No all’ampliamento della base USA a Vicenza, e No alla TAV in Val di Susa

No all’ampliamento della base USA a Vicenza, e No alla TAV in Val di Susa

Petizione

http://www.petitiononline.com/vicenza/petition.html

To: Governo Italiano e Sindaco di Vicenza

Vogliamo che non venga ampliata la Base militare americana a Vicenza e in nessun’altra città d’Italia

 

 

 

STATI UNITI D’AMERICA


Patriot Act 2001  
 

Click here: [url=http://www.sisde.it/gnosis/

Rivista8.nsf/ServNavig/28]

link- Patriot Act 2001 [/url]

 

 

  

 Il Patrioct Act 2001 rappresenta la “pietra miliare” delle leggi antiterrorismo post 11 settembre. Essa costituisce la necessaria chiave di lettura per la corretta comprensione della successiva legge del 2005 che, pur modificando, ampliando ed approfondendo alcuni aspetti della legge d’origine, ne rispetta l’impianto normativo.

 

 

” L’USA Patriot Act del 2001, acronimo di Uniting and strengthening America by providing appropriate tools required to intercept and obstruct terrorism Act of 2001, è la legge federale statunitense varata dal Congresso il 26 ottobre 2001, allo scopo di contrastare il terrorismo attraverso il potenziamento degli strumenti investigativi e di controllo ed il rafforzamento delle misure di sicurezza. E’ facile immaginare come questa legge insista sulla sfera della libertà personale e interferisca profondamente nel quotidiano degli americani: così l’accresciuta sorveglianza sulle comunicazioni telefoniche e telematiche, l’uso di tecnologie avanzate per l’identificazione e l’archiviazione di informazioni (dalle cartelle cliniche ai dati bancari), il prelevamento delle impronte digitali nelle biblioteche, fino alla possibilità di effettuare ripetute perquisizioni in casa in assenza di mandato. Tutto questo all’insegna della priorità della sicurezza nazionale. Tutto questo con poteri di verifica da parte della magistratura significativamente ridotti. Ben più difficile la vita degli stranieri: il Patriot Act attribuisce all’Attorney General la facoltà di trattenere in reclusione lo straniero classificato come sospetto terrorista, il quale può essere detenuto sulla base della sola sussistenza di ragionevoli dubbi su un suo coinvolgimento in attività che mettano in pericolo la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, oppure respingerlo o espellerlo in quanto sospettato di terrorismo, spionaggio, sabotaggio o sedizione. Di conseguenza, tutti gli individui identificati come “suspected terrorists” sono, potenzialmente, soggetti a detenzione a tempo indeterminato. Il Patriot Act aveva previsto che alcuni strumenti straordinari a disposizione delle forze di polizia e dell’intelligence fossero utilizzabili solo fino al 31 dicembre 2005, dopodiché sarebbe intervenuta una revisione delle relative disposizioni di legge. Di recente si è pervenuti alla “normalizzazione dell’emergenza”: il controverso provvedimento, firmato dal Presidente Bush il 9 marzo 2006, ha ammorbidito alcune restrizioni e reso stabili 14 delle 16 disposizioni in scadenza. Se è vero che l’11 settembre ha rappresentato un fattore fortemente destabilizzante dell’ordinamento democratico e della coscienza degli americani, c’è da chiedersi se il sacrificio imposto dal Patriot Act ai valori e ai principi che hanno fatto dell’America il simbolo della libertà sia in grado di restituire agli americani la serenità necessaria al perseguimento della felicità solennemente dichiarato nella Costituzione del 1776.”

 

Legge 107-56 del 26 ottobre 2001

Una legge per impedire e punire atti di terrorismo negli USA e nel mondo, per potenziare gli strumenti investigativi a disposizione della polizia giudiziaria e per altre finalità

 

Il Senato e la Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti d’America riuniti nel Congresso

 

approvano

 

 

 

 

Durante l’ultimo secolo gli USA sono stati coinvolti in 5 guerre. Ecco quale e’ stato l’impatto delle guerre sul rendimento del Dow Jones un anno prima dell’inizio del conflitto ed 1 anno dopo il conflitto, per tutte e 5 le guerre. Come si puo’ notare i risultati sono mediamente positivi. Se poi consideriamo il rendimento medio annuo del Dow Jones dal 1 gennaio 1900 ad oggi, il rendimento e’ del +4.78%, ovvero minore dalla media di rendimento del post conflitti.

 

GUERRA

 

 

Inoltre, se consideriamo “Desert Storm” nel ’91, che ha caratteristiche simili a quello recente che ha portato alla morte Saddam, i risultati di borsa per l’S&P 500 nell’anno successivo al conflitto sono stati positivi. Vediamo le performances dei migliori e dei peggiori sotto-settori dell’ S&P 500, successivamente alla conclusione della guerra nel Golfo del 1991.

 

GUERRA SETTORI

 

Da questi dati, purtroppo, viene evidenziato che la Guerra non e’ una variabile negativa e determinante sulle sorti del mercato azionario nel medio-lungo termine, e’ influente solo nel breve termine.

Io, come sempre,  sono per riformare e riformulare questo paese che va al contrario, ovvero ridare diritti ad ogni cittadino, dalla legge elettorale alla decisione su delicate materie come l’ampliamento della base USA a Vicenza, cosi’ come per la decisione sulla Tav; quindi per entrambe le questioni vorrei un referendum consultivo locale che abbia valore decisivo ai fini della decisione finale.

Credo che sempre meno abbiamo bisogno di guerre, e quindi non abbiamo bisogno di altre basi nel ns paese soprattutto se creano difficolta’ e impatti ambientali alle popolazioni locali; guerre che producono dolore nel mondo mentre noi abbiamo bisogno di verde, amore, serenita’, camini accesi con un bel bicchiere di cristallo colmo di ottimo nettare rosso che non debba temere improvvise (out of the blue) frantumazioni e frammentazioni dovute a qualche  attentato di povera gente disperata che si fa’ saltare in aria contro qualche base USA ….e non perche’ sia stata privata dei ns sereni camini e dei ns cristalli….ma della legna per accenderli!

Non ricordo dove lessi: a domanda sul cosa avrebbe desiderato nel suo futuro …un bambino palestinese di 8 anni rispose….se non moriro’ in guerra da grande, fra 2 o 3 anni,  mi piacerebbe di fare il violinista! Credo che con cio’ si sia detto tutto….la guerra produce poverta’ e miseria per chi gia’ di suo ne ha in abbondanza e riuscendo al contempo ad avere il cuore, che nel dolore e’ cresciuto forzatamente molto piu’ del dovuto, ancora incredibilmente sognante, pulito e  sensibilissimo!

Questi pessimi uomini prima che pessimi politici in Italia stanno sostituendo se stessi , i loro inganni, i loro privilegi la loro mancanza assoluta di buon senso, etica e competenza alla realta’ della societa’ e delle cose, che va/nno da un’altra parte! Prima o poi dovranno adeguarsi alla ns realta’! La Tav come la base a Vicenza (come l’indulto esteso ai white collars per profili diversi) e’ un insulto sia al buon senso delle cose sia ad un semplice business plane che ne sconsiglia la sua esecuzione. Di Pietro rifletta!

 

Congressual Budget Office

Government Accountability Office (Gao) L’organo di controllo delle spese del Congresso degli Stati Uniti

Budget della Difesa degli Stati Uniti, La Casa Bianca ha presentato un conto di quasi 100 miliardi di dollari per le spese immediate delle varie guerre in corso (Iraq, Afghanistan e lotta al terrorismo). Almeno 10 miliardi di dollari sono stati sprecati in Iraq: a dirlo l’organo di controllo delle spese del Congresso, gli ispettori del Congresso degli Stati Uniti, il Government Accountability Office (Gao), secondo cui oltre un quarto della somma contestata, 2,7 miliardi, sono andati alla Halliburton, il colosso petrolifero diretto dal vicepresidente Usa Dick Cheney prima che approdasse alla Casa Bianca; circa un sesto della somma totale esaminata 100 miliardi di dollari (un totale di 57 miliardi) sarebbe stata spesa senza controlli, a causa dei supplementi richiesti dai contractor e delle spese non previste. Il Gao sostiene che ci sono  «rischi significativi» per i contribuenti americani:

  • Complessivamente gli Usa a partire dall’11 settembre al dicembre 2006 hanno speso circa 525 miliardi di dollari,  350 miliardi di dollari per l’Iraq, 125 miliardi di dollari per Afghanistan e 50 miliardi di dollari  per la lotta al terrorismo e come detto sopra Bush ha recentemente chiesto fondi supplementari pari a circa 100 miliardi di dollari sia per l’Iraq sia per Afghanistan e lotta al terrorismo;

  • Il calcolo dei soli costi materiali della ricostruzione irachena si aggira attorno ai $250 miliardi . Gli Usa stanno spendendo 4 miliardi di dollari al mese per combattere il “dopoguerra” in Iraq; si tratta di una cifra ben superiore al pil dell’Iraq stesso, che è pari a 2,5 miliardi di dollari al mese! Tra strade, acquedotti, fognature, scuole e ospedali in condizioni scadenti, aggravate dal conflitto sebbene gia’ disastrate prima della guerra, sono necessari lavori per $20 miliardi annui per almeno cinque anni. Il debito dell’Iraq verso l’estero ammonta a $500 miliardi;

  • L’operazione Israele-Palestina comporterà inevitabilmente anche cospicui investimenti e finanziamenti all’uno e all’altro paese;

  • Infine i poveri del mondo.

Sono cifre colossali. Anche a considerarne soltanto una modesta parte da erogare entro il prossimo triennio, non si va lontani dal vero stimando che il Tesoro Usa vedrà aumentare di almeno 80 miliardi l’anno il suo deficit pubblico causato dalla guerra al terrorismo in generale, attualmente attestato come detto sui 525 miliardi dal 2001 al dicembre 2006. Uno studio di esperti del Congresso avverte che la guerra al terrorismo potrebbe richiedere altri 570 miliardi di dollari nei prossimi cinque anni.

 

Regole generali per una guerra in Medio Oriente, partendo da quanto speso per l’Iraq: Ogni giorno di bombardamenti e comunque di guerra sul campo e’ costato $ 300 milioni; una guerra di soli trenta giorni ha un costo di $ 44 miliardi considerando che ai $ 300 milioni al giorno bisogna aggiungere i $ 35 miliardi circa per le spese di trasporto delle truppe dei mezzi e degli stipendi totali e delle indennita’ per le truppe, a cui aggiungere quelle successive destinate alla ricostruzione, all’annullamento del debito irakeno precedente e mai saldato dal 1991 ad oggi pari a $ 500 miliardi; ogni mese in più costa altri 9.0 miliardi.

Dalla fine della seconda guerra mondiale ci sono stati più di 22 milioni di morti in guerra e più di 40 milioni di profughi. Per chi può ancora credere che si faccia qualche cosa per porre un limite alle sofferenze, alla fame e alla guerra  ricorderò che per ogni dollaro speso dalle Nazioni Unite per missioni di pace, 2000 dollari vengono spesi per la guerra nel mondo.

 

 

L’economia di guerra:

 

Purtroppo so, sappiamo che tutto questo non e’ casuale. Al contrario c’è un piccolo gruppo di persone che trae enormi benefici da tutto questo. E’ un affare la fame che genera delinquenza: negli Usa ci sono 2 milioni di poliziotti privati, in Argentina il business della sicurezza fattura 9 milioni di dollari all’anno, i giubbotti antiproiettile per bambini vanno a ruba in Colombia e la Corrections Corporation che gestisce carceri private in Usa ha visto moltiplicarsi il valore delle sue azioni di 70 volte in 14 anni.

 

Per avere un’idea delle grandezze di quanto incide sul Pil americano una guerra o un atto terroristico che ad essa richiama, e che a fronte di tutto cio’ vi e’ un ritorno cinico e abominevole solo per alcune grosse societa’ del settore armamenti, e per le solite grosse banche mondiali, le une e le altre legate sempre alla politica di turno:

 

 

  • Seconda guerra mondiale arrivò a costare il 40% del Pil;

  • Vietnam al culmine dell’escalation militare sotto la presidenza di Lyndon Johnson arrivò a costare il 20% del Pil;

  • Guerra del Golfo arrivò a costare circa il 5% del Pil, anche se poi gli americani si fecero rimborsare quasi tutte le loro spese dall’Arabia saudita, dal Kuwait, dalla Germania e dal Giappone;

  • Nine / Eleven : è costato lo 0,5% del Pil. Quanto alla ricostruzione di Downtown Manhattan e in generale per compensare i gravi danni subiti, la città di New York ha ricevuto 49 miliardi di dollari. Non molto di più di quanto costa al contribuente un grosso uragano in Florida, o il terremoto californiano dell’89. Si è teorizzato il fatto che l’11 settembre avrebbe cambiato la dottrina economica dell’Amministrazione Bush, rendendola più statalista e dirigista;

  • Afghanistan ad oggi è costato cumulativamente l’1% del Pil attuale, ovvero 125 miliardi di dollari. Ma nel primo trimestre del 2002 l’impatto della spesa per la difesa (includendo sia l’intervento in Afghanistan, sia gli aumentati stanziamenti per altri programmi militari e per la sicurezza anti-terrorismo), pur avendo un ruolo innegabile a sostegno della crescita del Pil, non ha avuto più peso di quanto viene attribuito al normale ciclo di ricostituzione delle scorte da parte delle imprese dopo una recessione.

  • Iraq che ebbe inizio ufficialmente il 20 marzo 2003: ad oggi gli Usa hanno speso 350 miliardi di dollari, che rappresentato circa 87,5 miliardi di dollari annui dal marzo 2003 al marzo 2007, ovvero  è costato cumulativamente una percentuale sul Pil lordo attuale pari al 2,6%; ogni mese in più da oggi per la gestione del dopo guerra costa altri 4.0 miliardi  di dollari, ovvero 48 miliardi di dollari l’anno.

     

     

 

Armi: Nel 2004 le spese militari dei quindici stati più industrializzati ammontavano a $1.035 miliardi, +6% dal 2003. Per il sesto anno consecutivo, il budget riservato agli armamenti è aumentato. E’ la prima volta dalla fine della Guerra Fredda che le spese militari superano i mille miliardi di dollari, 1.035 per l’esattezza, vale a dire 162 dollari per ogni abitante del pianeta, 123 euro. Secondo la ricerca del SIPRI, entro il 2010 la spesa globale potrebbe addirittura raddoppiare. Un paragone rende più di tante parole: il giro d’affari dei 100 principali produttori di armi equivale al prodotto interno lordo dei 61 paesi più poveri del mondo. La classifica dei paesi che investono di più per armamenti al dicembre 2004 riferita su base annua:

Usa 455 miliardi di dollari, il 43.9% dell’intera torta di investimenti dei quindici paesi più ricchi del globo. Basti pensare che questa cifra per spese militari  Usa (investimenti dell’industria armamenti + spese vive per iraq, afghanistan etc) hanno rappresentato nel 2004 il 3,9% del prodotto interno lordo.

  • Gran Bretagna np

  • Francia, np

  • Giappone, np

  • Cina np

  • Germania  np

  • Italia 27,8 miliardi di dollari. Roma impegna più soldi negli armamenti che la Russia (all’ottavo posto con 19,4 miliardi di dollari); il doppio di Israele (dodicesimo in classifica con un impegno di 10,7 miliardi di dollari).

  • Russia 19,4 miliardi di dollari

  • Israele 10,7 miliardi di dollari

 

 

2005:  In un Documento ufficiale del Ministero delle Finanze, BANCHE che gestiscono l’EXPORT di ARMI italiane in tutto il mondo

Click here: [url=http://www.camera.it/_dati/leg15/lavori/documentiparlamentari/

indiceetesti/067/001_RS/00000020.pdf]link-

BANCHE che gestiscono l’EXPORT di ARMI italiane [/url]

 

2005:  In un Documento ufficiale del Ministero delle Finanze, che si puo’ scaricare dal sito della Camera, c’è un interessante elenco delle BANCHE che gestiscono l’EXPORT di ARMI italiane in tutto il mondo, per un fatturato complessivo di oltre UN 1,125 MILIARDO di euro.

Sarebbe opportuno far conoscere questo elenco per invitare amici e conoscenti a DISINVESTIRE dalle Banche che senza alcuno scrupolo morale accettano la gestione di simili affari.

Nell’elenco ci sono anche i Paesi destinatari della fiorente attività. Inutile dire quanto siano IPOCRITI i discorsi  che sentiamo fare da tutti i nostri politicanti, a proposito dell’impegno italiano per la pace fra i popoli, etc.

Dettagli  2005 :

 

 

  • BNL 90 operazioni 60 MILIONI

  • CAPITALIA 44 132 MILIONI

  • BPM 24 36 MILIONI Con una quindicina di nuove operazioni per un valore complessivo di oltre 20 milioni di euro Banca Popolare di Milano (BPM) si conferma anche nel 2006 per il terzo anno consecutivo “banca armata”: lo rivelano fonti pervenute alla Campagna di pressione alle ‘banche armate’. L’elenco di ong, onlus e associazioni che hanno un conto corrente con BPM è lungo: per citarne solo alcune – che abbiamo reperito online – ricordiamo il Cesvi, l’associazione Amref onlus, la Fondazione Banco Alimentare onlus, l’associazione progetto Gaia, Telefono azzurro

  • BBVA 10 100 MILIONI

  • BANCA DI BRESCIA 30 8,4 MILIONI

  • BANCA POP ETRURIA LAZIO 5 8 MILIONI

  • BPI 1 14 MILIONI

  • BNP PARIBAS 20 44 MILIONI

  • BDS 6 27 MILIONI

  • CASSA DI RISP DELLA SPEZIA  89 112 MILIONI

  • CARISBO 41 8 MILIONI

  • COMMERZBANK  21 40 MILIONI

  • DEUTSCHE BANK 46 90 MILIONI

  • GRUPPO S PAOLO IMI   109 164 MILIONI

  • HSBC  1 41

  • SOCIETE GENERELA 3 53

  • UNICREDIT 61 101

 

 

 

NO TAV

 

 

 


 

Di Pietro il populista , che predica bene e razzola male come direbbe lui ( che nei fatti e’ piu’ vicino alla politica di AN, cui presto si unira’ credo, che non ai Ds o ai Verdi o a qualsiasi altro partito di centro sx), prende posizioni che elidono in radice ogni ns sforzo per limitare politiche distruttive dell’ambiente e del benessere spirtituale di serenita’ dei cittadini, facendo spendere inoltre una valanga di miliardi di euro al paese inutilmente.

 

 

 

La Tav in Val di Susa la fara’, altro che concerto e rispetto della popolazione locale e dell’ambiente; Di Pietro non ha affatto chiuso inoltre la societa’ per la costruzione del ponte sullo stretto.

 

Di male in peggio, visto che sono decenni che regaliamo soldi alla criminalita’ organizzata, calabrese in questo caso; soldi che da sempre sono stati erogati dalla finanza pubblica alle societa’ dei soliti amici degli amici potenti dei politici di turno, vicini alla criminalita’ per l’appunto.

 

Allora mi domando e vi domando come feci anche in precedenza ma Grillo che c’azzecca con Di Pietro? Perche’ non si divincola espressamente dall’essere il di lui servente mediatore tra i cittadini e la politica?

 

 

Finisco come ho iniziato: Questi pessimi uomini prima che pessimi politici in Italia stanno sostituendo se stessi , i loro inganni, i loro privilegi la loro mancanza assoluta di buon senso, etica e competenza alla realta’ della societa’ e delle cose, che va/nno da un’altra parte! Prima o poi dovranno adeguarsi alla ns realta’! La Tav come la base a Vicenza (come l’indulto esteso ai white collars per profili diversi) e’ un insulto sia al buon senso delle cose sia ad un semplice business plane che ne sconsiglia la sua esecuzione. Di Pietro rifletta!

 

 

Marco Montanari

 

 


 

 

NO TAV

IL testo riprodotto è “tratto dal sito

 

www.lavoce.info

 

 

 

Ai numerosissimi sostenitori dell’opera viene da suggerire:
put your money where your mouth is

 

 

 

TAV : parlando e sparlando
Francesco Ramella
08-03-2007

 

Click here: [url=http://www.lavoce.info/news/view.php?cms_pk=2614]link-TAV parlando e sparlando  [/url]

 

 

 

 

 

 

 

A leggere le dichiarazioni di ministri, governatori del nord, imprenditori, ferrovieri, qualche dubbio sul perché la Torino-Lione debba essere realizzata potrebbe sorgere. Semplificando, possiamo suddividere le ragioni del sì in due gruppi: quelle ambientali e quelle economiche.

 

 

Cominciamo dalle prime, le ragioni ambientali  del sì

 

 

 

L’opera che ci salverà: In un’intervista a La Stampa dello scorso 19 febbraio il ministro Di Pietro ha affermato: “La Torino-Lione è l’opera che ci salverà. Non farla significherà buttare tutto il traffico sulle strade, con un impatto devastante per l’ambiente”.

 

Non è del tutto chiaro a cosa si riferiva il ministro. Per quanto concerne l’impatto della infrastruttura sul territorio, sembra evidente che il non fare sia preferibile al fare. E, anche nel caso si raddoppiasse il tunnel autostradale, la ricaduta sarebbe assai più limitata rispetto alla realizzazione della Tav: si tratterebbe di realizzare un traforo di 11 km invece che di 50 e non sarebbe necessario costruire nuove opere lungo la Val Susa. Non bisogna inoltre dimenticare che il governo italiano e quello francese hanno già deciso di realizzare, parallelamente al tunnel esistente, un traforo di sicurezza.

 

 

La costruzione di un tunnel aperto al transito commerciale invece che ai soli mezzi di soccorso avrebbe un impatto e un costo marginale assai modesto e comporterebbe benefici superiori in termini di sicurezza della circolazione. Il ministro aveva forse in mente il problema dell’inquinamento atmosferico?

 

 

Click here: [url=http://www.ansa.it/infrastrutturetrasporti/notizie/

rubriche/ferrovie/20070219174334207320.html]link-

Una Tav contro lo smog [/url]

 

 

 

A tal riguardo si è espressa in termini più espliciti la governatrice del Piemonte, Mercedes Bresso: ” –  Ansa, 19 febbraio 2007 L’alta capacita’ ferroviaria Torino-Lione ”e’ un’opera essenziale per abbattere lo smog. L’ha ricordato l’Unione Europea: se non si sposteranno le merci su rotaia, sara’ necessario raddoppiare le autostrade”. Lo ha sottolineato la presidente della Regione Piemonte Mercedes Bresso, presentando la giornata di blocco del traffico di domenica prossima. ”Per abbassare il tasso di smog e la concentrazione delle Pm10 – ha detto la presidente – e’ indispensabile realizzare un’infrastruttura ferroviaria che consenta di spostare gran parte del traffico di merci dalle strade alle ferrovie. Un’esigenza resa ancora piu’ pressante dal recente allargamento dell’Unione Europea ai paesi dell’Est che ha aumentato il numero di vecchi camion in circolazione”

 

Qualche numero: ogni giorno transitano nel traforo del Fréjus e sulla tratta autostradale Torino–Bardonecchia 2.300 Tir. La percorrenza complessiva di questi mezzi è pari al 5 per cento del traffico di veicoli pesanti sulle autostrade piemontesi e al 2 per cento del traffico autostradale. Ipotizzando che il traffico sulle autostrade rappresenti la metà di quello complessivo, si può stimare che azzerando il traffico merci verso la Francia si conseguirebbe una riduzione delle emissioni regionali pari all’1 per cento (intorno allo 0,1 per cento a scala nazionale). Quale possa essere l’impatto di tale riduzione appare evidente. Altro che “spostare gran parte del traffico merci dalle strade alle ferrovie”.

 

 

Per quanto riguarda il tema della qualità dell’aria, occorre inoltre evidenziare come, ipotizzando che tra il 1990 e il 2020 il traffico di mezzi pesanti verso la Francia triplichi (da una decina d’anni, in realtà, è stabile), le emissioni totali di polveri si ridurrebbero dell’80 per cento: è come se i 1.480 veicoli al giorno del 1990 si riducessero a meno di 300 (vedi Figura 1).

 

 

 

E veniamo alle motivazioni economiche

 

 

 

La Repubblica del 30 novembre 2005 così sintetizzava la posizione dell’ex presidente della Repubblica: “Ciampi sulla Tav:

 

Click here: [url=http://www.repubblica.it/2005/k/sezioni/cronaca/

tavtolioneuno/ciampitav/ciampitav.html]link-

Restiamo isolati! [/url]

 

 

 

“Non possiamo restare isolati dall’Europa”. Tesi ribadita negli ultimi anni in innumerevoli occasioni da altre personalità del mondo politico ed economico. Chiunque abbia avuto occasione di recarsi in Francia in treno, auto o aereo negli ultimi anni, ha forse qualche difficoltà a capire in cosa consista tale isolamento. Mai l’offerta di servizi è stata ampia come oggi. Né risultano esservi difficoltà per il transito delle merci: sia il Fréjus che il Monte Bianco sono utilizzati ben al di sotto della capacità. La nuova linea ad alta velocità non avrebbe alcuna ricaduta positiva in termini di miglioramento dei collegamenti, fatta eccezione per un ridottissimo manipolo di passeggeri: la realizzazione della Tav non comporterebbe infatti alcun trasferimento di traffico dalla strada alla ferrovia. Tale spostamento modale potrebbe avvenire solo imponendo divieti o tassando in misura elevata il traffico su strada: divieti e tasse ossia incrementi di costi per le aziende necessari per migliorare la competitività economica del nostro paese e impedire che resti isolato?

 

 

 

Non è mancato chi, come Paolo Costa, presidente della commissione Trasporti del Parlamento europeo, si è spinto ad affermare che la realizzazione della rete transeuropea dei trasporti Ten-T e della Tav sarebbe “obiettivo di interesse riconosciuto superiore da tutti i cittadini europei e che nessuno vuole rimettere in discussione”.

 

 

Click here: [url=http://www.notav.eu/modules.php?name=News&file=article&sid=2263]link-

Interesse superiore [/url]

 

 

 

Non è chiaro come e quando i cittadini europei siano stati consultati in materia, né, per la verità, è chiaro sulla base di quale funzione del benessere sociale sia definita la superiorità di un interesse rispetto a un altro. Forse si vuole dire che è “interesse riconosciuto da tutti i cittadini europei” che i traffici da est a ovest non by-passino l’Italia? C’è da dubitare che tutti i cittadini europei siano così interessati al passaggio delle merci nella nebbiosa Val Padana. In ogni caso, i traffici in questione sono (e resteranno, secondo le migliori previsioni) di entità assai modesta, se paragonati a quelli interni. Non si vede peraltro quale sia l’interesse “strategico” dell’Italia a vedersi attraversata da qualche decina di treni da est a ovest. Dovremmo forse spendere più di 10 miliardi nei prossimi dieci anni per consentire a Fs Cargo o ai suoi concorrenti guadagni di qualche decina di milioni all’anno tra un paio di lustri?

 

 

E se ci sbagliassimo?

 

E se i traffici in realtà fossero destinati a esplodere? È difficile crederlo, ma è possibile ammettere, almeno in via ipotetica, che questo possa accadere. Ai numerosissimi sostenitori dell’opera viene allora da suggerire: put your money where your mouth is. Investite le vostre risorse (senza garanzia dello Stato, a differenza di quanto avvenuto nel caso delle altre linee Av) per il finanziamento dell’opera, comprensivo di un’adeguata compensazione per la Val Susa. Se ci sarà una domanda disposta a pagare per utilizzare la linea, ne godrete i profitti e il contribuente non ne andrà di mezzo: la spesa per la Tav equivale a una una-tantum dell’ordine di 1.000 euro per una famiglia di quattro persone. Sommessamente vorremmo però anche suggerirvi, prima di decidere sull’investimento da farsi, di chiedere qualche consiglio ai cittadini francesi e inglesi che hanno investito i loro risparmi in Eurotunnel (tra Parigi e Londra, non tra Torino e Lione).

 

 

Per chiudere, un’ultima citazione: “Eurotunnel will not receive a penny from the public purse” disse all’epoca Margaret Thatcher. Un buon suggerimento per dare attuazione al punto 7 della dichiarazione di intenti del presidente del Consiglio.

 

 

 

 

 

 

Antonio Di Pietro
Gli oppositori guidati da politici carrieristi
La Stampa
19 febbraio 2007

 

PAOLO BARONI
ROMA

 

Click here: [url=http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/

politica/200702articoli/18198girata.asp]link-Di Pietro e il TAV [/url]

 

 

«La Torino-Lione? S’ha da fare» conferma il ministro per le Infrastrutture Antonio Di Pietro. «La questione Tav non può diventare una questione politica fine a se stessa, perchè altrimenti il problema non si risolve. Andare in pullman sino a Vicenza per contestare la Torino-Lione cosa significa? Cosa c’entra l’allargamento della base Usa con la realizzazione di questa infrastruttura? Vorrei capire. Non vedo proprio il nesso, se non quello di strumentalizzare una serie di legittime preoccupazioni delle popolazioni locali per fini di contrapposizione. E’ tutta gente che cerca solo di costruirsi una carriera politica».

 

 

  • Lei invece è convinto che la Torino-Lione vada fatta? «Sin dal primo giorno ho sostenuto che è fondamentale realizzare questa infrastruttura. Innanzitutto perchè è l’unico tracciato che ha un senso, visto che scendere da Ventimiglia finirebbe per non essere competitivo».

  • Le critiche però continuano ad essere tante. E, il popolo dei No tav della Val Susa, fa proseliti, trova appoggi, come dimostra anche la manifestazione di sabato scorso a Vicenza.

  • «Paradossalmente proprio quelli che si battono contro la Torino-Lione in nome dell’ambiente creano i presupposti per un danno ambientale. Una cosa su cui invito a riflettere quei partiti e quei movimenti che contestano il progetto. Se le merci non viaggeranno sui treni lo faranno via camion e in prospettiva i valichi est-ovest andrebbero comunque raddoppiati. Allora tanto vale farlo con un minore impatto ambientale e una maggiore capacità di trasporto. E obiettivamente anche minori costi sociali».

  • La questione però ormai si trascina da anni… «Il cronoprogramma che abbiamo stabilito ci consente di arrivare in tempo per le scadenze fissate da Bruxelles. La Ue ci chiede di decidere entro settembre-ottobre e la nostra tabella di marcia prevede di completare la Valutazione d’impatto ambientale tra fine maggio e giugno. Per cui il governo avrà tutto il tempo per prendere le decisioni che deve prendere. Io ho già detto al presidente del Consiglio che la Via che ho ripristinato la scorsa estate indicherà la soluzione migliore, all’unanimità o a maggioranza. In quest’ultimo caso spetterà a Prodi prendersi le sue responsabilità, come io ho già fatto per la parte che mi compete».

  • Altri passaggi decisivi in vista di settembre? «Oltre al progetto definitivo ed al Via bisognerà predisporre un piano finanziario con impegni concreti da inserire già nella prossima finanziaria».

  • Ancora ieri Padoa-Schioppa ha confermato che la Torino-Lione è un’opera largamente condivisa.  «Non c’è dubbio: il presidente del Consiglio in prima persona e poi tutti i ministri competenti stanno lavorando per farla quest’opera».

  • Il centrosinistra però è diviso. «Se qualcuno chiede verifiche per migliorare l’opera io gli faccio ponti d’oro, ma non vorrei che invece cercassero solo di fermarla. Mi rivolgo in particolare a Verdi, Rifondazione e Comunisti italiani e a loro dico che la Torino-Lione è l’opera che ci salverà. Non farla significherà buttare tutto il traffico sulle strade, con un impatto devastante per l’ambiente».

  • Nei giorni scorsi ha revocato le concessioni per le tratte della Tav non ancora avviate, la Genova-Milano, la Milano-Venezia… Qualcuno l’ha accusata di voler bloccare tutto. «E’ sotto gli occhi di tutti che in Italia i costi per l’alta velocità sono 3-4-5 volte più alti che nel resto d’Europa. Parliamo di 60 milioni di euro a chilometro contro 16: insomma l’affidamento diretto alla Tav si è rivelato un vero fallimento. L’aver revocato alcune concessioni dimostra proprio che noi queste opere le vogliamo fare, perchè le mettiamo in gara. Ma evitando un salasso per le casse pubbliche

 

 

 

 

 

 

 

Torino-Lione: Di Pietro bacchetta sindaci, ma la Tav si farà
Fonte: repubblica.it
24 novembre 2006

 

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TAV e Di Pietro [/url]

 

 

 

Di Pietro a Bianchi, la Tav si fa Braccio di ferro sui poteri della Conferenza dei Servizi 23 Gennaio 2007 19:16 Le parole di Bianchi sulla Tav piacciono ai sindaci della Valsusa.Ma Di pietro non e’ d’accordo su ‘relegare’ la Conferenza dei servizi. Ieri il ministro dei Trasporti ha chiesto di sospendere la Conferenza dei Servizi sulla Torino-Lione in attesa dei risultati dei lavori dell’Osservatorio. Ma Di Pietro non ci sta:’L’Osservatorio dell’alta velocita’ per legge, non si puo’ sostituire alle funzioni della Conferenza’. E aggiunge: ‘La decisione se fare la Torino-Lione e’ gia’ stata presa’. (ANSA)

 

Assenti Di Pietro, Virano, sindaci, Regione e Provincia
FRANCESCO FALCONE
TORINO

 

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Chi, ieri mattina a Oulx, si aspettava di veder entrare in municipio il ministro alle Infrastrutture Antonio Di Pietro, il presidente dell’Osservatorio Mario Virano, i presidente di Regione, Provincia, tutti i sindaci delle Valli coinvolte nel dibattito sulla Tav, è rimasto deluso. L’incontro organizzato dal sindaco Mauro Cassi sul «Ruolo degli enti locali nella vicenda del Corridoio 5 e della Torino-Lione» è stato un flop.

 

 

Ma proprio il nutrito elenco di defezioni è la prima medaglia che il sindaco Cassi si appunta al petto: «Questa riunione era prima di tutto una provocazione», spiega a mezzogiorno chiudendo «il primo incontro sulla Tav a Oulx». Un incontro, rilancia Cassi, «che solo per il fatto di aver aperto un dibattito politico sull’argomento ha scatenato il finimondo fuori e il fuggi fuggi da questa sala». Poco importa che i fischi e gli slogan dei No Tav presenti in 300 davanti al Comune siano stati urlati al vento, perché le battute su «Di Pietro, mani pulite, coscienza sporca», come urla Alberto Perino dal megafono, al ministro non arriveranno mai.

 

Noi dell’ Unione non abbiamo detto che il Ponte non si dovra’ fare

 

 

 

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rubriche/investimenti/20070122123434174233.html]link-

TAV e Di Pietro [/url]

 

CATANIA – ”Noi dell’ Unione non abbiamo detto che il Ponte non si dovra’ fare ma che prima bisogna intervenire su altre realta’ infrastrutturali su Sicilia e Calabria”. Lo ha affermato il ministro alle Infrastrutture, Antonio Di Pietro, intervenendo ad un convegno sul Ponte sullo Stretto a Catania. ”Io so bene come ministro – ha aggiunto Di Pietro – che le infrastrutture non hanno colore e che un giorno da Palermo a Berlino si dovra’ arrivare direttamente, e per questo non ho sciolto la societa’ Stretto di Messina”. (ANSA).

 

 

 

 

 


Prodi, Di Pietro e il TAV

 

 

 

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Prodi, Di Pietro e il TAV [/url]

 

 

Brani estratti dal libro “Corruzione ad alta velocità” di Ferdinando Imposimato

 

Cronaca di un grande scandalo: le manovre intorno all’Alta Velocità.

 

Una nuova, più ampia e più occulta trama affaristica che il pool di magistrati milanesi non è riuscito a disvelare

 

 

 

 

Un investimento valutato 140mila miliardi di Lire diviene oggetto di un assalto predatorio.Gli intrecci tra economia pubblica e privata; la penetrazione della criminalità organizzata; il ruolo della magistratura e della politica; i silenzi dei mass-media.

 

 

Breve stralcio:

 

 

Imposimato riferì a Prodi il marcio emerso dalle indagini. Lui, ex garante del TAV, restò zitto e imbarazzato. Prodi, la società Nomisma e la “consulenza d’oro” sull’Alta velocità. Ecco come funzionava il super-sistema per la gestione occulta di società a capitale pubblico. Società di progettazione create ad hoc per smistare mazzette. Ma a Milano Di Pietro non indagò sugli appalti TAV. Un giorno del ’93, prima che entrambi “scendessero in politica”, Di Pietro interrogò Prodi. L’uomo che sapeva troppo …..Gli amici di centro-destra…

 

 

L’ex pubblico ministero non è un personaggio semplice da decifrare. Non lo è stato quando faceva il magistrato e neppure da semplice cittadino, specie nei suoi legami di amicizia. Figuriamoci quando si parla di politica. Pur essendo la sua cultura politica facilmente decifrabile, le sue oscillazioni sono state molto ben calcolate.

 

 

 

  • Di Pietro e Berlusconi – Il rapporto tra Di Pietro e Berlusconi è un rapporto di quelli delicati, molto delicati. Anche perché investe l’attuale ruolo politico dell’ex pm. Per tracciarlo ci affideremo allora a un documento ufficiale: ancora una volta le motivazioni della sentenza di un tribunale, quello di Brescia che ha processato, assolvendoli, una serie di personaggi accusati di aver complottato contro Di Pietro per costringerlo a dimettersi dalla magistratura. E’, per intenderci, il processo nel quale Di Pietro si avvale della facoltà di non rispondere, balbettando davanti ai giudici.

  • Ecco come quella sentenza ricostruisce la visita di Di Pietro al leader di Forza Italia, all’epoca presidente del consiglio che sta costituendo il suo governo: “ […] nel maggio del 1994, in occasione della formazione del governo presieduto da Silvio Berlusconi, Di Pietro venne contattato da Previti, futuro ministro della nascente compagine governativa, che gli offrì l’incarico di ministro dell’Interno. […] Di Pietro declinò l’offerta perché era sua intenzione continuare ad operare nell’ambito della magistratura fino alla definizione delle inchieste giudiziarie, precisando però che comunque era maggiormente interessato ad incarichi istituzionali. […] L’imputato Previti riferisce in proposito di un incontro svoltosi con Di Pietro a Roma qualche giorno prima della presentazione della lista ufficiale dei ministri, risalente al 9 maggio 1994. Nell’occasione il magistrato ebbe colloqui privati separati con Previti e Berlusconi e un colloquio con entrambi contemporaneamente”

  • E come chiosa finale arriva la conclusione inquietante del tribunale: “ Può, quindi, ritenersi che Di Pietro era particolarmente attratto fin dal maggio del 1994 da investiture politiche, anche se all’ultimo momento preferì rinviare, optando per una diversa strategia di scelte personali”

  • A Prodi sul piano giudiziario, dopo l’intervento di Scalfaro, non accade più nulla per un certo lasso di tempo. Di Pietro con lui sembra aver mollato l’osso. Ma che cosa c’era di tanto misterioso nell’Iri di Romano Prodi da interessare un pubblico ministero?

  • Ma com’era veramente iniziata l’inchiesta sull’Alta velocità ferroviaria? Come già ricordato, tutto comincia nella prima metà del 1993, quando l’ex ministro socialdemocratico Luigi Preti presenta un esposto alla Procura di Roma nel quale vengono censurate le procedure seguite per la costituzione della società Tav spa, amministrata da Ercole Incalza. La denuncia viene affidata al sostituto procuratore Giorgio Castellucci. Ma ecco che accade subito qualcosa di inusuale. Nel corso di un vertice per chiarire alcune sovrapposizioni di indagine, vertice che si svolge nel palazzo di giustizia della capitale e al quale partecipano diversi sostituti procuratori di Roma e di Milano, viene deciso lo sdoppiamento dell’appena nata inchiesta sull’Alta velocità. Al vertice partecipano tra gli altri anche Giorgio Castellucci e Antonio Di Pietro. E’ stato lo stesso Castellucci, nell’ottobre ddel 1996, a spiegare come andarono le cose. Il magistrato romano – è bene evidenziarlo – nel 1993 aveva appena aperto il fascicolo sull’Alta velocità, ma Di Pietro – racconta Castellucci – gli confidò che su quell’argomento aveva cominciato a parlare l’imprenditore Vincenzo Lodigiani, secondo il quale intorno al progetto Tav c’era una vera e propria “programmazione tangentizia”. Fu così che a Roma rimase l’inchiesta sulla correttezza delle procedure con cui era stata costituita la Tav spa di Incalza, mentre quella sugli appalti per l’Alta velocità ferroviaria finì a Milano nelle mani di Di Pietro.

  • Già nel 1993, quindi, c’è chi indaga sull’Alta velocità. Per la verità esistono ben due inchieste: una milanese, l’altra romana. Ma fino al 1996, quando interverranno gli ordini di arresto di La Spezia, non succede nulla. Come mai?

  • La tranche d’inchiesta presa in carico da Di Pietro a tutt’oggi non si sa che fine abbia fatto. Di Pietro se ne spoglia quando nel dicembre del 1994 abbandona la toga.

  • Sospeso Castellucci dal suo incarico, la tranche dell’inchiesta sull’Alta velocità ancora nelle mani dei magistrati romani passa ad un altro pm, Giuseppa Geremia. Costei, per prima cosa, vuole vederci chiaro in quella strana spartizione di atti giudiziari avvenuta nel 1993 tra Castellucci e Di Pietro. Alla Geremia non era scappato un particolare: non era la prima volta che Di Pietro si appropriava di un’inchiesta nata a Roma. Era già accaduto. Era successo con i soldi spariti della cooperazione, di cui era titolare il sostituto procuratore di Roma Vittorio Paraggio.

  • Di Pietro non è più ormai da tempo in magistratura, è vero, ma quelle carte su Pacini dove sono mai finite? I magistrati di Milano cadono dalle nuvole. “Qui da noi sul faccendiere e sui suoi affari con la cooperazione non c’è proprio nulla.

  • Si scopre così che quegli atti, quelle carte sono scomparsi. Spariti, volatilizzati. In altre parole non si trovano più. Risultato: certamente il più gradito a Pacini Battaglia. Per tre anni nessuno ha indagato su di lui. I magistrati di Roma perché avevano stralciato la sua posizione, inviandola a Milano. Quelli del capoluogo lombardo perché Pacini Battaglia era indagato nell’inchiesta sulla cooperazione e dell’inchiesta sulla cooperazione si occupava Roma.

  • Ma ci sono anche altri atti che sono spariti. A Roma non si trovano più alcuni documenti sequestrati a Mach di Palmestein. Già, proprio così, alcuni documenti facenti parte del dossier in cui si parla ancora di lui: di Antonio Di Pietro.[1]  [1] NOTA DEL COMITATO NO-TAV TORINO: ad Antonio Di Pietro Corruzione ad Alta Velocità dedica l’intero capitolo VI (L’uomo che sapeva troppo), il più esteso del libro, analizzando il ruolo ricoperto dal personaggio negli anni di ”mani pulite”, le amicizie, i comportamenti mediatici ed i fatti della vita privata che ne hanno caratterizzato il percorso fino al plateale abbandono della magistratura, nel dicembre ‘94 (verso un futuro approdo che sarà alla politica, prima con la nomina a ministro dei Lavori Pubblici nel governo Prodi del 1996, poi con l’elezione scontata a senatore offerta dal Pds nel ‘97 in un collegio sicuro del Mugello)

  • L’inchiesta si sfilaccia – In altre parole l’accusa mossa da La Spezia, che sarà raccolta da Perugia, evidenzia la necessità che per la raccolta di mazzette il gruppo degli imputati avesse messo in atto “una sorta di presidio giudiziario” grazie “alla compiacente attività di taluni magistrati, svolgenti le funzioni in ruoli chiavi, i quali pilotassero nel senso desiderato eventuali inchieste”.

  • Tutto questo – lo ricordiamo – lo scopriranno i magistrati di Perugia. Ma perché, pur incappando, ben cinque anni prima, negli affari sporchi della Tpl, Antonio Di Pietro, e con lui Gherardo Colombo, non erano riusciti a venire a capo di nulla? Eppure sempre nel 1993, interrogato dai magistrati del pool di Milano, il finanziere Sergio Cragnotti, attuale presidente della Lazio calcio, all’epoca amministratore delegato di Enimont e buon amico di Raul Gardini, aveva raccontato di aver ricevuto dalla Tpl cinque miliardi, soldi poi bonificati da Pacini Battaglia. Due miliardi – aveva riferito Sergio Cragnotti – li aveva tenuti per sé, due erano finiti a Gardini, e l’ultimo a Necci (allora presidente dell’Enimont) e Pacini Battaglia. Sarebbe bastato controllare questa confessione per scoprire che cosa era realmente la Tpl.

  • Ma, ascoltato dal procuratore di Milano Francesco Saverio Borrelli, ignaro delle carte processuali e stranamente tirato in ballo, Pacini Battaglia nega tutto e sconfessa Cragnotti. Ed ecco la seconda stranezza: anziché essere messo a confronto con Cragnotti da Di Pietro, Pacini Battaglia viene creduto come fosse un oracolo e mandato a casa. Non era mai accaduto nel “rito ambrosiano”, quello officiato da Di Pietro, che un imputato, disposto non solo a confessare , ma soprattutto a fare dei nomi e a fornire precisi riscontri obiettivi che a distanza di anni sono stati trovati, non sia stato creduto. Mentre un altro imputato, che dello stesso fatto negava tutto, venisse prima creduto e subito dopo lasciato libero di inquinare le prove. E di corrompere – secondo i pubblici ministeri di Perugia – diverse altre persone.

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    Per questa brutta pagina giudiziaria Di Pietro finirà sotto inchiesta davanti ai magistrati di Brescia che nel marzo 1998 lo accuseranno, tra l’altro, di aver omesso di sviluppare, dal punto di vista investigativo, “come sarebbe stato necessario e possibile, attraverso rogatorie internazionali, le notizie fornite”. Lo stesso Di Pietro avrebbe quindi creduto a Francesco Pacini Battaglia, senza verificare ciò che aveva detto Sergio Cragnotti – tutte rivelazioni confermate anche da un altro imputato, Roberto Marziale – e cioè che a Necci “era stata accreditata una somma di un milione e mezzo di franchi svizzeri sul conto intrattenuto presso la Karfinco”. In altre parole la procura di Brescia raggiungerà la convinzione che Antonio Di Pietro, da pm di Milano, avesse favorito il banchiere, omettendo una serie di indagini sul suo conto e salvando di fatto personaggi come Necci. Secondo i magistrati bresciani, infatti, Di Pietro aveva revocato la rogatoria con la Svizzera che avrebbe invece consentito di scoprire che presso la Karfinco di Ginevra, cioè la banca di Pacini, erano accesi conti intestati a diversi coindagati, tra i quali i responsabili dell’Eni e della Tpl.

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