro sull’altare della compagnia di Stato negli ultimi vent’anni. Oggi Visco ci dice che l’unico rimedio è fonderla con AirOne, cioè l’unico concorrente italiano nato in questi anni. Grazie alle follie dispendiose della compagnia pubblica, invece di farla fallire come hanno fatto svizzeri e belgi dovremo ora farle mangiare il concorrente e tornare al monopolio. Le Ferrovie dello Stato si sono ieri prenotate per analogo trattamento, chiedendo altri 6 miliardi di euro dalle nostre tasche.

     

     

    Basta con le corporazioni!  Ad iniziare, ovviamente, da quelle rappresentate dai partiti, dai sindacati, dai giornalisti, dai notai, ecc., e, ovviamente, da quella casta burocratica che alberga negli uffici pubblici e che sembra abbia come scopo quello di complicare la vita ai comuni mortali.

    Le “pratiche” burocratiche costano alle aziende 10 miliardi di euro l’anno; secondo il Censis avviare una impresa in Italia costa 17 volte di piu’ che in Gran Bretagna, il che significa 17 euro contro 1 euro; moltiplicato per 10, 100 o 1000, si ha la cifra indicata complessivamente: 10 miliardi di euro. Per mettersi in proprio in Italia, servono oggi dalle 58 alle 80 autorizzazioni; soltanto per ottenere una concessione edilizia si impiegano dai nove ai ventisette mesi. C’e’ una proposta di legge, a firma del presidente della Commissione Attivita’ Produttive della Camera dei Deputati, Daniele Capezzone, che ridurrebbe a 7 giorni i tempi per l’apertura di una impresa: si tratterebbe dunque di una sorta di rivoluzione per il Belpaese.

     

     

     

     

    MANCATE INFRESTRUTTURE COSTANO 200 MLD AL 2020 ONERI PER COLLETTIVITA’ SU RIFIUTI, ENERGIA E VIABILITA’ – Non realizzare alcune infrastrutture e impianti strategici per l’Italia nei settori dei rifiuti, dell’energia e della viabilità, funzionali ad un disegno di sviluppo al 2020, costa quasi 200 miliardi di euro, più che farle. E’ la stima contenuta nel rapporto 2006 stilato da ‘Agici Finanza di impresa’ su “I costi del non fare” in termini di oneri che gravano sulla collettività a causa di mancate o ritardate realizzazione di opere. In particolare, ammontano a 28 miliardi i costi per mancate opere nel settore dei rifiuti, a circa 40 miliardi nell’energia e a 130 miliardi nella viabilità autostradale. In alcuni casi, si legge nel rapporto, i costi totali (economici, ambientali, sociali) sono assai superiori agli investimenti necessari:

     

     

    Nelle autostrade e tangenziali a pedaggio, per esempio, il non fare investimenti per 34 miliardi può costarne al nostro Paese ben 133, mentre per portare l’Italia alla media europea sono necessari 1.300 chilometri di autostrade a pedaggio.

     

     

    Affrontando il comparto ambientale, lo studio spiega che per i rifiuti urbani, “pur ipotizzando non facili livelli di raccolta differenziata (65%) sono necessari cento termovalorizzatori di medie dimensioni e 80 impianti di compostaggio. Non realizzare questi impianti, oltre a far sopportare costi per 28 miliardi di euro, renderebbe non raggiungibile l’obiettivo di discarica zero. Per quanto riguarda i rifiuti industriali del settore cartario, due termovalorizzatori darebbero benefici per un miliardo”.

     

     

    Riguardo all’energia, 40 miliardi nell’energia , “essenziali appaiono da 2 grandi a 5 medie centrali a carbone; non farle costerebbe al Paese dai 4 ai 7 miliardi di euro; 16 centrali a gas sono necessarie e non farle costa da 2 a 10 miliardi; gli investimenti nella rete elettrica sono fondamentali per utilizzare le strutture esistenti. Gli sbottigliamenti ottenuti con le nuove linee sono cruciali anche per evitare nuovi investimenti in capacità generativa. Il non fare costerebbe 15,6 miliardi di euro. Tre impianti di rigassificazione sono necessari e la loro assenza costerebbe al Paese 5,9 miliardi di euro”.

     

    I  nostri problemi non dipendono da un ammontare inadeguato di risorse pubbliche destinate all’istruzione scolastica». «Pesano carenze nell’organizzazione e nella motivazione del personale». «Nell’università i tassi di abbandono sono pari al 60%, ossia a quasi il doppio della media dei Paesi Ocse». «…parte del problema sta nelle elevate rendite di cui godono alcune professioni, rendite che distorcono le scelte delle famiglie, e nella insufficiente domanda di qualifiche tecnico-scientifiche alte da parte delle imprese».

     

     

     

     

    ITALIA ULTIMA RUOTA DEL CARRO.
    E CIGOLIAMO PURE

    O si smantella la “vecchia Italia” o il nostro destino collettivo è già scritto:

    di Giuseppe Turani

    http://www.wallstreetitalia.com/articolo.asp?ART_ID=422772

     

    Non si va da nessuna parte. Per questo si dovrà mettere mano allo smantellamento della “vecchia Italia”, di quell´Italia, cioè, dove ognuno si è scavato una posizione di rendita e dentro quella campa (in molti casi pagando poco o niente tasse) – Tutti sono contenti perché finalmente è arrivata la crescita. La si aspettava da tanto e ci siamo. Manca ancora un mese alla fine del 2006 e di mezzo c´è l´importante (per i consumi e la produzione) scadenza del Natale, ma i conti possono già essere fatti senza timore di sbagliare.

     

    Quest´anno la crescita sarà dell´1,7-1,8 per cento. Un bel colpo, non c´è dubbio, rispetto allo zero o quasi zero fatto segnare negli anni scorsi. Le aziende lavorano un po´ di più. E gli italiani, nel loro complesso, pagano una montagna di tasse in più (un po´ perché c´è la ripresa, un po´ perché forse hanno davvero paura di Visco). Insomma, la nave Italia ha ripreso il mare e naviga. Tutti contenti, come si diceva.

     

     

     

    Ma naturalmente c´è anche l´altra faccia della medaglia. Non si può dimenticare, nemmeno in un momento tutto sommato felice come questo, che se l´Italia quest´anno fa segnare una crescita dell´1,7-1,8 per cento, la media europea è significativamente più alta: 2,7 per cento. Si torna a crescere insomma (insieme agli altri), ma siamo sempre gli ultimi della classe.

     

     

    E qui vengono a galla tre problemi: due pratici e uno politico.

     

     

    I due pratici sono appunto che siamo ancora molto lenti e che, se si fa la media degli ultimi sette anni, si scopre che siamo cresciuti al ritmo di poco più dell´1 per cento anno. Esiste cioè un ritardo di competitività da recuperare (siamo ultimi) e esiste un ritardo per la strada che si è fatta fino a oggi (1 per cento di media per sette anni di fila). Insomma, finalmente si è vista un po´ di ripresa, ma siamo sempre l´ultimo vagone del convoglio e abbiamo accumulato rispetto agli altri un ritardo intollerabile.

     

    La questione politica riguarda le due appena accennate. E può essere riassunta come segue: è vero che l´Italia ha svoltato (finalmente c´è la crescita), ma è anche vero che è ancora lì che zoppica, che arranca faticosamente dietro al resto dell´Europa. Non siamo nel gruppo di testa e nemmeno in quello di mezzo. Tutto questo comporta che la politica cambi rapidamente registro. Qui non si tratta di fare grandi dibattiti su come distribuire la poca ricchezza che si riesce a produrre. Qui si tratta di trovare la maniera di riportare l´Italia se non nel gruppo di testa, almeno in quello di mezzo.

     

    Insomma, trovare il modo di imprimere alla nave Italia una velocità di crociera decente. Trovare il modo (politico) di slegare un po´ di più il paese. Paese che risulta ancora schiacciato e soffocato da una serie di fenomeni che potremmo definire come “oneri impropri” (ma pesanti):

    1. Abbiamo un debito pubblico accumulato che ogni anno divora risorse come un gigante affamato.

    2. Abbiamo una scuola che costa un occhio della testa in cambio di un prodotto finale (i laureati) miserevole.

    3. Abbiamo grandi comparti del paese (dall´energia alle telecomunicazioni) che impongono ancora al consumatore tariffe troppo elevate o servizi modesti.

    4. Abbiamo alcune strutture fondamentali (come Alitalia e Ferrovie) che costano un patrimonio e funzionano malamente.

    5. Abbiamo una vasta schiera di professionisti e artigiani che, forti delle loro posizioni di quasi monopolio (o di corporazione), godono di ricavi di rendita assurdi.

    6. Abbiamo un apparato di dipendenti pubblici fuori dalla norma, che ogni anno divora risorse come un gigante affamato

    7. Abbiamo Infine, una burocrazia tremenda, se è vero che ci vogliono più di 70 autorizzazioni per aprire una carrozzeria.

     

     

    Un paese con tutti questi “oneri impropri” non va da nessuna parte. Lo abbiamo visto anche nel corso di questo 2006. Anche in presenza di una forte ripresa mondiale e di un robusta ripresa europea, alla fine non si è arrivati nemmeno al 2 per cento di crescita. E questa era un´occasione, sulla carta, di volare vicino al 3 per cento, come del resto ha fatto l´Europa nel suo complesso.

     

    In sostanza, quindi, nel 2007, a meno che non ci si voglia rassegnare a essere l´ultimo vagone del convoglio, si dovrà mettere mano allo smantellamento della “vecchia Italia”, di quell´Italia, cioè, dove ognuno si è scavato una posizione di rendita e dentro quella campa. In molti casi pagando poco o niente tasse.

     

    Sono abbastanza consapevole che tutto questo comporta una serie di conflitti spaventosi con buona parte del paese. Come sono consapevole che la politica non è fatta da marziani arrivati ieri sera e dotati di superpoteri. Ma veramente siamo arrivati a un momento cruciale. O si smantella la “vecchia Italia” o il nostro destino collettivo è già scritto: si andrà avanti sempre con una crescita di un punto di un punto e mezzo (a seconda degli anni) sotto lo standard europeo.

     

    Si rischia, in parole semplici e comprensibili a chiunque, di finire ai margini dell´Europa e diventare, davvero e per sempre, una sorta di palla al piede dell´Europa. Una sorta di parente malato e un po´ tonto. I numeri del 2006 stanno lì a dimostrarlo.

    La strada, quindi, è segnata e chiara: bisogna procedere con una certa crudeltà a smontare tutte le posizioni di rendita, grandi e piccole. Tutto questo comporterà infiniti conflitti. Ma la politica esiste appunto per questo.

     

     

    TORNAIL PALAZZO

    di Ezio Mauro

     

    http://www.wallstreetitalia.com/articolo.asp?ART_ID=428597

     

     

     

    Da ieri, con la denuncia del Capo dello Stato Napolitano, la questione è posta, e non è più possibile eluderla. Le parole sono chiare: preoccupazione per il “distacco” tra politica, istituzioni e cittadini;  allarme per la “tenuta” dello stesso sistema democratico. È dunque una questione di democrazia, quella che pone il Presidente. Potremmo dire che siamo davanti al rischio conclamato di una regressione democratica.

     

     

     

    1. Guidando il governo, la sinistra ha la responsabilità del disincanto nel paese, e la legge finanziaria ne è il detonatore, mentre l´impopolarità del governo rischia di essere la nuova cifra del rapporto tra i cittadini e lo Stato, tornato Palazzo trent´anni dopo. La Finanziaria ha senz´altro un elemento di rigore positivo. Ma il senso generale che si è depositato nel Paese è fortemente negativo, e questa negatività che separa Stato e cittadini sovraesponendo la leva delle tasse è il nocciolo della questione politica di oggi.

    2. La destra sbaglia però cercando un lucro immediato di questa crisi.

    3. Epifani e Montezemolo? Non contano.

     

     

    Nella distanza tra Stato e cittadini, nel disincanto, persino nella protesta che Berlusconi ha portato in piazza c´è, evidente, qualcosa di più generale, di sistemico, che intacca le istituzioni e corrode lo stesso discorso pubblico, senza distinzioni.

    È la fine di ogni intermediazione riconosciuta e accettata, sia di tipo organizzativo sia di sistema culturale, che genera solitudine politica. Ed è la percezione di un mancato riconoscimento di pezzi di società ribelli ad un modello concertativo asfittico, se pensa di racchiudere l´Italia del nuovo secolo in un accordo con Montezemolo ed Epifani. È, ancora, la coscienza di un´esclusione dalla dimensione primaria della politica, perché la partecipazione semplicemente non è prevista, a destra come a sinistra: e la campana di Mirafiori suona per tutti, come richiesta estrema, finale di rappresentanza.

     

    La differenza tra destra e sinistra è che Berlusconi può fingere di interpretare il risentimento democratico come politica, perché in realtà l´antipolitica è una forma di espressione primaria del populismo, mentre Prodi non può. Prodi e i leader della sinistra devono giocare il tutto per tutto puntando subito sulla carta del partito democratico come apriscatole di un sistema bloccato, come nuovo linguaggio politico, baricentro di una cultura di riforme che oggi l´Unione non ha. Non c´è un´altra strada. Anche perché governare in nome della sinistra e assistere a questo sentimento progressivo di perdita della cittadinanza prima ancora che un´impossibilità numerica è una contraddizione concettuale, culturale e politica.

     

     

    2007 Rapporto dell’Eurispes

     

    Italia un paese che oscilla tra spinte innovative e la conservazione dei privilegi acquisiti

     

    Italia a rischio “deriva feudale”
    Ma uscire dal declino è possibile

     

    Emerge un maggiore ottimismo sulle istituzioni e sull’economia
    Criminalità minaccia più grave: 1 su 5 ha subito un reato nel 2006

     

    di ROSARIA AMATO

     

    http://www.repubblica.it/2007/01/sezioni/economia/eurispes-rapporto/eurispes-rapporto/eurispes-rapporto.html

     

    http://www.eurispes.it/

    http://www.eurispes.it/indiceRapportoItalia.asp?val=4

     

    http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Attualita%20ed%20Esteri/Attualita/

     

    http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Attualita%20ed%20Esteri/Attualita

     

    Il 68 per cento degli italiani dice sì all’eutanasia. A dirlo è il ‘Rapporto Italia 2007’ redatto dall’Eurispes e presentato oggi a Roma, precisando che la percentuale dei favorevoli in 20 anni è più che raddoppiata. Coloro che si esprimono in maniera contraria rappresentano invece il 23,5 per cento del totale, mentre l’8,5 non ha saputo o voluto rispondere. Nel sondaggio dell’Eurispes del 1987 la situazione era ribaltara: in quell’anno il 40,8 per cento era contrario all’eutanasia; il 24,5 era favorevole e il 18,3 si dichiarava favorevole solo in casi disperati

     

    La società complessa sembra opporre forte resistenza al lavoro di ricerca sociale: ogni lettura ideologica forte è destinata ad essere in breve falsificata dall’altissimo numero dei fattori in gioco e dall’inestricabile rete che li intreccia e li organizza su piani diversi. Ciò non significa, tuttavia, che si debba rinunciare a priori ad una lettura macro-sociologica della realtà, ad una lettura per blocchi di fenomeni e per grandi processi di trasformazione.

    Alla base del Rapporto Italia c’è la consapevolezza e la conseguente capacità di non cedere al fascino di un punto di osservazione forzosamente unificante. Il nostro lavoro è, piuttosto, il tentativo di compenetrare fra loro prospettive diverse, di seguire, finché‚ le tracce lo rendano plausibile, diversi percorsi, di costituire provvisori piani di comprensione e spiegazione dei fatti. Come strumenti di lavoro e di orientamento (ma solo in quanto tali) ogni anno isoliamo sei polarità sociali che, per ragioni diverse, ci sembrano decisive nell’attualità del caso-Italia, benché‚ in nessun caso «decisivo» voglia dire «unico» o «insostituibile».

    La prima cosa che bisogna dire circa la struttura del Rapporto riguarda, dunque, la scelta metodologica e culturale di individuare quella che abbiamo chiamato «la dialettica degli opposti». La scelta merita una qualche spiegazione. Nella difficoltà di rappresentare la complessità, abbiamo operato sui luoghi «estremi» dei processi sociali, nella convinzione che ai confini le logiche sociali si decantino e mostrino con maggiore evidenza la loro forza o la loro debolezza.

    La dialettica degli opposti ha questo innegabile vantaggio che, abbandonando il sogno statistico della media, mostra le polarità e gli intrecci fra i termini estremi. Ovviamente c’è anche un limite: quello di tenere in minore considerazione il corpo centrale della problematica, ma questo è il prezzo che il Rapporto ha deciso di pagare allorché‚ ha fatto la sua scelta metodologica e culturale.

    I diversi saggi operano al proprio interno un taglio di lettura, disegnano un percorso di riflessione e considerazioni. Si può dire che essi stanno, rispetto al tema considerato, tanto in una relazione di carattere generale che in una di carattere specifico e particolare. Questo carattere parziale e, quindi, di proposta dei singoli saggi ha richiesto che la struttura del Rapporto venisse arricchita da ulteriori elementi: le schede. Le diverse schede realizzate sono tutte riconducibili ai saggi base, ne costituiscono, per così dire, il prolungamento fenomenologico, ma al tempo stesso rappresentano il punto di partenza concreto per una lettura critica dei saggi stessi

     

    Un Paese neofeudale governato da un premier che, “come gli imperatori tedeschi, regna ma non governa”. Una società che riflette la logica dei reality televisivi, dove per eccellere possono bastare “un’infarinatura di tutto e una conoscenza di niente”, purché si abbia “grinta” o si vada “al di sopra delle righe o delle regole”. Una grande voglia “di lasciarsi alle spalle quell’atmosfera di declino” che grava sull’Italia ormai da diversi anni, e che deve però fare i conti con “ritardi, con le fragilità strutturali ma soprattutto con una classe dirigente inadeguata”. E’ così che l’Italia appare nel Rapporto 2007 presentato stamane a Roma dall’Eurispes.

    Spinta all’innovazione e desiderio di conservazione . Se nell’edizione del 2006 del Rapporto si parlava di declino quasi inesorabile, quest’anno si segnala invece la “spinta interiore” del Paese, intesa come “il desiderio cosciente di guarire da una affezione”, spiega il presidente dell’Eurispes Gian Maria Fara, citando Spinoza. Però si riscontra anche “una spinta altrettanto forte alla conservazione”, alimentata dalle “resistenze di coloro che considerano l’innovazione, le riforme e il cambiamento come un pericoloso nemico capace di mettere in discussione i vantaggi e le rendite di posizione acquisite nel tempo”, osserva Fara.

    Italiani leggermente più ottimisti per il 2007.I sondaggi Eurispes sulla fiducia degli italiani nelle istituzioni hanno rilevato un leggero miglioramento rispetto all’anno precedente. Se infatti nel 2005 il 49,2 per cento aveva dichiarato una “sfiducia generalizzata” nelle istituzioni, tale percentuale nel 2006 scende al 46,7 per cento. Raddoppia inoltre, passando dal 4,1 al 9,9 per cento, la percentuale di coloro che si dichiarano maggiormente fiduciosi. In dettaglio, gli italiani si fidano molto del presidente della Repubblica (63,2 per cento), poco (38,1 per cento) o niente (28,6 per cento) del governo (ma anche in questo caso si registra un miglioramento di pochi punti percentuali), poco del Parlamento e della magistratura. Si fidano molto delle associazioni di volontariato (78,5 per cento), delle forze dell’ordine (73,5), della Chiesa e delle altre istituzioni religiose (60,7 per cento, in calo tuttavia rispetto al 66,1 per cento del 2006).Il ceto medio tra indebitamento e scelte low cost . Nell’analizzare le difficoltà del ceto medio, schiacciato dal declino economico del Paese e da quella che viene descritta come “una struttura a deriva feudale”, il Rapporto Eurispes evidenzia però anche dei tentativi di “emersione”. Innanzitutto è leggermente migliorata la percezione della propria situazione economica: a definirla stabile è il 56 per cento degli intervistati, ed è la prima volta in cinque anni che tale percentuale non cresce rispetto all’anno precedente, segnala il Rapporto.

    Questo non significa che ci siano miglioramenti, significa soprattutto che il ceto medio ha elaborato alcune strategie di sopravvivenza. Da un lato il credito al consumo, in costante aumento (solo quello erogato dalle banche è cresciuto tra il 2002 e il 2006 del 77 per cento): l’Eurispes stima che il ricorso delle famiglie a questo tipo di prestiti aumenterà nel 2007 dell’11,9 per cento, e il ricorso ai mutui dell’11,6 per cento.

    Dall’altro, si fa sempre più spesso ricorso a scelte che l’Eurispes definisce in blocco ‘low cost’, citando Ryanair per i viaggi aerei, Ikea per l’arredamento, Skype per la telefonia. E segnalando fenomeni in crescita, come quello del ‘couchsurfing’, che permette di viaggiare a costo zero dando in cambio la propria disponibilità per “lavori di casa, preparazione di piatti tipici della propria nazionale e la promessa di ricambiare l’ospitalità”.

    La criminalità temuta più delle difficoltà economiche . Per la prima volta dopo molti anni, rileva l’Eurispes, al primo posto tra le preoccupazioni degli italiani non c’è più l’elevato costo della vita ma la criminalità organizzata. Infatti un italiano su cinque (il 19 per cento degli intervistati) è stato vittima di almeno un realto nel 2006: nel 21,7 per cento dei casi si tratta di furti in casa o furti dell’automobile o del motorino, seguiti da scippi e borseggi e minacce. In testa ci sono però (27 per cento) le truffe, dalle clonazioni di carta di credito o bancomat alle truffe su Internet.

    E’ tramontata l’idea della legalità . A rendere più minacciosa la criminalità per gli italiani è la percezione che l’Italia sia un paese nel quale “è tramontata un’idea condivisa di legalità”. Il 22 per cento degli intervistati ritiene che questo sia dovuto al deterioramento del tessuto socio-economico.  Fa sempre più paura inoltre la criminalità organizzata: un quinto degli omicidi in Italia è “mafioso”. L’Eurispes ha anche elaborato un “indice di penetrazione mafiosa”, che vede al primo posto Napoli, al secondo Reggio Calabria e al terzo Palermo.

    Una rivoluzione culturale per uscire dal declino. Di cosa ha bisogno l’Italia per uscire da quello che l’Eurispes definisce senza mezzi termini come “un quinquennio di declino vero”? Il Rapporto dà alcune indicazioni: una maggiore equità fiscale, “scoprendo tutte le carte truccate del meccanismo impositivo nazionale, fatto non solo di sommerso ed evasione fiscale, ma anche di forme elusive sfruttate con grande maestria e sapienza da singoli e società”. L’Eurispes ha calcolato che nel 2007 “il maggior carico per gli onesti sarà tra 9,5 e 10 punti percentuali in più rispetto alla pressione consueta”. Cioè chi paga le tasse le pagherà ancora di più per chi non lo fa e non lo farà.

    Ancora, l’Istituto suggerisce un efficace riordino del sistema pensionistico, un nuovo patto tra famiglie e imprese che passi anche attraverso una netta divisione tra flessibilità (vera) e precarizzazione, e una valorizzazione del capitale professionale e umano. E ancora, una maggiore efficienza della Pubblica Amministrazione e della giustizia, e una efficace politica dell’immigrazione. “Una rivoluzione culturale e politica nello stesso tempo di cui l’Italia ha un enorme bisogno”, conclude Fara. Per non sprofondare ancora di più in “un declino economico, sociale e morale che a qualcuno fa paventare il pericolo di una deriva populista e demagogica

     

     

    Eurispes: due italiani su tre bocciano l’indulto. Due italiani su tre sono contrari all’indulto, più della metà lo ritiene un provvedimento non indispensabile. Dalle prime anticipazioni dei contenuti del « Rapporto Italia 2007» dell’Eurispes, che sarà presentato a Roma il 26 gennaio, emerge che il provvedimento di clemenza ha rappresentato nel comune sentire una lesione profonda del sistema di giustizia nazionale. «La legge sull’indulto – spiega Gian Maria Fara, presidente dell’Eurispes – ha sicuramente fornito un contributo non irrilevante alla disaffezione istituzionale avvertita da gran parte dell’opinione pubblica». Per il 59,7% del campione il provvedimento ha influito negativamente sulla fiducia dei cittadini nella giustizia, il 59,2% ritiene che il provvedimento di clemenza, mettendo in libertà un alto numero di detenuti, abbia generato seri problemi di sicurezza per i cittadini. La sfiducia nella giustizia e il crescente senso di insicurezza riguardano gli elettori di tutti gli schieramenti politici con una oscillazione che va dall’80% degli elettori di destra e di centro al 60% di quelli di sinistra. Il condono ha riscosso più consensi nel Centro Italia (20,3%) e nelle isole (17,4%), piuttosto che al Sud (9,5%) e al Nord (13 per cento).

    Mentre il Guardasigilli Clemente Mastella annuncia dal seminario di Caserta l’impegno per la riforma dell’ordinamento giudiziario entro il 31 luglio 2007, la giustizia appare al collasso: la durata media dei processi è pari a 35 mesi per il giudizio di primo grado e a 65 per quello di appello. Nel periodo 2001-2004 le cause civili dinanzi ai giudici di pace sono aumentare del 64%, quelle in Corte d’appello del 122%, quelle in Corte di cassazione del 33 per cento. Le cause penali sono aumentate del 16% in istruttoria, del 60% in prima istanza, del 24% in appello e del 4% in Cassazione. Dieci milioni i processi pendenti, 4 milioni civili e 6 milioni penali, 700mila le condanne definitive non eseguite. Dai dati emerge che la macchina della giustizia è fortemente indebitata, i mezzi finanziari a disposizione sono inadeguati al fabbisogno ordinario delle procure, il debito complessivo del ministero della Giustizia ammonta a 250 milioni di euro.

    Nel 2005 oltre l’80% delle condanne sono risultate pari o inferiori a 3 anni o a 10mila euro di pena pecuniaria, dunque circa 4/5 dei processi pendenti per reati commessi entro il 2 maggio 2006 si concluderanno in caso di condanna con la formula «pena interamente condonata». Lo studio dell’Eurispes precisa che la mole dei provvedimenti che rientrano nell’indulto non potrà essere definita prima dei 5 anni. Fra il 1996 e il 2006 la popolazione carceraria ha avuto un incremento del 25,3 per cento. Il giorno prima dell’entrata in vigore dell’indulto la popolazione carceraria registrava 60.710 detenuti, il 33% stranieri, il 27,1% tossicodipendenti, a fronte di una capienza di 43.213 unità.

    A distanza di un mese erano stati scarcerati 16.568 detenuti, compresi un migliaio in semilibertà. Altri 7.178 erano stati scarcerato essendo in custodia cautelare nei mesi di applicazione dell’indulto. Altri 17.423 erano già fuori dal carcere per misure alternative, cessate per effetto dell’indulto. Inoltre 4.757 hanno usufruito del provvedimento di clemenza per uno o più titoli di detenzione, ma sono rimasti in carcere per altre condanne. Sono stati, inoltre, 480 i detenuti ammessi a misure alternative per effetto del provvedimento.

    Gli effetti positivi del provvedimenti sono stati quelli di alleggerire la pressione sull’apparato carcerario, riportando la popolazione carceraria al di sotto di circa 4mila unità rispetto alla capienza regolamentare, accanto a quelli economici, visto che ogni detenuto costa allo Stato circa 120 euro al giorno. Alla data del 9 novembre 2006 sono risultati rientrati in carcere il 6,5% di coloro che avevano usufruito dell’indulto, pari a 1.570 persone, cifra ritenuta fisiologica dagli esperti.

    Nell’intero territorio nazionale è stata registrata una lieve flessione dei reati nel trimestre successivo all’indulto, mentre nelle 4 metropoli più critiche dal punto di vista della criminalità urbana è stato registrato un aumento (da 82.770 reato a 100.344). Flessione a Milano, aumenti non allarmanti a Roma e Palermo, aumento forte a Napoli: nel capoluogo campano i reati sono aumentati da 24.394 del periodo agosto-ottobre 2005 ai 44.034 del periodo corrispondente del 2006.

    Sette italiani su dieci sono favorevoli all’eutanasia: lo segnala un sondaggio Eurispes presentato al Senato come anticipazione del Rapporto Italia 2007, che avverte già dai primi anni Ottanta il cambiamento di tendenza. I contrari rappresentano invece il 23,5% del totale, mentre uno su dieci (8,5%) non ha saputo o non ha voluto dare una risposta. Rispetto allo scorso anno i favorevoli sono aumentati, facendo registrare un incremento di ben 26 punti percentuali. Il 74,7 per cento degli italiani (tre su quattro) esprimono parere favorevole all’introduzione del testamento biologico, previsto da un recente disegno di legge.
     

     

    Rapporto Eurispes 2006

     

     

    L’Italia non cresce più
     

     

    http://www.rassegna.it

     

    http://www.rassegna.it/2006/attualita/articoli/eurispes.htm

     

    Un paese di nuovi ricchi con intere fasce di popolazione impoverita, messe in ginocchio da un tasso d’inflazione arrivato a una crescita complessiva del 23,7% negli ultimi 4 anni e da un’erosione del potere d’acquisto che non si rimargina. Un paese che produce sempre meno (la produttività del lavoro, nell’ultimo decennio, è calata del 10,8%). E che (lo sanno anche i bambini, ormai) investe briciole in ricerca. Questo il cupo ritratto dell’economia italiana che emerge dal Rapporto 2006 Eurispes presentato oggi a Roma. Per il Presidente dell’istituto di ricerca, Gian Maria Fara, l’Italia «non riesce a trasformare la propria potenza in energia. E’ un paese dalle grandi risorse e dalle grandi potenzialità che non riesce a esprimere e ad affermare un progetto di crescita e di sviluppo. Che non riesce ad individuare un percorso originale al quale affidare il proprio futuro, afflitto dalla difficoltà di attuare un’aristotelica trasformazione della potenza in atto».

     

    La ricerca segna il passo «L’aspetto più macroscopico dell’andamento negativo della nostra economia negli ultimi anni – sottolinea l’Eurispes nel Rapporto – è l’allargamento del divario tra l’Italia e il resto del mondo e il peggioramento del paese nella gerarchia della competitività nazionale sullo scenario mondiale». L’istituto calcola che nel decennio 1994-2004 la spesa per la ricerca in Italia si è attestata su valori intorno all’1% del Prodotto interno lordo annuo. Senza considerare i paesi extra europei (il Giappone ha speso il 3,1% del Pil e gli Stati Uniti il 2,6%), la Svezia (4%) e la Finlandia (3,5%), spendono in Ricerca e Sviluppo più del triplo di quanto spende l’Italia. Oltre il doppio, invece, spendono Danimarca e Germania (rispettivamente 2,6% e 2,5% del Pil).

     

    E la produttività cala da dieci anni In 10 anni la produttività del lavoro è calata del 10,8%. E l’Eurispes evidenza che si prevede un andamento decrescente anche per il 2006 e il 2007. «Nel periodo 2000-2005 – sottolinea il Rapporto – si è registrato in Italia un clima generale di stagnazione e di decremento dei valori dell’apparato industriale, con particolare riferimento ai settori del cuoio e pelle (-31% in termini di valore aggiunto rispetto al 2000), della produzione di macchine elettriche (-28,7%) e quello dei mezzi di trasporto (-21,3%). Di pari passo, si è assistito al calo generalizzato del numero degli addetti nel settore industriale a livello nazionale con una riduzione del 2,7% dal 1999 al 2004 (-139.400 addetti)». Nel 2005, il tasso di crescita del Pil italiano soprattutto a causa della negativa performance industriale si è attestato su valori compresi tra lo 0,1% e lo 0,2%.

     

    Consumi e potere d’acquisto Le famiglie italiane hanno sperimentato nel corso del 2005 una rilevante riduzione del proprio potere d’acquisto, un fenomeno che si protrae ormai dal 2001. «Infatti – ricorda l’Eurispes -, sul fronte dei consumi familiari in soli dodici mesi il credito al consumo ha avuto una crescita del 23,4%, pari quasi a 47 miliardi di euro, nel 2005 e accentuando una tendenza già manifestata negli anni passati. Se, da una parte, si è registrata un’impennata dell’indebitamento delle famiglie italiane, dall’altra, non si è riscontrata una altrettanto visibile crescita dei consumi pro capite che hanno segnato, nell’ultimo biennio, incrementi modesti dell’ordine dell’1% annuo».

     

    Nel periodo 2001-2005 l’Eurispes ha calcolato una crescita complessiva dell’inflazione del 23,7% con una perdita di potere d’acquisto delle retribuzioni pari al 20,4% per gli impiegati, al 14,1% per gli operai, al 12,1% per i dirigenti e all’8,3% per i quadri.

     

    Aumentano le famiglie povere e a rischio povertà In Italia, secondo l’Istat, vivono in condizioni di povertà relativa ben 2 milioni e 674mila famiglie (l’11,7% delle famiglie residenti), pari ad un totale di 7 milioni e 588mila persone (il 13,2% della popolazione italiana). Oltre all’incremento del numero delle famiglie povere (+ 300mila) l’Eurispes stima che circa 2.500mila nuclei familiari siano a rischio povertà, l’11% delle famiglie totali, ben 8 milioni di persone. Il totale delle persone a rischio povertà e di quelle già comprese tra gli indigenti è allarmante: si possono stimare circa 5.200.000 nuclei familiari, all’incirca il 23% delle famiglie italiane e più di 15 milioni di individui, di questi quasi 3 milioni sono minori di 18 anni (circa 1.700mila minori sono già poveri e i restanti a serio rischio povertà).

     

    Prove tecniche di sopravvivenza. Per oltre il 58% degli italiani i soldi a propria disposizione non bastano ad arrivare a fine mese. Questo ha significato negli ultimi anni un profondo cambiamento degli stili di vita e comportamenti di consumo dei cittadini, costretti ad attuare delle vere e proprie tecniche di sopravvivenza e riducendo il livello di spesa per alcune voci. Per fronteggiare la carenza di risorse, la stragrande maggioranza degli italiani ha operato tagli non solo alle spese per il tempo libero (61,5%) e per viaggi e vacanze (64%), ma anche alle spese destinate ai regali (72%) o ai pasti fuori casa (oltre il 66%). Se il 74,4% ha limitato le uscite, molti hanno cercato di trasferire all’interno del proprio microcosmo privato i momenti di loisir solitamente consumati all’esterno: circa il 73%, ad esempio, ha sostituito la pizzeria o il ristorante con cene a casa di amici, il 63% ha rinunciato al cinema ed ha affittato un film da vedere a casa, il 50,4% ha visto/acquistato in Tv la partita che avrebbe voluto invece vedere allo stadio.

     

    La mappa dei nuovi ricchi.  L’Eurispes ha analizzato la distribuzione della ricchezza in Italia individuando quali categorie si sono maggiormente arricchite e quali hanno subito i maggiori contraccolpi della crisi economica. I nuovi ricchi si devono cercare soprattutto nei settori finanziario, assicurativo, immobiliare e dei servizi alle imprese: medi e grandi azionisti, brokers e consulenti delle società finanziarie e assicurative; medi e grandi azionisti delle società di telefonia fissa e mobile, concessionari e rivenditori di servizi telefonici; medi e grandi azionisti e manager delle aziende erogatrici di public utilities; concessionari/rivenditori di spazi pubblicitari televisivi e radiofonici e agenti pubblicitari del settore privato della comunicazione. Ma anche commercianti all’ingrosso e al dettaglio; imprenditori del settore dell’edilizia, immobiliaristi e agenti immobiliari; produttori e rivenditori di beni di lusso; titolari di centri estetici e beauty farm.

     

    Anche diverse tipologie di liberi professionisti come avvocati e consulenti legali dei settori finanziario, assicurativo e immobiliare, medici specialisti e dentisti, commercialisti e tributaristi hanno potuto sfruttare il ciclo economico di elevata inflazione adeguando verso l’alto in maniera pesante onorari, tariffe e parcelle professionali.

     

    Tra chi ha perso bisogna annoverare innanzitutto i piccoli risparmiatori, travolti da vere e proprie truffe finanziarie, alcune componenti del piccolo artigianato e della piccola distribuzione, i piccoli e medi imprenditori agricoli che non sono stati in grado di consorziarsi per ridurre i costi e aumentare il loro potere contrattuale nei confronti dei grossisti e dei rivenditori. La crisi del manifatturiero tradizionale, ha coinvolto oltre agli imprenditori di aziende non sufficientemente strutturate sul piano organizzativo, anche le maestranze specializzate e le piccole imprese contoterziste a conduzione familiare. Anche gli operatori dello spettacolo sono stati colpiti dalla crisi economica e nell’ultima Finanziaria hanno visto ridursi in maniera drastica il Fondo unico destinato a questo settore.

     

    La difficile congiuntura – si legge ancora nel Rapporto – ha investito in maniera rilevante ampie fasce di lavoratori dipendenti (impiegati e operai), che in molti casi attendono da anni il rinnovo del contratto nazionale di lavoro e, soprattutto, i lavoratori atipici e parasubordinati, il cui numero è fortemente aumentato negli ultimi anni grazie alle nuove riforme nel campo del diritto del lavoro. Tra quanti hanno perso vi sono i pensionati che, oltre a subire una forte perdita del potere d’acquisto, hanno dovuto farsi carico del sostentamento di figli e nipoti che a causa della precarizzazione dei rapporti di lavoro non riescono a far quadrare il proprio bilancio familiare

     

     

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    /indicatori-internazionali-quadro-generale/]

    link-La corruzione fuori dall’agenda politica [/url]

     

     

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    /06/acom/10ott3/2300marcofin.htm]

    link-Finanziaria e 4 nodi [/url]

     

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    2006/09/29/185/]

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