Crollo-Crash dei mercati azionari americani?

 

 

Capire i segnali di Capitolazione Finale

 Formazione del Bottom del mercato Orso

 

YIELD CURVE INVERSION

 

INVERSIONE CURVA 10 Y E 3 MONTHS

 


 

 

L’ondata di Sell che ha interessato l’azionario nell’ultimo mese  ma soprattutto il martedi’ 27 febbraio 2007, e’ nata dalle preoccupazioni del mercato asiatico a seguito delle misure annunciate dal governo Cinese che intende mettere fine agli investimenti illegali (come le offerte iniziali di vendita svolte senza i necessari requisiti) che hanno contribuito al record raggiunto dall’indice Shangai and Shenzen 300 a quota 2.707,68 punti.

 

 

  • Le autorità cinesi hanno varato una task force speciale che dovrebbe dare una stretta alle ipo illegali e a varie pratiche ai limiti della legalità cui si fa spesso ricorso nel mercato cinese, come, ad esempio, il ricorso ai prestiti bancari per investire in borsa, vietati, su cui già da qualche settimana le banche sono state invitate ad esercitare controlli più severi. Una mossa punita dagli investitori con ingenti ordini di vendita, perché si teme che le misure annunciate siano solo l’inizio e che siano in arrivo nuovi controlli che rischiano di rivelare numerose pratiche illegali.


Lo stesso martedì nero è stato scatenato da voci sull´introduzione in Cina di un´imposta sulle plusvalenze azionarie: una tassa che oltre a essere logica e legittima, ha anche l´evidente scopo di sgonfiare la bolla prima che essa scoppi da sola con troppa violenza.

 

Qualche broker segnalava che la causa di questa negativita’ sui mercati sarebbero state causate anche dalle tensioni valutarie relative ai futures sullo yen, salito ai massimi di 11 settimane nei confronti del dollaro  per via di dichiarazioni del ministro del Tesoro giapponese Hiroshi Watanabe, che a Londra ha avvertito sui rischi del cosiddetto carry-trade. Alla base di tale andamento vi è il ridimensionamento delle posizioni a leva finanziate principalmente in Yen con investimenti nelle aree e negli asset a più elevato grado di rischio (carry trade che permette di prendere in prestito yen a tassi molto vantaggiosi rinvestendoli in asset e monete ad alto rendimento).

 

Nelle scorse settimane se non addirittura mesi, diversi banchieri centrali avevano richiamato l’attenzione sul tema dei carry trade, che, insieme ad altri fattori hanno contribuito a schiacciare in modo impressionante il premio al rischio. Ad esempio i banchieri centrali europei ma soprattutto il governatore della banca centrale svizzera Jean-Pierre Roth che a più riprese ha cercato di richiamare l’attenzione sulla pericolosità delle posizioni a leva (c.d. carry trade), consapevole del fatto che una grossa parte era ed è finanziato proprio in franchi svizzeri, il cui profitto poggia su un’assunzione fondamentale: la valuta di finanziamento non comporterà rischi di perdite e quindi non si apprezzerà. Come si può vedere si tratta di un’assunzione molto pericolosa che in passato ha già riservato sorprese piuttosto dolorose (si ricordi il caso della Long Term Capital Market del 1998);

Basta evidenziare come le banche centrali complessivamente si siano interessate al tema dei carry trade richiamandone i rischi. I toni sono diventatati via via più forti. Fin qui tutto regolare: è compito delle banche centrali cercare di prevenire rischi di eccessi sui mercati che potrebbero poi avere ripercussioni anche sull’economia reale. Questi richiami assumono però una luce diversa se lette insieme alle dichiarazioni (sempre da parte delle banche centrali) in merito all’intenzione di diversificare le proprie riserve valutarie, non solo in termini meramente valutari (riduzione della quota in Dollari ed aumento di quella in Euro e Sterlina) ma anche in termini di tipologia di asset, ad esempio ad investimenti direttamente sul mercato azionario. A tal proposito la banca centrale cinese direttamente o indirettamnte ha più volte lasciato trapelare questa intenzione. Un fattore non di poco conto se si pensa che la banca centrale cinese “siede” sul più elevato ammontare di riserve valutarie al mondo : circa 1000Mld$. Come la Cina, anche la banca centrale russa (accreditata di circa 300Mld$ di riserve ma con un forte tasso di crescita grazie ai proventi del petrolio e gas) ha manifestato intenzioni analoghe;

E’ verosimilie ipotizzare che in realtà gli acquisti sul mercato azionario siano già iniziati da un bel pò ed in parte potrebbero spiegare come mai il rialzo ininterrotto delle borse da diversi mesi a questa parte si sia verificato con variazioni molto contenute, alias, come si suol dire in gergo, con livelli di volatilità molto contenuti. Altrettanto verosimilmente è nell”interesse delle banche centrali stesse preservare un andamento composto dei mercati benchè supportivo della crescita economica come nel caso dei mercati azionari, in modo da avere il supporto anche finanziario al positivo scenario macro. Per preservare però il trend di tanto in tanto occorre consentire un rientro degli eccessi. L’operazione è ovviamente molto delicata in quanto presenta notevoli rischi. Il peso crescente delle banche centrali su mercati prima inesplorati (come l’azionario e le materie prime) riduce però il grado di rischiosità. Probabilmente qualcosa del genere è già accaduto nel mese di maggio del 2006. Anche allora il calo era stato precedeuto come oggi da un’accentuazione dei toni forti delle banche centrali.

 

Si parlava poi anche di fallimenti di alcuni hedge funds e dei rischi di default in alcune banche Usa che operano nel comparto dei mutui immobiliari, soprattutto nei Subprime Mortgages, fenomeno sul quale tornero’ a fondo in una seconda parte.

 

Quel martedi’ ha originato il maggiore calo mensile dagli inizi del 2003 e  l’ondata di Sell che ha interessato l’azionario ha spinto il peggior calo giornaliero degli indici dal 17 settembre 2001, quando 684 punti furono persi il giorno in cui Wall Street riapri’ le contrattazioni dopo 5 giorni consecutivi di chiusura, per gli attentati terroristici dell’11 settembre. 

 

 

Ricordo che martedi’ 27 febbraio 2007 sono stati bruciati 1.000 mld di dollari in soli 3 continenti:

 

  • Il martedi’ nero innescato dalla sindrome cinese e’ costato a Wall Street 600 mld di dollari. Il Dow Jones ha chiuso con una perdita del 3.29%-  401 punti a 12.216 -dopo aver accusato un’improvvisa perdita di 546 punti, un crollo del 4,14% (il tonfo tuttavia, non toccava a livello percentuale il tracollo del 19 ottobre 1987, il ‘Black Monday’, quando l’indice andò giù del 36,0%, al minimo storico di 1.738,40 punti. L’S&P500 e’ arretrato del 3.44% a 1399  perdita massima di 59,95 punti riportandosi ai valori post 11 Settembre, il Nasdaq ha chiuso in ribasso del 3.86% a 2407 mandando in fumo quasi 100 punti.L’effetto fuga verso la qualità innescato dal forte calo delle borse è stato però più evidente sul mercato obbligazionario Usa dove si è verificato un andamento per molti aspetti simile a quello di maggio del 2006: apprezzamento dello Yen, calo dei mercati azionari e forte calo dei tassi di mercato, soprattutto sul decennale. A differenza dello scorso maggio il rialzo del premio al rischio sui paesi emergenti è stato questa volta molto più accentuato con un rialzo di circa 20pb. Alla base di tale andamento vi è il ridimensionamento delle posizioni a leva finanziate principalmente in Yen con investimenti nelle aree e negli asset a più elevato grado di rischio carry trade, che, insieme ad altri fattori hanno contribuito a schiacciare in modo impressionante il premio al rischio (carry trade). L’andamento calante dei tassi di mercato potrebbe continuare. Il primo supporto di rilievo sul decennale passa a quota 4,50%;

  • Il Vecchio Continente ha bruciato in un solo giorno 272 miliardi di euro di capitalizzazione. E’ quanto si deduce calcolando la capitalizzazione dell’indice Stoxx 600 che ha subito un calo del 3,04, pari appunto a 272 miliardi;

  • Le borse di Shangai-Shenzen hanno subito un tonfo del 9,2%, il più sensibile calo di 10 anni. L’indice di Shangai e Shenzen ha ceduto in un giorno 250,18 punti, pari al 9,2%, scendendo a quota 2.457, cancellando oltre 100 miliardi di dollari di capitalizzazione e mettendo fine a sei sedute consecutive in rialzo che avevano provocato al 26 febbraio un incremento complessivo del 13,6%. Le azioni di tipo A sono balzate del 128% nel 2006. Martedì, l’indice Shanghai Composite è crollato dell’8,8%, con una correzione da 3.040 punti a 2.771 punti. È la prima volta negli ultimi 10 anni che i ribassi raggiungono un tale picco. E nel caso della Cina basti pensare che i 300  titoli dell’indice di Shangai e Shenzen valuta le società che ne fanno parte 38 volte il loro fatturato, contro multipli pari ad appena 16 per l’indice Morgan Stanley dei mercati emergenti. Delle 300 presenti nell’indice, oggi 249 azioni sono scese del 10%. Fra queste China Vanke, il maggior gruppo immobiliare del Paese, ha ceduto 1,58 yuan a 14,26, mentre United Telecommunications, che controlla il secondo maggior operatore cinese di telefonia mobile, ha lasciato sul terreno 0,54 yuan a quota 4,89. Baoshan Iron, il leader della siderurgia cinese, ha ceduto il 10% a 9,03 yuan, e anche sui titoli bancari sono fioccate le vendite: China Minsheng Banking Corp. ha perso il 10% in un giorno, China Merchants Bank il 9% e Shangai Pudong Development Bank, partner cinese di Citigroup, ha lasciato sul terreno il 10%. Citic Securities, la prima azienda di intermediazione finanziaria in Cina, calata del 9%. Wuliangue Ybin,  la produttrice di liquori scesa intorno al 10%. È opinione comune che la corsa del mercato cinese negli scorsi 12 mesi abbia poco a che fare con i fondamentali economici, ma si debba attribuire principalmente al successo della riforma delle azioni A e, soprattutto, all’eccessiva liquidità e mentre molti titoli venivano sopravvalutati, gli investitori hanno iniziato a nutrire timori sulla sostenibilità dei rialzi e hanno reagito con prese di beneficio. Non a caso, la correzione prima delle sessioni del Parlamento cinese (che iniziano il 5 marzo) sarebbe stata inevitabile. Anche le finanziarie nipponiche sono andate giu’, Sumitomo Mitsui Financial Group (-1,7%), Mitsubishi Ufj Financial Group (-1,3%);
    In sintonia con i mercati globali, anche le principali borse latinoamericane hanno subito grossi tonfi: l’indice Bovespa (Borsa di San Paolo) e’ caduto del 4,5%, superato nella performance negativa del Merval di Buenos Aires precipitato del 7,37%, mentre l’Igbc di Bogota’ e’ sceso del 4,53% e il Bmv di Citta’ del Messico del 5,8%. 

 

Successivamente a questo calo dei mercati azionari di tutto il mondo, Greenspan ha dichiarato che l’espansione degli Stati Uniti, iniziata nel 2001, potrebbe essere arrivata ad una fase conclusiva, aggiungendo che il Paese potrebbe entrare in una fase di recessione entro la fine dell’anno alla luce dell’inversione dei tassi a breve su quelli a lunga durata. Inoltre, sostiene,ci sono i margini di profitto che sono arretrati di molto, un segnale appunto della fase conclusiva di un ciclo.

 

Cio’ ha determinato un forte ridimensionamento dei tassi di mercato, soprattutto sul segmento decennale anche per l’aumentato timore di difficoltà nel settore dei mutui verso clientela con più elevato grado di rischio (subprime mortgage); il fattore tecnico citato ha prodotto il fligth to quality nonche’ quindi spinto i tassi decennali ad un rendimento del 4,56%, sotto l’importante supporto statico situato a 4,65%, pari al 50% del ritracciamento del movimento rialzista sui tassi partito ad inizio dicembre.

 

 

 

In proposito non sono d’accordo, infatti: the Yield Curve spread is defined as the spread between the interest rates on ten year Treasury note and the three-month Treasury bill, while The Yield Curve Inversion is definied when this spread is negative); da tempo stiamo assistendo nel comparto del reddito fisso all’inversione della curva dei rendimenti sul tratto a 10 anni rispetto a quella sul tratto a 3 mesi ( questa inversione rappresenta un indicatore negativo prevedendo un futuro rallentamento dell’attivita’ economica se non una recessione) . Oggi tuttavia lo Spread negativo è al livello di -44.0 basis points addirittura sotto il livello di allarme ( livello di allarme dato dalla media dei periodi di inversione pari a -45.9 basis points, sebbene la recessione venga configurata come molto probabile al 70% solo in presenza di un differenziale negativo pari nel minimo a -146 basis points), e precisamente quindi solo un 38% di probabilita’ di recessione (vedere tabella riportata ).  

 

  • Periods of yield curve inversion : Only a deep inversion ( -146 basis points /  -240 basis points) would be viewed as an ominous sign for the economy and be followed by an economic recession. Since 1980, the Treasury market has gone through 6 “distinct’’ periods of yield-curve inversions. The inversions averaged -45.9 basis points, with a minimum of -8.7 basis points and a maximum of -600 basis points. Each inversion lasted 30.5 weeks on average, with the shortest episode lasting nine weeks, and the longest lasting 59 weeks. In 2000, the curve was inverted from February to December.

 

La curva  con un gap di -30/40/60 basis points appare quindi più appiattita che invertita. I rendimenti a breve e a lungo termine viaggiano entrambi intorno al 5 per cento. Vorrei fare un esempio per chiarire cos’è veramente una curva dei tassi invertita che preannuncia recessione. Nel 1980 il tasso di riferimento sui Treasury Bill a 3 mesi viaggiava al 18% con i tassi a lungo termine al 12%. La distanza era di sei punti ovvero -600 basis points: quella era una situazione che anticipava una futura crescita negativa, ovvero una recessione sicura.

 

In altre parole le condizioni attuali sono molto meno estreme. I rendimenti a breve e a lungo termine viaggiano entrambi intorno al 5%. Non è un livello che spinge necessariamente alla recessione ma solo ad una normale contrazione dell’attività produttiva. Ad esempio, i tassi sui mutui ipotecari per un rifinanziamento trentennale gravitano intorno al 6%. Ciò rallenta l’attività edilizia ma non la uccide. È una situazione ben diversa dal 1980, quando i tassi sui mutui ipotecari erano al 14%. Al contrario, oggi il denaro è ancora a buon mercato. Una situazione che non impedirà ai consumatori di acquistare una nuova automobile a rate o finanziare altre esigenze o neccessità di spesa. Accanto a questo, un eventuale calo dei tassi d’interesse a 10 e 30 anni dovrebbe scongiurare gravi shock nel settore immobiliare. Insomma, tutto gioca a favore di un soft landing.

 

Sulle conseguenze dei Subprime Mortgages a tutti i settori economici, tornero’ a fondo in una seconda parte, rilevando sin d’ora che cio’ non e’ la realta’ delle cose, quindi possiamo stare tranquilli. La caduta di questo mercato dei crediti ‘subprime’ potrebbe comportare una riduzione solo dello 0.5% del prodotto nazionale lordo americano, non oltre. Una recente ricerca di Merril Lynch stima infatti in soli $800 miliardi il mercato dei mutui subprime. Quanto hanno perso le borse mondiali in queste due settimane? Quasi $4.000 miliardi , più di cinque volte tanto. Sono cifre enormi, ma che fanno pensare alla relativa pochezza del mercato dei mutui sub prime ed infatti se anche tutte le società che li erogano dovessero fallire in fondo la perdita sarebbe ben inferiore alla recente correzione.

 

 

Se questi numeri hanno senso  vuol dire che il rischio per le borse non è certo li’ nel mercato dei mutui subprime. Forse il mercato aveva ed ha bisogno di un alibi per correggere il proprio trend dopo quattro anni di salite e una volta trova le frasi di Greenspan sulla recessione, una volta i mutui, la prossima chissà.

 

 

 

Il ministro del Tesoro Usa Hank Paulson esperto dei mercati finanziari che ha costruito in Goldman Sachs una fortuna da $700 milioni, ha riattivato  recentemente il Plunge Protection Team (PPT- ovvero il gruppo segreto per prevenire il crollo dei mercati azionari, valutari e dei futures, che fu creato nell’ottobre del 1987 da Ronald Reagan proprio per prevenire il ripetersi di un crollo di Wall Street) con l’intento di sostenere gli indici azionari, il mercato valutario e quello dei futures per l’appunto nel caso di una possibile crisi. A giudicare da come si comportano, le autorita’ americane credono che lo scalpitante mercato toro del 2005 e 2006 sia stato un rally antecedente l’inevitabile forte rallentamento ma non crollo.

 

  • Paulson ha dichiarato che negli anni del boom il gruppo non ha operato in maniera attiva, e che da ora in poi, avra’ un centro di comando nel comparto del Tesoro Usa, svolgendo un ruolo primario nella monitorizzazione dei mercati globali. Si terranno incontri sistematici ogni sei settimane che coinvolgeranno, oltre allo stesso Paulson, anche il capo della Federal Reserve e della SEC, nonche’ altri personaggi chiave. Paulson ha affidato al team il compito di analizzare i rischi che potrebbero derivare dagli hedge funds e dal mercato dei derivati, vigilando continuamente sulle abilita’ del governo nella risposta ad una crisi finanziaria.

  • In passato il PPT e’ stato materia di leggende oscure, e per lungo tempo la sua esistenza e’ stata negata. Ma l’ex stratega della Casa Bianca, George Stephanopoulos, ha ammesso apertamente che il gruppo e’ stato coinvolto durante l’aministrazione Clinton per sostenere i mercati durante la crisi finanziaria in Russa nel 1998 e del LTCM (Long Term Capital Management), e quasi certamente anche in relazione agli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001.

  • Il team ha un accordo informale con le maggiori banche per poter iniziare a comprare titoli se dovessero insorgere seri problemi. Nel 1998 si assistette ad una crisi globale del mercato delle valute. Sotto la guida della FED, le banche si riunirono con lo scopo di prevenire complicazioni sul mercato. Lo stesso potrebbe accadere nel caso dell’azionario

 

 

 

Capire i segnali di Capitolazione Finale

 Formazione del Bottom del mercato Orso

 

Sequenza per la Capitolazione:

 

CROLLO-BUTTOM-RALLY-RICROLLO-TEST DI TENUTA DEL PRECEDENTE MINIMO-RALLY DEFINITIVO

 

 

Di solito la capitolazione si consuma nel momento in cui ci sono enormi vendite di massa sulla gran parte dei titoli il cui prezzo sia in discesa,e, a cio’ non si accompagna una significativa massa d’acquisto sui titoli il cui prezzo sia in salita; cio’ significa che gli investitori hanno perso la fiducia e abbandonano il mercato, e questo e’ avvenuto anche tra il 17 settembre e il 27 settembre 2001, ma non oggi soprattutto non il 27 di febbraio 2007.

 

 

Vediamo le uniche e vere 4 capitolazioni totali dal 1982 ad oggi che in nulla si accoppiano alla situazione odierna :

 

 

il 24 ottobre 1929,  la data in cui avvenne il grande crollo di Wall Street  che diede il via alla Grande Depressione (solo nel 1934-39 successivi alla Grande Depressione si ebbe una corsa straordinaria);

il crollo del Dow Jones il 19 ottobre 1987, il ‘Black Monday’, quando l’indice andò giù del 36,0%, al minimo storico di 1.738,40 punti( da 2722): il periodo della durata del crollo ebbe una dutata molto contenuta (solo 7 settimane), l’indice Dow Jones perse il 17.5% in 7 settimane prima del famoso “crash” che ne ha marcato i minimi e nel quale il Dow Jones perse il 36%. Anche i periodi di ribasso durante il mercato toro del periodo 1995-2000 sono stati moderati e di breve durata;

il crollo  del Nikkei,  il 27 ottobre 1997, all’inizio della crisi finanziaria asiatica;

e il crollo  tra il 17 settembre e il 27 settembre 2001, quando l’indice Dow Jones perse il 22% in 8 settimane, successivamente si sono formati dei minimi significativi

 

Il rapporto tra il grosso volume di vendita dei titoli il cui prezzo sia in discesa e un non equivalente grosso volume di acquisto dei titoli il cui prezzo sia in salita e’ oggi a livelli altini (nella peggiore delle giornate i titoli in calo hanno superato quelli in rialzo con un rapporto di 4 a 1 al New York Stock Exchange, e di 3 a 1 al Nasdaq ) ma ben lontani dai livelli visti in passato in quei 4 crolli, infatti il 19 ottobre 1987, quando il Dow ha perso il 22,6%, la proporzione era di 533 a 1 e il 27 ottobre 1997, all’inizio della crisi finanziaria asiatica, il rapporto era di 168 a 1.

 

Confrontiamo i piu’ recenti ribassi del passato con il clima attuale, che meglio ci potrebbero aiutare a leggere il ribasso in corso:

 

1987-L’indice Dow Jones perse il 17.5% in 7 settimane prima del famoso “crash” che ne ha marcato i minimi e nel quale il Dow Jones perse il 36% ( da 2722 a 1738 );

1998-L’indice Dow Jones perse il 19% in 7 settimane e da lì si sono iniziati a formare dei minimi tecnicamente importanti;

2001-L’indice Dow Jones perse il 22% in 8 settimane, successivamente si sono formati dei minimi significativi;

2002-L’indice Dow Jones ha perso oltre il 14% in 2 settimane, le peggiori performances bisettimanali dal 1987.

 

 

 

Oggi si può dire che i requisiti della prima fase (minimo climatico/capitolazione/rimbalzo) si siano esauriti? No

 

 

 

In generale cmq  occorre aspettare la capitolazione per comprare prevedendo il positivo retest dei minimi.

 

 

 

Il modo migliore in cui il mercato si costruisce un fondo e’ attraverso una serie di sedute di ribassi e successive riprese verso la fine della giornata borsistica; questo e’ un segnale che gli investitori non vogliono perdere alcuna possibilita’ di guadagno e ritornano a comprare sui ribassi. I trend al ribasso finiscono spesso con una serie di test dei minimi e un prolungato trading laterale durante il quale i fondamentali possono toccare il fondo prima che il prossimo ciclo al rialzo possa ripartire. Perche’ questo processo si compia occorrono generalmente dei mesi, e solo raramente un titolo o il mercato hanno una ripresa a forma di ‘V’ cioe’ rapidissima e ripidissima.

 

Sarebbe impossibile individuare tutti gli elementi che possono segnalare il bottom di un  mercato orso e l’avvio del Toro. Qui sotto ne indico alcuni, evidenziando quali sono i principali elementi che gli investitori considerano fondamentali per individuare il livello pieno di profonda capitolazione finale (subito dopo il quale vi e’ dunque la ripresa) che si accompagna con un Sentiment molto pessimista degli Investitori, ovvero i rialzisti sono bassi,16.0%, mentre quelli ribassisti (paning selling) sono alti al 60.2% ne seguira’ l’inizio del toro:

 

 

 

  • Ogni volta che il mercato, deluso dagli utili, vende e poi registra un rally, siamo davanti ad un indicatore molto positivo, tuttavia occorrono altri ribassi e altri test dei minimi prima del rally definito; l’importanza quindi della sequenza-minimo climatico/capitolazione/rimbalzo/retest di qualità, quale tipica sequenza per mettere fine a protratti ribassi. Da un’analisi di tutti i mercati orso dal 1949 in poi, risulta che questi si sono conclusi dopo una sequenza di “minimo-rialzo-retest. Questa si è svolta nell’arco di un periodo più o meno lungo. Quando è completata si può affermare che il trend si è invertito e che un fondo di mercato (bottom) si sia di conseguenza formato. Esiste sicuramente una differenza tra un minimo ed un fondo. Un minimo è solo in funzione del prezzo, il punto di partenza per un rialzo e poi per un successivo retest, ed e’ solo l’inizio del processo di formazione del fondo stesso. Il fondo invece è in funzione sia del prezzo, ma anche della variabile tempo, e’ un processo che segue la sequenza minimo-rialzo-retest di qualità. Non è un evento isolato, ma un processo che si protrae nell’arco di più sessioni. Se ciò dovesse prendere corpo e le letture del rapporto put-call si dovessero elevare, allora potrete etichettare il fondo (bottom) del mercato orso iniziato nel marzo 2000. La storia suggerisce che negli ultimi 45 anni il più lungo periodo fra due minimi (minimo e retest), è stato di 5 mesi, dal marzo ’82 all’agosto ’82, l’inizio di un mercato toro secolare durato fino al 1987. Un retest presenta normalmente la caratteristica allorche’ accompagnato da molta meno pressione in vendita rispetto al primo minimo;

  • In una situazione di market bottom  la rotazione del mercato azionario (e prima ancora reale) deve toccare in primis i settori che generalmente beneficiano della ripresa, ovvero i tecnologici ed i ciclici;

  • INDICE ARMS (O TRIN)  Livello di ipervenduto: Con il DJ a 7539 l’indice di ipervenduto ARMS era al livello di +3. Questo indice mostra il volume dei titoli del NYSE in denaro o in lettera. Se un’espansione del volume è associata con titoli in denaro piuttosto che in lettera, l’indice Arms sara’ meno di -1.0. Viceversa, se un’espansione del volume è associata con titoli in lettera piuttosto che in denaro, l’indice Arms sarà maggiore di +1.0. Quindi questo e’ il principale Indicatore di sentiment pessimista: Vendite da parte di insiders (i managers delle società e le loro famiglie) in forte aumento. Questo rapporto storicamente si aggira attorno a +1.0. Solo alla fine della capitolazione tali vendite si riducono e sono indubbiamente una buona notizia. L’Indice è calcolato dividendo prima il numero dei titoli in denaro per il numero dei titoli in lettera ottenendo il rapporto Advance/Decline. Poi il volume di tutti i titoli in denaro viene diviso per il volume di tutti i titoli in lettera ottenendo il rapporto Upside/Downside. Infine il rapporto Advance/Decline viene diviso per il rapporto Upside/Downside e si otterra’ l’Indice Arms . Questo indicatore viene pubblicato giornalmente dal Wall Street Journal oltre che dai principali giornali finanziari;

  • INDICE ADVANCE/DECLINE (A/D) ovvero la differenza algebrica tra i titoli che salgono e quelli che scendono, quotati al New York Stock Exchange (NYSE). Normalmente una variazione di +/- 120 di DJIA è in linea con +/- 1.000 di Indice A-D;

  • RAPPORTO PUT-CALL (P/C RATIO)  o Livelli di ipervenduto:  Il rapporto P-C si ottiene dividendo il numero dei contratti acquistati di opzione ribassisti-Puts per il numero dei contratti acquistati di opzioni rialziste-Calls. Il numero dei contratti viene diffuso ogni trenta minuti dal Chicago Board of Exchange (CBOE). Questo rapporto è la migliore espressione della Teoria dei Contrari. Dal punto di vista dell’analisi tecnica, maggiore è il pessimismo ovvero maggiore è il rapporto a favore delle opzioni Puts e più è probabile un possibile rialzo. Viceversa, maggiore è la compiacenza, maggiori sono le probabilità di un ribasso imminente. Se in presenza di un trend al rialzo il livello di contratti di opzione Calls è alto (quindi il rapporto PUTS/CALLS e’ basso-100%), un’imminente correzione è molto probabile. Un esempio di indicazioni significative giunte dal Rapporto P-C risale alla prima settimana di trading post attentato 2001. La media dei cinque giorni del Rapporto P-C era molto alta, ha sfiorato il 300% con punte del 400%. Nei tre mesi successivi il rialzo degli indici è stato vertiginoso;

  • Un ingrediente chiave e necessario perché ogni eventuale trend rialzista abbia seguito e’ quello di una massiccia espansione dei volumi che accompagni ogni tentativo di rialzo. Il rapporto dei volumi di titoli in acquisto rispetto ai volumi di quelli in vendita è necessario che raggiunga rapporti di 8/10 a 1. Questo sarebbe un segnale inconfutabile che i prezzi hanno raggiunto dei livelli tali da attrarre investitori di lungo termine. Da ciò potrebbe così scaturire un rialzo di qualità e sostenibile e non un semplice rimbalzo dettato da condizioni di ipervenduto e con volumi bassi;

  • VIX – Forte volatilita’ del VIX oltre il 25 (54 i livelli estremi); oggi e’ a 13,0: questi sono  i livelli VIX a 25/75, che si sono registrati nell’imminenza di un tentativo di rialzo: – 11 settembre ’01  (48.27) – 23 luglio 2002 (51.00) – agosto 2002  (56.74) – 19 gennaio ’87  (75.0) – settembre ’98 (60.00);

  • Diverse aperture in gap up (il massimo del giorno precedente risulta essere inferiore al minimo del giorno successivo) sono tipiche dell’uscita da situazioni di flessione, pero’, nel breve, rappresentano un rischio di downside per chiusura del gap stesso, che si va a sommare a quello di profit taking;

  • Alto numero di riscatti dai fondi comuni;

  • Aumento vertiginoso dei buybacks azionari;

  • Annunci della Fed sulla bonta’ dei fondamentali dell’economia reale;

  • I media alimentano il panico fra gli investitori;

  • Rialzo nel mercato obbligazionario, soprattutto nel nel 3 mesi e 2 anni  con inversione della curva;

  • Analisti di Wall Street che hanno interrotto le raccomandazioni positive sui titoli;

  • Tipicamente l’indice S&P500 scende del 28% durante una recessione Usa.

 

 

 

Rallentamento Si’, capitolazione No

 

 

 

Performance For the year 2007

Dow  is  nearly ………………………………+ 7.24 %
S&P 500 is nearly …………………………..+ 4.24 %
Nasdaq Composite is nearly ……………..+ 10.73 %
Nasdaq 100 is nearly ……………………..+ 18.24 %

 

Performance For the year 2006

Dow  is  nearly ………………………………+ 16.29 %
S&P 500 is nearly …………………………..+ 13.62 %
Nasdaq Composite is nearly ………………+ 10.73 %
Nasdaq 100 is nearly …………………………+ 9.52 %

 

 

 

2007

 

The Market’s Closing

 

2007 : Dow Jones a 13.264,82 S&P 500 a 1.468,36 Nasdaq a 2.652,28 Nasdaq 100 a 2.085,25 Sox a 410

2007 Max:  Dow Jones a 14.198 S&P 500 a 1.576 Nasdaq a 2.861 Nasdaq 100 a 2.239 Sox a 549

 

 

At the end of 2007

Currencies

$/€ – €/$

Performance For the year

Name – Last – YTD Chg %

 

Euro in U.S. dollars 1.4615 +10.97%
U.S. dollar in euros € 0.6842 -9.89%
U.S. Dollar Index 76.695000  -8.31%

 

Maximum for the year

Euro in U.S. dollars 1.4970 +13.66%
U.S. dollar in euros € 0.668 -12.02%
U.S. Dollar Index 74.48400  -10.95%

 

 

2006

The Market’s Closing

2006 : Nasdaq a 2.395  Il Dow Jones a 12.368  L’S&P 500 a 1.408,5 Nasdaq 100 a 1.763,50

 

 

At the end of 2006

Currencies

$/€ – €/$

Performance For the year

Euro in U.S. dollars was at 1.3170
U.S. dollar in euros was at 0.7593
U.S. Dollar Index was at 83.6500

  

  

 

 

L’ondata di Sell soprattutto conseguente a quel martedi’ 27 febbraio 2007, ha interessato anche l’azionario americano, tuttavia la performance da inizio anno dei principali listini Usa è a livelli sempre e cmq positivi: 

 

Per capire dove andrà la Borsa, bisogna ricordare anche i dati fondamentali, che sono i tassi d’interesse e i profitti aziendali:

 

 

I rendimenti dei Treasury bond sono sempre molto bassi, attorno al 4,55% sia per i titoli decennali sia per i biennali, mentre quelli a breve sui 3 mesi sono al 5% circa, quindi lievissima curva invertita, non preoccupante;

Normalmente l’economia entra in fase recessiva quando i margini di profitto si sono appiattiti, un segnale appunto della fase conclusiva di un ciclo rialzista e dell’inizio di un periodo di stanca o di recessione. E, rispetto alla fine del 2006, oggi almeno la meta’ delle societa’ dello Standard & Poor’s 500 hanno riportato utili ridotti (earnings per-share growth), e, quindi anche i margini, ad una quota del 7.7% della capitalizzazione di Borsa per il 2007 dal  14.8% del  2006 e del 13,3% del 2005. Quando gli utili si riducono le societa’ tagliano le spese, la forza lavoro. Tuttavia credo siamo piu’ nel mezzo del ciclo economico espansivo che non alla fine. Quindi il livello del 7.7% non e’ allarmante, lo e’ solo attorno a valori piu’ bassi del 4%. Messe a confronto, le obbligazioni governative decennali garantiscono il 4,55%. Insomma, chi rinuncia a tenere nel reddito fisso i propri risparmi e li canalizza verso Wall Street, intasca un extraguadagno dell’3,15%, a cui dovrà sommare, nei prossimi 10 anni, il normale ritmo di espansione degli utili e dei dividendi;

Pensiamo anche ad una pietra miliare dell’analisi fondamentale come il rapporto fra quotazioni e utili, il cosiddetto price/earning. Ebbene, attualmente a questi livelli il prezzo delle azioni dell’indice S&P500 è pari solo 14,9 volte gli utili del 2007 (dopo il 15,89 volte gli utili del 2006) le valutazioni sono più o meno a metà dell’intervallo di variazione di lungo periodo. Valutando che un rapporto equo sarebbe di 17 volte, c’è spazio per un rialzo;

E per l’indice Msci Europe, è pari a 14,5 cioè in linea con la media fin dagli anni Settanta. Ad abbassare la media generale concorre pero’ una manciata di pochi titoli a larga capitalizzazione, che hanno davvero multipli estremamente contenuti. Ma se escludiamo questi nomi, ci accorgiamo che il p/e balza dal 14,5 a ben il 18,8. E Nel 91% dei mesi, sempre a partire dal 1970, il p/e medio è stato inferiore a 18,8. Analogamente si può prendere in considerazione il rendimento del dividendo. Attualmente è pari al 2,7% per l’intero listino transnazionale Msci Europe. Eppure, di nuovo, se depenniamo alcuni pochi titoli a larga capitalizzazione, il rendimento del dividendo si riduce a un più anemico 1,8 per cento. Più basso di così è stato solamente per l’1% dei mesi. Sarebbe quindi del tutto fuorviante per l’Europa parlare di prezzi da saldo, ma anche parlare di eccessivi prezzi. Ad essere convenienti, semmai, sono le società maggiori. Basti dire che le prime 40 in Europa offrono un dividendo medio del 3,8% con un p/e medio di 13;

Le vendite da parte degli insider – che beneficiano del miglior punto di osservazione possibile per valutare i fondamentali delle compagnie, sicché quando si impegnano in vendite massicce non è mai un buon segno – si vanno assottigliando. Lo zenit è stato raggiunto nel mese di febbraio 2007, quando amministratori, direttori e azionisti di rilievo hanno scaricato i loro pacchetti di titoli a piene mani. Oggi marzo 2007 il sentiment di questi attori del mercato è in miglioramento; 

National Association for Business Economics (Nabe),  ipotizza una crescita del Pil americano pari al 2,7% nel 2007, il tasso più basso dall’1,6% del 2002, ma la crescita economica mondiale oscilla fra il 4,0% e il 4,5% per il 2007, poco sotto il 5.3% dello scorso anno – Previsioni Ocse (Organo spesso arcigno tra i grandi istituti di ricerca e questo contribuisce a renderla interessante): sulla base di queste stime, il Pil mondiale reale a fine dicembre 2008 sarà del +31 per cento più alto rispetto a quello del primo gennaio 2003. Il mondo sarà cresciuto di quasi un terzo in sei anni, una corsa straordinaria, che in epoca non postbellica ha un precedente solo negli anni 1934-39 successivi alla Grande Depressione.

 

 

 

Per concludere: No, a mio avviso, non è dunque l’inizio di un profondo crollo con perdurante bear market perché l’economia mondiale non è alla vigilia di una crisi. Rispetto alla crisi del 2000, poi, le aziende pagano dividendi molto elevati che allora non c’erano. Inoltre sull’arco dei 10 anni le azioni hanno sempre reso più delle obbligazioni, con la sola eccezione del periodo che va dal 1929 al 1947. Come detto sopra agli attuali livelli, le azioni costano poco e rendono di più dei bond ( utili seppur ridotti (earnings per-share growth) a quota del 7.7% della capitalizzazione di Borsa per il 2007 dal  14.8% del  2006 e del 13,3% del 2005. Messe a confronto, le obbligazioni governative decennali garantiscono il 4,55%. Insomma, chi rinuncia a tenere nel reddito fisso i propri risparmi e li canalizza verso Wall Street, intasca un extraguadagno dell’3,15%, a cui dovrà sommare, nei prossimi 10 anni, il normale ritmo di espansione degli utili e dei dividendi).

 

 

  • L’economia americana non cadrà in recessione, ma rallenterà a un tasso del 2,7%, inferiore a quello degli ultimi quattro anni.  La banca centrale Usa non taglierà i tassi , ma non perché l’economia e i profitti crollano, bensì perché l’inflazione rimane bassa;

  • In secondo luogo la crescita dei profitti nel 2007 verrà da settori diversi e il nuovo mix favorirà rapporti prezzo/utili più alti e settori che tendono ad avere quotazioni superiori alla media del mercato, come la salute, la tecnologia e i beni di largo consumo. Ma il comparto dell’energia dovrebbe continuare a correre, anche perché nel 2007 si verificherà probabilmente una fiammata dei prezzi petroliferi, per le tensioni con l’Iran. Nel 2006 il 79% dell’aumento dei profitti è venuto da settori con un basso rapporto prezzo utili come energia, finanza, telecom, utilities e industriali;

  • Se queste convinzioni si riveleranno esatte, l’indice S&P500 si troverà a fine 2007 attorno a quota 1.440, con una performance pari a +1.55%. E allorche’ si avra’ anche in america uno scenario di solida crescita economica, l’indice S&P500  potrebbe salire dell’ 8% a 1.540, con l’economia che cresce al 3%, i profitti al 9% e la Fed che non cambia politica monetaria;

  • Se invece l’economia e i profitti andranno peggio, se ci fosse una recessione, e la Fed sarà costretta ad abbassare il costo del denaro al 4,25%, l’S&P500 potrebbe scendere a quota 1.300 con un calo del 7-8%, uno scenario pero’ probabile solo al 20%;

  • Il 2007 sarà il quinto anno consecutivo con un rialzo dell’S&P500. Passerà quindi alla storia come uno dei periodi positivi più lunghi della Borsa americana: solo altre tre volte dal 1900 il Toro è durato cinque anni (dal 1924 al ’28, dall’82 all’89, dal ’95 al ’99). 

 

La Capitolazione quindi oggi non e’ in essere, mentre abbiamo una crescita eccessiva della liquidità, con i tassi d’interesse bassissimi, ed è questo l’unico vero fattore negativo, ai fini di un ritorno dell’investimento in azioni USA. Insomma, in un modo o nell’altro, il sentiero di crescita della moneta deve essere ricondotto entro limiti più stringenti se si vuole evitare l’inflazione che non può che penalizzare il mercato azionario, questo e’ l’unico vero limite.

 

Purtroppo e’ trascorso un anno (marzo 2006) da quando la Fed ha deciso inopinatamente di cancellare l’andamento della massa monetaria dal novero delle statistiche ufficiali, eppure tutti sanno che la liquidita’ lievita a un tasso ben maggiore rispetto alle esigenze del sistema dei pagamenti. La tendenza è confermata in Europa, dove invece la statistica esiste.

 

 

Bolla dei mercati azionari americani dunque?  No, sebbene dal 1997 ad oggi i mercati azionari americani abbiano prodotto 24 trilioni di dollari di plusvalenze sull’equity. Tanto, ma l’economia mondiale e’ cresciuta nel suo insieme su basi strutturali non solo speculative e non mi sembra proprio che il quadro che emerge da questi dati confermi il pessimismo sull’economia americana.

 

 

 

Marco Montanari

 

 

 

 

 

 

 

Vedi anche:

 

 

 

 

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