Giustizia e la Riforma dell’Ordinamento Giudiziario: Ecco i veri problemi

Giustizia e la Riforma dell’Ordinamento Giudiziario: Ecco i veri problemi  che questa classe politica dirigente nel suo totale non vuole affrontare.

 

Il disegno di legge delega per la riforma dell’Ordinamento Giudiziario e’ indecente!

 

 

 

Le misure predisposte dal Ministero della Giustizia non hanno nulla a che vedere con l’attuazione del principio costituzionale della durata ragionevole del processo, non eliminano le cause delle vere storture soprattutto della Giustizia Civile; sono in realtà ‘una truffa delle etichette’ come e’ stato giustamente notato da alcuni commentatori. Tutto cio’ certamente non potrà valere ad impedire una condanna ulteriore e definitiva dell’Italia in sede europea” e soprattutto consentira’ che i diritti dei cittadini possano esser violati ancora all’infinito e con immensi danni per tutti!

 

 

 

Consiglio di esperire denunce (sia in sede nazionale sia in sede europea) per omissioni ed abusi d’ufficio con contestuale  ricorsi per il risarcimento del danno sia per “denegata giustizia” alla luce della irragionevole durata dei processi sia verso i Giudici che dolosamente in uno con i liquidatori e gli avvocati pongono in essere atti omissivi e d’abuso d’ufficio nonostante il richiamo ufficiale della Corte di Cassazione e della Corte Europea sulla durata dei processi e sulla vincolativita’ delle norme europee in materia recepite dall’Italia. Il parametro adottato dalla Corte Europea individua la durata massima di un processo ordinario nei complessivi 3 gradi di giudizio che e’ di 4 anni e 3 mesi, da noi durano nel minimo 7 anni di media ma arrivano spesso anche oltre i dieci.

 

 

 

L’Italia è uno dei paesi all’interno dell’Unione Europea con il più basso livello di riformabilità. Lo afferma il capo economista ed analista di politica finanziaria di Moody’s Investor Service, Pierre Cailleteau, precisando che sia i dodici punti del patto voluto da Romano Prodi  che l’attuale riforma dell’Ordinamento giudiziario “sono più un riflesso di sopravvivenza che una chiara piattaforma innovativa e di sviluppo. La riforma della Giustizia civile e fallimentare e’ il primo grosso problema Italiano”.

 

Cepej

The European Commission for the Efficiency of Justice

http://www.coe.int/t/dg1/legalcooperation/cepej/

La Commissione europea è l’organo esecutivo dell’UE, garantisce l’esecuzione delle leggi europee (direttive, regolamenti, decisioni), del bilancio e dei programmi adottati dal Parlamento e dal Consiglio, ha il diritto di iniziativa legislativa e negozia gli accordi internazionali, essenzialmente in materia di commercio e cooperazione. Il Presidente e i membri della Commissione europea sono nominati dagli Stati membri previa approvazione del Parlamento europeo

 

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Restano gli incentivi al processo lungo

Daniela Marchesi

 

Chi beneficia dei tempi lunghi. Sul lato della domanda, si è fatto ben poco. Non solo negli ultimi anni, ma da sempre. Contrariamente all’opinione comune, la congestione del sistema giudiziario italiano e la lunghezza dei tempi di risoluzione delle cause civili dipendono più da problemi dal lato della domanda (La combinazione delle regole del processo civile, di quelle che interessano la formula di determinazione dell’onorario degli avvocati ( incentivi al processo lungo ), la lentezza stessa della giustizia, generano una serie di incentivi di comportamento distorti  il cui risultato finale è di indebolire ampiamente la forza contrattuale della parte che ha ragione) che da carenze dell’offerta, dove invece finora le politiche di potenziamento del sistema giudiziario sono state dirette prevalentemente nell’aumentare il numero dei magistrati (il cui numero per abitante si è quasi raddoppiato dal 1950 ad oggi).

 

  • L’effetto è quello di gonfiare la componente patologica della domanda di giustizia civile e di intasare i tribunali producendo ulteriori allungamenti dei processi. Lo stato di debolezza contrattuale della parte che ha ragione pregiudica l’utilità di ricorrere a sistemi di incentivazione all’uso di forme di giustizia alternativa – le cosiddette Adr – (E per le controversie “un’alternativa” rischiosa) che hanno avuto successo in altri paesi, ad esempio in Inghilterra. In definitiva, la domanda di giustizia civile è “patologicamente” gonfiata dall’effetto combinato di diverse variabili, e in particolare dalle norme che interessano la determinazione del tasso di interesse legale e la ripartizione delle spese in giudizio tra parte vincente e parte soccombente (di fatto solo occasionalmente la parte soccombente rifonde per intero quella vincente per le spese sostenute), e dalla lunghezza stessa dei procedimenti (quanto più è elevata, tanto più rende vantaggioso il comportamento opportunistico della parte in torto).

    Allo stato attuale, di fatto, non vi è parità di forza contrattuale tra le due parti: la parte “in torto” gode di una situazione di maggior favore. La lunghezza stessa dei procedimenti offre vantaggi dilatori che consentono di utilizzare il ricorso al tribunale come una tattica per spuntare una transazione favorevole o una comunque una dilazione di pagamento. Vantaggio accresciuto dal fatto che gli interessi legali applicati alla somma in contesa per il periodo della controversia possono essere inferiori, e in passato lo sono stati in modo sensibile, a quelli di mercato.

    Inoltre, le regole di svolgimento del processo (in particolare, le prove e la definizione del contenuto della controversia) conferiscono ampi poteri di gestione del procedimento giudiziario alle parti e ai loro difensori, mentre la formula, definita per legge, che determina gli onorari degli avvocati (la parcella è strettamente legata al numero di attività svolte nell’ambito del processo e pertanto alla lunghezza della causa) incentiva questi ultimi a utilizzare tali poteri di gestione per allungare il più possibile la durata dei processi.

    Il risultato è che nel gioco che governa la lunghezza del procedimento ci sono cinque protagonisti (le due parti, i rispettivi difensori e il giudice): tre hanno interesse a protrarre a lungo la causa, una (il giudice) è uno spettatore spesso reso impotente dalle stesse regole procedurali, l’ultima, la parte che ha ragione, ha forti incentivi a chiudere il caso al più presto. 

    Come eliminare gli incentivi perversi . Gli incentivi distorti legati alla formula di determinazione dell’onorario degli avvocati sono stati un impedimento risolutivo anche in ogni tentativo di riforma del rito civile che preveda una sostanziale riduzione del numero di udienze. Lo dimostra la storia del fallimento della riforma del codice di procedura civile del 1990, naufragata per la durissima opposizione degli avvocati, culminata in circa un anno di scioperi.

  • Diminuire il numero delle udienze senza contemporaneamente rivedere il sistema di determinazione delle parcelle, ridurrebbe queste ultime a livelli minimi, certamente inaccettabili dagli avvocati. Peraltro, in proporzione al valore della causa patrocinata, i compensi degli avvocati italiani non sono alti: sono circa la metà della media europea e oltre otto volte più bassi di quelli del Regno Unito. È perciò possibile modificare la normativa con soddisfazione di tutti gli interessati e al tempo stesso liberare il nostro sistema giudiziario da questo groviglio di incentivi perversi. Una formula efficace richiederebbe un onorario in somma fissa. Ma l’aspetto cruciale non è tanto se il livello dell’onorario debba essere libero o regolamentato, ma che sia consentito al difensore di ottenere comunque un parte rilevante del compenso anche se le parti giungono a una transazione prima dell’avvio del processo o, al massimo, entro la prima udienza. La riforma più efficace consisterebbe nel sostituire l’attuale formula di parcella degli avvocati, basata su un sistema a prestazione, in una forma di compenso a forfait, e di consentire al legale di percepire una quota rilevante del compenso nel caso in cui una transazione tra le parti si raggiunga nelle primissime fasi del processo, come avviene in Germania.

    Lo scorso ottobre 2006 il Governo ha approvato un disegno di legge delega di riforma del processo civile. Segue il progetto elaborato dalla commissione Vaccarella, che punta a una maggiore flessibilità del rito processuale, specialmente nella fase di preparazione della causa, anche con l’obiettivo di ridurre numero di udienze e tempi del processo. Progetto già in parte recepito dal nuovo processo societario entrato in vigore lo scorso gennaio, che dunque costituisce un’anticipazione della riforma proposta dal Governo.

    Secondo queste nuove regole, la prima fase del processo (l’istruzione della causa, appunto) non avviene in presenza del giudice, ma fuori dal foro.Si sostanzia in una serie, anche assai ampia, di scambi di memorie tra le parti, ossia tra i loro difensori.

    La riforma si giustifica con il proposito di portare all’attenzione del giudice cause già ben documentate, con conseguente risparmio di tempo nello svolgimento del processo. L’effettivo raggiungimento di tale obiettivo, però, non è affatto garantito da questa innovazione: le memorie sono tra gli atti più remunerativi nell’attività del difensore – e al termine del lungo processo di revisione del tariffario, ancora in corso, rischiano di divenirlo ancor di più. Se le tariffe non verranno riformate nel senso di renderle forfetarie prima che questa proposta divenga legge, il risultato sarà quello di una certa lievitazione degli onorari, senza alcun vantaggio in termini di riduzione dei tempi dei processi

  • Siamo molto lontani da questa ipotesi. Anche le novità introdotte dal decreto Bersani, che seppure non risolutive avviavano la strada a una riforma dei compensi, rischiano di essere presto vanificate. Una proposta di riforma della professione forense, trasversale, presentata qualche giorno fa al Parlamento prevede che il sistema tariffario resti com’è, a prestazione, e che i minimi siano per molti casi ristabiliti .

Le principali inefficienze dal lato dell’offerta sono da imputare alle dimensioni troppo piccole dei tribunali, Tribunali inefficienti perché piccoli , che impediscono di sfruttare le economie di specializzazione nell’attività dei magistrati (nelle sedi piccole uno stesso giudice si deve occupare sia delle questioni civili sia di quelle penali). L’introduzione del giudice unico, con la fusione di preture e tribunali, ha determinato un aumento della dimensione media degli uffici giudiziari e ha comportato un primo recupero di efficienza: nel 1996 circa l’89 per cento delle preture e l’ 87 per cento dei tribunali era sottodimensionato, nel 2001 tale quota è scesa al 72 per cento.

 

  • Un maggiore recupero di efficienza avrebbe richiesto anche una seria revisione della geografia giudiziaria. I tribunali sono distribuiti troppo capillarmente sul territorio. Il disegno di legge delega per la riforma dell’ordinamento giudiziario prevede espressamente una revisione della geografia giudiziaria, ma il testo della proposta non esplicita se si intende aumentare o ridurre la dimensione media dei tribunali.

  • Inoltre, nel nostro ordinamento, la  progressione di carriera dei magistrati è affidata esclusivamente all’anzianità. Le politiche adottate dagli anni Cinquanta a oggi hanno fatto coincidere la progressione di carriera dei giudici con l’anzianità, eliminando così alcuni importanti incentivi di accrescimento della qualità professionale. D’altra parte, le regole di progressione di carriera affidata esclusivamente all’anzianità hanno rilevanti e inevitabili interazioni con quelle che assicurano l’indipendenza dei magistrati: un equilibrio tra due priorità fondamentali – qualità professionale e terzietà del giudice – è difficile da realizzare. Favorire la specializzazione – che permette uno sviluppo della formazione professionale del magistrato attraverso un processo di “learning by doing” – consente di aggirare almeno in parte questa difficoltà.

 

 

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Non fa una bella figura l’Italia in tribunale

Daniela Marchesi

 

All’inizio di ottobre 2006 il Consiglio d’Europa ha denunciato deficienze strutturali del sistema giudiziario italiano tali da minacciare lo Stato di diritto, ormai da diversi anni l’Italia si posiziona nella visione di tutte le istituzioni internazionali nelle ultime posizioni per performance del settore giustizia. Non è solo la preservazione dello Stato di diritto a preoccupare: una giustizia civile troppo lenta ha un impatto negativo e rilevante sul grado di competitività del sistema economico.

L’inefficienza della giustizia civile italiana risiede in alcune carenze dal lato dell’offerta, ma anche in molte storture che interessano il lato della domanda. Cosa si sta facendo per correggere le distorsioni?Dal lato dell’offerta L’ultimo rapporto Cepej, pubblicato all’inizio di ottobre 2006, mostra nuovamente che le risorse pubbliche impegnate nel settore giustizia in Italia non sono scarse, ma sono in linea con la media di altri paesi dell’Europa a 15, che hanno però tempi dei processi di molto inferiori. Non è quindi in una carenza di spesa la radice dell’inefficienza della nostra macchina giudiziaria. Questa affermazione appare in contrasto con l’esperienza comune: si porta spesso all’attenzione pubblica il fatto che i tribunali non hanno risorse, al punto da rendere critico anche lo svolgimento delle attività quotidiane. Le denunce di disagio non sono, tuttavia, in contrasto con l’evidenza di una destinazione di risorse non esigua al settore.

 

La situazione dal lato della domanda appare la  più problematica di quella relativa al lato dell’offerta. La combinazione delle regole del processo civile, di quelle che interessano la formula di determinazione dell’onorario degli avvocati, la lentezza stessa della giustizia, generano una serie di incentivi di comportamento distorti (Restano gli incentivi al processo lungo ) il cui risultato finale è di indebolire ampiamente la forza contrattuale della parte che ha ragione. L’effetto è quello di gonfiare la componente patologica della domanda di giustizia civile e di intasare i tribunali producendo ulteriori allungamenti dei processi. Lo stato di debolezza contrattuale della parte che ha ragione pregiudica l’utilità di ricorrere a sistemi di incentivazione all’uso di forme di giustizia alternativa – le cosiddette Adr – (E per le controversie “un’alternativa” rischiosa) che hanno avuto successo in altri paesi, ad esempio in Inghilterra. La riforma più efficace consisterebbe nel sostituire l’attuale formula di parcella degli avvocati, basata su un sistema a prestazione, in una forma di compenso a forfait, e di consentire al legale di percepire una quota rilevante del compenso nel caso in cui una transazione tra le parti si raggiunga nelle primissime fasi del processo, come avviene in Germania. Siamo molto lontani da questa ipotesi. Anche le novità introdotte dal decreto Bersani, che seppure non risolutive avviavano la strada a una riforma dei compensi, rischiano di essere presto vanificate. Una proposta di riforma della professione forense, trasversale, presentata qualche giorno fa al Parlamento prevede che il sistema tariffario resti com’è, a prestazione, e che i minimi siano per molti casi ristabiliti .

 

 

Tribunali inefficienti perché piccoli Le principali inefficienze dal lato dell’offerta sono da imputare alle dimensioni troppo piccole dei tribunali, che impediscono di sfruttare le economie di specializzazione nell’attività dei magistrati (nelle sedi piccole uno stesso giudice si deve occupare sia delle questioni civili sia di quelle penali). L’introduzione del giudice unico, con la fusione di preture e tribunali, ha determinato un aumento della dimensione media degli uffici giudiziari e ha comportato un primo recupero di efficienza: nel 1996 circa l’89 per cento delle preture e l’ 87 per cento dei tribunali era sottodimensionato, nel 2001 tale quota è scesa al 72 per cento.

 

  • Cosa si sta facendo Le disposizioni contenute nella Finanziaria  hanno il pregio di dare alcuni segnali positivi dal lato della riorganizzazione generale dei tribunali. Il ministero della Giustizia intende operare tagli e accorpamenti in modo che tutte le strutture giudiziarie contino su un organico minimo di 14 magistrati. Si tratta di un intervento necessario, ma contenuto nella misura, a dispetto della vivacità delle proteste che si sono sollevate. Da analisi econometriche della Commissione tecnica della spesa pubblica e dell’Isae, ad esempio, emerge che, per il sistema italiano, sarebbe ottimale un minimo di 20 magistrati per tribunale, che il 72 per cento dei tribunali è attualmente sottodimensionato e che le performance della giustizia sono in passato migliorate in occasione di riforme che hanno aumentato la dimensione media dei tribunali. La produttività dei magistrati risulta aumentare al crescere delle dimensioni del tribunale in cui operano, per effetto di economie di specializzazione

  • Un maggiore recupero di efficienza avrebbe richiesto anche una seria revisione della geografia giudiziaria. I tribunali sono distribuiti troppo capillarmente sul territorio. Il disegno di legge delega per la riforma dell’ordinamento giudiziario prevede espressamente una revisione della geografia giudiziaria, ma il testo della proposta non esplicita se si intende aumentare o ridurre la dimensione media dei tribunali.

 

Emerge dai dati poi che è la composizione della spesa a risultare differente da quella degli altri paesi: la componente incomprimibile per l’Italia è molto alta. Il 77 per cento del budget dei tribunali è assorbito dalle retribuzioni dei magistrati e del resto del personale. Per l’Austria questo rapporto è del 55 per cento, per la Francia del 54 per cento, per Germania e Svezia del 60 per cento. Differenze importanti si riscontrano anche nel livello degli stipendi dei magistrati. Mentre all’inizio della carriera la retribuzione dei nostri giudici è del tutto in linea con quella degli altri paesi, non è così per i livelli più alti. Fatta eccezione per la Svezia, rappresentiamo il caso in cui la progressione di stipendio con l’avanzare della carriera (dal livello iniziale a quelli del grado più alto) è maggiore: 3,2 volte, contro, ad esempio, il 2,4 dell’Austria, il 2,2 della Germania e l’1,7 dei Pesi Bassi. Inoltre, il fatto che tale progressione avvenga in Italia per anzianità e non per incarichi svolti, fa sì che la platea di soggetti che ne fruisce sia ampia. Le soluzioni per incrementare l’efficienza dal lato dell’offerta vanno, perciò, cercate più in una razionalizzazione della spesa e dell’organizzazione generale del settore, che in un aumento della quantità di risorse da impegnare.

 

  • Cosa si sta facendo Le disposizioni contenute nella Finanziaria che tagliano gli incrementi stipendiali legati all’anzianità, ovviamente, non sono di per sé una soluzione: gli scatti di carriera oggi sono legati soltanto all’anzianità e quindi un taglio generalizzato riduce la spesa, ma non seleziona in alcun modo in favore dell’efficienza del servizio. Le disposizioni contenute nella Finanziaria  hanno il pregio di porre il focus su una questione che va risolta. La riforma dell’ordinamento giudiziario, sia per le tormentate vicende parlamentari che la interessano, sia per il contenuto dei progetti che si profilano, sebbene non sembra ancora trovare la strada dei rimedi efficaci a questo problema.

  • Inoltre, nel nostro ordinamento, la  progressione di carriera dei magistrati è affidata esclusivamente all’anzianità. Le politiche adottate dagli anni Cinquanta a oggi hanno fatto coincidere la progressione di carriera dei giudici con l’anzianità, eliminando così alcuni importanti incentivi di accrescimento della qualità professionale. D’altra parte, le regole di progressione di carriera affidata esclusivamente all’anzianità hanno rilevanti e inevitabili interazioni con quelle che assicurano l’indipendenza dei magistrati: un equilibrio tra due priorità fondamentali – qualità professionale e terzietà del giudice – è difficile da realizzare. Favorire la specializzazione – che permette uno sviluppo della formazione professionale del magistrato attraverso un processo di “learning by doing” – consente di aggirare almeno in parte questa difficoltà

 

 

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Se la giustizia non aiuta le imprese

Magda Bianco
Silvia Giacomelli

 

È ormai una convinzione ampiamente condivisa che l’inefficienza della giustizia civile in Italia rappresenti uno dei “fattori di contesto” che limitano competitività e capacità di crescita del paese. Ad esempio, la mancata efficace applicazione delle norme rende “monche” molte delle riforme realizzate di recente in diverse aree: sono prive di reale mordente, perché non vi è certezza della sanzione in caso di mancato rispetto. Tutto ciò genera costi rilevanti per l’economia.

 

Gli effetti sul sistema economico Vi sono studi e analisi basate su confronti internazionali che mostrano come un’inefficiente applicazione delle leggi abbia effetti negativi sui mercati finanziari, ad esempio. Se i creditori non sono certi della tutela del proprio credito tenderanno a chiedere tassi di interesse più elevati o a concederne di meno: anche in presenza di “buone” regole di governance, l’incertezza relativa alla loro efficace applicazione riduce l’accesso al mercato dei capitali degli investitori.

Ma una giustizia che non funziona – per i tempi eccessivamente lunghi o perché non assicura “certezza del diritto” – disincentiva anche gli investimenti delle imprese industriali, il cui rendimento diviene più incerto, e in questo modo ha un effetto negativo sulla loro crescita. Può inoltre rendere più difficile la nascita di nuove imprese. In assenza di meccanismi formali che assicurino che i contratti siano sempre rispettati, i “nuovi arrivati” devono utilizzare quelli informali, ad esempio costruendosi una reputazione come partner contrattuali affidabili. Questa esigenza può tradursi in una barriera all’entrata perché le nuove imprese sono svantaggiate rispetto a quelle sul mercato da più tempo.

 

Province a confronto. È possibile misurare la rilevanza di questi canali. Un confronto tra le diverse province italiane, caratterizzate da un diverso grado di efficienza della giustizia (misurata in prima approssimazione dalla durata dei procedimenti civili di cognizione ordinaria, di primo grado, esauriti con sentenza) permette di valutare gli effetti di tali differenze sulla “natalità” delle imprese e sulle loro dimensioni, a parità di settore e tenendo conto di una serie di altri fattori che possono influenzare le due variabili: in particolare, il grado di sviluppo dell’area, la disponibilità di capitale umano, di infrastrutture materiali, di “capitale sociale” e di finanziamenti. Le stime indicano che effettivamente una giustizia più inefficiente è associata a una minore natalità delle imprese, in particolare di quelle che si costituiscono in forma di società di capitali: se il livello di efficienza della giustizia crescesse di un ammontare pari alla differenza tra le province con l’apparato giudiziario meno efficiente e più efficiente, il tasso di natalità delle imprese crescerebbe di circa tre quarti di punto percentuale. E bisogna ricordare che il tasso medio di entrata per le società di capitali è di poco superiore al tre per cento.

Una giustizia meno efficiente è anche correlata a dimensioni medie delle imprese inferiori. Un differenziale di efficienza pari a quello esistente tra la provincia con l’amministrazione della giustizia più inefficiente e quella più efficiente si traduce in un differenziale di fatturato (mediano) di circa 31mila euro, pari all’8 per cento di quello dell’impresa mediana. Le stime suggeriscono che l’inefficienza della giustizia incide negativamente sulle dimensioni soprattutto nei settori che dipendono in misura maggiore dalla disponibilità di finanza esterna: in questi casi una tutela adeguata dei finanziatori è essenziale per la crescita. Questi risultati e i confronti internazionali recenti, a partire da quelli realizzati dalla Banca Mondiale nel suo rapporto “Doing Business” ( o da quelli svolti dal Cepej per l’efficienza della giustizia, sia pure riferiti al solo rito del lavoro) indicano che la giustizia civile in Italia è assai più inefficiente non soltanto di quella dei maggiori paesi industrializzati, ma anche di molti di quelli di recente industrializzazione o in via di sviluppo: abbiamo forse individuato un ulteriore fattore che contribuisce a spiegare il “nanismo” delle nostre imprese nel panorama internazionale

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E per le controversie “un’alternativa” rischiosa

le cosiddette Adr

Luca Passanante

 

La crisi della giustizia civile, che oggi interessa numerosi paesi occidentali, ha in Italia ha uno dei suoi esempi più drammatici: la durata dei processi affligge il sistema per la tutela dei diritti, rendendolo gravemente inefficiente.

In molti paesi occidentali si guarda con interesse ai metodi alternativi di risoluzione delle controversie, spesso identificati con la sigla Adr – alternative dispute resolution: si tratta di procedimenti più o meno informali, “alternativi” al processo, come conciliazione, arbitrato e così via. Un dirottamento verso quei metodi di parte della domanda di giustizia potrebbe porsi come fattore di alleggerimento dei carichi di contenzioso di cui sono gravati i tribunali. Ma l’Adr potrebbe anche rappresentare una sede idonea – talvolta perfino più idonea del processo – per la tutela dei diritti. Ciò, però, è ancora tutto da dimostrare.

 

Quando chi perde non paga. Per promuovere il ricorso a tali metodi alternativi il legislatore talvolta prevede che la parte che li rifiuti o che rifiuti ragionevoli proposte transattive, possa essere sanzionata attraverso la condanna al pagamento delle spese. Ciò accade sia in Italia che in Inghilterra, ma mentre nel nostro paese sono state introdotte norme che si applicano solo in casi specifici, potremmo dire a esperimenti allo stato “embrionale”, nel Regno Unito i meccanismi sanzionatori interessano tutte le controversie civili e hanno raggiunto livelli di notevole sofisticazione.

Va premesso che nel processo civile inglese vale la regola generale in base alla quale la parte che perde la causa – tecnicamente detta parte soccombente – paga sia le spese processuali che ha sostenuto in proprio, sia le spese processuali dell’avversario vittorioso. Ebbene, oggi è previsto che, al fine di promuovere l’utilizzo delle Adr, il giudice possa derogare a questa regola, eventualmente condannando la parte vittoriosa a rimborsare al proprio avversario (soccombente) le spese processuali sostenute. Non si tratta di un dettaglio, poiché in Inghilterra le spese processuali possono non solo eguagliare, ma addirittura superare il valore della causa, quindi la posta in gioco nel processo. Ciò significa che vincere il processo, ma perdere sulle spese, può talvolta voler dire, da un punto di vista economico, perdere e basta.

Ciò può accadere:

 

  1. 1- se la parte ha omesso di instaurare una procedura pre-processuale prevista dalla legge per tentare di risolvere la controversia in via bonaria;

  2. 2- se la parte ha rifiutato in corso di causa di sottoporre la controversia a un’Adr su consiglio del giudice;

  3. 3- se la parte ha rifiutato offerte formali di transazione provenienti dall’avversario che si siano rivelate, a processo concluso, più o ugualmente vantaggiose rispetto alla sentenza del giudice.


 

In tutti questi casi se la parte recalcitrante è quella che ha ragione, sarà condannata a pagare all’avversario le spese processuali. Se, invece, è la parte che ha torto, sarà condannata a pagare le spese processuali maggiorate di un determinato ammontare.

Come in Inghilterra, anche in Italia vige la regola in base alla quale chi vince la causa ha diritto di ricevere da chi ha perso il rimborso delle spese processuali sostenute. È previsto, però, che il giudice possa “compensare” le spese, lasciandole a carico di chi le ha anticipate, se ricorrono giusti motivi. Solo in un caso, molto raro e del tutto eccezionale, è previsto che la parte che ha vinto la causa possa essere condannata a rimborsare le spese processuali alla parte che ha perso.

In alcuni settori specifici sono stati introdotti meccanismi che riecheggiano quelli inglesi. In materia di lavoro si prevede, ad esempio, che il verbale del tentativo di conciliazione preventivo non riuscito sia utilizzato dal giudice ai fini della condanna alle spese. Oppure – e questa norma è più innovativa – nell’ambito del contenzioso societario si prevede che la parte che ha rifiutato ragionevoli proposte conciliative, anche se vittoriosa, possa essere privata del diritto al rimborso delle spese o addirittura condannata a pagarle alla parte che è risultata avere torto.

 

I rischi italiani. Che dire circa l’opportunità di introdurre anche nel nostro ordinamento meccanismi simili? Innanzitutto, si deve ricordare che nel nostro paese, diversamente da quanto accade in Inghilterra, il processo civile dura moltissimo: una media di tre-quattro anni in primo grado e per arrivare alla sentenza di Cassazione si può attendere anche oltre un decennio, nel corso del quale la parte che ha ragione dovrà pagare di tasca propria le spese di giustizia e gli onorari del proprio avvocato. Inoltre, le spese processuali che vengono riconosciute dai giudici alle parti vittoriose non coprono l’intero ammontare sostenuto, ma sono spesso ridotte. Sicché la parte che ha ragione, e che ne ha ottenuto il riconoscimento dopo molti anni, non potrà nemmeno beneficiare della restituzione integrale delle spese in cui è incorsa. Ciò significa che la parte che ha ragione in Italia si trova già in una posizione di “debolezza contrattuale” ai limiti del patologico.

La regola della soccombenza ha come effetto principale quello di amplificare il potere contrattuale della parte che ha ragione. L’introduzione di nuovi meccanismi che deroghino a tale regola , anche se nel lodevole intento di promuovere il ricorso alle Adr, va perciò soppesata con molta cautela. Questo per evitare che il cittadino che ha ragione sia posto, in virtù di questi meccanismi, in una condizione di debolezza ulteriore, per impedire cioè che si rafforzi l’attuale deprecabile situazione per cui è molto più vantaggiosa la posizione di chi ha torto.

 

Corruzione – Abusi ed Omissioni d’Ufficio – Durata dei processi

 

 

L’Irragionevole e spesso dolosa lunghezza dei Processi, l’imparzialita’, gli Abusi e le Omissioni d’Ufficio che avvengono in alcuni Tribunali Civili ed in molti Tribunali Fallimentari, quasi mai nelle Procure Penali . Ecco i veri problemi  che si annidano nella Giustizia e che nessuna Riforma dell’Ordinamento Giudiziario ha posto in rilievo per un cambiamento volto alla tutella di tutti e per tutti.

 

Vorrei prendere spunto dalle giustissime ossservazioni  esposte dal  Presidente della Repubblica Ciampi mesi fa’: «Toghe siano e appaiano terzi ed imparziali: l’efficienza della giustizia dipende anche da quello che i magistrati sanno fare, i magistrati facciano attenzione non solo a essere, ma anche ad apparire imparziali » .La riforma dell’ordinamento giudiziario  (almeno mi auspico che cio’ avvenga con questo Governo nuovo ) non dovrebbe guardare  ai problemi (pochi e minori rispetto al totale problema Giustizia) che riguardano le Procure Penali, di assoluto valore nazionale poi quella di Milano alla quale tutti i cittadini sono e saranno grati tanto quanto lo siamo verso gli ineguagliabili Falcone e Borsellino, ne’ alla separazione delle carriere di giudici e pubblici ministeri (ne verrebbe  minata l’indipendenza degli inquirenti rispetto alla volontà del potere politico), ma ad altro, perche’ i veri problemi della Giustizia sono altri, ovvero oltre alla competenza ed al buon senso , tanto l’uno quanto l’altra non sempre presenti, mentre dovrebbero esserlo, dispiace dirlo, in taluni Giudici, come testimonia anche una delle ultime decisioni della Corte di Cassazione sullo “stupretto”; vediamoli:

 

 

1 –   processi infiniti; le cause sono sia la mancanza di adeguati mezzi materiali ed umani nella macchina Giustizia, ma anche l’eccessiva proliferazione di cause meramente dilatorie e temerarie, quindi anche troppi avvocati privi di quel minimo di etica richiesta, e spinti solo da facili rendite da posizione, a tutti i livelli; si potrebbe introdurre per esempio una norma che preveda una enorme sanzione pecuniaria (parlo di almeno 1 milione di euro) contro colui il quale dovesse essere riconosciuto autore di mera temerarieta’ processuale, nel caso di gravi ed enormi ritardi ed intralci ad una rapida giustizia causati proprio dall’atteggiamento dilatorio e temerario dell’avvocato di una delle parti, in spregio al corretto e legale andamento processuale che deve essere sempre improntato al principio costituzionale del giusto e rapido procedimento, sanzione da porre a carico solidalmente dell’avvocato stesso e della parte da lui patrocinata;  tanto per dare un’idea, ecco cosa scrisse il bravissimo Stella del Corriere : ” la durata media delle procedure fallimentari è di 12 mesi in Svezia (o addirittura 2 o 3 mesi nel caso l’iter riguardi la dismissione in blocco delle attività da parte del curatore), meno di un anno in Inghilterra, da 12 a 27 mesi in Germania (ma la riforma del diritto fallimentare ha oggi accelerato i tempi), da 24 a 36 mesi in Francia. E in Italia? se tutto va bene Settantadue mesi, ma spesso le procedure concorsuali durano 10 o anche 20 anni. Che per molti piccoli creditori privilegiati possono rappresentare la rovina soprattutto della salute. Nel 2001 la Corte europea dei diritti dell’uomo aveva accertato circa 400 «violazioni dei termini ragionevoli». E aveva condannato la Francia (19 violazioni), il Portogallo (10 ), l’Austria (6 ), la Germania (5 ), la Grecia (4 ), il Lussemburgo e la Spagna, per una violazione a testa. Quelle italiane, complessivamente, erano 340. Va da sé che la Corte, sommersa dai ricorsi dei nostri cittadini che chiedevano risarcimenti contro le lungaggini della nostra giustizia, aveva deciso di chiedere all’Italia l’adozione di una specie di filtro: prima di seppellirci di pratiche a Strasburgo cercate di risolvere le cose da voi. Un attimo prima delle elezioni politiche che avrebbero visto la vittoria della destra del 2001, nacque così la «legge Pinto». Che delegava alle Corti d’appello e alla Cassazione di decidere se un processo fosse stato o no troppo lungo e se i cittadini avessero o meno diritto a un risarcimento. “

 

 

 

 

2 –   mancanza di solidi e semplici criteri di efficienza e produttivita’ ai quali anche la magistratura, come ogni altro dipendente o lavoratore, dovrebbe essere vincolata, sia sotto il profilo dell’avanzamento di carriera sia sotto il profilo del trattamento economico: introdurre pertanto un “tot” di udienze settimanali e mensili, un minimo ricorso al rinvio di udienze, non automatismo delle carriere e degli scatti retributivi, e di contro maggiorazione anche molto elevata di alcune retribuzioni, anche fino a 50,000 euro mensili per i giudici che siano davvero efficienti ed imparziali, in tal senso sarebbe utile anche l’introduzione annuale di un monitoraggio di tutti i giudici a livello nazionale con dei programmi di feed back (con risultati pubblicati su tutti i media) che prevedano l’invio a tutti i cittadini di un modulo nel quale esprimere eventuali denunce o appunti verso alcuni magistrati, come nella sanita’ sarebbe altrettanto opportuno fare;  reale responsabilita’ civile e penale dei magistrati colpevoli, anche con licenziamento dallo e dello Stato.

 

 

3 –  mancanza di reali ed accessibili mezzi di tutela del cittadino contro il giudice nelle ipotesi di operato con colpa grave o dolo; occorrerebbe introdurre un canale preferenziale presso ogni procura penale che si attivi istantaneamente e d’Ufficio su denuncia del cittadino, contro l’operato di alcuni Giudici, per imparzialita’, omissione o abuso d’Ufficio; lo stesso P.M. dovra’ d’ufficio inviare al CSM per quanto di spettanza di quest’ultima sotto il profilo amministrativo, ogni denuncia ricevuta. Se anche il centro sinistra nulla fara’ in proposito, nulla cambiera’, perche’ se e’ vero com’e’ vero che se alcuni magistrati sbagliano in buona fede i successivi gradi di giudizio possono correggerlo,  e’ altrettanto vero che quando a sbagliare e’ un magistrato che sbaglia con imparzialita’ , dolo o colpa gravissima, solo in teoria ci sono le garanzie per il cittadino calpestato, del CSM e prima ancora del P.M. , P.M. che si puo’ attivare su denuncia ufficiale della parte lesa, o d’ufficio sulla notizia criminis ( ma in pratica   cio’ non sempre avviene); ma se uno non ha i soldi per prendere un avvocato penalista e denunciare lo stesso giudice, questo qualcuno, non ricco, rimane senza difesa purtroppo  e non rimane che la tutela istituzionale dei politici nostri rappresentanti e dipendenti e del PM che si dovrebbe attivare d’ufficio sulla notizia criminis sempre e riferire al CSM. 

E ricordo ancora una volta cio’ che scrissi: Mi piace anche ricordare in questa occasione una persona d’oro dentro come uomo, prima che come Magistrato, mi riferisco al grandissimo signor giudice Davigo che un mesetto fa a Ballaro’ ha detto delle parole cosi’ belle da emozionarmi – belle non in quanto solo formalmente belle ma prive poi di amore come la gran parte dei noti personaggi ci impolpano nella quotidianita’ in cio’ offendendo la nostra intelligenza prima che il nostro desiderio di pulizia ed etica – ma belle perche’ mentre le diceva si leggeva nei suoi occhi e nel suo viso la sua pulizia e la sua passione per la trasparenza, la legalita’, l’onore, la dignita’, la solidarieta’ a tutti i suoi consimili esseri umani.

 

Queste le sue parole nella sostanza, facciamone culto come dico da tempo: ” il magistrato, il giudice esiste per aiutare chi ne ha bisogno, e allorche’ uno dei diritti fondamentali di qualsiasi cittadino si assume dallo stesso esser stato calpestato da altri con arroganza ed impunita’, questo cittadino ha il diritto/dovere di chiedere “aiuto” al magistrato a che giustizia sia resa, e il il magistrato, il giudice ha il diritto/dovere di renderla.”

Imparzialita’ del magistrato : il CSM condanna Commette illecito disciplinare, da sanzionare con l’ammonimento, il magistrato che, ometta di astenersi dalla trattazione di alcuni procedimenti per aver violato il dovere di correttezza, trasparenza e terziarietà nella trattazione dei procedimenti a lei affidati rendendosi immeritevole della fiducia e della considerazione di cui il magistrato deve godere e così compromettendo il prestigio delle funzioni esercitate.  La disciplina dell’astensione del giudice trova fondamento nell’esigenza di garantirne l’imparzialità e la terzietà, che, anche alla luce del novellato art. 111 Cost., costituiscono requisiti essenziali del giusto processo e quindi della giurisdizione. Per questa ragione, secondo l’orientamento costantemente seguito da questa sezione e dalla Corte di cassazione, il dovere deontologico di astensione non è limitato alle sole ipotesi nelle quali è imposto dalla legge ma ha una portata più ampia e si estende a tutte le fattispecie in cui l’astensione stessa è solo consigliata dalle circostanze del caso concreto che rendano prevedibili sospetti di compiacenza o parzialità nell’esaminare e decidere una determinata questione, così da compromettere il prestigio del magistrato e dell’ordine giudiziario (così Cass., 25 marzo 1988, n. 2584). Conseguentemente si è ritenuto che la violazione dell’obbligo di astensione in presenza di gravi ragioni di convenienza integra una violazione di regole basilari della deontologia professionale nello svolgimento dell’attività giudiziaria e pertanto la lesione del prestigio dell’ordine giudiziario è in re ipsa e deve essere ravvisata sulla base del mero accertamento della violazione (Cass. 24 gennaio 2003, n. 1088).

Omissione di atti d’ufficio Art.360, art.328 . rifiuto od omissione di atti d’ufficio (art. 328 c.p.): Il pubblico ufficiale o l’incaricato di un pubblico servizio, che indebitamente rifiuta un atto del suo ufficio che, per ragioni di giustizia o di sicurezza pubblica, o di ordine pubblico o di igiene e sanità, deve essere compiuto senza ritardo, è punito con la reclusione da sei mesi a due anni. Fuori dei casi previsti dal primo comma, il pubblico ufficiale o l’incaricato di un pubblico servizio, che entro trenta giorni dalla richiesta di chi vi abbia interesse non compie l’atto del suo ufficio e non risponde per esporre le ragioni del ritardo, è punito con la reclusione fino ad un anno o con la multa fino a lire due milioni. Tale richiesta deve essere redatta in forma scritta ed il termine di trenta giorni decorre dalla ricezione della richiesta stessa

Abuso d’ufficio (art. 323 c.p.): Il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio che, nello svolgimento delle funzioni o del servizio, in violazione di norme di legge o di regolamento, ovvero omettendo di astenersi in presenza di un interesse proprio o di un prossimo congiunto o negli altri casi prescritti, intenzionalmente procura a sé o ad altri un ingiusto vantaggio patrimoniale ovvero arreca ad altri un danno ingiusto è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni.

4 – politicizzazione eccessiva del CSM , il che’ mina la sua funzione di reale tutela del cittadino (soprattutto quelli non ricchi) nelle ipotesi in cui lo stesso sia possibile vittima dell’operato imparziale, gravemente colpevole o doloso del Giudice; occorrerebbe introdurre, all’interno del CSM , una sorta di plenum di giurati, formati da cittadini estratti a sorte su scala nazionale ogni mese, allorche’ si debba per l’appunto prendere decisioni e adottare sanzioni amministrative pesanti contro l’operato di alcuni Giudici denunciati per imparzialita’, omissione o abuso d’Ufficio; giudici che per legge dovrebebro essere coperti da elevate polizze assicurative per questi casi, in cio’  tenendo al contempo lo Stato assolutamente estraneo ad ogni vicenda risarcitoria sia in qualita’ di primario responsabile sia di regresso contro il giudice, cosa che tanto oggi non si verifica mai. E’ l’uomo che deve pagare per il suo operato non lo Stato, quindi ancora una volta i cittadini.5 –   collateralismo Politica/Finanza Magistratura; occorrerebbe eliminare per legge la possibilita’ di ricoprire qualsiasi carica pubblica (sia a livello di candidatura sia a livello di dirigenza di partito) con altra privata eliminando in radice la conflittualita’ d’interessi  (per tutti valgono gli esempi di Berlusconi, ma anche degli avvocati, dei tanti Liquidatori, Curatori, o tecnici consulenti diretti e indiretti , Pecorella, Ghedini, Scicchitano, e last but not least Calvi difensore di Geronzi, e’ inaccettabile tutto cio’ cozza contro la trasparenza e l’Etica che ogni Politico deve avere ai fini di tutelare davvero l’interesse di ogni cittadino.

Come fanno ad essere “politicamente” davvero tutelati  con giustizia, terzieta’ e celerita’ i tanti piccoli Creditori Parmalat ,Cirio, Federconsorzi se ” i coautori di sistema”  di questi cracks , i vari Fazio, Geronzi, Cragnotti, Tanzi (talvolta in uno con alcuni Giudici delle Fallimentari o di alcuni Giudici di alcuni Tribunali Civili) sono spesso patrocinati da avvocati che sono al contempo  anche i Liquidatori o amici dei Liquidatori di quei Gruppi nelle Fallimentari, o deputati, o senatori o dirigenti di partito????. La giustizia civile, e quella delle Fallimentari, e’ talvolta, o spesso, dipende dalle citta’, a Roma spesso, un insulto alla nostra dignita’; la storia e il crack Federconsorzi, Cirio e Parmalat lo testimoniano;  I problemi riguardano le migliaia di piccoli creditori privilegiati calpestati nei loro dirittti dai giudici , liquidatori e politici tutti  insieme intrecciati in una indecente commistione di affari impropri privati con imparzialita’, omissioni ed abusi d’ufficio che si protraggono (dolosamente) per anni (le c.d. rendite da posizione), se non decenni, denegando giustizia anche a coloro che sono portatori di sentenze passate in giudicato. Se vogliamo un’Italia migliore e’ bello anche poter fare delle inchieste sia circostanziate sia a largo raggio, perche’ se gli investitori stranieri scappano dall’Italia , la prima vera causa e’ rappresentata proprio dall’oscurita’ e dalla lungaggine con le quali le Fallimentari e alcuni Tribunali Civili in Italia gestiscono la Giustizia.Di fronte alla delinquenziale attivita’ posta in essere da quanti, politici, imprenditori, banchieri, organi di controllo esterni ed interni, Governatore della Banca d’Italia, ed alcuni giudici soprattutto delle fallimentari, persone tutte che in altri termini hanno avuto ed hanno a che fare con i crack degli ultimi anni, i cittadini onesti pretendono misure forti di prevenzione, repressione, quindi anche pene edittali elevate per i reati commessi da questi signori; pretendono un sistema che in presenza di comportamenti ingannevoli, colposi o dolosi delle banche coinvolte, preveda una forte, agile e rapida responsabilita’ civile delle stesse (prima ancora che giudiziale, extragiudiziale, le banche dovrebbero essere le prime a risarcire i risparmiatori traditi, ancor prima di qualsiasi attivita’ giudiziaria, onde poi rivalersi loro (le banche) ove ne abbiano titolo contro l’imprenditore che truffa (un po’ cio’ che avviene quando si ha un incidente in auto nel rapporto tra le 2 diverse assicurazioni).

Pretendono insomma un sistema di ristoro giudiziario ed extragiudiziario che li possa agevolare nel riprendere quanto prima il danaro a loro “rubato” in tempi rapidi in forza di class action e di leggi chiare e garanti dei piu’ deboli; pretendono un sistema di responsabilita’ individuali sia penali che civili di tutti questi signori che sia di rapido accertamento e svolgimento, compresi quei giudici liquidatori che violano la legge in sede di procedure concorsuali nelle quali finiscono le societa’ a seguito del crack (vedasi la recente condanna della curatrice fallimentare, Carmen Gocini, condannata mesi fa in primo grado a otto anni di carcere per aver sottratto in un decennio al Tribunale milanese 35 milioni di euro poi riciclati parte nella banca della Lega e parte nella ex «Radio 101» dei fratelli Angelino e Caterino Borra).

 

I reati sono tutti gravissimi in materia finanziaria, con le potenti lobbies che corrompono i politici, i giudici. Geronzi e’ la matrice originaria dello schifo oggi propagato anche a Fiorani & Co., occorre condannare politicamente tutto cio’, e’ lo sporco potere che da anni impera in Italia con principale promanazione da Roma, Geronzi, Tanzi , Cragnotti, Fazio, and Co.; sono tutti liberi e taluno ancora al suo posto, tutti ancora con gran parte delle loro barche delle loro ville dei soldi rubati e infagottati!  Ricordiamoci che Geronzi era l’amico fraterno di fazio e che solo dopo aver rifiutato la fusione con la BPL di Fiorani e’ diventato nemico, e solo dopo quella rottura il Ministro la Malfa ha cambiato spartito nella lettura Fazio, prima era contro Fazio, ieri pro, oggi non puo’ che adeguarsi; il vero obiettivo di La Malfa era ed e’ Geronzi!).

 

Tutto cio’ non l’ho letto in alcun programma  neppure del centro sinistra e questo non va bene, la Magistratura deve essere indipendente ma non puo’ sconfinare nel mero arbitrio ne’ nella difesa della corporazione a spada tratta.

Di Pietro mi ha censurato perche’ ho denunciato in lui ( in quanto ha scelto Scicchitano Liquidatore Federconsorzi come suo dirigente di partito nel lazio) quel medesimo conflitto d’interesse e collateralsimo da lui stesso denunciato da mesi negli altri politici anche del centro sinistra, l’ultimo caso quando Consorte si scopri’ non pulito, e Di Pietro chiese una forte presa di posizione di Fassino e D’Alema nei riguardi di Consorte; Consorte era un deputato nazionale? NO; ecco neppure Scicchitano lo e’, ma crea conflittualita’, collateralismo, come Consorte! Di Pietro posto’ una lettera’ sul blog di Grillo (http://www.beppegrillo.it/muro_del_pianto/politica/index.html) nei fatti contro parte del centro sinistra in cui invitava a diffidare di quei politici del centro sinistra che avevano conflitti d’interesse collateralsimo con personaggi della finanza.” Promozione e programmi della Lista Di Pietro Italia dei valori:

e) LAZIO: – affidamento ad un apposito “Ufficio Esecutivo regionale” – composto (allo stato e salvo implementazioni) da …… Sergio Scicchitano” Liquidatore Federconsorzi Tribunale fallimentare di Roma ELETTILAZIOSERGIOSCICCHITANO (/http://www.italiadeivalo ri.it/organizzazioni_sedi/eletti/eletti_ prov.php?regione=LAZIO&prov=RM)

Poi vi e’ anche la conflittualita’ ed un collateralismo inaccettabile, anche nel recentissimo caso Geronzi/Guido Calvi, difensore di Geronzi nonche’ senatore dei DS/Capitalia/Parmalat; dice Guido Calvi: “Serve più prudenza.”Non si può non rimanere stupefatti per l’iniziativa degli inquirenti parmigiani. A me non piace votare per un partito che abbia nel suo seno questo genere di conflitti , il caso Calvi e’ per me eguale a quello di Ghedini o Pecorella tanto per intenderci, l’avvocato e senatore dei Ds Guido Calvi, legale del presidente di Capitalia Cesare Geronzi, e’ simbolo di come a Roma convivano una certa destra e una certa sinistra, ma perche’ cio’ deve accadere? perche’ fassino e Di pietro non fanno chiarezza nel partito? Calvi decida se fare l’avvocato di un tale personaggio o il rappresentatnte dei cittadini; Lo dico subito a me non piacciono queste commistioni, e men che meno mi piacerebbe avere un futuro  Ministro o sottosegretario alla Giustizia come Calvi!

Di geronzi sapete tutti, da qui i motivi di assoluto non gradimento della figura di Guido calvi, ed e’ cio’ che e’ stato scritto cosi’ superbamente su un quotidiano, di cui non ricordo il nome: ” GERONZI, L’ELEMOSINIERE BIPARTISAN, il ragioniere» che scendendo da Marino, paesotto dei Castelli romani, divenne strapotente, elargendo a destra e a manca con Capitalia, nella prima e nella seconda Repubblica, a Berlusconi, a Fini, come a Botteghe Oscure – Impallinato il piccione, adesso tocca al passero. Il salvatore delle imprese in crisi, il puntello di fortune in declino. Questo ruolo di stabilizzatore si estende anche alla politica, ma le macerie non fanno bene a nessuno. Non è un caso che i primi anni ‘90, quelli in cui in Italia tutto crolla, dalla lira al sistema dei partiti, sorga Capitalia. Dalle radici del Banco di Roma (l’istituto Iri privatizzato) della Cassa di risparmio di Roma dello storico Banco di santo spirito, la banca dei papi, e sulle ceneri del Banco di Sicilia. Poteva entrarci anche il Banco di Napoli, poi finito al Sanpaolo. Non è entrata invece la Banca commerciale italiana. L’opa che la Comit aveva lanciato nel 1999 sulla Banca di Roma (allora il logo Capitalia non c’era ancora) venne respinta da Geronzi, da Antonio Fazio, da Enrico Cuccia (con l’appoggio del governo D’Alema). Il matrimonio Roma-Milano non s’aveva da fare per salvare l’autonomia di Mediobanca (secondo Cuccia), per salvare la banca di sistema (secondo il governatore e il governo). Il banchiere che Nino Andreatta chiamava «il ragionier Geronzi» , quando il piccione, suo sodale da un quarantennio, si infilò mani, piedi e parentado nella filibusta di Gianpiero Fiorani all´assalto di Antonveneta, abbandonò il suo «compagno di pellegrinaggi». A Lourdes e a Santiago de Compostela, come ha raccontato una volta Francesco Cossiga, i due andavano, con le rispettive signore, non a piedi come tutti i pellegrini, ma «con aerei privati noleggiati dalla Banca di Roma: la controllata che paga il biglietto al controllore e signora».

Dopo il militare, nei primi anni sessanta, Geronzi entra da impiegato in Banca d´Italia, un anno prima di Fazio. Non molti anni dopo lo ritroviamo capo dell´Ufficio Cambi, uno snodo allora centrale a difesa della liretta. Florio Fiorini, grande esperto all´Eni di speculazioni sui cambi e fondi neri, quel periodo sul finire degli anni Settanta l´ha raccontato così: «C´era una cordata di amici, ci avevano soprannominato la banda dei sette, eravamo il terrore delle banche centrali. Ogni tanto mi chiamava il dottor Geronzi, responsabile dei cambi di Bankitalia: dottor Fiorini – mi faceva – non le sembra che lei e i sui amici stiate un po´ esagerando? Io chiamavo gli altri: ragazzi, il dottor Koch – così lo chiamavamo in codice – è incazzato, qualche giorno di tregua, please». Quando Guido Carli si dimise da governatore e il dottor Koch ebbe la definitiva certezza che nel palazzo di cui gli avevano affibbiato il nome il suo amico Antonio Fazio e Lamberto Dini avrebbero fatto più carriera di lui, se ne andò con Rinaldo Ossola al Banco di Napoli, per poi passare a dirigere la Cassa di Risparmio di Roma, vecchio feudo democristiano e papalino. Così comincia la vera scalata al potere. Con il benestare del Vaticano, della Dc e del Psi, Geronzi assorbe il Banco di Santo Spirito e il Banco di Roma. Poi verranno la Banca Nazionale dell´Agricoltura, il Mediocredito Centrale, il Banco di Sicilia, Bipop, Fineco. Nel 2002 arriva in Borsa la nuova holding Capitalia: 2000 sportelli, 30 mila dipendenti. Ma per gli sportelli il dottor Geronzi non ha smodata passione. Quel che è in cima ai suoi pensieri, ciò che quasi materializza il sogno di reincarnare Cuccia nel nuovo millennio, è quell´8,4 per cento di Mediobanca e quel 3,19 per cento di Generali nel portafoglio di Capitalia (ergo «Il Corriere della Sera»), che lo mettono al centro degli equilibri del bancocentrico capitalismo italiano, in una fase di grandi cambiamenti. Di equilibrismi il dottor Koch ha vissuto tutta la vita. Nato con la politica da banchiere pubblico, ha prosperato con la politica da banchiere privato. Prima o seconda repubblica per lui «pari son»: da An alla Quercia, dagli amici del Manifesto a Forza Italia. Forse qualcuno ricorda ancora che quando Berlusconi era sull´orlo del fallimento, con Comit e Credito Italiano che gli chiedevano di rientrare dal mostruoso debito, era stato lui a salvare il Biscione. Ma l´animo bipartisan è grande, contiene tutti: aiuta i diesse esposti per 502 miliardi di lire, «ristruttura» i debiti, pur meno consistenti, del Ppi e del Cdu. Cesarone o Penna Bianca, come lo chiamano gli estimatori, «è un ottimo taxi», sintetizza una volta Paolo Cirino Pomicino, richiamando la celebre frase di Enrico Mattei, capo del primo Eni, che si vantava di usare i partiti, per l´appunto come un taxi.

Immunità diplomatiche a 360 gradi per il destro banchiere di Marino, rafforzate dall´ottima stampa e dal calcio, che pure ora, con il Gaucci furioso, rischia di bruciacchiargli un po´ le mani, già ben a rischio con Cirio e Parmalat. E´ lui tanti anni fa a scoprire le doti di Bruno Vespa e dei suoi congiunti, affidandogli la direzione di «Risparmio Oggi», rivistina aziendale oggi ribattezzata «Capitalia» e tuttora nelle sapienti mani di famiglia.

E´ lui a non lesinare con la Mmp, creata insieme a Biagio Agnes, minimi garantiti pubblicitari a tutti, ma proprio a tutti, da «Topolino» al «Secolo d´Italia», dall´»Osservatore Romano» a «Class». Buco finale: 450 miliardi di lire di nove anni fa. Ignota, invece, la perdita nella breve vita de «L´Informazione», fondato con il solito duo Tanzi – Cragnotti.

Pubblicità e calcio, calcio e pubblicità hanno poi contagiato tutta la famiglia. La figlia maggiore Benedetta si occupa di spot pubblicitari con Luigi Carraro, figlio di Franco. La minore, Chiara, ha fondato la più importante agenzia sportiva italiana. Indovinate con chi? Con Andrea Cragnotti, figlio di Sergio, Francesca Tanzi, figlia di Calisto, e Alessandro Moggi, figlio di Luciano. Giuseppe De Mita, figlio di Ciriaco e poi direttore generale della Lazio ne è stato solo un dipendente. Chissà che voleva dire Gaucci quando dalla latitanza ha ambiguamente parlato della famiglia Geronzi e di 85 milioni di euro da lui sborsati. “

Il settimanale Time il 3 maggio del 2004 dedicava un articolo a Geronzi. Bastava leggerlo per provvedere alla sua rimozione immediata da Capitalia.

Questa e’ l’Etica e la garanzia che offre il  centro sinistra in questa enorme conflittualita’ di personaggi cosi’ poco gradevoli? ecco la mia domanda, richiamandomi anche a quanto gia’ scritto in questa sede : Legge sul risparmio monca su alcuni aspetti fondamentali (http://www.osservatoriosullalegalita.org/05/acom/12dic3/2101marcorisparmio.htm) . Il collateralismo inaccettabile ed un codice etico che separi politica finanza e magistratura come da voi tutti proclamato , deve valere in primis per il centro sinistra se volete avere dignita’ superiore di Etica e trasparenza, e noi ex elettori proprio per non cadere dalla padella alla brace, pretendiamo pulizia, da tutti perche’ c’e’ un grosso problema di mancanza d’Etica, d’ingiustizia e di non rappresentativita’ di questi valori in tutto cio’ .Il vero problema e’ creare davvero un’alternativa pulita allo squallore che da 5 anni viviamo, e non monetizzare tout court il malcontento contro Berlusconi senza al contempo offrire nulla di veramente innovativo costruttivo e trasparente; il vero problema sono:

  • 1  L’Etica,

  • 2  Un collateralismo inaccettabile che unisce politica finanza e talvolta alcuni giudici in sede fallimentare o di tribunale ordinario civile;

  • 3 Gli interessi dei partiti per le banche affinche’ coprano i bilanci in rosso dei partiti medesimi e li finanzino in un modo o nell’altro;

  • 4  La strumentalizzazione fine a se stessa, e non per il bene del Paese, di valori e simboli quali la religione, il sindacato e la lotta per corporazioni, cioe’ il falso moralismo (diverso dall’esser morali).
     

Non mi piace votare per il partito che difende e non pretende pulizia da questi signor.

Marco

Riforma dell’Ordinamento Giudiziario  

http://www.giustizia.it/dis_legge/ord_giudiziario.htm

Click here: [url=https://wallstreetrack.wordpress.com/2007/03/10/giustizia-e-la-riforma-dell%e2%80%99ordinamento-giudiziario-ecco-i-veri-problemi-parte-seconda/]link-la riforma dell’Ordinamento Giudiziario e’ indecente [/url]

 

Click here: [url=https://wallstreetrack.wordpress.com/2007/02/23/processi-lenti-e-non-sempre-chiari-who-judges-the-judges/]link-Giustizia Civile e Fallimentare e la dolosa lentezza dei processi[/url]

 

 

 

Marco Montanari

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