Per uscire dal tunnel della spesa sanitaria

SPESA SANITARIA, L’ALLARME

 

I dati della spesa sanitaria ( all’interno della quale sono ricomprese le prestazioni sociali in natura acquistate direttamente sul mercato )  nel 2006 circa 42 miliardi di euro di prestazioni sociali in natura piu’ altri 60 miliardi di euro circa a vario titolo, compresi gli interessi sul debito delle regioni.

 

  • La spesa sanitaria complessiva si attesterà nel 2007 a 101,3 miliardi di euro, registrando così sia una diminuizione di 2,4 miliardi rispetto al tendenziale del 2007 (pari a 103,7 miliardi di euro) sia una leggera flessione rispetto al livello previsto nel 2006 (pari a 102 miliardi di euro ). Dopo essere cresciuta in media del 7,8 per cento annuo nel periodo 2000-2006 ( e del 10,9% dal ’99 al 2000), la spesa sanitaria viene così sostanzialmente stabilizzata a partire dal 2007 si legge in un comunicato del Tesoro. Il contributo netto alla Finanziaria 2007 sarà di 3 miliardi.

  • Le prestazioni sociali in natura acquistate direttamente sul mercato voce contenuta nelle spese correnti per consumi finali delle Amministrazioni pubbliche (che includono prevalentemente spese per l’assistenza sanitaria in convenzione) sono cresciute del +3,4%, a 41,4 miliardi di euro rispetto ad una crescita del +5,6% a 40,0 miliardi di euro dell’anno precedente.

  • Nel 2006 l’aumento della spesa ha generato un nuovo disavanzo di circa 4 miliardi, pari allo 0,27% del Pil. Di fatto, la spesa sanitaria ha superato i 102 miliardi di euro annui, ovvero il 6,91% del Pil. Partendo dai dati della Corte dei conti si stimano debiti sommersi per 38 miliardi di euro (2006), di cui oltre 24 miliardi di euro verso fornitori.

  • La spesa farmaceutica (La spesa farmaceutica “convenzionata” e La spesa per la medicina di base ) nel 2006 e’ stata pari a 23.19 miliardi di euro di cui piu’ del 70% a carico dello Stato. A rendere noti questi dati e’ Nello Martini, direttore generale dell’Agenzia italiana del farmaco (AIFA). In particolare possiamo notare,ha spiegato Martini, che il 58% della spesa, pari a 13 milioni di euro, e’ stato per i farmaci di fascia A, il 16,8%, pari a 3,9 mln di euro, per quelli di fascia H, e il 25,2%, pari a 5,8 mln, per quelli di fascia C’.

 

 

IL testo riprodotto è “tratto dal sito”  http://www.lavoce.info

16-03-2007
Per uscire dal tunnel della spesa sanitaria
Franco Reviglio

 

 

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Il consiglio dei Ministri ha approvato un decreto per il ripiano del deficit sanitario e di alcune regioni in particolare – La spesa farmaceutica nel 2006 e’ stata pari a 23.191 milioni di euro, di cui piu’ del 70% a carico dello Stato. A rendere noti questi dati e’ Nello Martini, direttore generale dell’Agenzia italiana del farmaco (AIFA). In particolare possiamo notare,ha spiegato Martini, che il 58% della spesa, pari a 13 milioni di euro, e’ stato per i farmaci di fascia A, il 16,8%, pari a 3,9 mln di euro, per quelli di fascia H, e il 25,2%, pari a 5,8 mln, per quelli di fascia C’.

 

Da molti anni la crescita della spesa sanitaria è caratterizzata dal formarsi di consistenti debiti sommersi verso i fornitori a causa dei disavanzi discendenti dall’insufficienza dei fondi disponibili e dal mancato o inadeguato controllo della spesa. I disavanzi sono diventati una caratteristica strutturale della nostra sanità. 

 

 

 

 

I debiti accesi con i fornitori sono criticabili perché finanziano spesa corrente e perché l’aumentano, i fornitori infatti caricano gli oneri derivanti dai ritardi nei pagamenti. Circa 9 miliardi di debiti sono stati cartolarizzati. 

 

  • Nel 2006 l’aumento della spesa ha generato un nuovo disavanzo di circa 4 miliardi, pari allo 0,27% del Pil. Di fatto, la spesa sanitaria ha superato i 105 miliardi di euro annui, ovvero il 7,1% del Pil, un tasso più elevato di quello indicato nei documenti del governo (6,9 per cento). Partendo dai dati della Corte dei conti si stimano debiti sommersi per 38 miliardi di euro (2006), di cui oltre 24 miliardi di euro verso fornitori.

  • La distribuzione dei debiti tra le Regioni è molto differenziata. Tre Regioni – Calabria, Lazio e Sicilia – registrano il 68% del debito complessivo.

  • Nel triennio per non superare i livelli di spesa pari in ciascun anno al 6,7% del Pil,  non dovrebbero più formarsi disavanzi grazie a una serie di misure, quali la riduzione del prezzo dei farmaci, l’introduzione di ticket e il ricorso a specifici strumenti fiscali a copertura degli sforamenti. Ma secondo l’ex ministro delle Finanze, nonché ex presidente dell’Eni, Franco Reviglio “l’obbiettivo di contenere la spesa del prossimo triennio al 6,7% del Pil non sembra affatto assicurato. Se si registreranno disavanzi dell’ordine di grandezza dello 0,27% del Pil (4 miliardi), come è avvenuto negli ultimi anni, la spesa continuerà a superare il 7,0% del Pil ”.

  • I diffusi disavanzi non sono peraltro l’unica disfunzione del Servizio sanitario. Nonostante le riforme, sussistono ancora ampie ed estese inefficienze nella gestione, soprattutto in alcune Regioni. Una stima ha valutato che esse avrebbero aumentato i costi in media del 20-30%. L’eliminazione dei disavanzi e la correzione delle disfunzioni sono gli obbiettivi posti nel “patto per la salute” sottoscritto dal governo e dalle Regioni per il periodo 2007-2009. Nel triennio lo Stato assicurerà 300 miliardi. A queste risorse si sommeranno entrate aggiuntive delle Regioni ed entrate per i ticket.

  • Si è anche stanziato un fondo straordinario triennale di 3 miliardi per le Regioni in situazione critica, condizionato a un percorso di risanamento da perseguire entro il 2010. Le Regioni che non rispetteranno il patto dovranno applicare le addizionali dell’Irpef e dell’Irap alle aliquote massime previste.

  • A parere di Reviglio “manca ancora un federalismo pienamente responsabile che attribuisca alle Regioni i poteri di stabilire i livelli delle prestazioni, e nello stesso tempo imponga loro l’onere di finanziarli in modo autonomo. Questo modello di federalismo richiede un’adeguata perequazione solidale tra le diverse Regioni, un finanziamento congruo a coprire il costo dei livelli essenziali dei servizi determinato da un’analisi dei costi standard, che peraltro ancora manca e un ampio spettro di entrate proprie che le Regioni possano manovrare per finanziare la spesa. La copertura ex-post dei disavanzi con fondi statali genera sperequazioni, perché attua una redistribuzione tra le Regioni in direzione opposta a quella desiderabile e conduce all’irresponsabilità e al mantenimento delle disfunzioni”.

 

 

Nel periodo 2002-2005 il disavanzo medio della spesa sanitaria è stato di 4 miliardi. Nel 2005,  6 Regioni su 20 avevano conti in attivo, 9 erano in perdita.


 

 

IL testo riprodotto è “tratto dal sito”  www.lavoce.info

 

Tutto il deficit sanitario Regione per Regione
Vittorio Mapelli

 

 

 

 

Gli strumenti delle Regioni

 

 

 

 

 

Fa discutere il ripiano di 2,3 miliardi di debiti della sanità operato dal governo a favore della Regione Lazio, sanità che negli ultimi tre anni aveva cumulato un deficit di 3,9 miliardi di euro. Altre cinque regioni – Campania, Sicilia, Abruzzo, Molise, Liguria – sono in lista d’attesa per spartirsi i 2,5 miliardi di euro stanziati dalla Finanziaria 2007 per i disavanzi elevati. La distribuzione dei debiti  sanitari tra le Regioni – Calabria, Lazio e Sicilia – registrano il 68% del debito complessivo.

 

 

  • La presenza di deficit è una costante del Ssn che ha la sua origine nella politica di sotto-finanziamento, perseguita indistintamente da tutti i governi, nel tentativo, assai riuscito, di controllare la crescita della spesa sanitaria. Eccetto il primo anno, dal 1981 in poi in 19 anni il Ssn ha sempre accusato deficit, in valori nominali un deficit di 76,4 miliardi di euro, che sono stati regolarmente ripianati dallo Stato. Tutto ciò fino all’accordo dell’8 agosto 2001, in base al quale sono ora le Regioni a doversi accollare i debiti per cause non dipendenti da provvedimenti statali, come accordi di lavoro o prezzo dei farmaci.

  • Tra il 2003-2005, il Ssn ha accumulato quasi 13 miliardi di disavanzo, dei quali il 30 per cento è concentrato in Lazio, il 25 per cento in Campania e il 13 per cento in Sicilia: insieme assommano il 68 per cento del totale. Seguono il Piemonte con l’8 e la Sardegna con il 5 per cento. In termini pro-capite presentano valori elevati: Lazio (253 euro), Molise (210), Campania (190), Abruzzo (137), Sardegna (126), Sicilia (111) e Valle d’Aosta (102).

 

 

 

Vale sempre l’argomento che la nuova giunta regionale non può essere ritenuta responsabile dei debiti della precedente. E così a ogni nuova legislatura scatta l’operazione “voltare pagina”, con l’immancabile sanatoria dei debiti pregressi, anche se pagata al caro prezzo dell’“affiancamento” ministeriale. Il provvedimento può essere letto secondo due prospettive opposte: come una forma di “solidarietà” nazionale verso le Regioni più deboli del Sud e il Lazio, che fin dalla creazione del Servizio sanitario nazionale sono sempre state in difficoltà. Oppure come un “premio” all’irresponsabilità gestionale di queste Regioni che, a differenza delle altre, non si sono mai mosse con iniziative proprie, contando sempre sulla benevolenza dello Stato.

 

Per garantire l’equilibrio di bilancio, le Regioni hanno a disposizione tre strumenti principali:

 

 

 

  • il controllo della spesa sanitaria,

  • l’aumento delle entrate tributarie, attraverso i ticket e la maggiorazione dell’Irap e dell’addizionale Irpef,

  • e le risorse stornate da altri capitoli del bilancio regionale.

 

 

 

Possono operare, dunque, dal lato della spesa, delle entrate fiscali o di entrambi. Oppure da nessun lato, lasciando lievitare il deficit.

 

 

 

Dopo l’accordo del 2001:

 

 

 

  • 5 Regioni di centrodestra (Piemonte, Lombardia, Veneto, Molise e Calabria) hanno maggiorato l’addizionale Irpef, portandola dallo 0,9 all’1,4 per cento, a scaglioni o aliquota secca, e reintrodotto le compartecipazioni sui farmaci.

  • Umbria e Marche sono invece intervenute solo sull’addizionale Irpef.

  • Dopo le elezioni del 2005, le nuove giunte di centrosinistra in Lazio, Abruzzo, Calabria e Sardegna si sono affrettate ad abolire i ticket sui farmaci, misura non decisiva sul piano finanziario, ma di sicuro aiuto, se ben congegnata.

  • Altre Regioni hanno preferito contare sulla distribuzione diretta dei farmaci e sul controllo della spesa: sono Emilia-Romagna, Toscana, Basilicata.

  • Le cinque Regioni che sono intervenute sull’Irap – Lombardia, Veneto, Marche, Lazio e Sicilia – lo hanno fatto soprattutto per rimodulare l’imposta rispetto alla tipologia delle imprese.

  • Da ultimo, lo scorso anno le sei Regioni con gravi deficit, più l’Emilia-Romagna, hanno maggiorato l’addizionale Irpef, portando a 13 il totale delle Regioni che sono intervenute su questa voce.

 

 

 

 

 

2003-05

 

Comportamenti virtuosi e no

 

 

 

 

 

Osservando i comportamenti delle Regioni nel triennio 2003-05 si possono delineare sei tipi di condotta e comprendere i motivi del deficit .

 

 

 

 

 

 

  • Un gruppo di Regioni virtuose – Friuli-Venezia Giulia, Umbria, Puglia, Basilicata e Calabria – conta solo sulla capacità di controllo della spesa, senza ricorrere all’imposizione fiscale, riuscendo a contenere il deficit su bassi livelli.

  • All’opposto, un gruppo di Regioni meno responsabili – Lazio, Abruzzo, Molise, Campania e Sardegna – non sembra capace di controllare la dinamica della spesa e non si affida all’imposizione fiscale, se non dal 2006, per obbligo di legge. Sono le Regioni con i maggiori deficit di bilancio.

  • Terzo e quarto gruppo puntano sul controllo della spesa sanitaria e ricorre, in aggiunta, all’imposizione fiscale (Lombardia, Veneto, Marche), oppure a risorse autonome di bilancio (Bolzano, Emilia-Romagna, Toscana). Hanno disavanzi minimi o addirittura degli avanzi.

  • Al loro si può accostare il comportamento di un quinto gruppo, costituito da Valle d’Aosta e Trento, per il quale però le risorse aggiuntive di bilancio non bastano a compensare il mancato controllo della spesa o la pretesa di migliori livelli qualitativi dei servizi (15 per cento la spesa pro-capite oltre la media nazionale).

  • Infine, un sesto gruppo dal comportamento problematico, comprendente Piemonte, Liguria e Sicilia, pur contando sul gettito aggiuntivo delle imposte e dei ticket e pur con livelli di spesa inferiori alla media nazionale, presenta comunque disavanzi consistenti.

 

 

 

Nell’insieme, nel 2005, 11 Regioni agiscono soprattutto attraverso il controllo della spesa, mentre altre 10 sembrano incapaci di contrastare la sua dinamica. Inoltre, 10 Regioni non usano la leva fiscale e i ticket, mentre 6 vi fanno ricorso e 5 attingono comunque a risorse autonome del proprio bilancio.

 

 

 

Il nodo della responsabilità

 

 

 

Cambiano i tempi, ma la lezione è sempre la stessa: il rigore non è premiato in questo paese. Ed è sempre una lezione diseducativa, oltre che ingiusta per i cittadini colpiti dal fisco della propria Regione. La situazione andrebbe approfondita sia rispetto alle previsioni della teoria sul federalismo fiscale (insensibilità degli elettori all’aumento di imposte e alla sostenibilità del debito), sia rispetto alla rigidità del vincolo di bilancio nei rapporti tra Stato e Regioni.

 

 

 

Rimane un nodo centrale: la responsabilità dei comportamenti. Le Regioni e province autonome del Nord, favorevoli al federalismo, dovrebbero far seguire i fatti alle dichiarazioni di principio, mentre quelle del Centro e del Sud, se non possono contare su una maggiore capacità fiscale, possono almeno impegnarsi nel controllo della spesa. Con o senza federalismo, la responsabilità non dovrebbe mai venire meno.

 

I numeri della sanità penitenziaria

 

Enza Caruso

 

08-03-2007
 

 

IL testo riprodotto è “tratto dal sito ” www.lavoce.info “:

 

 

 

 

  • In Italia non si investe nè sulla costruzione di nuove carceri nè sulla tutela della salute dei carcerati, e  si continuano a rinviare le soluzioni dei problemi legati a pene e sanzioni. A fronte di tali gravi omissioni il Governo, i Ministri competenti, governatori del nord, imprenditori e ferrovieri sembrano essere tutti d’accordo sul fare spendere a ogni famiglia di 4 persone 1.000 euro per costruire la Tav Torino-Lione. Sorgono immensi dubbi di ogni genere ! 

  • I dati più aggiornati relativi alla spesa per la sanità penitenziaria sono contenuti nell’indagine conoscitiva condotta dalla Corte dei Conti relativamente al periodo 2002-2004(http://www.lavoce.info/news/view.php?id=10&cms_pk=2610&from=index). In breve, riflettono una diminuzione sensibile della spesa procapite, una forte incidenza dei costi del personale ( 110,21 milioni di euro l’anno, più di quattro quinti del totale), in larga parte convenzionato, dei quale non si conosce però quanta parte sia imputabile al numero di ore lavorate e quanta ai compensi orari. L’indisponibilità di dati sul personale sanitario, insieme a quella sull’entità e sulle caratteristiche dei soggetti da assistere, configura nel complesso un sistema preoccupantemente privo di trasparenza. 

  • L’istruttoria riguarda come detto il periodo 2000-2004, anni in cui la popolazione detenuta è aumentata di circa il +5,5 per cento, passando da 53.165 a 56.068 presenze. 

  • Mentre gli stanziamenti annuali per la sanità penitenziaria da parte del ministero della Giustizia si sono progressivamente ridotti, -10,41 per cento, passando  in valore assoluto, da 144 a 129 milioni di euro. Il taglio è solo in parte spiegato dal trasferimento dei fondi per le tossicodipendenze al Sistema sanitario nazionale, che è avvenuto solo a metà del 2003. 

  • La spesa sanitaria penitenziaria procapite per le persone detenute è superiore a quella del mondo libero: nel 2004, 2.302 euro contro 1.581. È però bene sottolineare che il concentrato di patologie presenti nelle carceri, peraltro difficile da valutare quantitativamente, in ragione della carenza di dati epidemiologici sulle condizioni di salute delle persone recluse, rende qualsiasi equiparazione impropria. 

  • Interessante è invece il dato sul trend. La spesa sanitaria procapite per i reclusi è dimunuita infatti del -12 per cento dal 2000 al 2004, proprio mentre quella dei cittadini liberi aumentava del +31 per cento. A sette mesi dal provvedimento di indulto che ha drasticamente ridotto la popolazione carceraria, facciamo un bilancio di ciò che ha prodotto.
     

 

 

 

La sanità penitenziaria è costituita da 4 capitoli di spesa:
 
 

 

  • 1- Il primo, cap. 2131, finanzia le modeste spese sostenute nelle carceri minorili: in media lo 0,57% degli stanziamenti (129,08 milioni di euro) ovvero 740.000 euro l’anno ;

  • 2- Il secondo, cap. 1768, oggi pesa per zero euro, era in precedenza destinato agli interventi per le tossicodipendenze con circa 6 milioni di euro l’anno che incidevano per circa il 4,65% sugli stanziamenti. Ora queste risorse, con un ritardo di tre anni, sono state trasferite al Ssn per effetto del decreto legislativo 230/99;

  • 3- Il terzo, cap. 1600, finanzia le retribuzioni del personale medico, di ruolo e incaricato, e del personale infermieristico di ruolo, direttamente dipendenti dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria e costituisce in media un quinto delle risorse ovvero  27,66 milioni di euro l’anno che incidono per circa il 21,43% sugli stanziamenti;

  • 4 – Infine, l’ultimo e più rilevante, il cap. 1764, su cui tra l’altro grava anche la costosa convenzione con l’ospedale psichiatrico giudiziario di Castiglione delle Stiviere, è destinato in prevalenza alle spese gestite dai Provveditorati regionali e costituisce più dei tre quarti delle risorse ovvero  100,68 milioni di euro l’anno che incidono per circa il 78,0% sugli stanziamenti e che servono per la maggior parte a finanziare le convenzioni per le guardie mediche e infermieristiche e per le consulenze specialistiche che, complessivamente, nel 2003 (ultimo dato disponibile) costituiscono circa l’82% della spesa a consuntivo dei Provveditorati, ovvero 82,55 milioni di euro l’anno, con un incremento rispetto al 2000 del +17% circa.
     

 

 

Per contro, la spesa farmaceutica (in prigione abbondano solo analgesici e antidepressivi) si è contratta nello stesso periodo del -42%, anche in ragione del fatto che spesso della fornitura gratuita dei farmaci si sono fatte carico le Regioni, consapevoli della gravità della situazione nelle carceri, imputabile anche alla mancanza dell’impegno politico a procedere con la riforma.
 
In sostanza, la spesa per la sanità penitenziaria, al di la’ delle poche spese per il minorile, ovvero 740.000 euro l’anno, è costituita all’85,43% per cento da spese per il personale sanitario, 110,21 milioni di euro l’anno ( 82,55 milioni di euro l’anno +  27,66 milioni di euro l’anno). E si arriva all’90 per cento se si esclude la convenzione con Castiglione delle Siviere in base agli ultimi dati disponibili, contenuti nell’indagine conoscitiva condotta dalla Corte dei Conti relativamente al periodo 2002-2004.
 
 

 

Il personale della sanità penitenziaria
 

 

 

I dipendenti sono un numero davvero irrisorio, 854 nel 2005. Il personale medico e paramedico a convenzione, sono un numero davvero enorme, i soli dati comunicati riguardano le presenze di un singolo giorno, il 12 maggio 2005: si tratta di 4.392 persone
 
 
 
Ma quale è il profilo del personale della sanità penitenziaria? I dipendenti sono un numero davvero irrisorio e nel complesso si è pure contratto, passando da 969 unità nel 2000 a 854 nel 2005. La maggior parte del personale medico e paramedico lavora a convenzione, con contratti atipici, senza un profilo giuridico definito, con tariffe peraltro inferiori a quelle vigenti presso il Ssn. Si tratta di personale, selezionato secondo criteri stabiliti dall’amministrazione degli istituti penitenziari, che svolge attività libero professionale su commissione e che può provenire dalle Asl o dal precariato.
 

Ciò che è grave è che a fronte di una spesa aggregata conosciuta per le convenzioni, i Provveditorati regionali non hanno saputo fornire alla magistratura contabile dati sulle unità di personale medico e infermieristico. I soli dati comunicati riguardano le presenze di un singolo giorno, il 12 maggio 2005, anno peraltro non incluso nel periodo di indagine: si tratta di 4.392 persone che operano in prevalenza a tempo parziale.

 

 

Come osservato dalla Corte dei Conti, ciò “non permette di verificare, ad esempio, se la crescita della spesa, che si registra in ciascun anno del periodo (sia per il personale medico che per quello infermieristico), si correli all’incremento dei dipendenti (che occorre ricordare operano in regime libero professionale su commissione ), a quello delle ore lavorate o soltanto alla ridefinizione dei compensi orari”, e va sottolineato che “la possibile carente informatizzazione del sistema non sembra possa giustificare la mancanza di informazioni sui fattori elementari dell’assetto organizzativo delle strutture sanitarie”.

 

 

L’indisponibilità di dati sul personale sanitario insieme a quella sull’entità e sulle caratteristiche dei soggetti da assistere, configura nel complesso un sistema privo di trasparenza. Per un aggiornamento dei dati esistenti, dovremo quindi, molto probabilmente, aspettare la prossima istruttoria della magistratura contabile.

 

 

L’ennesimo scandalo: soldi pubblici regalati alle cliniche private. Cento milioni di euro, senza che ne avessero diritto.

 

IL testo riprodotto è tratto dal sito

 

L’espresso

 

Spreconi punto it
http://spreconi.blog.espresso.repubblica.it/

 

 

L’ennesimo scandalo: soldi pubblici regalati alle cliniche private. Cento milioni di euro, senza che ne avessero diritto. Questa è una sintesi dell’inchiesta di Pescara sulla sanità abruzzese, che Primo Di Nicola racconta sul numero in edicola.

 

 Oltre il buco anche la beffa. Perché in Abruzzo il tentativo di mettere ordine alla voragine nelle spese della sanità si è trasformato in una gigantesca truffa contabile a vantaggio dei baroni delle cliniche private. Secondo gli investigatori, i soliti noti delle case di cura convenzionate sono riusciti a mettere le mani su un tesoretto da 100 milioni di euro. Soldi prelevati dalle casse della regione con una facilità tanto impressionante quanto sospetta: è bastato presentare un’autocertificazione per ottenere fiumi di denaro. Una pacchia ai danni del contribuente, benedetta dalla vecchia giunta regionale di centrodestra e proseguita con modalità diverse anche con quella di centrosinistra. Adesso forse la festa sta finendo. Le Fiamme gialle, la Corte dei conti e la Procura della Repubblica di Pescara si sono calate nel baratro della sanità pubblica abruzzese, che fino al 2005 aveva accumulato debiti per 682 milioni di euro, cercando di capire quanto del denaro era stato realmente speso e quanto invece si era perso nei meandri del malaffare. Il risultato è choccante: ben 100 milioni di euro, 200 miliardi delle vecchie lire, sarebbero stati indebitamente riconosciuti ai titolari delle cliniche. Oltre 100 milioni che potrebbero venire richiesti a tutti i responsabili della giunta protagonista dello scandalo.

Al centro dell’intrigo c’è un meccanismo molto di moda nella finanza pubblica degli scorsi anni: la cartolarizzazione, ovvero la vendita di beni (crediti, immobili) pubblici. In Abruzzo si è pensato di applicarla alla sanità, con un progetto che avrebbe dovuto fare scuola nell’Italia delle regioni sprecone. Invece, secondo gli inquirenti, l’operazione si sarebbe trasformata in un capolavoro del malaffare. La brutta storia inizia nel 2004 quando l’allora governatore Giovanni Pace (An) decide di ripianare i debiti sanitari: tutti soldi che le Asl dovevano pagare alle cliniche private. Si stabilisce di cartolarizzare i crediti: la Finanziaria regionale (Fira) li acquista dai privati e li gira a una società veicolo (Cartesio srl); questa emette obbligazioni con i cui proventi la Fira paga i privati; la Regione rimborsa i titoli previo accordo con le Asl che devono riconoscere i crediti dichiarati dai privati. Così parte la cartolarizzazione: una prima tranche per 336 milioni conclusa da Pace nel 2004; un’altra da 346 milioni portata invece a termine dal successore Ottaviano Del Turco. È proprio sulla cartolarizzazione di Pace che la Guardia di finanza ha scavato a fondo. Secondo le Fiamme gialle l’operazione parte male sin dall’inizio, quando si tratta di individuare i crediti dei privati. Accanto a quelli vantati per prestazioni regolarmente fatturate e contabilizzate (credito performing) vengono infatti inseriti anche i crediti presunti (non performing). Ossia i crediti che i titolari delle cliniche potrebbero vantare in futuro per il periodo 1995-2001. È chiaro che si tratta di crediti non esigibili. Ma l’allora assessore alla Sanità Vito Domenici (Fi) nell’aprile 2004 va anche oltre: convoca i rappresentati delle case di cura invitandoli a formulare, addirittura «sotto forma di autocertificazione», le loro pretese per quei sei anni. Una manna per i padroni delle cliniche che presentano conti salati quanto evanescenti: chiedono 39 milioni alla Asl di Chieti, 38 a quella di Pescara, 23 a quella di Avezzano-Sulmona. In totale fanno quasi 100 milioni di euro nella ripartizione dei quali fa la parte del leone Vincenzo Maria Angelini, finanziatore di Forza Italia.

Il primo aspetto singolare della vicenda, spiegano le Fiamme gialle, è che mentre l’assessore chiede alle case di cura l’autocertificazione dei crediti, si guarda bene dal controllare la fondatezza di quelle richieste. Sì, nessuno verifica se i pretendenti avevano diritto o meno ai rimborsi milionari: non lo fa l’assessorato, non lo fanno nemmeno le Asl. È solo la Guardia di finanza a studiare le autocertificazioni. Gli investigatori scoprono che le somme invocate dai privati riguardano cure e ricoveri «in quantità eccedente il budget annualmente fissato dalla Regione»: cifre difficilmente esigibili in base ai regolamenti. Inoltre queste autocertificazioni sono connotate da «una manifesta carenza documentale» e in molti casi le prestazioni sanitarie relative non sono state nemmeno fatturate. Rimborsi per il nero? Non solo: per molti di questi crediti le case di cura non hanno avviato un contenzioso giudiziario, segno che non ritenevano di potere ricevere quei soldi. Insomma, un regalo.

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