Giustizia e la Riforma dell’Ordinamento Giudiziario: Ecco i veri problemi – Parte seconda –

Il disegno di legge  per la riforma dell’Ordinamento Giudiziario e’ indecente!  Ecco i veri problemi  che questa classe politica dirigente nel suo totale non vuole affrontare. Parte seconda.

 

Il disegno di legge è stato presentato dal Guardasigilli Clemente Mastella

La proposta di riforma della magistratura

(Ddl Cdm 7.3.2007)

 

http://www.cittadinolex.kataweb.it/article_view.jsp?idArt=58399&idCat=120

 

Le misure predisposte dal Ministero della Giustizia non hanno nulla a che vedere con l’attuazione del principio costituzionale della durata ragionevole del processo, non eliminano le cause delle vere storture soprattutto della Giustizia Civile; sono in realtà ‘una truffa delle etichette’ come e’ stato giustamente notato da alcuni commentatori. Tutto cio’ certamente non potrà valere ad impedire una condanna ulteriore e definitiva dell’Italia in sede europea” e soprattutto consentira’ che i diritti dei cittadini possano esser violati ancora all’infinito e con immensi danni per tutti!

 

L’Italia è uno dei paesi all’interno dell’Unione Europea con il più basso livello di riformabilità. Lo afferma il capo economista ed analista di politica finanziaria di Moody’s Investor Service, Pierre Cailleteau, precisando che sia i dodici punti del patto voluto da Romano Prodi  che l’attuale riforma dell’Ordinamento giudiziario “sono più un riflesso di sopravvivenza che una chiara piattaforma innovativa e di sviluppo. La riforma della Giustizia civile e fallimentare e’ il primo grosso problema Italiano”.

 

In Italia non si investe nè sulla costruzione di nuove carceri nè sulla tutela della salute dei carcerati

Dietro le sbarre si perde il diritto alla salute

Maria Cecilia Guerra
Enza Caruso

 

IL testo riprodotto è “tratto dal sito http://www.lavoce.info”:

 

www.lavoce.info

 

 

 

Una questione di costi?


 

In Italia non si investe nè sulla costruzione di nuove carceri nè sulla tutela della salute dei carcerati, e  si continuano a rinviare le soluzioni dei problemi legati a pene e sanzioni. A fronte di tali gravi omissioni il Governo, i Ministri competenti, governatori del nord, imprenditori e ferrovieri sembrano essere tutti d’accordo sul fare spendere a ogni famiglia di 4 persone 1.000 euro per costruire la Tav Torino-Lione. Sorgono immensi dubbi di ogni genere !


I dati più aggiornati relativi alla spesa per la sanità penitenziaria sono contenuti nell’indagine conoscitiva condotta dalla Corte dei Conti relativamente al periodo 2002-2004 (
http://www.lavoce.info/news/view.php?id=10&cms_pk=2610&from=index). In breve, riflettono una diminuzione sensibile della spesa procapite, una forte incidenza dei costi del personale (più di quattro quinti del totale), in larga parte convenzionato, dei quale non si conosce però quanta parte sia imputabile al numero di ore lavorate e quanta ai compensi orari. L’indisponibilità di dati sul personale sanitario, insieme a quella sull’entità e sulle caratteristiche dei soggetti da assistere, configura nel complesso un sistema preoccupantemente privo di trasparenza.
 

La spesa sanitaria procapite per i reclusi è dimunuita infatti del -12 per cento dal 2000 al 2004, proprio mentre quella dei cittadini liberi aumentava del +31 per cento. A sette mesi dal provvedimento di indulto che ha drasticamente ridotto la popolazione carceraria, facciamo un bilancio di ciò che ha prodotto.

 

O una questione di responsabilità?


 

Il 30 luglio 2003 viene deliberata un’indagine conoscitiva parlamentare in commissioni riunite Giustizia-Affari sociali per approfondire lo stato di attuazione della riforma. Le testimonianze che si susseguono nel corso del 2004 fanno emergere valutazioni discordanti sulla nuova normativa, ma anche la complessità e l’emergenza della questione “sanità nelle carceri”. C’è chi rivendica l’autonomia della medicina penitenziaria, e chi ne ricorda i limiti (“un medico non può far uscire un detenuto dall’istituto. Può solo avanzare una proposta in tal senso ma, in realtà, è il direttore che decide”); c’è chi, tra le associazioni di volontariato, porta l’esempio della Francia, dove il passaggio delle competenze dalla Giustizia alla Sanità è avvenuto in modo repentino e denuncia le resistenze interne all’amministrazione penitenziaria; c’è chi invita a verificare le spese spropositate affrontate per i medici parcellisti. Su una cosa tutti concordano: il taglio dei finanziamenti, a fronte di una accresciuta domanda dei bisogni di salute e assistenza, e al contempo una forte incidenza dei costi del personale (più di quattro quinti del totale), contribuiscono a determinare un livello di degrado al limite dell’incostituzionalità. Le commissioni riunite giungono alla conclusione che le testimonianze dovranno essere completate con i dati ufficiali sull’effettiva situazione riscontrata presso gli istituti carcerari, effettuando sopralluoghi programmati. Allo stato attuale, a quanto risulta, l’indagine conoscitiva continua a restare priva di un documento conclusivo.

 

 

Potrebbe apparire come il “paradosso della Giustizia” quello del diritto universale alla salute, che ancora oggi a distanza di più di otto anni dalla norma che disciplina il riordino della medicina penitenziaria continua a viaggiare a velocità diverse. Una questione di responsabilità, prima ancora che di costi. Al di là del muro che divide il mondo libero da quello prigioniero si sta male.

 

Un processo di riforma davvero singolare

 

Che fine ha fatto il decreto legislativo 230/99? È lecito chiederselo considerando che la sanità penitenziaria, “corpo” a sé ancora dipendente dal ministero della Giustizia, continua ad essere regolata da norme alquanto antiche, che di fatto risalgono agli anni Settanta.  L. 730/70 e L. 345/75, che restano in vigore “fino alla completa attuazione del decreto legislativo 22 giugno 1999, n. 230”. Norme antecedenti l’istituzione del Servizio sanitario nazionale, che definisce un sistema di diritto alla salute universale, più volte interessato da grandi processi di riforma. Nasce dal presupposto di universalità l’esigenza di ricondurre, con il Dlgs 230/99 (riforma Bindi), anche la sanità nelle carceri sotto la responsabilità del Ssn, il quale, per mezzo delle Regioni e delle Asl, deve assicurare a tutte le persone detenute e internate, a prescindere dalla nazionalità e, per i migranti, dal permesso di soggiorno, livelli di prestazioni analoghi a quelli garantiti ai cittadini liberi. Il passaggio di consegne dal ministero della Giustizia al ministero della Salute, con contemporaneo trasferimento delle risorse finanziarie e umane, sarebbe dovuto avvenire in via immediata per i servizi delle tossicodipendenze affidati ai Sert di competenza territoriale, e in via sperimentale, cominciando da alcune Regioni, per le altre funzioni sanitarie.

Al Dlgs 230/99 ha fatto seguito un corposo Progetto obiettivo a valenza triennale volto ad affrontare sia questioni generali del sistema carcerario (igiene degli ambienti, stato delle strutture sanitarie, assistenza farmaceutica, medicina d’urgenza, eccetera), sia priorità specifiche (tossicodipendenze, assistenza ai migranti, patologie infettive, tutela della salute mentale). Il Progetto è rimasto in attesa dei risultati della sperimentazione per poter pervenire a un compiuto modello organizzativo del sistema. Ma la sperimentazione non si è mai conclusa e ciò è “testimoniato tra l’altro dal fatto che la Giustizia ha dichiarato formalmente di non essere in grado di fornire elementi sull’evoluzione e sull’esito della sperimentazione”, come si enuncia nell’apposita indagine conoscitiva condotta nel 2005 dalla Corte dei Conti, che continua: “i fatti che hanno determinato una anomalia tanto rilevante risultano privi di una spiegazione ragionevole”. Le vicende che hanno caratterizzato una sperimentazione, che nella realtà ha finito per interessare solo i servizi per le tossicodipendenze (che non dovevano essere oggetto di sperimentazione) sono davvero singolari. La Corte dei Conti riferisce di aver appurato che “nel medesimo periodo in cui (…), presso il ministero della Salute, erano in corso i lavori del “Comitato misto Salute-Giustizia” (insediato per monitorare i risultati della sperimentazione), è stata costituita e ha iniziato l’attività (… presso il ministero della Giustizia) una “Commissione mista Giustizia-Salute”, con il compito di elaborare uno schema di disegno di legge diretto tra l’altro a ricondurre il servizio presso l’amministrazione penitenziaria”. Il comitato, a distanza di due anni dall’approvazione del Progetto obiettivo prende atto che i dati epidemiologici relativi alla “sanità penitenziaria” non sono disponibili e nella riunione finale del 27 giugno 2003 non riesce a pervenire a una relazione conclusiva unica: la differenza di vedute fra i rappresentanti della Salute, propensi a proseguire l’attuazione della riforma, e della Giustizia, intenzionati a rivedere nella commissione mista il Dlgs n. 230/99 nella forma di sistema sanitario misto che coinvolga a livello locale le direzioni degli istituti e le direzioni delle Asl, induce a presentare due documenti distinti.

 

 

Benvenuti all’inferno, dalla parte di chi non ha voce in capitolo


 

Le lettere dal carcere delle persone recluse, e i pochi soggetti cui è consentito oltrepassare il muro e guardare “dentro ogni carcere”, ci descrivono una realtà sempre caratterizzata dall’emergenza: i frequenti episodi di autolesionismo e di suicidio; la diffusione di malattie infettive, come le epatiti, la tubercolosi, la scabbia, e l’Aids. Sono i rapporti di Antigone che ci informano delle assurde condizioni igieniche in cui si è spesso costretti a vivere nelle prigioni italiane: in violazione del regolamento penitenziario, in alcune carceri la tazza del water è a fianco ai letti e non in vani separati, mentre là dove ci sono i bagni è difficile che siano forniti di docce o di bidet per le detenute, non è insolito che manchi l’acqua calda. Più in generale, in carcere non esiste una medicina preventiva ed è estremamente difficile ottenere ricoveri ospedalieri nei casi di urgenza.

Nonostante gli sforzi fatti da poche Regioni, che senza aspettare il passaggio delle competenze, stanno provvedendo con proprie risorse alla fornitura dei farmaci o alla gestione della salute mentale attraverso i Dsm territoriali, per evitare l’internamento negli ospedali psichiatrici giudiziari, le persone ristrette nelle carceri italiane continuano a rimanere escluse dalla programmazione sanitaria del nostro paese, e dal riconoscimento dei livelli essenziali di assistenza.

Quella della sanità penitenziaria è una questione di democrazia prima ancora che di costi: attribuire le responsabilità a chi di dovere. Dopo più di otto anni, è ora di procedere al passaggio delle competenze al Ssn: la tutela della salute delle persone recluse non può essere limitata da esigenze di sicurezza e confinata nei documenti di programmazione del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, ma deve procedere su un binario unitario insieme a quella del mondo libero. È necessario uscire dal limbo in cui è sospesa la sanità penitenziaria e dare soluzione a questo singolare “paradosso della Giustizia”.

 

 

 

 

I numeri della sanità penitenziaria


Enza Caruso

 

IL testo riprodotto è “tratto dal sito http://www.lavoce.info”:

 

www.lavoce.info

 


In Italia non si investe nè sulla costruzione di nuove carceri nè sulla tutela della salute dei carcerati, e  si continuano a rinviare le soluzioni dei problemi legati a pene e sanzioni. A fronte di tali gravi omissioni il Governo, i Ministri competenti, governatori del nord, imprenditori e ferrovieri sembrano essere tutti d’accordo sul fare spendere a ogni famiglia di 4 persone 1.000 euro per costruire la Tav Torino-Lione. Sorgono immensi dubbi di ogni genere !
 
 
I dati più aggiornati relativi alla spesa per la sanità penitenziaria sono contenuti nell’indagine conoscitiva condotta dalla Corte dei Conti relativamente al periodo 2002-2004. In breve, riflettono una diminuzione sensibile della spesa procapite, una forte incidenza dei costi del personale ( 110,21 milioni di euro l’anno, più di quattro quinti del totale), in larga parte convenzionato, dei quale non si conosce però quanta parte sia imputabile al numero di ore lavorate e quanta ai compensi orari. L’indisponibilità di dati sul personale sanitario, insieme a quella sull’entità e sulle caratteristiche dei soggetti da assistere, configura nel complesso un sistema preoccupantemente privo di trasparenza.
 
 
L’istruttoria riguarda come detto il periodo 2000-2004, anni in cui la popolazione detenuta è aumentata di circa il +5,5 per cento, passando da 53.165 a 56.068 presenze.
 
Mentre gli stanziamenti annuali per la sanità penitenziaria da parte del ministero della Giustizia si sono progressivamente ridotti, -10,41 per cento, passando  in valore assoluto, da 144 a 129 milioni di euro. Il taglio è solo in parte spiegato dal trasferimento dei fondi per le tossicodipendenze al Sistema sanitario nazionale, che è avvenuto solo a metà del 2003.
 
La spesa sanitaria penitenziaria procapite per le persone detenute è superiore a quella del mondo libero: nel 2004, 2.302 euro contro 1.581. È però bene sottolineare che il concentrato di patologie presenti nelle carceri, peraltro difficile da valutare quantitativamente, in ragione della carenza di dati epidemiologici sulle condizioni di salute delle persone recluse, rende qualsiasi equiparazione impropria.
 
Interessante è invece il dato sul trend. La spesa sanitaria procapite per i reclusi è dimunuita infatti del -12 per cento dal 2000 al 2004, proprio mentre quella dei cittadini liberi aumentava del +31 per cento. A sette mesi dal provvedimento di indulto che ha drasticamente ridotto la popolazione carceraria, facciamo un bilancio di ciò che ha prodotto. 

 

La sanità penitenziaria è costituita da 4 capitoli di spesa
 
 
 

  • 1- Il primo, cap. 2131, finanzia le modeste spese sostenute nelle carceri minorili: in media lo 0,57% degli stanziamenti (129,08 milioni di euro) ovvero 740.000 euro l’anno ;

  • 2- Il secondo, cap. 1768, oggi pesa per zero euro, era in precedenza destinato agli interventi per le tossicodipendenze con circa 6 milioni di euro l’anno che incidevano per circa il 4,65% sugli stanziamenti. Ora queste risorse, con un ritardo di tre anni, sono state trasferite al Ssn per effetto del decreto legislativo 230/99;

  • 3- Il terzo, cap. 1600, finanzia le retribuzioni del personale medico, di ruolo e incaricato, e del personale infermieristico di ruolo, direttamente dipendenti dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria e costituisce in media un quinto delle risorse ovvero  27,66 milioni di euro l’anno che incidono per circa il 21,43% sugli stanziamenti;

  • 4 – Infine, l’ultimo e più rilevante, il cap. 1764, su cui tra l’altro grava anche la costosa convenzione con l’ospedale psichiatrico giudiziario di Castiglione delle Stiviere, è destinato in prevalenza alle spese gestite dai Provveditorati regionali e costituisce più dei tre quarti delle risorse ovvero  100,68 milioni di euro l’anno che incidono per circa il 78,0% sugli stanziamenti e che servono per la maggior parte a finanziare le convenzioni per le guardie mediche e infermieristiche e per le consulenze specialistiche che, complessivamente, nel 2003 (ultimo dato disponibile) costituiscono circa l’82% della spesa a consuntivo dei Provveditorati, ovvero 82,55 milioni di euro l’anno, con un incremento rispetto al 2000 del +17% circa. 


Per contro, la spesa farmaceutica (in prigione abbondano solo analgesici e antidepressivi) si è contratta nello stesso periodo del -42%, anche in ragione del fatto che spesso della fornitura gratuita dei farmaci si sono fatte carico le Regioni, consapevoli della gravità della situazione nelle carceri, imputabile anche alla mancanza dell’impegno politico a procedere con la riforma. 


 
In sostanza, la spesa per la sanità penitenziaria, al di la’ delle poche spese per il minorile, ovvero 740.000 euro l’anno, è costituita all’85,43% per cento da spese per il personale sanitario, 110,21 milioni di euro l’anno ( 82,55 milioni di euro l’anno +  27,66 milioni di euro l’anno). E si arriva all’90 per cento se si esclude la convenzione con Castiglione delle Siviere in base agli ultimi dati disponibili, contenuti nell’indagine conoscitiva condotta dalla Corte dei Conti relativamente al periodo 2002-2004. 
 
 

Il personale della sanità penitenziaria 


I dipendenti sono un numero davvero irrisorio, 854 nel 2005. Il personale medico e paramedico a convenzione, sono un numero davvero enorme, i soli dati comunicati riguardano le presenze di un singolo giorno, il 12 maggio 2005: si tratta di 4.392 persone
 
 
 
Ma quale è il profilo del personale della sanità penitenziaria? I dipendenti sono un numero davvero irrisorio e nel complesso si è pure contratto, passando da 969 unità nel 2000 a 854 nel 2005. La maggior parte del personale medico e paramedico lavora a convenzione, con contratti atipici, senza un profilo giuridico definito, con tariffe peraltro inferiori a quelle vigenti presso il Ssn. Si tratta di personale, selezionato secondo criteri stabiliti dall’amministrazione degli istituti penitenziari, che svolge attività libero professionale su commissione e che può provenire dalle Asl o dal precariato.


Ciò che è grave è che a fronte di una spesa aggregata conosciuta per le convenzioni, i Provveditorati regionali non hanno saputo fornire alla magistratura contabile dati sulle unità di personale medico e infermieristico. I soli dati comunicati riguardano le presenze di un singolo giorno, il 12 maggio 2005, anno peraltro non incluso nel periodo di indagine: si tratta di 4.392 persone che operano in prevalenza a tempo parziale. Come osservato dalla Corte dei Conti, ciò “non permette di verificare, ad esempio, se la crescita della spesa, che si registra in ciascun anno del periodo (sia per il personale medico che per quello infermieristico), si correli all’incremento dei dipendenti (che occorre ricordare operano in regime libero professionale su commissione ), a quello delle ore lavorate o soltanto alla ridefinizione dei compensi orari”, e va sottolineato che “la possibile carente informatizzazione del sistema non sembra possa giustificare la mancanza di informazioni sui fattori elementari dell’assetto organizzativo delle strutture sanitarie”. L’indisponibilità di dati sul personale sanitario insieme a quella sull’entità e sulle caratteristiche dei soggetti da assistere, configura nel complesso un sistema privo di trasparenza. Per un aggiornamento dei dati esistenti, dovremo quindi, molto probabilmente, aspettare la prossima istruttoria della magistratura contabile.

 

 

Fallisce subito la sordina di Prodi
Lite sulle toghe

 

” Lla riforma dell’ordinamento giudiziario proposta dal Guardasigilli Clemente Mastella e approvata dal Consiglio dei ministri, con il voto contrario di Emma Bonino e una colluttazione verbale con Antonio Di Pietro, spalleggiato da Alfonso Pecoraro Scanio e Paolo Ferrero.

 

Di Pietro non accetta la «diminutio» del Consiglio superiore della magistratura. Nel testo che Mastella ha presentato ieri, è saltata infatti la concertazione tra governo e Csm. Scintille. L’ex Pm è andato su tutte le furie: «In Parlamento questo ddl non te lo faccio passare. Qui siamo al berlusconismo strisciante». Secca la replica del Guardasigilli: «Se vuoi fare tu il ministro della Giustizia al posto mio accomodati. E poi voglio vedere se non passa il mio disegno di legge: tanto vanno di moda le maggioranze variabili». «Calma, calma», è il sottosegretario Enrico Letta. «Non mi sembra il caso di andare in escandescenze», ha aggiunto Prodi. Ma a dare manforte a Di Pietro sono stati Ferrero e Pecoraro Scanio. Anche il ministro dell’Ambiente si è lamentato per i cambiamenti apportati dell’ultimo minuto. Il premier ha invitato i ministri ad approvare il ddl, lasciando aperta la possibilità di una modifica in Parlamento. «Va bene – ha tagliato la testa al toro Di Pietro – ma a una condizione, che il governo si impegni entro 15 giorni a portare all?esame della Camera il progetto di legge che abolisce la ex Cirielli»

 

 

 

Emma si è dissociata «Da sempre sono favorevole alla separazione delle carriere”

 

AMEDEO LA MATTINA
ROMA

 


 

http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/politica/200703articoli/18993girata.asp
 

 

 

Sono passati sei giorni dal voto di fiducia al governo Prodi, con il premier fermo nel condannare giochi e divisioni tra alleati, determinato a mettere fini alle diatribe tra ministri. Ma al primo Consiglio dei ministri è già scoppiata una grana sulla giustizia. Una questione di non poco conto che ha fatto emergere le diverse anime che convivono nella maggioranza. L’aspetto paradossale è che ieri a Palazzo Chigi il premier aveva finito di ricordare quei 12 punti del documento programmatico che era stato sottoscritto dai leader dell’Unione e che dovrebbe servire a far ripartire il treno con «slancio». «E’ un impegno vincolante per tutti – aveva detto il presidente – che vincola voi ministri e me come presidente a rispettarlo». Dunque, è l’ora della «ripartenza e del nuovo slancio», erano state le parole del Professore, che ha inoltre annunciato un Decreto della presidenza del Consiglio per istituire la nuova figura del portavoce unico del governo nella persona di Silvio Sircana.

 

 

Quanto poi siano infuriati i portavoce degli altri ministri che in questo modo sono ridotti alla «sovranità limitata», è facile da immaginare. Tanto che, appena si chiede loro anche la più innocente informazione, ci si sente rispondere: «Andatelo a chiedere a Sircana, che sa tutto!». La centralizzazione informativa è un aspetto conseguente della leadership che Prodi vuole esercitare con piglio decisionista sulla sua maggioranza. Infatti, la stessa sera che fu sottoscritto il famoso «dodecalogo», venne stabilito che su tutti i problemi che sarebbero sorti, il premier avrebbe avuto l’ultima parola in maniera insindacabile. Il che fa il paio con l’iniziativa del Professore di avocare a sè le consultazioni con l’opposizione sulla riforme.

 

 

Il punto è che l’Unione è piena di spifferi, trombe e trombette, e le divisioni sono difficilmente componibili. E infatti arriviamo alla riforma dell’ordinamento giudiziario proposta dal Guardasigilli Clemente Mastella e approvata dal Consiglio dei ministri, con il voto contrario di Emma Bonino e una colluttazione verbale con Antonio Di Pietro, spalleggiato da Alfonso Pecoraro Scanio e Paolo Ferrero.

 

 

E’ la prima volta che l’esponente dei Radicali vota contro un provvedimento che considera «inaccettabile». Per la Bonino il testo è «agli antipodi dalle posizioni che appartengono alla Rosa del Pugno e alla tradizione laica, liberale, socialista e radicale». Non c’è una netta differenziazione delle funzioni dei magistrati inquirenti e giudicanti (figuriamoci delle carriere). Ma in più, secondo il ministro per gli Affari europei, si discosta dal programma dell’Unione laddove si puntava a realizzare nel processo penale una effettiva terzietà del giudice ed un’effettiva parità tra accusa e difesa. A questo punto Bonino si è augurata che in Parlamento il ddl di Mastella venga modificato.

 

 

 

A questa critica per così dire «garantista», si è aggiunta quella di segno opposto di Di Pietro, che non accetta la «diminutio» del Consiglio superiore della magistratura. Nel testo che Mastella ha presentato ieri, è saltata infatti la concertazione tra governo e Csm. Scintille. L’ex Pm è andato su tutte le furie: «In Parlamento questo ddl non te lo faccio passare. Qui siamo al berlusconismo strisciante». Secca la replica del Guardasigilli: «Se vuoi fare tu il ministro della Giustizia al posto mio accomodati. E poi voglio vedere se non passa il mio disegno di legge: tanto vanno di moda le maggioranze variabili». «Calma, calma», è il sottosegretario Enrico Letta. «Non mi sembra il caso di andare in escandescenze», ha aggiunto Prodi. Ma a dare manforte a Di Pietro sono stati Ferrero e Pecoraro Scanio. Anche il ministro dell’Ambiente si è lamentato per i cambiamenti apportati dell’ultimo minuto. Il premier ha invitato i ministri ad approvare il ddl, lasciando aperta la possibilità di una modifica in Parlamento. «Va bene – ha tagliato la testa al toro Di Pietro – ma a una condizione, che il governo si impegni entro 15 giorni a portare all’esame della Camera il progetto di legge che abolisce la ex Cirielli»

 

 

 

Non e’ cosi che si fa’ politica Tonino; sei giustamente in disaccordo con l’ambiguo Mastella, ma non puoi barattare questo schifo di riforma dell’ordinamento pretendendo in cambio solo e soltanto cio’ che era cmq dovuto dal programma , cioe’ l’abrogazione di una delle leggi vergogna, la ex Cirielli! E’ come dire che uno pensa di purgarsi lo spirito dicendo ad un altro …vabbe’ chiudo gli occhi sulle tue malefatte ma fai una donazione alla Chiesa!

 

 

Inoltre i problemi della giustizia sono altri che, ne’ tu e, men che meno Mastella, avete affrontato! Io ti dico di dimetterti, con dignita’ e nobilta’, fai cascare il Governo, e mandali a casa tutti; ne trai sollievo d’animo e il tuo valore aumenta a dimisura; si faccia un governo tecnico di pochi mesi per fare una nuova legge elettorale con sbarramento del 5%, e andiamo a votare, e’ meglio!

 

 

Esperire denunce per omissioni ed abusi d’ufficio con contestuale  ricorsi per il risarcimento del danno sia per “denegata giustizia” alla luce della irragionevole durata dei processi sia verso i Giudici che dolosamente in uno con i liquidatori e gli avvocati pongono in essere atti omissivi e d’abuso d’ufficio nonostante il richiamo ufficiale della Corte di Cassazione e della Corte Europea sulla durata dei processi e sulla vincolativita’ delle norme europee in materia recepite dall’Italia. Il parametro adottato dalla Corte Europea individua la durata massima di un processo ordinario nei complessivi 3 gradi di giudizio e’ di 4 anni e 3 mesi, da noi durano nel minimo 7 anni di media ma arrivanbo spesso anche oltre i dieci. Questo e’ il mio consiglio.

 

 

Marco Montanari

 

 

L’accusa di Tinti, procuratore a Torino: «Magistrati, un’altra casta» , «Così le correnti si dividono i posti. Il merito non conta»  Un blog per i «ribelli» che propongono: non votiamo alle elezioni dell’Anm Vera Schiavazzi
25 settembre 2007

Click here:[url=http://www.corriere.it/Primo_Piano/Politica/2007/09_Settembre/25/magistrati_casta_correnti.shtml]link-«Magistrati, un’altra casta» [/url]

 

 

«È accaduto nella magistratura qualcosa di molto simile a ciò che è accaduto all’esterno, nei palazzi della politica. Gruppi legittimi ma di natura privata, cioè le correnti, decidono su un bene pubblico, la giustizia, proprio come i partiti fanno nelle istituzioni». Bruno Tinti, procuratore aggiunto a Torino, uno dei magistrati italiani più esperti sul fronte della lotta ai reati finanziari, traccia nel suo libro fresco di stampa («Toghe rotte», per Chiarelettere, prefazione di Marco Travaglio) un affresco inquietante dei meccanismi che regolano l’autogoverno della sua categoria. Quei meccanismi che avrebbero dovuto preservarne l’autonomia dai «poteri forti» e che, invece, l’hanno trasformata in una Casta, con i propri rituali, i propri compromessi e le proprie spartizioni. E che ora suscitano polemiche all’interno della stessa magistratura, dando vita a nuovi gruppi e a una proposta- choc, l’astensione, in novembre, alle prossime elezioni dell’Associazione nazionale magistrati, il sindacato che rappresenta il 93% dei giudici italiani. C’è anche un blog (www.toghe.blogspot. com), al quale lo stesso Tinti partecipa, che racconta il malessere per «il male che le toghe fanno a se stesse».

 

LA LOTTIZZAZIONE — «Praticamente tutti i posti di potere sono ormai lottizzati dalle correnti – scrive Tinti – . Il sistema funziona più o meno così: a fare il presidente del Tribunale di Roncofritto ci mandiamo Michele, che è dei Gialli, così loro ci votano Luigi, che è dei nostri, a procuratore di Poggio Belsito. Alle prossime elezioni del Csm possiamo quindi candidare Carmelo…». Tinti descrive nei dettagli il funzionamento dei Consigli Giudiziari, i piccoli Csm regionali che a loro volta «pre-selezionano » i magistrati che poi il Consiglio superiore della magistratura dovrà scegliere per gli incarichi direttivi. «I candidati contattano i loro santi protettori. Le lodi si sprecano, ogni corrente sostiene il suo candidato, che certe volte è espertissimo e altre non ha mai ricoperto quel ruolo ma è proprio quello che si vuole, talvolta è il più anziano talvolta il meno anziano ma molto più bravo, e così via», spiega il magistrato torinese. E sul blog si trova il resto.

 

I RITARDI DEL CSM — A cominciare dalle parole di Mario Fresa, presidente della Commissione trasferimenti del Csm: «L’irragionevole durata delle pratiche del Csm nei concorsi si riverbera sulla irragionevole durata dei processi». Fresa cita il caso dei posti, rimasti a lungo scoperti, al Massimario della Cassazione (è l’ufficio che raccoglie le sentenze della Corte: in genere ci finiscono magistrati giovani, studiosi e appoggiatissimi da una corrente): «È parso evidente che le divisioni riguardavano schieramenti precostituiti, a prescindere dall’esame dei profili professionali… Il metodo che veniva seguito era quello della spartizione correntizia». C’è poi la proposta – citata e criticata sempre da Fresa – di assegnare nove posti di sostituto procuratore generale presso la Cassazione «secondo una sorta di favore ingiustificato a coloro che hanno ricoperto incarichi associativi (cioè a chi ha rappresentato le correnti, ndr) .

 

LO SFOGO ONLINE — Sul blog i magistrati si sfogano e ragionano a voce alta: «Molti di noi immaginano – ha scritto Pierluigi Picardi, consigliere di Corte d’Appello a Napoli – che se essi lavorano in maniera pazzesca sia così un po’ ovunque o credono che i casi di incapacità organizzativa o sfaticatezza siano marginali ma le cose non stanno così. Certi casi come quello di Bari dove un magistrato ha ritardi nel deposito delle sentenze anche di quattro anni ed è ancora al suo posto, non sono frequentissimi, ma se non riusciamo a colpire le situazioni più evidenti come si può immaginare di affrontare con rigore la normalità?». E ancora: «Il Csm non è in grado di decidere nemmeno su un caso clamoroso come quello di padre e figlio rispettivamente procuratore aggiunto e avvocato penalista; potrei continuare parlandovi di un Tribunale nel quale in un anno il collegio ha deciso 8 (dico otto) cause penali in tutto».

Nel giugno scorso, dieci sostituti procuratori generali di Roma hanno rivolto un appello al vicepresidente del Csm, il senatore Nicola Mancino, sul modo nel quale si intendevano nominare un procuratore aggiunto e un sostituto procuratore generale nella loro città: «La discrezionalità del Consiglio si va mutando in inaccettabile arbitrio».

 

L’AMMISSIONE. Antonio Patrono, membro del Csm e segretario generale di Magistratura Indipendente, la corrente «di destra», ha poi riassunto così le posizioni sulla lottizzazione interna: «Noi sosteniamo che il correntismo esiste ed è un problema da risolvere tutti insieme; Magistratura Democratica e il Movimento per la Giustizia (la «sinistra» e i «Verdi», ndr) sostengono che esiste ma loro ne sono immuni e riguarda solo gli altri; Unità per la Costituzione (il «centro», ndr) sostiene che forse nemmeno esiste e comunque non è un problema… ».

 

«COLLEGHI, NON VOTATE» — Sul blog dei «ribelli», nasce così una proposta che non ha precedenti nella storia della magistratura: astenersi in massa dal voto per il Consiglio direttivo dell’Associazione, che sarà rinnovato tra poco più di un mese, il 12 e 13 novembre. Come scrive Stefano Racheli, sostituto procuratore presso la Corte d’Appello di Roma, «una contestazione forte», capace di «rompere col sistema» e di far sentire la voce di una base non più divisa in correnti ma organizzata «come una rete, da persone che non appartengono a nessuno e che non vogliono creare nuove appartenenze ». È presto per dire quanti accoglieranno l’appello. Ma, certo, mai come ora le vecchie correnti (e anche quelle più recenti, come «Movimento per la giustizia» e «I Ghibellini – Articolo 3») appaiono in discussione.

 

SERIE A E SERIE B — Le correnti e i mali interni della magistratura non sono l’unico oggetto del lavoro che Bruno Tinti ha scritto con la collaborazione di tre, anonimi colleghi. La depenalizzazione del falso in bilancio e la constatazione che la maggior parte dei procedimenti per reati finanziari non possono nemmeno cominciare o si concludono con la prescrizione occupa un capitolo chiave: «Oggi in prigione finiscono solo i poveracci e qualche spacciatore di droga, per poco tempo, e i magistrati come me rischiano la disoccupazione». «E non c’è alcuna differenza tra un governo e un altro – conclude il procuratore torinese – . Da Mani Pulite in poi, la preoccupazione è stata una sola: rendere non punibile la classe dirigente di questo paese».

 

 

 

Le toghe militari (103 giudici con le stellette) della Procura generale presso la Cassazione tengono in media 6 udienze l’anno

Giudici militari, viaggio premio  dopo 2 mesi e mezzo di ferie

Un terzo dei magistrati in Spagna per un convegno. Prevista anche una diaria di 80 euro 

La trasferta deliberata a luglio.

 

Gian Antonio Stella
 

http://www.corriere.it/

Stremati da dieci settimane di pausa estiva, che per consuetudine comincia intorno al 10 luglio e si trascina fino all’ultima decade di settembre, i magistrati militari hanno deciso di tuffarsi di nuovo nel lavoro con un convegno internazionale. Nella bellissima Toledo. Dove, per attrezzarsi ad affrontare al meglio i mesi finali dell’anno quando sono attesi a volte perfino da tre udienze al mese (tre al mese!)ma  che tengono in media 6 udienze l’anno, sbarcano oggi in 32: un terzo di tutti i giudici con le stellette italiani. Perché mandare una delegazione di due o tre persone se tanto paga lo Stato? I viaggetti in comitiva, si sa, sono dalle nostre parti una passione antica. Basti ricordare certe migrazioni di massa a New York per il Columbus Day. O la trasferta di un gruppo di deputati regionali siciliani in Norvegia (con un codazzo di musicisti di un’orchestrina folk, trenta giornalisti, quattro cuochi, un po’ di mogli…) per vedere come i norvegesi avessero organizzato un mondiale di ciclismo: totale 120 persone. O ancora la spedizione di Bettino Craxi a Pechino («andiamo in Cina con Craxi e i suoi cari», ironizzò Giulio Andreotti) finita con mille polemiche sulla scelta di tornare con una sosta in India per far visita al fratello Antonio, discepolo del santone Sai Baba, e una strepitosa interrogazione parlamentare di Renato Nicolini con domande tipo: «Vuole il presidente dirci quali siano le attrazioni di Macao e di Hong Kong più consigliabili al turista italiano al fine di sprovincializzarne la mentalità? »

 

Va da sé che, con questi precedenti, i giudici con le stellette hanno deciso che non era proprio il caso di fare gli sparagnini. E appena hanno saputo che nell’antica capitale della Castiglia organizzavano un congresso internazionale, si sono dati da fare. Certo, il tema del simposio («La legge criminale tra guerra e pace: giustizia e cooperazione in materie criminali negli interventi internazionali militari») non è una leccornia. Ma Toledo è Toledo. L’Alcazar! Il fondaco dell’Alhóndiga! Il Castillo de San Servando! La Plaza de Zocodover! La casa e i quadri del Greco tra cui la celebre «sepoltura del conte di Orgaz»!

 

Fatto sta che la delibera del 5 giugno scorso era assai invitante: le spese del convegno (350 euro a testa, compresi il materiale didattico e i pasti all’Accademia di Fanteria), più le spese di viaggio e pernottamento, più il «trattamento di missione internazionale», più una indennità forfettaria giornaliera di un’ottantina di euro erano infatti a carico del ministero.

 

Un salasso? Ma no, avrebbe risposto la successiva delibera del 3 luglio. Nonostante Padoa Schioppa stia sempre lì a pianger miseria, diceva il documento, «sono state individuate disponibilità finanziarie che consentono di coprire la spesa per la partecipazione al predetto congresso di tutti i magistrati richiedenti». Tutti? Crepi l’avarizia: tutti. Cioè 32. Tra i quali l’unico (unico) invitato come relatore, Antonino Intelisano. Vi chiederete: costi a parte, come farà la Giustizia militare a reggere per ben tre giorni senza un terzo dei suoi pilastri, dato che i giudici, da Vipiteno a Lampedusa, sono 103? Rassicuratevi: reggerà. Anche quando presidiano il loro posto di lavoro, infatti, non è che i nostri siano sommersi da cataste di fascicoli come i colleghi della magistratura ordinaria. Anzi.

 

I giudici della Procura Generale Militare presso la Cassazione, per dire, hanno dovuto sobbarcarsi nel 2006 (assistiti da 35 dipendenti vari, per circa metà militari e circa metà civili) sei udienze: una ogni due mesi, da spartire in quattro. I tre del Tribunale di Sorveglianza militare, che contano su 32 assistenti a vario titolo e hanno competenza sull’unico carcere militare rimasto aperto, quello casertano di Santa Maria Capua a Vetere do ve sono recluse solo persone in divisa condannate dalla giustizia ordinaria per reati ordinari, hanno un solo detenuto militare per reati militari: Erich Priebke, condannato all’ergastolo per la strage delle Fosse Ardeatine.

 

Quanto ai dati complessivi, lasciano di sasso: i 79 magistrati «con le stellette» (in realtà non le portano per niente: sono giudici come gli altri solo che hanno scelto una carriera parallela) addetti ai nove tribunali sparsi per la penisola (Roma, La Spezia, Torino, Verona, Padova, Napoli, Bari, Cagliari e Palermo) e i loro 17 colleghi delle tre corti d’Appello (Roma, Napoli e Verona) sono chiamati infatti a lavorare sempre di meno. Al punto che nel 2006 hanno emesso, tutti insieme, un migliaio di sentenze su temi spesso irrilevanti se non ridicoli: circa 300 in meno dei verdetti penali (poi ci sono i civili) di un tribunale ordinario minore come quello di Bassano del Grappa.

 

Un esempio di carico di lavoro? Il presidente della Corte Militare d’Appello di Roma, Vito Nicolò Diana, quando dirigeva la sezione distaccata di Verona (dal 1992 a poco fa) aveva ottenuto non solo un alloggio di servizio nel cuore del centro storico della città scaligera (aiuto concesso solo ai militari che guadagnano stipendi assai minori) ma perfino il permesso di abitare nella capitale, in riva non all’Adige ma al Tevere. Insomma, una situazione assurda. Tanto che, dopo la prima denuncia del Corriere, i ministri della Difesa e della Giustizia, Clemente Mastella e Arturo Parisi, avevano scritto al giornale convenendo che si trattava d’un quadro «inaccettabile» e assicurando che «nel quadro del disegno di legge relativo alla riforma dell’Ordinamento Giudiziario» già approvato dal Consiglio dei ministri, erano stati decisi tagli drastici, «riducendo il numero complessivo degli Uffici Giudiziari Militari, giudicanti e requirenti, di ben due terzi: cioè da 12 a 4 (3 Tribunali e un’unica Corte d’Appello, senza Sezioni distaccate)». Bastarono tre giorni, però, perché il progetto venisse stralciato e quei buoni propositi fossero abbattuti come birilli dal vento delle proteste corporative.

 

Adesso, «per capire », vorrebbero fare una commissione di studio. La terza, dopo quella del 1992 varata dal ministro della Difesa Salvo Andò e quella del 2003/2004 presieduta dal procuratore generale Giuseppe Scandina. Nel frattempo la quota dei magistrati con le stellette che hanno tempo in abbondanza per gli incarichi extragiudiziari è salita al 36%, contro il 3% dei giudici ordinari. E il lavoro degli uffici, grazie a tutte le cose che sono cambiate a partire dall’abolizione del servizio di leva obbligatorio, ha continuato a calare, calare, calare. Fino a dimezzarsi quest’anno rispetto perfino al 2006. Benedetto Roberti, uno dei giudici che con Sergio Dini e pochi altri invoca da anni una riforma, ricorda che nel 1997, quando faceva il Gup a Torino, arrivò da solo a 1.375 sentenze. Sapete quante ne ha emesse quest’anno il giudice che fa quello stesso lavoro? Tenetevi forte: 28.

 

 

 

 

 

Toghe, al via il ricambio

 

Click here: [url=http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Norme%20e%20Tributi/2007/09/toghe-ricambio.shtml?uuid=8107b77c-6b36-11dc-9aad-00000e25108c&DocRulesView=Libero&area=box04]link- Toghe, al via il ricambio [/url]

 

 

 

Il grande rimpasto

Magistrati che cesseranno dalla funzione il 27 gennaio 2008 per effetto della riforma dell’ordinamento giudiziario

 

 

Click here: [url=http://www.ilsole24ore.com/fc?cmd=document&file=/art/SoleOnLine4/Norme%20e%20Tributi/2007/09/Magistrati.pdf?uuid=7eac2ab2-6b3b-11dc-9aad-00000e25108c]link- Il grande rimpasto [/url]

 

 

La prova del budino è nel mangiarlo», recita un proverbio inglese. Ed è quel che si accinge a fare il Consiglio superiore della magistratura: «assaggiare » – ovviamente in senso metaforico – i vertici degli uffici giudiziari. Ogni 4 anni, Presidenti di Tribunali e di Corti, Procuratori generali e della Repubblica, Aggiunti, Presidenti di sezione verranno valutati per quel che hanno fatto sul campo di battaglia: chi avrà dimostrato di avere attitudini organizzative e gestionali potrà essere riconfermato per un altro quadriennio, altrimenti tornerà a fare il soldato semplice, lasciando il comando ad altri, anche più giovani. In ogni caso, dopo 8 anni di guida ininterrotta di un ufficio, bisognerà andarsene: chi vorrà proseguire la carriera dirigenziale fino alla pensione dovrà trasferirsi in un altro ufficio, un’altra città o addirittura un’altra Regione (sempre previa “prova del budino”); chi, invece, non se la sentirà di partire armi e bagagli per un’altra sede, andrà a rinforzare le truppe di magistrati semplici, magari in Cassazione. Insomma, una rivoluzione. Grande o piccola, vera o finta, si vedrà. C’è chi la considera una manna dal cielo e chi una sciagura; chi pensa che si risolverà in un giro di poltrone e chi, invece, in un’importante occasione di svecchiamento della magistratura. Una cosa è certa: la regola del budino, applicata all’universo immobile della giustizia, ha già provocato un terremoto perché tra quattro mesi ( il 27 gennaio 2008), in tutta Italia “salteranno” 140 posti direttivi e 182 posti semidirettivi. Poltrone occupate spesso da tempo immemorabile, come la Procura della Repubblica di Catanzaro, da 19 anni in mano a quel Mariano Lombardi di cui, nei giorni scorsi, il ministro della Giustizia, Clemente Mastella, ha chiesto il trasferimento in via cautelare, insieme al sostituto pm Luigi De Magistris. Lombardi compirà 73 anni il 4 gennaio 2008 e per lui – come per altri 70 colleghi con funzioni direttive e semidirettive – si prospetta un pensionamento anticipato: essendo ormai prossimo ai 75 anni, non potrà più aspirare alla dirigenza perché non è in grado di garantire una permanenza minima di 4 anni, condizione indispensabile richiesta dalla riforma dell’ordinamento giudiziario per ambire alla guida di un ufficio.

 

È stata la riforma dell’ordinamento giudiziario ad aver introdotto la regola del budino, ovvero la «temporaneità degli incarichi direttivi». C’è voluto mezzo secolo per rompere il tabù dell’inamovibilità dei dirigenti, difeso dalla componente più corporativa della magistratura, che ancora oggi preme per rinviare l’operatività della riforma, presagendo catastrofi perché sostiene che per gennaio 2008 il Csm non sarà in grado di sostituire i 322 «perdenti posto». Con la conseguenza che moltissimi uffici giudiziari rimarranno acefali e privi di una memoria che solo i “vecchi” capi potevano garantire. Un allarme in parte fondato, se si considera che il Csm riesce a coprire, in media, 100 posti direttivi all’anno. Tanto più che attualmente risultano scoperti già 164 posti, alcuni molto delicati, come la Procura di Reggio Calabria.

 

Ma a Palazzo dei Marescialli si stanno attrezzando per non perdere quest’opportunità offerta dalla riforma. E con l’aiuto del Ministero (e del Parlamento), sperano di farcela, senza stravolgerne lo spirito. Tant’è che ieri la Commissione incarichi direttivi, presieduta da Ezia Maccora, ha dato via libera al bando di concorso per i 140 direttivi che scadono a gennaio (più altri 17 in scadenza a giugno 2008), bocciando così la tesi sostenuta dai vertici torinesi, secondo cui i «perdenti posto» sarebbero solo i dirigenti ultrasettantunenni (29 invece di 140). La decisione della Commissione conferma dunque la volontà di seguire la strada della riforma. «La temporaneità degli incarichi direttivi – spiega la Maccora – è una rivendicazione storica della magistratura, una chance importante di mobilità positiva, rinnovamento, svecchiamento e controllo-verifica dell’attitudine direttiva. Spero che con un’intelligente cooperazione tra il Csm e il Legislatore, la riforma possa avere un avvio corretto che consenta di saggiarne le potenzialità».

 

Scorrendo i nomi dei magistrati «perdenti posto», non c’è dubbio che alcuni uffici perderanno grosse professionalità. A Torino, andranno via il Procuratore Marcello Maddalena e i due Aggiunti Maurizio Laudi e Bruno Tinti; Palermo perderà gli Aggiunti Guido Lo Forte, Sergio Lari e Paolo Giudici; Reggio Calabria, Salvatore Boemi; Milano; Ferdinando Pomarici; Firenze, Francesco Fleury. Tranne quest’ultimo (che ha già 71 anni), gli altri potranno concorrere per altri direttivi o semidirettivi, mettendo la loro professionalità ed esperienza al servizio di altri uffici. Se cambieranno funzioni – passando da una Procura a un Tribunale o a una Corte, e viceversa – dovranno cambiare anche città o addirittura Regione. Non sarà una scelta facile per chi ha più di 60 anni. Finora, il direttivo o il semidirettivo era considerato l’approdo della carriera; con la temporaneità, questa concezione potrebbe saltare. In ogni caso, per i più motivati e capaci, la prova del budino non dovrebbe essere un problema. Per molti altri sì. Sempre che il Csm non si lasci scappare questa occasione storica.

 

 

 

Beffa di Stato per i magistrati di frontiera.  Rischiano la vita contro la criminalità.

Ma leggi e sentenze tolgono gli aiuti alla carriera

 

Gian Antonio Stella 

Click here: [url=http://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2007/03_

Marzo/25/stella_beffa_magistrati.shtml]

link-Beffa di Stato per i magistrati che rischiano la vita contro la criminalità [/url]

 

 

Click here: [url=http://beppegrillo.meetup.com/boards/view/viewthread?thread=2364274&pager.offset=40&lastpage=yes#7883849]link-Beffa di Stato per i magistrati di frontiera.  Rischiano la vita contro la criminalità [/url]

 

 

 

Proprio un bel bidone hanno preso, i magistrati mandati a far la guerra alla mafia e alla ‘ndrangheta. Prima lo Stato li ha convinti a rischiar la pelle nelle zone di frontiera promettendo in cambio la precedenza nelle tappe successive della carriera, poi si è rimangiato tutto. Con una nuova leggina e infine con una sentenza del Tar del Lazio che dà ragione a 27 giudici che temevano d’essere scavalcati. Giudici quasi tutti comodamente seduti su poltrone, strapuntini e sofà ministeriali e romani.

 

Una figuraccia. Per capire la quale occorre fare un passo indietro, alla primavera del 1998. Siamo negli anni a ridosso delle uccisioni di Giovanni Falcone, di sua moglie Francesca Morvillo, di Paolo Borsellino e delle loro scorte. Nei tribunali siciliani sono appena stati celebrati o sono cominciati i processi per gli omicidi di altri tre giudici: Giangiacomo Ciaccio Montalto, Rosario Livatino e Antonino Saetta, assassinato col figlio Stefano. Le Procure siciliane sono al collasso: a parte i «giudici ragazzini» spediti sui fronti più caldi senza avere la statura e l’esperienza per annusare gli ambienti spesso infidi, sottrarsi alle pressioni, affrontare temi più esplosivi del tritolo, nessuno vuole andarsi a infognare in sedi pericolose e talvolta lontanissime.

 

Le regole sono chiare: un magistrato non può esser trasferito contro la sua volontà. Quindi il panorama è questo: in certe procure una parte dei giudici è anziana e non ha nessunissima voglia di rovinarsi il fegato o rischiare un attentato alla vigilia della pensione e un’altra fetta è troppo giovane per muoversi con la necessaria autorevolezza.

 

 

Servirebbero professionisti già dotati di qualche esperienza. Ma le confessioni degli stessi Falcone e Borsellino sul senso di abbandono e di isolamento possono dissuadere anche gli animi più nobili e coraggiosi. Lo stesso accade in Calabria, lo stesso in Campania o in Puglia.

 

  • A quel punto il ministro della Giustizia Giovanni Maria Flick vara un disegno di legge che, sia pure col voto contrario della Lega e qualche distinguo di Forza Italia viene approvato dalla stragrande maggioranza. All’articolo 5, la nuova norma (n. 133 del 4 maggio 1998) dice chiaro e netto: «Se la permanenza in servizio presso la sede disagiata del magistrato trasferito supera i 5 anni il medesimo ha diritto, in caso di trasferimento a domanda, ad essere preferito a tutti gli altri aspiranti».

  • Accettano questo contratto con lo Stato, trasferendo la famiglia o facendosi carico di cinque anni di pendolarismo e solitudine, un centinaio di magistrati. Che vanno finalmente a rimpolpare le sedi di frontiera sotto organico. Applausi. Bene. Bravi.

  • Appena la legge comincia a venire applicata nella seconda parte, cioè là dove tocca allo Stato risarcire i suoi servitori, ecco però che i colleghi che si vedono scavalcati cominciano a mugugnare: sì, ma, però… Finché nel decreto «omnibus» varato a ferragosto del 2005 dal governo Berlusconi (il quale mesi prima aveva dichiarato che «il 90% dei mafiosi sono in carcere e la criminalità organizzata è sotto controllo»), spunta dal nulla una sorpresa. È l’articolo «14 sexiesdecies» che al vecchio comma aggiunge una manciata di paroline: «Se la permanenza in servizio presso la sede disagiata del magistrato trasferito supera i cinque anni il medesimo ha diritto, in caso di trasferimento a domanda , ad essere preferito a tutti gli altri aspiranti, “con esclusione di coloro che sono stati nominati uditori giudiziari in data anteriore al 9 maggio 1998″». Ma come: tutto nullo? E quelli che avevano accettato traslochi altrimenti inaccettabili in cambio dell’impegno agli incentivi? Marameo. Una presa in giro indecorosa. Sulla quale, mentre si levavano cori di proteste e minacce di dimissioni di massa da parte dei magistrati che si sentivano truffati, interviene il Csm. Che, avendo la responsabilità degli spostamenti di questo o quel giudice, stabilisce il 29 settembre 2005 che la modifica normativa non si applica a quanti erano stati trasferiti a sedi disagiate «prima» dell’entrata in vigore della nuova leggina.

  • Ma è solo la penultima puntata. Contro la decisione del Csm fanno ricorso al Tar del Lazio poco meno di una trentina di magistrati che temono di vedersi superati dai colleghi «disagiati». La faccenda finisce nelle mani del presidente del tribunale, Pasquale De Lise. L’uomo giusto, ricco com’è di esperienza, per capire questo genere di rimostranze. Basti dire che nel solo 1992, l’anno di grazia della sua carriera parallela di specialista in arbitrati, «arrotondò» lo stipendio di 245 milioni di lire con quello che lui chiamava, simpaticamente, «il guadagno legittimo di qualche soldo»: 848 milioni extra. Pari a 652 mila euro di oggi.

 

La sentenza, nel silenzio generale, è stata infine depositata. E dà ragione ai magistrati (27 magistrati ) che avevano fatto ricorso. E dove lavorano questi servitori del bene pubblico che ritengono ingiusto non avere loro pure le stesse agevolazioni di chi ha a che fare con le cosche mafiose di Palma di Montechiaro o Africo Nuovo?

 

 

  • 3 lavorano al tribunale di Latina (quante zanzare, d’estate!),

  • 1 alla procura di Napoli,

  • 1 a Rieti,

  • 2 a Tivoli (che fresco, la sera!)

  • e tutti gli altri 17 sono sparsi tra i vari palazzi del potere giudiziario e politico romano. 12 al ministero della Giustizia, 1 a quello delle Finanze, 1 al Csm, 2 alla Corte Costituzionale, tra cui Luca Varrone, figlio di quel potente consigliere di Stato di lunghissimo corso, Claudio Varrone, che dopo aver avuto nel solo ’92 arbitrati e incarichi extragiudiziari per 350 mila euro, fu collocato tempo fa (tra mille polemiche) ai vertici del Poligrafico dello Stato. Come piuttosto noto  Varrone è il cognome anche di un’altra ricorrente, Noemi Coraggio, figlia di Giancarlo, presidente dell’Associazione Magistrati del Consiglio di Stato. Pure coincidenze, si capisce. Pure coincidenze.

 

 

Ma resta una domanda. Se i magistrati bidonati urlano «andateci voi, a rischiare la pelle contro la mafia e la ‘ndrangheta!», cosa può rispondere lo Stato? Sta succedendo esattamente questo, in questi giorni, a Reggio Calabria: non ci vuole andare nessuno. Troppi bidoni, grazie.

 

 

Click here: [url=https://wallstreetrack.wordpress.com/2007/03/10/giustizia-e-la-riforma-dell%e2%80%99ordinamento-giudiziario-ecco-i-veri-problemi-parte-seconda/]link-la riforma dell’Ordinamento Giudiziario e’ indecente [/url]

 

Click here: [url=https://wallstreetrack.wordpress.com/2007/02/23/processi-lenti-e-non-sempre-chiari-who-judges-the-judges/]link-Giustizia Civile e Fallimentare e la dolosa lentezza dei processi[/url]

 

Click here: [url=https://wallstreetrack.wordpress.com/2006/08/30/giustizia-e-la-riforma-dellordinamento-giudiziario-ecco-i-veri-problemi//]link-Giustizia Civile e Fallimentare e la dolosa lentezza dei processi[/url]

Annunci

I commenti sono chiusi.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: