I Sindacati ed i pubblici dipendenti….la piu’ cancerogena delle corporazioni! Addio Tesoretto

Addio tesoretto: I Sindacati ed i pubblici dipendenti….la piu’ cancerogena delle corporazioni!

 

 

 

Istat

 

Statistiche sulle amministrazioni pubbliche

 

2006

ITALIA_DEBITO_PIL_00

ITALIA_DEBITO_PIL_2005_SPESA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE_1

ITALIA_DEBITO_PIL_2005_SPESA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE_2

 

 

La spesa totale delle Amministrazioni pubbliche in crescita del 7,9% a 744.7 miliardi di euro pari al 50,5% del Pil

 

La quota di spesa pubblica attribuibile alla corruzione ed all’inefficienza della politica e dei fannulloni dei dipendenti pubblici  si traduce ovviamente in enormi costi  pari a circa 148.9 miliardi di euro l’anno

 

I Redditi da lavoro dipendente delle Amministrazioni pubbliche nel 2006 hanno registrato un aumento del +4,1%  a  162,999 miliardi di euro

 

Popolazione 58.462.375

 

Forza lavoro  24,662,000

 

Disoccupati 1.673.000

 

Occupati  22,988,000
Dipendenti 16.915
Indipendenti 6.073

 


Non Forze di lavoro / Inattivi  14.439.000

 

Pubblici Dipendenti

Istat

Marzo 2007 ultimi dati pubblicati – aggiornati al dicembre 2003

Pubblici Dipendenti sono 3.540.496

Retribuzione media lorda annua  nel 2003 a 28.186 euro 

Il +27,81% in piu’ dei dipendenti privati, che nell’anno 2004 hanno avuto una Retribuzione media lorda annua di  22.053 euro.

ITALIA_PUBBLICI DIPENDENTI_2003 DICEMBRE_16

ITALIA_PUBBLICI DIPENDENTI_2003 DICEMBRE_4

ITALIA_PUBBLICI DIPENDENTI_2003 DICEMBRE_10

ITALIA_PUBBLICI DIPENDENTI_2003 DICEMBRE_11

 

 

Eurispes

 

Pubblici Dipendenti

 

Retribuzione media lorda annua  nel 2003 a 29.603 euro 

ITALIA_PUBBLICI DIPENDENTI_2003 DICEMBRE_2

ITALIA_PUBBLICI DIPENDENTI_2003 DICEMBRE_2

ITALIA_PUBBLICI DIPENDENTI_2003 DICEMBRE_1

 

 

Assenteismo dei Fannulloni Pubblici Dipendenti

ITALIA_PUBBLICI DIPENDENTI_2005_FANNULLONI ASSENTEISMO

 

 

 

Eurispes

 

Dipendenti Privati 

(i lavoratori dell’industria e dei servizi con esclusione della pubblica amministrazione)

Retribuzione media lorda annua  nel 2004 a 22.053 euro 

EURISPES_SALARI_5

EURISPES_SALARI_9

EURISPES_SALARI_1

ISCRITTI AGLI ORDINI E COLLEGI PROFESSIONALI dal 1985 al 2005

 

 

 

 

Addio tesoretto: come sempre gli inciuci tra la politica, i sindacati ed i dipendenti pubblici hanno ancora una volta evidenziato che di corporazione si tratta, e della peggiore specie tumorale, la prima che dovrebbe essere colpita per sempre con le liberalizzazioni prevedendo  un taglio di 350.000 pubblici dipendenti fannulloni + i circa 70.000 corrotti.

 

Il problema vero parlando di Sindacato ovvero di politca e pubblico impiego, e’ solo uno come concetto alla base delle approfondite analisi degli studiosi, sia per danni tout court che esso provoca al paese come mancata crescita e produttivita’, sia per i costi che esso comporta alla collettivita come stipendi, ovvero  e’ l’opera di lobbying e di state capture dei sindacati, della politica e dei dipendenti pubblici (solo i cd fannulloni e corrotti ovviamente..ma che sono almeno il 12% in totale) dai primi foraggiata, protetta nonche’ resa immune dalle regole dell’etica dell’efficienza e produttivita’ del mercato del lavoro; ovvero trattasi di protezione delle caste protette tra le quali se stesse, uno stato nello stato autoreferenziale in cio’ producendo immense sacche di corruzione ed inefficienza, non concorrenzialita’ nel lavoro, ed enormi spese pubbliche per i cittadini sia per i loro stipendi, sia per i danni al loro operato conseguenti (che poi incorpora in se’ per logica e per conseguenza molti altri dannosi profili, in primis quello del conflitto d’interessi che si trova border line e che altro non e’ che una delle sue espressioni, al confine tra l’opera di lobbying ed il cd state capture ..vedere rapporto banca mondiale da me riportato). Soldi rubati e sprecati che vengono tolti allo sviluppo, ricerca, innovazione, sanita’, giustizia e lavoro trasparente e meritocratico del e per il paese!

 

E per l’appunto l’opera di lobbying e di state capture dei sindacati, e della politica sono conniventi e si esprimono nel mantenere in vita l’apparato marcio dei fannulloni e corrotti del pubblico impiego senza controllori terzi e senza controllati, dipendenti pubblici imboscati e foraggiati nonche’ protetti tanto dai sindacati quanto dalla politica tutta! Tutto questo ingranaggio a 3 facce produce danni pari a 148 miliardi di euro l’anno!

 

 

 

Non basta abolire le tariffe minime per i liberi professionisti, se non si rendono più trasparenti i costi della PA e delle prestazioni professionali. Nel caso degli avvocati, ad esempio, è bene imporre che le tariffe siano di tipo forfettario e legate al risultato, anziché continuare ad essere legate alla lunghezza dei procedimenti, cosa che ha spesso favorito l’allungamento della durata dei processi. Ma la cosa più importante è liberalizzare e imporre l’efficienza della PA. Basta con questo fottio di miliardi ai pubblici dipendenti, i danni per il paese e per i cittadini sono immensi!

 

 

Cresce il numero dei dipendenti pubblici nel 2003 – secondo i dati Istat pubblicati nel febbraio 2007, si’ dopo 4 anni – le amministrazioni pubbliche contavano infatti 3.540.496 di occupati (personale effettivo in servizio).  Nel periodo sono cresciuti notevolmente anche i livelli delle retribuzioni. Gli occupati presso le amministrazioni pubbliche rappresentano il 15,39% dell’occupazione totale rilevata nel Paese che nel 2006 era pari a   22.988.000. I Pubblici dipendenti sono il 20,92% sul totale lavoratori dipendenti  pubblici e privati che nel 2006 era pari a 16.915.000.( Nell’anno 2003, gli occupati in Italia erano complessivamente 22.054.000, di cui 16.046.000 erano dipendenti).

 

2003

 

 

 

Pubblici dipendenti  3.540.496

 

A tempo Indeterminato  3.103.294
A tempo determinato        400.646
Non attribuibile                   36.556

 

Amministrazioni Centrali 1.986.209
Amministrazioni locali      1.496.732
Enti Nazionali di Previdenza  57.915

 

9.976 enti pubblici

 

 

 

Ministeri ………………………………………….262.000 dipendenti
Scuola……………………………….1.130.000  

Universita’……………………………113.393
Servizio Sanitario…………………..692.000
Regioni e Autonomie Locali ……..600.000
Aziende Autonome…………………..35.000

Corpo di polizia…………………….322.000
Forze Armate……………………….125.000
Enti pubblici non economici……….62.000
Enti di ricerca…………………………17.000
Regioni a statuto speciale ………..27.000
I magistrati……………………………..10.514 

Carriera diplomatica e prefettizia …. 2.000
Precari …………………………………142.589

 

I magistrati ed il personale di Carriera diplomatica e prefettizia , rappresentano appena lo 0.35% di tutti i pubblici dipendenti. I Precari a tempo determinato che lavorano nei vari settori sopra ricordati risultano essere142.589, ma  sappiamo che al 2006 i precari sono oltre 300.000 per la precisione 362.00 precari che verranno assunti nei prossimi 4 anni. In rapporto alla popolazione residente i dipendenti pubblici sono pari a 60,55 ogni 1.000 residenti , un numero elevatissimo.

 

 

Contratto statali, siglato l’accordo che prevede un aumento medio mensile lordo a regime per i lavoratori del pubblico impiego a partire dia un minimo di 101 euro (il +5,5% rispetto al precedente contratto scaduto appena 15 mesi fa’ ) a decorrere dal 1 gennaio 2007. Nel complesso per i contratti dei lavoratori pubblici dovrebbero essere stanziati 3,711 miliardi di euro l’anno (questo e’ l’impatto aggiuntivo sulla spesa pubblica, una enormita’, 1,386 miliardi di euro per il settore statale, mentre per il settore statale non contrattualizzati, ad esempio le forze di polizia, dovrebbero essere stanziati 658 milioni di euro, e , per il settore pubblico non statale, gli enti locali e la sanità, dovrebbero essere stanziati 1,667 miliardi di euro, di cui 851 milioni di euro solo per il Servizio sanitario nazionale. A ruolo dal prossimo anno scolastico, altri 60.000 precari nella scuola, 50.000 precari per il personale docente e 10.000 per il personale non docente .

 

  • 2006: spesa per i Redditi da lavoro dipendente delle Amministrazioni pubbliche (all’interno del cd CONTO DELLE AMMINISTRAZIONI PUBBLICHE) voce contenuta nelle spese correnti per consumi finali delle Amministrazioni pubbliche, nel 2006 hanno registrato un aumento del +4,1%  a  162,999 miliardi di euro (gli aumenti degli stipendi nell’industria sono stati del 2,7% e nei servizi del 2,1% nel 2006, mentre tra il 2001 e il 2005 , tenendo conto degli accordi integrativi vigenti nella PA i salari dei pubblici dipendenti sono aumentati del 15,75%, ovvero il 15% in più rispetto a quelli dei dipendenti privati che nello stesso periodo sono aumentati del 13,7%) rispetto ad una crescita del +4,5% a  156,6 miliardi di euro dell’anno precedente. Alla crescita hanno contribuito alcuni rinnovi contrattuali, tra cui quelli delle regioni e degli enti locali, della sanità, degli enti di ricerca e dell’università. Il costo dei dipendenti pubblici rappresenta l’11.05% dell’intera’ produttivita’ del Paese ( PIL = 1.475,0 miliardi di euro nel 2006) nonche’ il 21.88% dell’intera spesa pubblica della PA  nel 2006 ( 744,7 miliardi di euro ). Su queste basi di costi si aggiungera’,  a decorrere dal 1 gennaio 2007 e per ogni anno a venire, il costo del sopra ricordato rinnoco contrattuale che nel complesso ammonta ad ulteriori 3,711 miliardi di euro l’anno; con il che’ la spesa totale per gli stipendi dei pubblici dipendenti a fine 2007 sara’ nel minimo pari a 166,71 miliardi di euro, una voragine di soldi buttati!

  • 2003: REDDITO Pubblici Dipendenti compreso lo 0.59% dei Dirigenti: La Retribuzione media lorda annua dei dipendenti pubblici ammontava nel 2003 a 28.186 euro  [ (26.410 Amm. Centrali – 30.554 Amm. Locali), dai 21.167 euro ai 157.000 mila euro: 37.000 euro nelle Universita’, 33.000 Corpi di Polizia, Forze Armate 31.500, Ministeri 30.000, Enti Pubblici non economici 31.500, Carriera diplomatica e prefettizia , Regioni e Autonomie Locali 28.000, Aziende Autonome 25.000 , Servizio Sanitario 31.500, Scuola 28.000 ]. I pubblici dipendenti guadagnano (28.186 euro) il +27,81% in piu’ dei dipendneti privati, che nell’anno 2004 hanno avuto una Retribuzione media lorda annua di  22.053 euro.

  • Nel corso del quadriennio, 1999/2003, cresce il ricorso a personale reclutato con contratti a tempo determinato. Infatti, mentre nel 1999 questa tipologia contrattuale rappresentava soltanto il 6,7 per cento del personale effettivo in servizio, nel 2003 raggiunge l’11,3 per cento, 360.000 precari ma in via di assunzione.  Nel 2003 si registra un ampio ricorso all’esternalizzazione da parte delle amministrazioni centrali (94,8 per cento) e locali (87,3 per cento). Si esternalizzano in misura maggiore i servizi interni (92,2 per cento delle amministrazioni centrali e 75,8 per cento delle locali) seguiti, per le amministrazioni centrali, dalle attività amministrative (77,9 per cento) e, per quelle locali, dai servizi finali (70,4 per cento). La tipologia di fornitore prescelta per l’affidamento di servizi esternalizzati è l’impresa privata, cui ricorrono il 92,2 per cento delle amministrazioni centrali e il 79,2 per cento di quelle locali;

  • Cresce, inoltre, tra il personale in servizio a tempo indeterminato, il numero dei dipendenti a tempo parziale; nel 2003, optano per il tempo parziale 136.982 dipendenti, pari al 4,4 per cento del personale in servizio a tempo indeterminato (quasi il doppio rispetto al 1999);

  • Dal 1999 al 2003 cresce leggermente il numero delle donne occupate nella pubblica amministrazione (dal 51,1 per cento al 52,0 per cento del totale dei dipendenti pubblici);

  • L’analisi per qualifica e genere mostra una netta prevalenza maschile nelle qualifiche più elevate: ogni 100 dirigenti generali si contano solo 11 donne, ogni 100 dirigenti 27. Rispetto al 1999, tuttavia, le donne guadagnano 2,2 punti percentuali tra i dirigenti generali e 5,1 punti percentuali tra i dirigenti. I dirigenti della Pa sono oltre 21.000 mila LO 0,59% DEL TOTALE 3.540.000;

  • Nel 2003, le donne prevalgono tra i funzionari con il 66,7 per cento del totale (erano il 65 per cento nel 1999). Nel gruppo degli impiegati e personale operativo, infine, sono di più gli uomini (il 55,0 per cento del totale), diminuendo, tuttavia, di 3,3 punti percentuali rispetto al 1999.

 

 

 

La spesa totale delle Amministrazioni pubbliche (compresi i nullafacenti dipendenti pubblici pari ad almeno, secondo stime prudenti, il 10% del totale, ovvero 350.000 persone) nel 2006 è in crescita del 7,9 per cento a 744.7 miliardi di euro pari al 50,5% del Pil ( 1.475 miliardi di euro) da 690,2 miliardi di euro pari al 48,5%  del Pil nel 2005  mentre in Irlanda è il 34,3% in Spagna il 40,5% e in Inghilterra il 43,6%.

 

  • La quota di spesa pubblica attribuibile alla corruzione ed all’inefficienza della politica e dei fannulloni dei dipendenti pubblici  si traduce ovviamente in enormi costi di inefficienza della P.A e quindi di costi per il cittadino; tale somma e’ pari a circa 148.9 miliardi di euro ( circa il 20% della spesa totale delle Amministrazioni pubbliche pari a 744.7 miliardi di euro nel 2006) pari al 10%  del Pil (costi fatti secondo una previsione ottimistica, ricordando che si è accertato che il 2% del personale statale è coinvolto in reati connessi alla corruzione e che almeno il 10% sono i fannulloni e assenteisti, la percentuale qui varia dal 10% al 35%).

 

 

 

Ho calcolato prima del rinnovo contrattuale di aprile 2007, che ogni dipendente pubblico costa all’anno 46.044 euro ai contribuenti (comprensivo di tasse, contributi pensionistici, TFR, tredicesima e quattordicesima, straordinari, etc); 162,99 miliardi di euro diviso per i 3.540.000 pubblici dipendenti, ultimo dato pubblicato dall’Istat nel febbraio 2007 e relativo al 2003. Se i fannulloni fossero anche soltanto l’1%  (35.000 ) del totale si risparmierebbero 1,629 miliardi di euro all’anno che salirebbero a ben 16,29 miliardi di euro all’anno se fossero il  10% (350.000 ) del  totale del personale nel pubblico impiego come ipotizzato dai piu’ esperti studiosi, tra questi Ichino, previsione fatta per difetto; il  10% in meno di fannulloni ovvero 350.000, che quindi all’anno ci farebbero risparmiare quello che oggi e’ il loro costo annuo (16,29 miliardi di euro ) ovvero 426,9 euro ad elettore ad anno, circa 35,58 euro al mese ( 16,29 miliardi diviso per i 38.150.000 elettori delle politiche del 2006).

 

 

Questo e’ il Costo annuale pagato con le tasse dai cittadini che sarebbe risparmiato se fossero licenziati in blocco i fannulloni e i corrotti della PA per esigenze primarie della gestione della cosa pubblica. Per motivi vitali quindi; basterebbe licenziarne almeno 350.000 di ruolo (art. 97 della Costituzione,  tutela del buon andamento della pubblica amministrazione), e invece si procede ad arruolare altri 360.000 precari senza al contempo tagliare per l’appunto i fannulloni ruba soldi di ruolo.

 

 

L’Eurispes: I salari italiani (i lavoratori dell’industria e dei servizi con esclusione della pubblica amministrazione) prendendo in considerazione il periodo 2000-2005 hanno visto la propria busta paga crescere solo del +13,7%, (anno 2004 Retribuzione media lorda annua 22.053 euro, i pubblici dipendenti  guadagnano il +27,81% in piu’, anno 2003 Retribuzione media lorda annua  28.186 euro ) si trovano ad un livello ormai più basso in termini di potere d’acquisto di quelli della Grecia e superiori, in Europa, solo a quelli del Portogallo, mentre vi è stata una crescita media del salario comunitario – per l’insieme dei Paesi europei – del +18%. Solo la Germania e la Svezia (paesi che comunque hanno livelli retributivi ben più alti dei nostri) segnalano una crescita inferiore, del +15% , mentre i lavoratori di Gran Bretagna, Norvegia, Olanda e Finlandia hanno visto, nel quinquennio, la propria busta paga accrescersi di oltre il +20%.

 

Secondo la Ragioneria generale dello Stato nei 9.811 enti pubblici passati al setaccio nel 2006 (ospedali, scuole, ministeri…) il dipendente pubblico medio non lavora, tra ferie e malattie e permessi retribuiti, per 50,7 giorni l’anno. Con punte di 53,97 giorni per l’Istat, di 58,75 nella sanità, 61,28 nelle agenzie fiscali, 69 in enti come Aci e Cnr.

 

 

Secondo recenti indagini, la burocrazia grava sui bilanci delle piccole e medie imprese per 11,5 miliardi di euro all’anno, circa 1.226 euro in media per addetto tra pratiche fiscali e di contabilità, adempimenti per la sicurezza ecc.

 

 

Sono costi enormi, non accompagnati da trasparenza ne’ dall’efficienza della pubblica amministrazione, e che facilmente provocheranno declino in ogni settore economico e vitale del paese, da quello del lavoro e del precariato dei meritevoli ragazzi non iscritti ai sindacati , alla pressione fiscale, ad atteggiamenti di complicità con le pratiche della corruzione, e ovviamente al debito pubblico ed al rapporto deficit Pil sempre in profondo rosso!

 

E’ sui pubblici dipendenti dunque che doveva e deve abbattersi la scure delle liberalizzazioni e dei tagli, altro che garantire aumenti di stipendi a pioggia ai 3,54 milioni di pubblici dipendenti a cui altri 360.000 se ne aggiungeranno nei prossimi 4 anni! 

 

 

I Sindacati tutelano solo gli Insiders e di fatto sono contro i precari/outsiders del lavoro, se ne fottono dei giovani senza lavoro serio, senza casa, senza futuro familiare, senza pensione!

 

 

  • I Sindacati non fanno il lavoro per il quale sono nati, proteggere i deboli; oggi fanno solo opera di  lobbying e di state capture, ovvero di protezione di caste protette, in cio’ producendo immense sacche di inefficienza, non concorrenzialita’ nel lavoro, ed enormi spese pubbliche per i loro stipendi, le loro inefficienze e le corruzioni!

  • La politica ed il sindacato, in uno con Confindustria sono le due facce della stessa medaglia….sporcizia, mancanza di etica e responsabilita’ verso il bene del paese.

  • La concertazione su tutto e con tutti soprattutto per l’appunto con i dannosi Sindacati protettori degli insiders (pubblici dipendenti, dipendenti dei grandi gruppi industriali, pensionati o quasi pensionati che tutti insieme rappresentano il 100 per cento degli iscritti, tutte persone che di certo non rappresentano la categoria dei lavoratori precari o dei giovani che avrebbero bisogno di lavoro serio e garanzie; al contrario trattasi di una corporazione protetta che gia’ di per se’ e’ ultra tutelata dalla legge anche senza l’ulteriore, strumentale ed anticoncorrenziale  tutela dei sindacati, e che di fatto rende tale categoria immune e fuori dalle regole del mercato, e che di contro produce solo sacche di inefficienza, corruzione ed enormi costi per noi cittadini.

  • Sindacati che al contempo nei fatti come detto ignorano invece i veri bisognosi, i disoccupati e gli outsiders che davvero avrebbero bisogno di tutele sindacali onde lavorare al posto dei raccomandati, fannulloni e/o corrotti!

 

Il sindacato, i pubblici dipendenti, i politici e Bertinotti in primis, La Chiesa falsa moralista, L’Enel, la Telecom, l’Alitalia, la Fiat, le Banche, hanno vinto ancora, noi abbiamo perso, noi cittadini intendo, e con noi la competitività dell´intero Paese, sempre piu’ debole e stretto per il ceto medio e le persone oneste e preparate; se in un paese non si premia la meritocrazia, l’efficienza e la concorrenza trasparente a 360 gradi tutto si blocchera’, i consumi non aumenteranno mai, le imprese gia’ in declino vertiginoso andranno tutte a picco, e con loro prima o poi anche i Sindacati, Bertinotti ( il che non sarebbe male davvero) i pubblici dipendenti, L’Enel, la Telecom, l’Alitalia, la Fiat, e le Banche! E gli investitori stranieri scappano!

 

 

Purtroppo pero’ sara’ una lunga agonia ancora, almeno 20 anni visto che nessuna forza politica ha la voglia di sparigliare le carte a 360 gradi, scrostando i privilegi dannosi a tutto tondo, iniziando dal pubblico impiego e dai sindacalisti in quella percentuale di inefficienti, almeno il 10% dei fannulloni raccomandato dai Sindacati, e/o corrotti, almeno il 2% ! Il paese avrebbe bisogno di far zompare tutti questi cardini fasulli (out of the blue come dicono gli inglesi…all’improvviso e tutti insieme senza queste inaccettabili concertazioni che sono portate avanti dai privilegiati, fannulloni e raccomandati del lavoro dipendente, non dai precari e dai giovani in cerca di lavoro serio); concertazioni che drenano miliardi di euro l’anno ai contribuenti sottraendoli alla ricerca, alle infrastrutture, alle universita’, alla giustizia, alla sanita’ etc etc!

 

Per non parlare delle indegne esternalizzazioni a societa’ private a scopo di lucro, su tutte lazio Service s.p.a., proliferate perche’ berlusconi ha bloccato le assunzioni, e cosi’ facendo lo stato, le regioni, gli enti locali tutti hanno apparentemente bloccato la spesa pubblica; ma la conseguenza di tutto cio’ e’ che ora il centro sinistra vuole assumere a ruolo pubblico , senza concorso quindi contra legem, quei 360.000 precari assunti dalle cooperative; con il che’ la spesa pubblica si rigonfia di altri 16,62 miliardi di euro l’anno di stipendi, avremo 4 milioni di pubblici dipendenti, senza al contempo fare cio’ che doveva farsi: taglio di 360.000 nullafacenbti di ruolo e di 72.000 corrotti!

 

 

 

L’ulteriore spia che cio’ che dico e’ cosa oggettiva ed inconfutabile e’ data proprio dal dilagante fenomeno della precarietà (che e’ cosa ben diversa dalla flessibilità) incontrollata ed a danno di tanti disgraziati! E’ a questi che il sindacato dovrebbe rivolgere le sue lotte, se l’avesse fatto davvero non avremmo 1 precario su 2 tra i nuovi assunti negli ultimi anni, mentre di loro se ne fotte nei fatti, proprio perche’ fa’ una politica non solo e soltanto di  lobbying quanto di state capture, cioè di controllo di determinati gruppi di interesse sulla sfera pubblica a danno del paese e che mira a conservare i privilegi di chi lavora nel pubblico impiego o nel privato industriale, spesso senza meriti, in cio’ negando e nullificando la sana concorrenza ed efficienza del mondo del lavoro, ovvero in altre parole “ammazzando” proprio quei lavoratori precari che se non ci fosse la corporazione sindacale potrebbero concorrere e lavorare al posto dei raccomandati e nullafacenti

 

 

Le colpe della politica e dei Sindacati, secondo la Banca Mondiale:

 

 

 

  • ” vi e’  una correlazione piuttosto chiara tra Paesi che non utilizzano al meglio le risorse pubbliche, governi che non rispondono con trasparenza dei propri risultati ed economie che non crescono”, e continua sostenendo che  seppur sono da eliminare entrambe è necessario pero’ distinguere tra le attività di lobbying – sbragata, rozza, ai confini dell’illecito – che caratterizza in grande prevalenza l’operato del centro-sinistra e centro destra nel suo totale- e ciò che viene definito state capture, cioè il controllo di determinati gruppi di interesse sulla sfera pubblica di decisioni che cratterizza principalmente sia i Sindacati sia l’operato di Berlusconi . E’ questo il campo più odioso della inefficienza e della corruzione, che passa dal piccolo abuso d’ufficio – legato allo scarso senso civico, al non garantire le regole della concorrenza e della meritocrazia nel lavoro, al degrado sociale di un determinato territorio,  alla trama sotterranea di vere e proprie strategie finanziarie, non trasparenti e già solo per questo quasi sempre criminali. E’ ciò che gli italiani hanno visto fare – di recente – a Fazio, Fiorani, Consorte e molte delle Cooperative della sinistra, ma che ha una storia antica nel nostro paese, che incrocia poteri economici, politici e militari (da Gladio alla P2, dalle massonerie all’affare BNL-Iraqgate).

  • Storia antica che non vede immune l’attuale classe dirigente della sinistra, non solo per le intercettazioni a Fassino sul caso Unipol, ma soprattutto per la dannosa ingerenza dei Sindacati nel mondo del lavoro e per uno dei casi finanziari piu’ indegni come quello Telecom, che ha visto negli anni novanta un D’Alema forte protagonista: «Come è stato possibile che nessuno abbia avuto da ridire sulle varie scatole cinesi messe in cima alla Telecom, che hanno reso l’operazione poco trasparente? E’ stato possibile perchè tra Colaninno e il premier Massimo D’Alema è nata un’intesa politica che ha ricevuto il sostegno di una parte importante del governo e dei più stretti collaboratori e uomini di fiducia del presidente del consiglio. Non per niente si è ironizzato sulla merchant bank di Palazzo Chigi, per la chiara propensione di chi ci abitava in quel momento a risolvere le questioni con decisione, piglio, determinazione, proprio come si usa nel mondo degli affari» . E questo “decisionismo”, fatto di alleanza trasversali, come quella di allora tra D’Alema e Fazio, ha avuto implicazioni in tante vicende finanziarie dell’Italia, non solo il caso Telecom. Ma non bisogna cadere nell’equivoco – stupido e pericoloso – di associare destra e sinistra in questa analisi.

  • Le differenze restano, forti e profonde. E stanno proprio in quella zona grigia che separa la lobbying – sbragata, rozza, ai confini dell’illecito – che caratterizza in grande prevalenza l’operato del centro-sinistra, da una vera e propria strategia (deliberata, esplicita) di state capture, che è la massima esemplificazione oltre che del modo di agire dei Sindacati anche dell’azione del governo Berlusconi (e delle reti connesse): dal condono edilizio allo scudo fiscale per i capitali usciti irregolarmente dal paese, dalla depenalizzazione del falso in bilancio all’esaltazione, da parte del premier, dell’economia sommersa, fino alle piccole misure i cui effetti entrano nella vita quotidiana di cittadini e imprese, come nel caso della legge ex-Cirielli che ha ridotto da 10 a 6 gli anni di prescrizione per reati tributari – fondamentali per la tenuta del sistema fiscale e di solidarietà sociale – quali l’emissione di fatture false (4394 casi nel 2003/4), dichiarazioni fraudolente (3412 casi), occultamento o distruzione di documenti contabili (1756) e altri, per un totale di circa 12 mila reati tributari accertati dalla Guardia di Finanza nel 2004 . «La riforma elettorale è solo l’ultimo colpo: in cinque anni Silvio Berlusconi ha invertito il processo di rinnovamento cominciato con mani pulite», ha scritto il Washington Post . Senza dimenticare tutte le “incongruenze” nei comportamenti in sede internazionale, come la firma del programma di lotta al terrorismo nell’ottobre 2001 (subito dopo l’11 settembre) immediatamente seguita dall’approvazione dello scudo fiscale, e poi dal rifiuto di sottoscrivere il Mandato di Arresto internazionale . “

 

 

 

 

 

Un grande giornalista fece alcune osservazioni, non ricordo il nome ora:

 

 

” Adam Smith scriveva nella Ricchezza delle Nazioni: “Non è dalla benevolenza del macellaio, del birraio e del fornaio che ci aspettiamo il nostro pranzo, ma dal fatto che essi abbiano cura del proprio interesse”. Oggi nessuno si aspetta corse gratuite dai tassisti né cause gratis dagli avvocati e tanto meno una pubblica amministrazione senza costi. Ma quando sappiamo che almeno il 10% dei pubblici dipendenti ruba lo stipendio, e’ raccomandato e protetto dai Sindacati, cosi’ come nei grandi gruppi Industriali o nelle banche, o quando vediamo che i tassisti e gli avvocati aggrediscono un ministro o paralizzano una città, ci si chiede quale sia la mano invisibile che li guida. Probabilmente quella dell’egoismo sociale e oligopolistico, che li spinge a difendere comunque, senza se e senza ma, l’interesse particolare della corporazione. Non certo quella della società aperta e del libero mercato che, come insegnava lo stesso Smith, consentiva alle categorie produttive di promuovere comunque, anche “senza saperlo e senza volerlo, l’interesse generale della società.

 

 

 

  • Va da se che perché questa rivoluzione sia davvero portata a compimento, è non solo opportuno, ma assolutamente necessario che l’approccio del Governo sia adottato anche e soprattutto verso gli altri settori critici del caso italiano che fanno lievitare la spesa pubblica, mi riferisco in primis alla corporazione della politica e alla piu’ potente lobby italiana collusa con i sindacati, quella del pubblico impiego in uno con i dipendenti amministrativi spesso raccomandati dei grandi gruppi industriali. Per liberalizzare il mercato occorre quindi fare molto ma molto di piu’, partendo dal licenziamento dei fannulloni della PA, all’abolire i Notai come ordine, al liberalizzare i servizi primari oggi sotto monopolio ( luce, energia, gas, trasporti, servizi bancari e assicurativi, telefonia) tranne 3 a mio avviso che devono rimanere di custodia pubblica dato l’altissimo valore per la salute e a causa del forte inquinamento e sconfinamento nella malavita organizzata; servizi sanitari, acqua e rifiuti.

  • Tutto cio’ chiama in causa (oltre la solita inetta politica che protegge le lobbies) Confindustria da una parte, Cgil-Cisl-Uil dall’altra. Interessi e costi ben piu’ devianti e devastanti per il paese nei grandi numeri macro che non quelli coinvolti dalla liberalizzazione dei taxi, delle farmacie o degli avvocati.

  • Nei grandi numeri, le riforme relative ai taxi, alle farmacie o agli avvocati, come ricordava Luca Ricolfi, interessano e rappresentano 1 elettore ogni 1.000.

  • Gli altri settori critici, sopra ricordati, tra pubblici dipendenti, imprese (monopoli elettrici, energetici, bancari o telefonici) e sindacati , fino ad oggi purgati da ogni riforma di efficienza e liberalizzazione, esprimono all’incirca 350 elettori ogni 1.000. Buona parte dell’elettorato dell’Unione. Ecco la grave colpa della finanziaria del centro sinistra, era da qui che doveva partire, con coraggio, sparigliando le carte con Bertinotti, i Sindacati, etc.

  • Problemi strutturali gravi. Il rischio è attuale. L’Italia non puo’ permettersi il lusso di non cercare soluzioni, occorre in particolare puntare il dito sulla PA, un settore autoreferenziale (magistratura amministrativa, e giudici imboscati nei ministeri compresi) che deve essere riportato all’etica, alla competenza ed alla trasparenza, nonche’ sfoltito e di brutto, perché l’etica della concorrenza non lascia spazio a sprechi ed inefficienze. Liberalizzare e privatizzare quindi il ‘back office’ che impiega il 43% dei dipendenti della PA: va ridotto, snellito anche il resto per creare un nuovo mercato e nuovi posti. L´Italia è cresciuta meno della media dell´Unione europea in 14 degli ultimi 15 anni. I pubblici dipendenti e la spesa della PA sono devastanti,  il deficit pubblico è elevato e la popolazione invecchia.  Se si mettono insieme queste 4 cose c´è un rischio elevato per la permanenza del sistema economico italiano dentro al sistema monetario Ue.

  • Sul piano etico, chiunque lavori ha il diritto pieno e incontestabile di difendere i propri interessi. Qui non c’entra la tessera di partito, ma conta solo l’esercizio della democrazia. Ma questo è il punto. La democrazia non nega, contempla il conflitto, purché il dispiegarsi del conflitto avvenga secondo le regole, e la difesa di un interesse soggettivo non si traduca in un danno intollerabile per l’interesse collettivo. In questo sclerotizzato Sistema-Paese, che ci costa almeno 25 miliardi di euro all’anno in termini di mancata deregulation, ci sarà sempre qualcuno (piccola lobby o Potere Forte, ordine professionale o sindacato confederale) pronto a spiegare al governo di turno che qualunque modifica del suo status quo è un maleficio.

  • Queste osservazioni e prese di posizione sono alla base del malcontento generale, implicito nella domanda di tanta gente , e cosa fa la Politica? Esiste una politica seria nel nostro paese?

  • Il sistema politico italiano sta vivendo una fase di trasformazione di portata storica, derivante sia dal veloce cambiamento del mondo-sociale-economico internazionale , sia dalla necessita’ di colmare il ritardo politico derivato da una mala-gestione degli ultimi 50 anni. Il sistema politico ed i politici in particolare , dovrebbero avvalersi di circuiti e rapporti diretti ed efficienti con i cittadini.

  • Per essere definiti interlocutori preparati nella gestione dei processi di trasformazione occorre: conoscere a fondo il paese italiano e il contesto in cui operano i cittadini per anticipare l’insorgere di problematiche legate al sociale; creare rapporti di fiducia con le varie comunita’; offrire una varieta’ di strumenti per la risoluzione dei problemi; costruire e comunicare un’elevata professionalita’.

  • La struttura politica di maggioranza di coalizione esprime , dopo le ultime vicende, un rischio di instabilita’ troppo elevato perche’ le visioni e i programmi sono assolutamente non omogenei e non condivisi. La credibilita’ dei politici e’ a zero, proprio per l’enorme distanza di visioni per l’enorme differenza in termini di scelte e di competenze/professionalita’, non corre in maniera parallela con etica ed equita’ ed è modesta per i politici della coalizione di maggioranza radicati in un sistema oramai datato, non piu’ efficace, scadente. Ci si trova oggi nella necessita’ di gestire con grande attenzione la cosa pubblica, ma in molti casi l’amministrazione non è in condizione di esprimere comunicazioni razionali e sensate verso i cittadini,vi e’ una scarsa conoscenza delle esigenze del paese da parte della maggioranza.

  • Posta la suddetta crescente forma di pessimismo e sfiducia, sarebbe molto importante sviluppare con i cittadini una logica non di leadership (tesa a prevaricare le volonta’ formulate dal popolo) ma sarebbe invece necessario condividere con i cittadini le loro osservazioni che originano dalle loro analisi del paese svolte ogni tre mesi. Da queste nuove forme di collaborazione ed interazione dei cittadini con i politici o con noti membri del jet set attivi sul campo, potrebbero e dovrebbero nascere i nuovi politici senza passare per le svilenti censure della carriera dirigenziale dei partiti.”

 

 

 

 

 

Per concludere, ciò che vediamo è una sorta di “Stato nello Stato” del tutto autonomo e che non  risponde ad altri che a sé stesso, se e’ vero com’e’ vero che non e’ debole chi entra raccomandato e non lavora ma porta a casa 1500/2000 euro netti al mese “rubandoli” a noi contribuenti; mi riferisco come detto al 10 per cento dei fannulloni siano essi dirigenti o non dirigenti (stima per difetto…in realta’ sono tra il 25/35 per cento) che si somma al 2% dei corrotti tra i pubblici dipendenti, che insieme ci costano l’anno quasi 19,94 miliardi di euro, piu’ di una mezza finanziaria di quelle grosse! I nullafacenti e i corrotti andrebbero licenziati in tronco, fine dei  problemi di debito, di crescita del paese, e l’inizio unico e vero per il rifiorire dell’etica, della meritocrazia, dell’equita’ e di una politica che sia davvero volta ai giovani.

 

 

Si vince tagliando gli sprechi e colpendo posizioni di privilegio e abolendo enti e amministrazioni inutili. Le misure di liberalizzazione varate dal governo  sono il nulla nella costellazione di rendite che blocca la crescita della nostra economia. Le chiacchiere stanno a zero, nessuno ha il coraggio di prendere di petto il problema principale della spesa pubblica….il personale inefficiente che affossa questo paese: personale inefficiente, clientelare e in sovrannumero con un tasso di autoreferenzialità intorno al 40%. Al governo di centrosinistra di Romano Prodi, si chiedeva  di sparigliare i privilegi, intervenendo anche sugli interessi della propria base elettorale, non di fortificarli!

 

 

 

 

 

Fonti

 

 

 

 

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Click here[url=http://www.istat.it/dati/catalogo/20070227_01/

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link-Istat – Retribuzione annua media lorda complessiva e per settore –

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Marco Montanari

 

 

 

 

 

 

 

Vedi anche:

 

 

 

 

Click here: [url=https://wallstreetrack.wordpress.com/2006/10/20/italia-debito-pubblico-rating-problema-dei-dipendenti-pubblici-e-degli-enti-inutili-ovvero-della-spesa-della-pa/]link-declino Italia [/url]

 

Click here: [url=https://wallstreetrack.wordpress.com/2007/03/03/levasione-fiscale-causa-primaria-dellaumento-della-spesa-della-pa-e-della-pressione-fiscale/]link-Spesa PA e L’Evasione Fiscale[/url]

 

Click here: [url=https://wallstreetrack.wordpress.com/2007/03/15/i-costi-dellevasione-della-inefficienza-della-pa-e-della-corruzione-tra-la-politica-e-le-lobbies-criminalita/]link-Costi dell’evasione, della inefficienza della P.A. e della corruzione tra la Politica e le lobbies-criminalita’ [/url]

 

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Click here: [url=https://wallstreetrack.wordpress.com/2007/03/24/cosi-la-pubblica-amministrazione-getta-i-soldi-on-line/]link-Sperpero e ruberie della pubblica amministrazione [/url]

 

 

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Click here: [url=https://wallstreetrack.wordpress.com/2006/12/10/stipendi-dei-parlamentari-1523702-euro-netti-al-mese/]link-Stipendi dei Parlamentari [/url]

 

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Click here: [url=https://wallstreetrack.wordpress.com/2006/10/24/perche-litalia-bilanci-alla-mano-e-un-paese-allo-sbando/]link-declino Italia [/url]

 

 

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Click here: [url=https://wallstreetrack.wordpress.com/2006/08/30/giustizia-e-la-riforma-dellordinamento-giudiziario-ecco-i-veri-problemi//]link-Giustizia Civile e Fallimentare e la dolosa lentezza dei processi[/url]

 

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Click here: [url=https://wallstreetrack.wordpress.com/2007/02/23/processi-lenti-e-non-sempre-chiari-who-judges-the-judges/]link-Giustizia Civile e Fallimentare e la dolosa lentezza dei processi[/url]

 

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Legge sul risparmio monca su alcuni aspetti fondamentali [/url]

 

 

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link-Legge sul risparmio monca su alcuni aspetti fondamentali [/url]

 

 

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editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=2744&ID_

sezione=&sezione=]

link-Il merito questo sconosciuto – CARLO BASTASIN  [/url]

 

 

 

 

 

 

 

Il merito questo sconosciuto 

CARLO BASTASIN 

 

 

Il sistema di contrattazione del pubblico impiego non vive solo in un mondo a sé, staccato dal resto dell’economia, ma anche in un mondo che non ha rapporto con i propri stessi obiettivi dichiarati di miglioramento del servizio al cittadino da parte dell’amministrazione pubblica. Tali obiettivi, fissati ritualmente in piani di riforma e in memorandum strategici, passano in secondo piano ogni volta che si impone il problema del consenso politico-sindacale e degli aumenti salariali. In tal modo, i principi fissati nell’art. 97 della Costituzione, a tutela del buon andamento della pubblica amministrazione, sono interpretati a favore del benessere dei dipendenti, sia di quelli che operano con sacrificio, sia di quelli che non compiono il loro dovere, e dell’interesse di chi li governa.

 

  • Tra il 2001 e il 2005 gli aumenti degli stipendi dei dipendenti pubblici italiani sono stati in media del 4,1% all’anno. Nell’industria gli aumenti sono stati del 2,7% e nei servizi del 2,1%. Tenendo conto degli accordi integrativi delle singole amministrazioni (secondo fonti Aran) gli aumenti sono stati pari al 15% in più rispetto a quelli dei dipendenti privati. Senza alcun collegamento né con le condizioni generali dell’economia, né con quelle del mercato del lavoro, né con l’andamento degli stipendi nei settori privati. L’accordo di ieri – con un costo complessivo di 3,7 miliardi – replica la generosità degli aumenti del precedente governo, dimostrando che il pubblico impiego rappresenta un serbatoio di consenso acquistabile con le risorse pubbliche ed esposto a interessi bipartisan. Equivale a una fetta considerevole delle tasse aggiuntive che gli italiani hanno pagato e che meriterebbero di essere investite. Il governatore Draghi aveva sottolineato la necessità di riportare in linea i salari pubblici per giustificare i sacrifici chiesti ai dipendenti privati il cui costo del lavoro – a causa anche degli oneri salariali – sta crescendo troppo in rapporto ai Paesi vicini. Ma in fondo il problema è più schiettamente politico: la credibilità dei governi è importante per chi investe o consuma ed essa si rafforza con comportamenti coerenti, non acquistando consensi volta per volta.

  • Nei dati della Banca mondiale, c’è una correlazione piuttosto chiara tra Paesi che non utilizzano al meglio le risorse pubbliche, governi che non rispondono con trasparenza dei propri risultati ed economie che non crescono. Ma, come detto, ciò che è più impressionante è che la contrattazione pubblica ha perso contatto anche con gli obiettivi dichiarati, forse solo a titolo cerimoniale, di miglioramento della propria produttività. È vero che non ha senso misurare la produttività di un singolo insegnante (e quindi l’adeguatezza del suo aumento di stipendio) senza considerare quella della scuola in cui deve operare. Ma in giorni in cui le notizie sulle condizioni di studio e di insegnamento sono tanto tragiche, c’è da chiedersi che cosa si debba attendere per intervenire con un esercizio di valutazione nel merito del servizio pubblico che non può essere staccato da forme contrattuali di incentivo e di sanzione.

  • Finora invece quasi tutte le forme di retribuzione accessoria legate alla produzione sono finite in premi di produzione slegati dall’efficienza del servizio ai cittadini. Ciò è avvenuto premiando i manager della pubblica amministrazione senza responsabilizzarli per i risultati degli enti che dirigono. I nuclei di valutazione continuano a essere composti proprio da dirigenti e sindacalisti, in una notevole sovrapposizione tra chi valuta e chi è valutato. È nel rompere queste comode inefficienze che si distingue la buona politica

 

 

 

 

 

 

EURO: BUZZO (MORGAN STANLEY), E’ ATTUALE RISCHIO USCITA ITALIA

 

 

Sottolineando l’esistenza di problemi strutturali che mettono a rischio peraltro la permanenza dell’Italia nell’Euro. “Il rischio è attuale e dipende dalla misura in cui sono presi i correttivi per evitare il rischio. “C’é una grave incertezza sulla sopravvivenza del sistema economico dentro il sistema monetario europeo”.  L’Italia non puo’ permettersi il lusso di non cercare soluzioni, per migliorare il suo destino” puntando, in particolare, il dito anche sulla PA, un settore “autoreferenziale” che deve essere affrontato perché “l’etica della concorrenza non lascia spazio a sprechi e inefficienze”. Liberalizzare e privatizzare quindi il ‘back office’ che impiega il 43% dei dipendenti della PA: va ridotto, snellito anche per creare “un nuovo mercato e nuovi posti”. L´Italia è cresciuta meno della media dell´Unione europea in 14 degli ultimi 15 anni. Il deficit pubblico è elevato e la popolazione invecchia.  Se si mettono insieme queste tre cose c´è un rischio per la permanenza del sistema economico italiano dentro al sistema monetario Ue. Il rischio – è attuale nella misura in cui non si mettono in atto correttivi, che oggi sono ancora possibili». I dati di maggio – ha detto – sono coerenti con la previsione di un incremento del Pil dell´1,5 per cento nel 2006», ricordando però che «aprile è stato un mese difficile e quindi il bilancio del trimestre è meno favorevole rispetto a quello del primo». Invece l´effetto della vittoria italiana dei Mondiali è per Morgan Stanley nullo.

 

 

 

E’ TORNATO IL SOCIALISMO REALE ALL’ ITALIANA

 

di *Antonio Polito

 

 

Su carta intestata Palazzo Chigi. La rivoluzione liberale sta finendo in soffitta, e un riformista non sarà mai abbastanza infuriato con Berlusconi per averla screditata, predicandola senza farla. Le delusioni generano illusioni: il paese ha ripreso a credere alla favola che più stato e meno mercato possano darci l’Eldorado. Che alibi, per chi a sinistra non ha mai smesso di pensarlo. La gloriosa battaglia dei taxi rischia di restare nei libri di storia come un atto di eroismo isolato e sfortunato, cui fece seguito la controrivoluzione.

 

 

 

  • Le situazioni in cui l’infrastruttura costituisce una sorta di monopolio naturale: sicché l’intervento pubblico sarebbe opportuno e conveniente. Ma è proprio in quest’affermazione che emerge l’errore ideologico del progetto per la politica pubblica di un’economia di mercato. Infatti, mentre nel sistema dirigista, per le situazioni di monopolio lo stato interviene attraverso imprese pubbliche, nell’economia di mercato lo stato fa un passo indietro e promuove la concorrenza con le autorità di regolamentazione. La gestione delle reti da parte della burocrazia pubblica dà luogo a inefficienze che può facilmente accertare chiunque abbia un po’ di familiarità con le ferrovie o con l’autostrada Salerno-Reggio Calabria. D’altra parte, l’eventuale acquisizione della rete fissa di Telecom Italia da parte dello stato, via Cassa depositi e prestiti, appare un non senso finanziario, dato che essa è stimata ad un valore fra i 20 e i 30 miliardi di euro. Anche l’acquisto di un 50 per cento comporterebbe per lo stato, un esborso di circa un punto del prodotto nazionale (14 miliardi).

  • Il socialismo, almeno nell’accezione occidentale, è alta spesa pubblica e più elevata redistribuzione. Come lo chiama Salvati, “keynesismo-welfarismo”. Ha funzionato, eccome se ha funzionato, fino alla metà degli anni Settanta, garantendo all’Europa una lunga stagione di prosperità e di coesione sociale.

  • Solo che Il socialismo, alta spesa pubblica e più elevata redistribuzione, è finito da un quarto di secolo. Per una ragione molto semplice: i paesi europei non riescono più a produrre la ricchezza necessaria a finanziare il miracolo. Perché l’energia non è più a buon mercato, perché gli ex poveri del mondo si sono messi a farci la concorrenza, e perché la tassazione ha raggiunto livelli non sopportabili dalle classi medie. Infatti, da un quarto di secolo, nessun paese riesce più ad avere insieme forte crescita, grande welfare e basso deficit.

  • Bisogna scegliere. E bisogna scegliere la crescita. Politicamente parlando, bisogna scegliere tra libertà, uguaglianza e solidarietà. I liberali sono per la libertà, i socialisti per l’uguaglianza e i cristiani per la solidarietà. L’Ulivo,  dice di voler fondere alla pari le tre tradizioni politiche con i relativi valori. Invece è impossibile, senza stabilire una gerarchia adatta ai tempi: prima la libertà.

  • Dalla Finanziaria alla Telecom, la scelta è sempre obbligata. Ed è la scelta tra “pubblico” e “statale”. L’interesse pubblico non è la proprietà privata di Telecom, ma l’efficienza del servizio telefonico e il suo basso costo. La moderna giustizia sociale è il low cost. Far rispettare le regole: di altro lo Stato non deve occuparsi, meno che mai su carta intestata della presidenza del Consiglio.

  • Il “pubblico” non è la Cassa depositi e prestiti, ed è davvero un paradosso che a riconsegnarcela sotto forma di stato-imprenditore siano stato Tremonti (keynesiano di complemento). L’azienda “pubblica” per eccellenza in Italia c’è già: l’Alitalia. Lì è tutto pubblico: debiti, disservizi e sfascio. Grazie, abbiamo già dato.

  • Pubblico è la “public company”, non una nuova Iri delle reti. Di interesse pubblico non è come ripianare i debiti di Tronchetti, che di Telecom possiede il 1.2 per cento, ma come non farli pagare a chi possiede il restante 98.8 per cento del capitale. Il pubblico è là fuori, nel famigerato mercato.

  • Il fatto è che la sinistra non può cavarsela aggiungendo semplicemente un po’ di libertà al suo cavallo di battaglia dell’uguaglianza. Perché senza la libertà oggi ti scordi pure l’uguaglianza. Lo stato non è più la soluzione dei problemi, è sempre più spesso il problema.

  • Cito solo qualche dato per il confronto con un paese , UK, che ha scelto il mercato. Ognuno di loro produce 36.590 dollari di ricchezza all’anno contro i nostri 31.400: siamo ormai sotto la media degli europei occidentali e prossimi al sorpasso spagnolo. Se faccio la somma per 4 persone, una famiglia italiana perde ogni anno 20 mila dollari rispetto a una inglese. Vuoi vedere che il mercato è di sinistra?

  • Rispettandone le regole, la Gran Bretagna l’anno scorso ha attratto 165 miliardi di dollari di investimenti stranieri contro i 16 dell’Italia: dieci volte tanto. Non stupisce, in un paese in cui le trattative private con potenziali investitori stranieri finiscono in un comunicato del pres-del-cons!

  • Ma per amor di patria Iddio ci salvi dall’esempio inglese (leggere articolo E’ TORNATO IL SOCIALISMO REALE ALL’ ITALIANA). Consiglio a Polito oltre ai salotti inglesi di frequentare qualche città inglese al di fuori di Londra per non parlare poi del mercato invocato, guardi lo stato della Sanità o delle ferrovie e dei trasporti pubblici come della qualità della vita che sono di basso livello con città intere di immigrati nullafacenti a carico dello stato visto che non esiste un tessuto di piccole e medie imprese di eccellenza come quello Italiano, per quanto riguarda le reti proprio li’ han fatto cio’ che voleva fare tronchetti, da un modello inglese visto che anche lì l’operatore B.T. era stracarico di debiti e hanno dovuto scorporagli la rete per ripianare un pò di debiti,  Il problema Italiano è solo di classe dirigente politica di cui lui è parte .

 

 

 

FINANZIARIA: FT,STRETTA A SPESA E RIFORME PER SALVARE ITALIA 

 

 

“Quello che serve all’Italia è un governo forte che faccia le riforme e riduca la spesa pubblica con slancio”. E’ quanto afferma il Financial Times in un commento di Martin Wolf, secondo cui, invece, quello che il Paese ha “é uno Stato fratturato e un governo debole. Sfortunatamente, le fratture riflettono quelle  le fratture presenti tra gli stessi italiani. Questo, non la sua posizione economica, è il vero handicap dell’Italia”. Secondo il commentatore,”l’Italia deve recuperare competitività all’estero”, attraverso “l’aumento della produttività del lavoro nei settori dei beni e servizi rivolti all’esportazione attraverso riduzioni del personale e miglioramento dei prodotti”. E anche sostenere la domanda interna, liberalizzare il mercato del lavoro e dei servizi.

 

 

 

 

FT: CON IRONIA SPIEGA LE 8 REGOLE D’ORO PER INVESTIRE IN ITALIA

 

 

Le detta il Financial Times all’interno del suo speciale sulla corporate Finance, in cui spiega ironicamente ma realisticamente le “cose da fare e da non fare” a tutti coloro che stanno pensando di entrare nel mercato italiano, prendendo come spunto la vicenda che coinvolge Abertis ed Autostrade. Il quadro che ne esce e’ svilente ma assolutamnete corrispiondente all’Italia. “State pensando di presentare un’offerta per qualche infrastruttura italiana? – si legge sul quotidiano britannico – Allora tenete presente queste linee guida”. Ed ecco gli otto consigli che, ironicamente, rappresentano i problemi in cui possono incorrere gli investitori esteri in Italia:

 

 

  • 1. Siate disposti a sopravvivere ai politici locali, che potrebbe diventare prima o poi pericolosi ;

  • 2. deve essere cosciente che “la procedura può richiedere molto tempo”, Impara dal comportamento paziente che Abertis sta mettendo in campo nella sua offerta per Autostrade, nel limbo da sei mesi a questa parte;

  • 3. Fatti dare buoni consigli legali. Voleranno minacce di cause legali ed iniziative legislative, visto il rischio di contenziosi giuridici, quindi avrai bisogno di sapere quando ignorarle e quando tenerne conto;

  • 4. Sii pronto a giocare da solo. Il fondo britannico Stirling Square si è trovato isolato per mesi, mentre i funzionari milanesi e il management di Aem erano invischiati in discussioni (sul destino di Metroweb, asset di fibra ottica di Aem, ndr);

  • 5. Sii gentile. Abertis ha ridotto molte delle difficoltà rimanendo sempre rispettosa e di poche parole;

  • 6. Fai concessioni politiche. Uno dei modi in cui Stirling Square alla fine ha vinto le resistenze del sindaco di Milano su Metroweb è stato grazie alla promessa di fibra gratis per l’area municipale;

  • 7. Le conoscenze contano ancora molto in Italia, quindi prova a trovarti un consulente locale o una banca internazionale con un ottima serie di accordi già fatti in Italia;

  • 8. Ricordati che l’accordo non è chiuso fin quando il contratto non è firmato. I politici spesso rimettono “tutto in gioco all’ultimo momento”.

 

 

Nel reportage da Milano, Ian Limbach, l’autore, spiega che nel nostro Paese “numerosi investimenti privati sono stati fatti deragliare da opposizioni politiche giudiziarie e legali, creando uno stato di incertezza per gli investitori stranieri”.

 

 

  • Il fatto che il socialismo irreale. Con manovre da veri illusionisti, questo governo distrugge ricchezza ed estende l’area del parassitismo di Stato – Il metodo-Silvan è in atto per quel che riguarda il pubblico impiego, al quale il governo ha risposto appostando i 2,8 miliardi per il nuovo contratto che inizialmente non erano previsti, ma testualmente riservandoli al biennio che scade al 2008: la commedia finirà con un nuovo regalo alla Fiat, oltre alla mobilità lunga a spese nostre per alcune migliaia di suoi dipendenti, e cioè con la reintroduzione degli incentivi alla rottamazione dei vecchi veicoli non di standard Euro4,e dunque più inquinanti. La parabola migliore del socialismo irreale è quella disegnata ieri dalle parole di Visco riservate all’Alitalia. Non solo abbiamo dilapidato 14 miliardi di euro sull’altare della compagnia di Stato negli ultimi vent’anni. Oggi Visco ci dice che l’unico rimedio è fonderla con AirOne, cioè l’unico concorrente italiano nato in questi anni. Grazie alle follie dispendiose della compagnia pubblica, invece di farla fallire come hanno fatto svizzeri e belgi dovremo ora farle mangiare il concorrente e tornare al monopolio. Le Ferrovie dello Stato si sono ieri prenotate per analogo trattamento, chiedendo altri 6 miliardi di euro dalle nostre tasche.

 

 

FT, SINDACATI BLOCCANO DECOLLO RISTRUTTURAZIONE 

 

 

 

  • I sindacati italiani bloccano il decollo della ristrutturazione di Alitalia. Titola così il Financial Times un commento di Paul Betts sulla situazione dell’aviolinea italiana la cui situazione, “é fuori controllo”. “I problemi – spiega Betts nel commento – sono tutti troppo noti e i rimedi ugualmente ovvi: tagliare la forza lavoro, rinegoziare i contratti di lavoro, ridisegnare la struttura delle rotte, tornare all’utile e stringere un’alleanza con altre forti compagnie aeree”. Le difficoltà più generali sono comuni a quelle di altre società europee e riguardano “il costo del carburante e la concorrenza da parte delle low-cost”, ma, osserva l’editorialista, “molte ancora si danno da fare per fare soldi, mentre all’Alitalia le perdite continuano a crescere”.

  • Insomma, la compagnia “continua a essere un pasticcio” e se “compagnie normali in una situazione simile avrebbero fatto fallimento”, Alitalia “non sembra autorizzata” in questo senso, perché “rimane un feudo politico”. I politici “sembrano d’accordo” con i sindacati, che “se la prendono con Cimoli per i problemi della società”: tuttavia, sottolinea Betts, “se l’ad se ne andrà, come sembra sempre più probabile, il suo successore probabilmente non farà meglio se non gli verrà data carta bianca per ristrutturare”. Il dossier Alitalia, conclude l’editoriale, “offre al governo di Roma la possibilità di dimostrare che l’Italia è seria sulla riforma. Sfortunatamente, il governo di centro-sinistra di Prodi ha una maggioranza sottilissima che gli renderà difficile, se non impossibile, affrontare i sindacati”, che “quando il gioco si farà duro scenderanno in sciopero”, la sinistra cederà e “tutto tornerà al punto di partenza. I miracoli, perfino in Italia, sono rari in questo periodo”.

 

 

FT: L’Italia è in declino

 

L’Italia è in declino e questa situazione dipende da una serie di ritardi strutturali che il Paese ha accumulato rispetto ai suoi principali concorrenti (I ritardi più gravi, sono in 5 settori) e da anacronistiche regolamentazioni:

 

  • Peso sull’economia del settore pubblico intervenendo su questioni come la riduzione dei dipendenti pubblici, la flessibilità del lavoro, l’innalzamento dell’età pensionabile. La pubblica amministrazione, per esempio, che occupa il 20% della popolazione attiva del Paese, cioé 11 punti e mezzo più che nel Regno Unito e a un livello “senza equivalenti in Europa. Spazio, dunque, alla riduzione del personale della P.a., sostituendo due dipendenti pubblici ogni tre che vanno in pensione; Conclusione di un ‘patto sanitario’ con le regioni. Innalzamento graduale dell’età della pensione in seno alla P.a. generalizzandola quantomeno a 65 anni; alla flessibilità per tutti i contratti di lavoro e non solo per quelli a progetto (periodo di prova di 6 mesi e licenziamenti senza indennità per i primi due anni)

  • Nanismo delle imprese , con una spesa per ricerca e sviluppo che è la metà di quella europea, con solo 11 aziende del Made in Italy nell’indice Ft 500 (le 500 più grandi nel mondo) e con appena l’8% del totale che contano più di 250 dipendenti (11% in Francia e Germania).

  • Scarsa produttività delle risorse umane,  che tra il 1999 e il 2004 si è deteriorata passando dal 119% al 107% , anche se resta a un livello elevato e dai costi inferiori alla media Ue; formazione, con un sistema educativo che per qualità è in 30/ma posizione mondiale;

  • Tasso di occupazione (di 10 punti inferiori alla media Ocse e di 15 sotto gli Usa);

  • Liberalizzazioni e abbassamento dei costi dei servizi. Difficoltà relative a energia e trasporti. Su imprese e famiglie, viene confermato l’insostenibile peso dei prezzi dell’energia e l’arretratezza del sistema dei trasporti; Per migliorare il contesto occorre modernizzare la gestione dei servizi ferroviari e portuari, abolire gli ordini professionali.

  • L’eccesso di regolamentazione e l’eccessiva pressione fiscale che ostacola l’economia, considerando che solo l’Ungheria, la Polonia e il Messico su questo fronte presentano tassi più elevati. L’eccessiva pressione fiscale, visto che l’aliquota degli oneri fiscali e sociali (42,1% nel 2004) è superiore sia alla media Ue-25 che a quella di Eurolandia. Sgravi fiscali per imprese che investono in ricerca; alla riduzione della fiscalità sui capital gain degli investimenti in private equity. Per migliorare il contesto nel quale operano le imprese, poi, occorre anche approfondire la politica di semplificazione legislativa.

 

 

 

Basta con le corporazioni! 

La Stampa

 

 

Ad iniziare, ovviamente, da quelle rappresentate dai partiti, dai sindacati, dai giornalisti, dai notai, ecc., e, ovviamente, da quella casta burocratica che alberga negli uffici pubblici e che sembra abbia come scopo quello di complicare la vita ai comuni mortali.

 

  • Le “pratiche” burocratiche costano alle aziende 10 miliardi di euro l’anno; secondo il Censis avviare una impresa in Italia costa 17 volte di piu’ che in Gran Bretagna, il che significa 17 euro contro 1 euro; moltiplicato per 10, 100 o 1000, si ha la cifra indicata complessivamente: 10 miliardi di euro. Per mettersi in proprio in Italia, servono oggi dalle 58 alle 80 autorizzazioni; soltanto per ottenere una concessione edilizia si impiegano dai nove ai ventisette mesi. C’e’ una proposta di legge, a firma del presidente della Commissione Attivita’ Produttive della Camera dei Deputati, Daniele Capezzone, che ridurrebbe a 7 giorni i tempi per l’apertura di una impresa: si tratterebbe dunque di una sorta di rivoluzione per il Belpaese.

 

 

 


MANCATE INFRESTRUTTURE COSTANO 200 MLD AL 2020 ONERI PER COLLETTIVITA’ SU RIFIUTI, ENERGIA E VIABILITA’ – ANSA

 

 

 

Non realizzare alcune infrastrutture e impianti strategici per l’Italia nei settori dei rifiuti, dell’energia e della viabilità, funzionali ad un disegno di sviluppo al 2020, costa quasi 200 miliardi di euro, più che farle. E’ la stima contenuta nel rapporto 2006 stilato da ‘Agici Finanza di impresa’ su “I costi del non fare” in termini di oneri che gravano sulla collettività a causa di mancate o ritardate realizzazione di opere. In particolare, ammontano a 28 miliardi i costi per mancate opere nel settore dei rifiuti, a circa 40 miliardi nell’energia e a 130 miliardi nella viabilità autostradale. In alcuni casi, si legge nel rapporto, i costi totali (economici, ambientali, sociali) sono assai superiori agli investimenti necessari:  nelle autostrade e tangenziali a pedaggio, per esempio, il non fare investimenti per 34 miliardi può costarne al nostro Paese ben 133, mentre per portare l’Italia alla media europea sono necessari 1.300 chilometri di autostrade a pedaggio.

 

 

  • Affrontando il comparto ambientale, lo studio spiega che per i rifiuti urbani, “pur ipotizzando non facili livelli di raccolta differenziata (65%) sono necessari cento termovalorizzatori di medie dimensioni e 80 impianti di compostaggio. Non realizzare questi impianti, oltre a far sopportare costi per 28 miliardi di euro, renderebbe non raggiungibile l’obiettivo di discarica zero. Per quanto riguarda i rifiuti industriali del settore cartario, due termovalorizzatori darebbero benefici per un miliardo”.

  • Riguardo all’energia, 40 miliardi nell’energia , “essenziali appaiono da 2 grandi a 5 medie centrali a carbone; non farle costerebbe al Paese dai 4 ai 7 miliardi di euro; 16 centrali a gas sono necessarie e non farle costa da 2 a 10 miliardi; gli investimenti nella rete elettrica sono fondamentali per utilizzare le strutture esistenti. Gli sbottigliamenti ottenuti con le nuove linee sono cruciali anche per evitare nuovi investimenti in capacità generativa. Il non fare costerebbe 15,6 miliardi di euro. Tre impianti di rigassificazione sono necessari e la loro assenza costerebbe al Paese 5,9 miliardi di euro”.

  • I  nostri problemi non dipendono da un ammontare inadeguato di risorse pubbliche destinate all’istruzione scolastica». «Pesano carenze nell’organizzazione e nella motivazione del personale». «Nell’università i tassi di abbandono sono pari al 60%, ossia a quasi il doppio della media dei Paesi Ocse». «…parte del problema sta nelle elevate rendite di cui godono alcune professioni, rendite che distorcono le scelte delle famiglie, e nella insufficiente domanda di qualifiche tecnico-scientifiche alte da parte delle imprese».

 


Liberalizzazioni: Bersani partorì il topolino
di Alberto Mingardi
http://www.brunoleoni.com/nextpage.aspx?codice=4641

 

 

La montagna ha partorito il topolino. Sono settimane che Pierluigi Bersani annuncia una “lenzuolata” di liberalizzazioni. Il termine è improprio, lenzuolata lascia immaginare commi su commi, righe su righe, regole su regole. Le liberalizzazioni si fanno semplificando e abolendo.  Una riedizione del “suo” decreto estivo. Stavolta più in grande. Prendere di petto gl’ intrallazzatori monopolisti che ancora oggi abitano, e comandano, il Paese. Beate illusioni, poveri illusi noi che, pur vaccinati, cadiamo puntualmente nella vecchia trappola: aspettarci qualcosa di buono, dalla classe politica.

 

  • La “lenzuolata” di Bersani, in consiglio dei ministri, passa di rinvio in rinvio. Però, non perché sia pericolosa, o sfiori interessi intoccabili che per definizione stanno fuori dal mirino della politica. È robetta. Una copia carbone del decreto di luglio, baci a chi veniva premiato allora (i supermercati), schiaffi a chi aveva cominciato a prenderle (le assicurazioni)? Peggio. Non siamo davanti ad un clone, ma ad una caricatura.Cominciamo da quanto c’è di buono, in questo Bersani-due-la-vendetta.

  • Si parla, finalmente, di aprire la vendita di carburanti alla grande distribuzione. È giusto? È comodo. Non si capisce perché, dopo aver fatto la spesa, non si debba poter fare il pieno. È una liberalizzazione vera, fa piazza pulita di restrizioni assurde. Ma è una liberalizzazione incompleta. Carlo Stagnaro osserva che la rete di distribuzione dei carburanti in Italia è assai inefficiente e costituisce uno dei fattori dell’eccessivo prezzo di benzina e diesel. Tuttavia, se “occorre rimuovere i vincoli che impediscono l’apertura di punti di rifornimento presso i supermercati”, è altrettanto importante “consentire ai gestori delle stazioni la possibilità di potenziare le loro attività sul fronte non oil”. Cioè: bene la benzina al supermercato, ma perché non anche il “supermercato” dal benzinaio? Nel resto del mondo è la regola. Sarebbe del resto un modo per perseguire una liberalizzazione “equa”. Cioè non aumentare il giro d’affari di tizio a spese di caio. Piuttosto invece permettere a tizio e a caio di farsi serenamente concorrenza, e poi vinca il migliore.

  • Veniamo ora ai barbieri. Bersani è la faccia del governo più apprezzata da Confindustria. Il presidente di Confindustria è Luca Cordero di Montezemolo dalla folta chioma. Non stupisce, allora, la captatio benevolentiae del ministro, che vuole consentire ai parrucchieri di stare aperti da mane a sera, pure il lunedì, nonché abolire l’obbligo di licenza. Che cento fiori sboccino, che cento forbici taglino. Fuor di battuta, un “bravo” a Bersani. Chi riduce le barriere al libero commercio se lo merita. E poi, spesso basta poco per ridare vigore ad un’economia ingessata. Be’, non così poco.

  • Capitolo telefonini. S’insiste sull’abolizione del costo di ricarica. A parte il fatto che un’eventuale richiamo di questo tipo dovrebbe partire semmai dall’Autorità, cui spetta d’indagare su pratiche ed accordi restrittivi alla concorrenza (in un settore in cui i gestori sono sì concessionari di licenze di trasmissione, ma operano sul mercato). A parte il fatto che l’Autorità ha stigmatizzato non tanto il costo di ricarica in sé e per sé, ma la poca trasparenza dei prezzi delle schede. Qui c’è una questione sostanziale: le liberalizzazioni dovrebbero ridurre, non introdurre, l’intervento dello Stato in economia. Regolare i prezzi, voi come lo chiamate?

  • Ultima perla, le assicurazioni. Settore odioso. Strangolarlo porta consenso. Per questo il governo sembra intenzionato a fare propria una raccomandazione antitrust che spinge verso “un sistema distributivo tendenzialmente unico, abolendo l’esclusiva per tutte le tipologie di polizza assicurative”. È la seconda puntata dell’abolizione del monomandato per l’RC auto. Due considerazioni. Uno, non è detto che serva ad abbassare i prezzi. Due, le assicurazioni sostengono sia in conflitto con la normativa comunitaria, e hanno aperto un fronte a Bruxelles. Più importante di ogni altra cosa, però, è che si tratta di una palese violazione della libertà contrattuale di assicuratori ed agenti. Che viene strizzata ben più di quanto già non fosse. Mozione d’ordine. Va bene la confusione delle lingue, ma mettiamoci d’accordo almeno su un principio di base: se introduce vincoli, non è una liberalizzazione

  • C’è solo da sperare che non finiscano nel mirino di Bersani i soli barbieri e c’è da attendere fino all’ultimo. Le più recenti mosse dei ministri hanno mostrato una preoccupante dose di opportunismo: lo stop and go di Luigi Nicolais sulla mobilità degli statali e le ambiguità del collega di partito Cesare Damiano sull’età pensionabile hanno sconcertato la parte più moderna dell’opinione pubblica, quella che non apprezza il riformismo con la retromarcia.

 

 

 

Le  “lenzuolate…di liberalizzazioni” del centro sx ….continua….

 

Fonte Repubblica

 

Pronto il pacchetto di provvedimenti per il Consiglio
dei ministri di domani. Riforma anche per le authority

 

Click here: [url=http://www.repubblica.it/2007/01/sezioni/politica/

liberalizzazioni/nuovo-pacchetto/nuovo-pacchetto.html]link- [/url]

 

 

 

 

 

 

 

BASTA COL SINDACATO

 

di Tito Boeri

 

 

 

Mentre il governo perde consensi, molti si chiedono se non bisogna finirla con una vecchia ipocrisia: quella per cui si finge che le organizzazioni sindacali rappresentino gli interessi di tutti e non invece solo quelli degli iscritti – Oggi, a una settimana dalla presentazione della Finanziaria, abbiamo gia’ un significativo ridimensionamento della manovra. Senza che vi sia stata alcuna protesta di piazza. Dopo che il segretario del maggiore sindacato aveva addirittura celebrato «la Finanziaria che volevamo», «l’unica possibile». Perché tanta arrendevolezza? Il fatto è che questa manovra sta facendo perdere al governo molti consensi al centro, i voti decisivi per vincere le elezioni.

 

 

  • Più che una Finanziaria che agisce contro il ceto medio, questa è una Finanziaria contro l’elettore medio, defraudato del suo ruolo di ago della bilancia. Come documentato sul sito lavoce.info, le scelte di fondo fatte in questa manovra non riflettono le preferenze degli elettori di centro-sinistra. In molti casi non corrispondono neanche a quelle degli elettori della parte più a sinistra della coalizione. Non se ne trova traccia nel pur interminabile programma dell’Unione. Sono, invece, scelte iscritte al sindacato, corrispondono ai desideri dei due gruppi in cui si contano più di due terzi delle tessere sindacali: pensionati e dipendenti pubblici. Vediamo come e perché.

  • Alla luce di questa Finanziaria, l’elettore medio si sta forse chiedendo se non valga la pena di porre fine a una ipocrisia di lunga data, quella per cui si finge che le organizzazioni volontarie rappresentino gli interessi di tutti e non invece solo quelli dei loro aderenti. Non serve prendersela col sindacato perché persegue gli interessi dei propri iscritti. Serve, invece, mettere in discussione la rappresentatività del sindacato e delle altre associazioni che si siedono ai tavoli della concertazione. Alle riunioni condominiali, dopotutto, si contano le deleghe. E’ venuto il momento di farlo

  • Il Dpef votato a luglio dal Parlamento chiedeva al governo di tagliare la spesa previdenziale e quella per i dipendenti pubblici. Nella Finanziaria non c’è nulla di tutto ciò, neanche la chiusura di una finestra per le pensioni di anzianità; nel pubblico impiego ci sono solo nuove risorse (più di un miliardo) per il rinnovo dei contratti e per l’assunzione dei precari della scuola (senza concorso, quindi senza alcun controllo di qualità!).

  • Solo su magistrati e docenti universitari si abbatte la scure: si vedono dimezzati gli scatti di anzianità, il che significa una riduzione di circa il 30 per cento dello stipendio nell’arco di una carriera. Guarda caso, magistrati e docenti universitari sono gli unici due comparti del pubblico impiego non sindacalizzati. Data l’esiguità dei tagli, la manovra opera quasi solo sulle entrate (contano fino all’84% delle coperture) piuttosto che tagliare le spese, coerentemente con quanto chiedono pensionati e pubblici dipendenti, ma non la maggioranza degli elettori di centro-sinistra. Ma il sindacato non si è limitato a porre dei veti.

  • Questo spiega perché la Finanziaria è così grande: al di là dei 15,2 miliardi reperiti per rispettare gli impegni presi con l’Unione Europea, ce ne sono altri 19,5 di misure che prendono ad alcuni per dare ad altri, con saldo zero per le casse dello Stato. E il profilo distributivo di questa redistribuzione corrisponde in tutto e per tutto agli interessi di pensionati e dipendenti pubblici. I fatidici 40.000 euro, la soglia di reddito al di sopra della quale la nuova Irpef morde, corrispondono al limite superiore nella distribuzione dei redditi dei dipendenti pubblici, ad eccezione ovviamente di magistrati e docenti universitari. Non c’è nulla per i poveri, quelli che non pagano le tasse, mentre i nuovi assegni familiari non vengono dati a lavoratori atipici, disoccupati e ai lavoratori autonomi. Tra tutti questi gruppi sociali non si contano molti iscritti al sindacato.

  • Anche il dirottamento del Tfr inoptato all’Inps non riguarda i dipendenti pubblici (il loro Tfr è già nelle casse dello Stato) e i pensionati.  Se, come ci auguriamo, il governo toglierà dalla Finanziaria questa scommessa contro il decollo della previdenza integrativa, i tagli non riguarderanno comunque il sindacato. Sono già state bloccate spese a scopo cautelativo, nel caso di bocciatura dell’operazione Tfr da parte di Bruxelles. Inutile dire che non riguardano i gruppi di interesse presidiati dal sindacato. Non c’è il contratto del pubblico impiego in questo elenco di spese a rischio di copertura. Ci sono invece molti investimenti infrastrutturali: è un problema per Di Pietro, non per il sindacato.

 

 

 

 

 

 

ITALIA ULTIMA RUOTA DEL CARRO.
E CIGOLIAMO PURE
O si smantella la “vecchia Italia” o il nostro destino collettivo è già scritto:

 

di Giuseppe Turani

 

http://www.wallstreetitalia.com/articolo.asp?ART_ID=422772

 

 

 

Non si va da nessuna parte. Per questo si dovrà mettere mano allo smantellamento della “vecchia Italia”, di quell´Italia, cioè, dove ognuno si è scavato una posizione di rendita e dentro quella campa (in molti casi pagando poco o niente tasse) – Tutti sono contenti perché finalmente è arrivata la crescita. La si aspettava da tanto e ci siamo. Manca ancora un mese alla fine del 2006 e di mezzo c´è l´importante (per i consumi e la produzione) scadenza del Natale, ma i conti possono già essere fatti senza timore di sbagliare.

 

 

  • Quest´anno la crescita sarà dell´1,7-1,8 per cento. Un bel colpo, non c´è dubbio, rispetto allo zero o quasi zero fatto segnare negli anni scorsi. Le aziende lavorano un po´ di più. E gli italiani, nel loro complesso, pagano una montagna di tasse in più (un po´ perché c´è la ripresa, un po´ perché forse hanno davvero paura di Visco). Insomma, la nave Italia ha ripreso il mare e naviga. Tutti contenti, come si diceva.

  • Ma naturalmente c´è anche l´altra faccia della medaglia. Non si può dimenticare, nemmeno in un momento tutto sommato felice come questo, che se l´Italia quest´anno fa segnare una crescita dell´1,7-1,8 per cento, la media europea è significativamente più alta: 2,7 per cento. Si torna a crescere insomma (insieme agli altri), ma siamo sempre gli ultimi della classe. E qui vengono a galla tre problemi: due pratici e uno politico.

  • I due pratici sono appunto che siamo ancora molto lenti e che, se si fa la media degli ultimi sette anni, si scopre che siamo cresciuti al ritmo di poco più dell´1 per cento anno. Esiste cioè un ritardo di competitività da recuperare (siamo ultimi) e esiste un ritardo per la strada che si è fatta fino a oggi (1 per cento di media per sette anni di fila). Insomma, finalmente si è vista un po´ di ripresa, ma siamo sempre l´ultimo vagone del convoglio e abbiamo accumulato rispetto agli altri un ritardo intollerabile.

  • La questione politica riguarda le due appena accennate. E può essere riassunta come segue: è vero che l´Italia ha svoltato (finalmente c´è la crescita), ma è anche vero che è ancora lì che zoppica, che arranca faticosamente dietro al resto dell´Europa. Non siamo nel gruppo di testa e nemmeno in quello di mezzo. Tutto questo comporta che la politica cambi rapidamente registro. Qui non si tratta di fare grandi dibattiti su come distribuire la poca ricchezza che si riesce a produrre. Qui si tratta di trovare la maniera di riportare l´Italia se non nel gruppo di testa, almeno in quello di mezzo.

 

 

 

Insomma, trovare il modo di imprimere alla nave Italia una velocità di crociera decente. Trovare il modo (politico) di slegare un po´ di più il paese. Paese che risulta ancora schiacciato e soffocato da una serie di fenomeni che potremmo definire come “oneri impropri” (ma pesanti):

 

 

  • Abbiamo un debito pubblico accumulato che ogni anno divora risorse come un gigante affamato.

  • Abbiamo una scuola che costa un occhio della testa in cambio di un prodotto finale (i laureati) miserevole.

  • Abbiamo grandi comparti del paese (dall´energia alle telecomunicazioni) che impongono ancora al consumatore tariffe troppo elevate o servizi modesti.

  • Abbiamo alcune strutture fondamentali (come Alitalia e Ferrovie) che costano un patrimonio e funzionano malamente.

  • Abbiamo una vasta schiera di professionisti e artigiani che, forti delle loro posizioni di quasi monopolio (o di corporazione), godono di ricavi di rendita assurdi.

  • Abbiamo un apparato di dipendenti pubblici fuori dalla norma, che ogni anno divora risorse come un gigante affamato

  • Abbiamo Infine, una burocrazia tremenda, se è vero che ci vogliono più di 70 autorizzazioni per aprire una carrozzeria.

 

Un paese con tutti questi “oneri impropri” non va da nessuna parte. Lo abbiamo visto anche nel corso di questo 2006. Anche in presenza di una forte ripresa mondiale e di un robusta ripresa europea, alla fine non si è arrivati nemmeno al 2 per cento di crescita. E questa era un´occasione, sulla carta, di volare vicino al 3 per cento, come del resto ha fatto l´Europa nel suo complesso.

 

In sostanza, quindi, nel 2007, a meno che non ci si voglia rassegnare a essere l´ultimo vagone del convoglio, si dovrà mettere mano allo smantellamento della “vecchia Italia”, di quell´Italia, cioè, dove ognuno si è scavato una posizione di rendita e dentro quella campa. In molti casi pagando poco o niente tasse.

 

  • Sono abbastanza consapevole che tutto questo comporta una serie di conflitti spaventosi con buona parte del paese. Come sono consapevole che la politica non è fatta da marziani arrivati ieri sera e dotati di superpoteri. Ma veramente siamo arrivati a un momento cruciale. O si smantella la “vecchia Italia” o il nostro destino collettivo è già scritto: si andrà avanti sempre con una crescita di un punto di un punto e mezzo (a seconda degli anni) sotto lo standard europeo.

  • Si rischia, in parole semplici e comprensibili a chiunque, di finire ai margini dell´Europa e diventare, davvero e per sempre, una sorta di palla al piede dell´Europa. Una sorta di parente malato e un po´ tonto. I numeri del 2006 stanno lì a dimostrarlo.

  • La strada, quindi, è segnata e chiara: bisogna procedere con una certa crudeltà a smontare tutte le posizioni di rendita, grandi e piccole. Tutto questo comporterà infiniti conflitti. Ma la politica esiste appunto per questo.

  • Settore pubblico diventa ogni giorno più difficile accettare l’ idea di un Paese duale, ossia diviso tra l’ Italia delle aziende e della gente che vi lavora e l’ Italia della pubblica amministrazione.

 

E’ divenuto oramai indispensabile affrontare il tema dei costi esagerati della politica. Costi diretti, perché abbiamo il record di 150 mila eletti, naturalmente tutti retribuiti, dai Municipi ai Comuni, dalle Province alle Regioni, dal Parlamento italiano al Parlamento europeo. Sono diventati pesantissimi i costi indiretti perché troppo spesso un modello politico-istituzionale così barocco si traduce in ingerenze, interdizioni, accanimenti burocratici e amministrativi che pesano in maniera intollerabile sulle imprese e sui cittadini. E da qui dai costi della politica che bisogna cominciare a tagliare. Alla maggioranza come all’ opposizione compete la responsabilità di un profondo ammodernamento dello Stato nella direzione dell’ efficienza, della concorrenza, della semplificazione, del merito.

 

 

 

 

 

 

 

TORNA IL PALAZZO

 

di Ezio Mauro

 

http://www.wallstreetitalia.com/articolo.asp?ART_ID=428597

 

 

 

Da ieri, con la denuncia del Capo dello Stato Napolitano, la questione è posta, e non è più possibile eluderla. Le parole sono chiare: preoccupazione per il “distacco” tra politica, istituzioni e cittadini;  allarme per la “tenuta” dello stesso sistema democratico. È dunque una questione di democrazia, quella che pone il Presidente. Potremmo dire che siamo davanti al rischio conclamato di una regressione democratica.

 

 

 

  • Guidando il governo, la sinistra ha la responsabilità del disincanto nel paese, e la legge finanziaria ne è il detonatore, mentre l´impopolarità del governo rischia di essere la nuova cifra del rapporto tra i cittadini e lo Stato, tornato Palazzo trent´anni dopo. La Finanziaria ha senz´altro un elemento di rigore positivo. Ma il senso generale che si è depositato nel Paese è fortemente negativo, e questa negatività che separa Stato e cittadini sovraesponendo la leva delle tasse è il nocciolo della questione politica di oggi.

  • La destra sbaglia però cercando un lucro immediato di questa crisi.

  • Epifani e Montezemolo? Non contano.

  • Nella distanza tra Stato e cittadini, nel disincanto, persino nella protesta che Berlusconi ha portato in piazza c´è, evidente, qualcosa di più generale, di sistemico, che intacca le istituzioni e corrode lo stesso discorso pubblico, senza distinzioni.

  • È la fine di ogni intermediazione riconosciuta e accettata, sia di tipo organizzativo sia di sistema culturale, che genera solitudine politica. Ed è la percezione di un mancato riconoscimento di pezzi di società ribelli ad un modello concertativo asfittico, se pensa di racchiudere l´Italia del nuovo secolo in un accordo con Montezemolo ed Epifani. È, ancora, la coscienza di un´esclusione dalla dimensione primaria della politica, perché la partecipazione semplicemente non è prevista, a destra come a sinistra: e la campana di Mirafiori suona per tutti, come richiesta estrema, finale di rappresentanza.

  • La differenza tra destra e sinistra è che Berlusconi può fingere di interpretare il risentimento democratico come politica, perché in realtà l´antipolitica è una forma di espressione primaria del populismo, mentre Prodi non può. Prodi e i leader della sinistra devono giocare il tutto per tutto puntando subito sulla carta del partito democratico come apriscatole di un sistema bloccato, come nuovo linguaggio politico, baricentro di una cultura di riforme che oggi l´Unione non ha. Non c´è un´altra strada. Anche perché governare in nome della sinistra e assistere a questo sentimento progressivo di perdita della cittadinanza prima ancora che un´impossibilità numerica è una contraddizione concettuale, culturale e politica.

 

 

 

 

 

 

 

QUEST’ ITALIA DEGLI SCIOPERI E DELLA PIAZZA

 

di Enrico Cisnetto

 

Il Foglio

 

http://www.wallstreetitalia.com/articolo.asp?ART_ID=411020

 

 

 

 

I riformisti sanno che il problema del nostro paese non sono le iniquità, ma il declino. La Finanziaria è una delusione. E non per i motivi che spingono taluni nel centrodestra a voler scendere in piazza: non perché faccia versare “lacrime e sangue” ai ceti medi – cosa non vera – in nome di un’equità che peraltro non c’è, ma perché non contiene nulla di veramente strategico e autenticamente riformista per far uscire il paese dal declino.  Ma Padoa-Schioppa aveva comunque una via d’uscita – oltre a quella delle dimissioni, che ha fatto bene a non praticare – ed è quella contenuta in due numeri che lui conosce bene.

 

 

  • Il primo riguarda le entrate fiscali, che nel primo semestre sono aumentate del 12,3 per cento rispetto al 2005: 19.674 milioni in più, che portano a circa 180 miliardi il gettito complessivo.

  • La seconda cifra attiene al fabbisogno del settore statale, che nei primi nove mesi è stato pari a 44,4 miliardi, rispetto ai 69,008 dello stesso periodo dell’anno scorso (-25,6 miliardi). Dunque, al netto dei rimborsi Iva dovuti alla sentenza Ue sulle auto aziendali – che comunque anche la Finanziaria non ha conteggiato – c’erano le condizioni per considerare meno oneroso del previsto il rientro al di sotto del 3 per cento del deficit-pil, tanto più che nella stessa relazione previsionale s’indica per il 2006 non più il 4,1 per cento scritto nel Dpef ma il 3,6. Il che significa una manovra di rientro da 11-12 miliardi, non di più. Si potrà dire: e se quelle entrate non fossero strutturali, cosa succederebbe il prossimo anno? Vero, ma cosa c’è di strutturale nella manovra attuale?

  • Insomma, una volta accertato che la grande cornice della Finanziaria avrebbe moltiplicato gli errori – rovesciando il rapporto di 1/3 di aumenti di tasse e 2/3 di riduzioni di spese inizialmente previsto – forse era meglio scegliere la via minimalista, riducendone drasticamente il perimetro. obiettivi da perseguire – oltre al risanamento e allo sviluppo, si era evocata l’equità, come se questa potesse prescindere dalla ripresa economica, di cui può essere solo una conseguenza – avrebbe dovuto mettere sull’allerta. tentare di ridare una speranza al paese dopo un quindicennio disastroso. Certo, è difficile cambiare di segno a una Finanziaria che doveva essere di risanamento e sviluppo con qualche concessione all’equità, e che invece è diventata di presunta equità, di risanamento non strutturale e di sviluppo residuale.

  • Tuttavia, proprio perché il perimetro della Finanziaria è largo, tanto vale provare a ridare centralità alla questione della crescita, collegandola al ddl Bersani cosiddetto “Industria 2015”. L’obiettivo prioritario deve essere quello di un piano per la riconversione produttiva del nostro sempre più marginale capitalismo. I riformisti sanno che il problema dell’Italia non sono le iniquità, ma il declino. E che con questa Finanziaria e con l’opposizione in piazza ci sono buone probabilità che lo si aggravi. Ora c’è bisogno, più che di voti, di testa e cuore, di intelligenza e passione –

 

 

 

 

 

 

Un bilancio non all’altezza

 

di Mario Monti

http://www.corriere.it/Primo_Piano/Editoriali/2006/10_

Ottobre/08/monti.shtml

 

 

 

Sono modesti anche gli interventi strutturali sull’economia. Avevamo salutato con entusiasmo le liberalizzazioni decise a luglio, presentate come l’inizio di una nuova politica economica, orientata ai consumatori e non più alla tutela conservatrice degli interessi dei produttori. Speravamo che questa linea si estendesse a categorie più vicine alla base sociale della maggioranza, inclusi i lavoratori dipendenti, anche del settore pubblico. Nell’interesse, soprattutto, dei giovani e dei disoccupati. Da allora, i segnali non sono stati incoraggianti. Mentre il nuovo corso della Banca d’Italia sta già dimostrando che l’apertura al mercato dà frutti, nel governo riappaiono disegni dirigistici di politica industriale, che presuppongono una visione strategica e capacità amministrative non facilmente rinvenibili neppure in Francia, Alcuni casi di rapporti opachi  tra politica e imprese penalizzano l’immagine dell’Italia. Il provvedimento della Finanziaria sul Tfr — forse elusivo delle norme europee sulla contabilità pubblica, certo contrario nello spirito a quelle contro il finanziamento forzoso degli Stati — allontana la prospettiva di un sistema previdenziale e di un mercato dei capitali moderni. La ownership di questa politica economica, che certo ha una sua dignità, viene rivendicata con civile coerenza dalla sinistra radicale e dal sindacato. Ma difficilmente eviterà il declino dell’economia italiana.

 


IERI IL CAVALIERE, OGGI PRODI

 

di *Bill Emmott

 

Ex direttore dell’Economist , collaboratore editorialista per il Corriere della Sera

 

 

 

La finanziaria fa male all’Italia. Bluff, lacerazioni, un bilancio a misura di «Patto di stupidità». Berlusconi ha di che ringraziare il centrosinistra. Ridurre il deficit, cioe’ colpire la domanda interna, non farà che accentuare le debolezze – Lenin sarebbe esterrefatto. No, non intendo il vero Lenin, quello imbalsamato nel mausoleo sulla Piazza Rossa, a Mosca. Sto parlando di me, l’uomo la cui fotografia, cinque anni fa, fu messa in prima pagina da il Giornale a dimostrazione del fatto che l’Economist, il settimanale di cui ero direttore, fosse effettivamente una pubblicazione comunista. Come spiegarsi, altrimenti, il fatto che avevamo appena definito Silvio Berlusconi «inadatto a governare» l’Italia?

 

 

 

 

  • Allora, presi questo particolare attributo della mia somiglianza a Lenin soltanto come un simpatico scherzo, e pensai che questo attimo di notorietà sarebbe senz’altro passato velocemente. Non immaginavo che quell’episodio potesse dar vita a un nuovo e sempre intrigante, personale interesse per l’Italia. Di ciò, devo ringraziare un uomo: Silvio Berlusconi. Perché? A pensarci ora, appare scontato. Grazie al Cavaliere, mi sono visto costretto a prestare particolare e personale attenzione a ciò che di lui scrivevamo e dicevamo: dapprima poiché nella sua figura vedevamo un qualcosa di estremamente eccezionale e insolito in quella che è una ricca democrazia occidentale e, in seguito, anche perché ci ha citato due volte per diffamazione (le cause sono ancora pendenti).

  • Ma, soprattutto, mi ha spinto a chiedermi come l’Italia abbia potuto fare di un uomo così il suo presidente del Consiglio, un uomo il cui conflitto di interessi rappresenta un caso unico in tutti i governi delle democrazie avanzate, e che, ai miei occhi, è stato emblema dei pericoli che sorgono quando i grandi protagonisti del mondo degli affari e i governi superano una certa soglia di distacco. Non posso dirmi sicuro di essermi almeno avvicinato a una risposta a quella domanda. In tanti, e molto più esperti di me, ci hanno già provato in passato, e altrettanti tenteranno senz’ altro in futuro. Ma il solo fatto di cercare spiegazioni al fenomeno è stato di enorme interesse, e pure divertente.

  • Ora, però, mentre inauguro questa collaborazione con il Corriere, mi viene in mente una delle possibili ragioni. Una ragione importante, e piuttosto spiacevole: la condizione, in Italia, dei partiti di centrosinistra. Che dovrebbero attribuirsi buona parte della responsabilità del fenomeno Berlusconi. La nota di richiamo arriva, com’è ovvio, dalle vicissitudini quotidiane del governo Prodi. Quest’ultimo ha dato molteplici dimostrazioni di coraggio, data l’esiguità della sua maggioranza parlamentare. Gli do merito, soprattutto, degli sforzi intrapresi dal suo governo per abbattere le barriere che ostacolano la concorrenza e bloccano la nascita di nuove imprese italiane in troppi settori, pur con gli inevitabili compromessi che tale ventata di liberalizzazioni ha implicato.

  • La rinascita economica dell’Italia, infatti, potrà avvenire soltanto se i governi riusciranno a rimuovere le tante leggi e gli ostacoli burocratici che impediscono alle imprese, sia grandi che piccole, di esprimere la propria autentica creatività e intraprendenza. Dunque, il governo Prodi è partito con il piede giusto. Poi, però, si è guastato con la Finanziaria, e di cui proprio in queste ore si discute in Parlamento. In termini macroeconomici, essa parte da una falsa premessa. Ossia, dal presupposto che la vera priorità sia la riduzione del deficit di bilancio, al fine di ottemperare ai criteri fissati dal Patto di stabilità e crescita per i Paesi della zona euro. Quando il Professore era presidente della Commissione Ue, lo definì il «Patto di stupidità», e aveva ragione. L’economia italiana è tra le più deboli di Eurolandia. Ridurre il deficit di bilancio, ergo colpire la domanda interna, non farà che accentuare questa debolezza.

  • La vera priorità dovrebbe essere non il deficit, ma la riforma del fisco. Ossia, cambiare le modalità di imposizione fiscale e rivedere i criteri di spesa. Ma questa Finanziaria, concentrata esclusivamente sul deficit, peggiorerà le cose invece di migliorarle. Il trucco di cui il governo si è servito per far quadrare i conti è eccessivo: trasferire il Tfr ai fondi pensione, rimettendo il tutto alla voce «entrate», è un bluff. E la stretta fiscale sui redditi alti è un passo all’indietro, in senso contrario ai trend degli altri Paesi Ue, e reso necessario dalle pressioni dell’ala più oltranzista della coalizione e dai falliti tentativi di tagliare, quella sì, la spesa pubblica. Bluff, pressioni, un bilancio a misura di «Patto di stupidità», lacerazioni. Silvio Berlusconi ha di che ringraziare il centrosinistra, sia per l’ascesa al potere di ieri, sia per l’odierna permanenza sulla scena politica. Ma io devo ringraziare lui, per l’opportunità di scrivere questo commento. Grazie, Silvio. (Traduzione di Enrico Del Sero)

 

 

 

 

 

 

 

L’esecutivo e le liberalizzazioni: Gli strani alleati dei conservatori , I partiti, «rifondazione comunista»
di Mario Monti

 

 

 

Quando Francesco Rutelli ha consegnato a Romano Prodi il suo progetto sulle liberalizzazioni, pubblicato ieri dal Corriere, immagino che il presidente del Consiglio gliel’abbia strappato di mano. Primo, per non perdere neanche un minuto nel varo di un programma volto a «porre al centro il cittadino-consumatore», a passare «dall’economia corporativa all’economia competitiva».

 

  • Secondo, perché il progetto, decisivo per il futuro del Paese e riguardante diverse competenze, deve essere guidato personalmente dal primo ministro o, come nella felice esperienza dell’Irlanda, da un vicepremier con specifica delega e i necessari poteri. L’impostazione proposta è organica e tutt’altro che «selvaggia». È organica, perché non è una lista suggestiva di tre o quattro liberalizzazioni garibaldine ( utili sul piano pedagogico, meno utili sul piano operativo per la scarsa attenzione ai percorsi di fattibilità, a volte addirittura controproducenti perché consentono agli avversari di dipingere i fautori delle liberalizzazioni come astratti e pericolosi libertari).

  • No, questo è un vero piano articolato di riforme fattibili, che individua i molti settori in cui i consumatori e la competitività del Paese pagano le conseguenze di posizioni di rendita di alcune categorie o corporazioni. E non è certo una linea «selvaggia»: propone ammortizzatori sociali per accompagnare le liberalizzazioni, indica come combattere più efficacemente cartelli e monopoli. Il governo Prodi si muove nella logica dell’ economia sociale di mercato. Ha finora rivolto il suo impegno soprattutto ad accrescere l’orientamento sociale, com’è normale per un governo composto dalla sinistra e da una parte del centro. Sarebbe un errore ritenere che, ora, un’accentuata attenzione alla componente di mercato significherebbe un «colpo alla botte», per soddisfare i «moderati», dopo il «colpo al cerchio» dato con l’attenzione al sociale.

  • Rendere più efficienti le strutture di mercato, anche con politiche di liberalizzazione, significa rendere più sostenibile la maggiore socialità, grazie ad un’economia più competitiva; significa non ridurre, ma accrescere ulteriormente l’equità sociale. Maggiore concorrenza vuol dire vantaggio del consumatore rispetto all’impresa protetta, dell’impresa minore rispetto all’impresa dominante, dell’utente di servizi pubblici rispetto a categorie che a volte godono di privilegi ingiustificati. A vantaggio, soprattutto, dei giovani senza lavoro, che solo da un’economia più competitiva, meno zavorrata da chiusure corporative, possono attendersi un futuro con qualche speranza. Il progetto di Rutelli, che immagino Prodi vorrà fare proprio, oltre a suggerire una serie di nuovi provvedimenti, servirà a dare un quadro d’insieme capace di rendere più apprezzati dai cittadini i passi compiuti sulla via delle liberalizzazioni dalle iniziative di luglio di Pierluigi Bersani e di quelle in corso di varo di Linda Lanzillotta sui servizi pubblici locali e di Clemente Mastella sulle professioni.

  • Il consenso e il sostegno dei cittadini, dei consumatori, degli utenti sarà importante, per superare le prevedibili forti resistenze. Resistenze che verranno, come è normale, da coloro che, a seguito delle nuove misure, vedrebbero ridursi protezioni e rendite: qualche grande impresa, aziende che esercitano servizi pubblici locali, esponenti politici e amministratori degli enti locali, organizzazioni sindacali del pubblico impiego, ordini professionali.

  • Non riesco invece a credere alle voci di stampa secondo le quali i grandi sindacati e alcuni partiti di sinistra osteggerebbero nettamente la linea presentata da Rutelli e in parte già avviata dagli altri ministri citati. Come potrebbero queste forze importanti della società italiana spiegare ai loro aderenti, ai ceti che ritengono di rappresentare, un’opposizione a misure che darebbero a questi vantaggi concreti e maggiore dignità, riducendo i privilegi di altre categorie sociali oggi più favorite? Una «rifondazione comunista» è una meta legittima, che può anche essere considerata nobile. Ma se nel perseguirla si opera, involontariamente, per un’arcaica «conservazione capitalista», si aiutano di fatto le forze corporative a mantenere il capitalismo italiano in una condizione inefficiente, a danno dei più deboli, qualche interrogativo deve pur porsi.

 

LA DISSOLUZIONE
DEI COMUNISTI

 

di Paolo Conti

 

http://www.wallstreetitalia.com/articolo.asp?ART_ID=430727

 

 

 

Parla Velardi, uomo della “sinistra di mercato” come ce ne vorrebbero, in Italia, tipo Nicola Rossi. «Il Pci era al 34%, oggi i Ds al 16%. Se non saltano il guado, se non si impegnano sul riformismo i Ds rischiano di sparire».

 

«Sapevo da tempo quanto Nicola fosse vicino a un gesto di indubbio valore simbolico per un uomo di grande misura, un vecchio gentiluomo meridionale di impianto liberale, poco avvezzo alle pratiche feroci della politica». Claudio Velardi è al volante, torna a Roma da una vacanza in Provenza.

 

 

  • Per l’ex colonna del dalemismo l’addio di Nicola Rossi alla Quercia era chiaro da mesi: «Ogni volta che lo vedevo, mi appariva più pessimista sul riformismo della sinistra» Velardi e Rossi si conoscono dal luglio 1994, data di elezione di Massimo D’Alema alla segreteria Pds, «e di fondazione del famigerato staff dei D’Alema boys», ride. L’elenco è rapido: «Fabrizio Rondolino ed io. Poi Gianni Cuperlo e Claudio Ligas… Intorno tre gruppi di lavoro sulle riforme sociali». Velardi ne parla col distacco di chi oggi guarda a un futuro di lobbysmo contemporaneo col suo «Retionline»: «Mettemmo su un vero progetto di nuovo welfare. Fase bella, creativa. Niente “politica”. Ma politiche, scelte concrete».

  • Nicola Rossi emerse subito «come l’uomo che aveva le idee più innovative». Un’era finita subito: «Mi fanno ridere certi giovanotti che oggi parlano di morte del dalemismo. Ma se è morto col discorso di chiusura del Congresso Pds del 1997!» Ovvero? «Quel giorno D’Alema spinse l’acceleratore su riforme e pensioni. C’era molto lavoro di Nicola… Ad ascoltarlo Berlusconi, Bertinotti, Fini. Tutti impressionati. Fu l’apice e la fine del Dalemismo».

  • Perché? «Alla fine D’Alema venne circondato da cinquanta burocrati del sindacato che gli chiesero conto delle sue parole. E non se ne parlò più. L’estremo tentativo per le riforme fu la Bicamerale, e sappiamo com’è finita». Dopo il passaggio a palazzo Chigi dei Lothar Boys, comincia la diaspora dei dalemiani: «Un lento, progressivo abbandono. D’Alema? C’è la sua carriera, benone, siamo contenti di ciò che di bello è in grado di fare. Ma il riformismo dalemiano è finito allora».

  • Che fare, Velardi? «L’unica via è il partito democratico. Sarà ciò che è giusto che sia: un gran calderone, uno scontro tra anime diverse.

  • Ma è lì che i riformisti dovranno contarsi e decidere di pesare. Raggiungeranno il 3, il 5 per cento nel congresso? Meglio dello zero per cento di oggi. Dico ai Latorre, ai Polito, ai Cuperlo: liberatevi dagli apparati, diventate più visibili. Che so, mettete su una corrente riformista in Parlamento».

  • Quindi è d’accordo proprio con Rossi quando dice che aderire al gruppo parlamentare dell’Ulivo senza tessera può essere un primo passo verso il partito democratico? «Certo. Infatti anche lui se la prende con gli apparati».

  • Ha letto Antonio Polito? Finito il dalemismo «siamo diventati erranti senza partito»: «Vero. Ma proprio per questo bisogna organizzarsi. Anche lui se ne sta un po’ acquattato nella Margherita e non riesce a fare vere battaglie». Avvertono Nicola Latorre e Anna Finocchiaro: attenzione, il riformismo non si impone dall’alto. Un’altra risata: «Dall’alto, dal basso… mi pare un alibi. Se aspettiamo un corteo per la riforma delle pensioni stiamo freschi. C’è da convincere il popolo della sinistra che quella riforma riguarda tutti i nostri figli».

  • Francesco Giavazzi calcola: i Ds hanno mandato al governo 9 ministri, 7 viceministro, 20 sottosegretari, davvero non c’era posto per Rossi? La reazione di Velardi è immediata: «Sulla sete di potere del mio amico Nicola metto la mano sul fuoco: un signore dell’ottima borghesia, gran professore universitario, produce buon vino, non ha fregole di posti. Ma se i Ds hanno confermato grosso modo la squadra del 1996 è chiaro che la domanda di Giavazzi è legittima».

 

 

 

C’è chi teme la dissoluzione dei Ds, Velardi. Lei? «Il Pci era al 34%, oggi i Ds al 16%. Se non saltano il guado, se non si impegnano sul riformismo i Ds, entità transeunte come il Pds, cioè “qualcosa” che non è mai davvero uscita dalla storia del Pci, rischiano la più lenta delle erosioni. Il 16, poi il 14. Dopo chissà».

 

Pietro Ichino:
I Medici e fannulloni

 

Quando i certificati diventano troppo facili

 

Milioni di giornate di malattia di nullafacenti sani come pesci, certificate da medici irresponsabili

 

10 aprile 2007
 

 

Click here: [url=http://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2007/04

_Aprile/10/medici_fannulloni_ichino.shtml]

link-I Medici e fannulloni [/url]

 

 

Nei giorni scorsi gli Ordini dei medici hanno protestato contro l’accenno, contenuto nel mio ultimo articolo, alla loro inerzia di fronte ai milioni di giornate di malattia di nullafacenti sani come pesci, certificate da medici irresponsabili. «Non è compito nostro controllare le certificazioni», obiettano gli Ordini. E poi: «Il medico curante non può che fidarsi di quel che gli dice il paziente». In qualche caso è vero: di fronte a una crisi improvvisa di emicrania o di lombalgia anche il medico curante ha scarse possibilità di verifica. Ma in moltissimi casi la mala fede del medico è evidentissima. Uno di questi, il più clamoroso per dimensioni, è quello degli 800 certificati di un giorno di malattia rilasciati a Fiumicino il 2 giugno 2003 ad altrettanti assistenti di volo dell’Alitalia, che intendevano così bloccare i voli senza preavviso, nel corso di una vertenza sindacale.

 

  • «Strafottente “sciopero sanitario” di hostess e steward», lo definì Michele Serra sulla Repubblica; «malcostume sindacale e dei medici» titolò il Corriere in prima pagina. Ma l’Ordine non mosse un dito. Assistiamo tutti i giorni a casi in cui la mala fede del medico curante è altrettanto evidente; e, anche quando questi vengono denunciati, l’Ordine chiude entrambi gli occhi. È, per esempio, il caso del medico di una Asl friulana che, il 5 febbraio 2004, «certifica» una prognosi di 20 giorni per un’impiegata bancaria, indicando che essa è – quel giorno stesso – reperibile a Santa Fe in Argentina, pur essendo l’assenza imputabile soltanto a un «trattamento fisioterapico per artrosi post-traumatica della caviglia»; il 24 giugno successivo identica certificazione, con paziente reperibile sul Mar Morto; per l’Ordine e la Asl, cui la cosa viene denunciata, la certificazione è «professionalmente corretta e contrattualmente ineccepibile».

  • L’Ordine non ha mosso un dito neppure nel caso del professor M. di un liceo di Milano, denunciato dal Corriere il 16 ottobre scorso, che da anni per centinaia di volte si è fatto certificare infermo regolarmente nelle giornate di lunedì, di venerdì, o di ponte tra due festività, e sempre al paesello natale in Sicilia; o nel caso del sig. A. di Parma, cui il medico certifica per tre volte di seguito 30 giorni di lombosciatalgia, senza disporre alcun accertamento diagnostico, né tanto meno alcuna terapia; o nel caso del sig. D. di Roma, che il giorno stesso in cui gli viene comunicato il trasferimento a un ufficio a lui sgradito è colto da «depressione del tono dell’umore», per la quale il medico di famiglia arriva a prescrivere complessivamente sei mesi di astensione dal lavoro, ma non una visita specialistica, e neppure alcuna cura appropriata.

  • Né gli Ordini hanno mai preso alcuna iniziativa di fronte al fenomeno delle certificazioni puntualmente rilasciate ogni anno a comando da migliaia di medici ad altrettanti membri esterni delle commissioni per gli esami di maturità, per consentire loro di sottrarsi alla chiamata. Certo, questo potere di autorizzare chiunque a «mettersi in malattia» può essere gratificante per un medico di scarsa levatura professionale; mentre, al contrario, rifiutare un certificato di comodo può costargli la perdita di un paziente. Ma ci sono anche molti medici seri che al proprio interesse antepongono il dovere. E comunque la compiacente certificazione a comando costituisce una grave violazione del codice deontologico, il quale imporrebbe al medico, quando egli attesta un’infermità, di farlo con «formulazione di giudizi obiettivi e scientificamente corretti» (art. 24). Il fatto che, di fronte a una violazione così platealmente diffusa e culturalmente radicata, sia addirittura il presidente della Federazione Nazionale degli Ordini dei medici a giustificare l’inerzia di questi organismi (Corriere del 23 marzo, p. 53) la dice lunga sulla questione se essi siano davvero posti a garanzia dell’interesse della collettività, o non agiscano invece di fatto come una sorta di sindacato nazionale obbligatorio di categoria. Va anche detto che a questa vera e propria frode istituzionalizzata concorre il sistema dei controlli sulle malattie dei lavoratori.

  • Basti osservare in proposito che nei moduli sui quali i medici dei servizi ispettivi dell’Inps e delle Asl redigono i referti delle loro visite domiciliari non è neppure contemplato l’accertamento dell’inesistenza dell’impedimento: il peggio che può accadere al falso malato è di essere dichiarato idoneo a riprendere il servizio il giorno successivo a quello della visita ispettiva (salva «ricaduta» la sera stessa della visita, che il medico curante può sempre tornare a certificare). Né i magistrati penali e del lavoro brillano per reattività di fronte al fenomeno: quante sentenze pilatesche si leggono quotidianamente, nelle quali il giudice chiude entrambi gli occhi di fronte a incongruenze evidentissime tra la diagnosi «certificata» e il difetto degli accertamenti necessari o delle terapie appropriate, oppure di fronte a circostanze che escludono l’impedimento al lavoro. Fra le molte tare che riducono la capacità di competere del nostro Paese c’è anche questa; per valutare quanto essa ci costi, basti confrontare i tassi di assenteismo delle nostre aziende e amministrazioni pubbliche con quelli dei nostri partner europei. Sull’Unità del 1˚ aprile Furio Colombo mi rimproverava di tuonare contro i nullafacenti senza considerare che le retribuzioni italiane sono tra le più basse in Europa, addirittura la metà di quelle britanniche; ma a deprimere le nostre retribuzioni sono anche gli enormi sprechi e lassismi come questo:

 

 

 

PERCENTUALI – «Il tasso di assenza per malattia di un lavoratore autonomo – spiega poi Ichino per fare un confronto – è dell’1/1,5%. Tra i lavori dipendenti di un’azienda privata varia tra il 4 e il 6%. Nel settore pubblico si arriva invece a volte al 12/14%. i tassi di assenteismo britannici sono la metà dei nostri. Ecco, bisogna fare qualcosa».

 

 

Tutti devono fare la loro parte per correggere questa stortura: il governo, le imprese, i lavoratori, i sindacati, i giudici, i medici. E, ovviamente, anche chi è preposto al controllo dell’operato di questi ultimi.

 

 

 

 

 

Certificati facili «Servono sanzioni, controlli e più rigore»
«I medici devono fare il proprio dovere anche rischiando di perdere un paziente. E l’Ordine intervenga nei casi di lassismo» 

 

 

Nel nostro Paese, in generale, «manca il senso del bene comune». E i medici compiacenti che rilasciano certificati troppo facili rappresentano un «enorme spreco». Per questo, il problema dell’assenteismo dal lavoro va risolto attraverso una serie di misure: «sanzioni, controlli più efficaci e maggior rigore». Dopo il suo articolo «Medici e fannulloni: la fabbrica dei certificati facili» pubblicato sul Corriere del Sera, Pietro Ichino ha affrontato di nuovo il problema. «L’Ordine dei medici – ha subito puntualizzato Ichino – deve intervenire ogni volta che un certificato presenta un’incongruenza evidente, Purtroppo, invece – ha aggiunto Ichino – gli Ordini spesso in Italia non svolgono questa funzione di controllo e di sanzione».

 

 

  • LASSISMO – «Il problema è che nel nostro Paese manca il senso del bene comune – ha aggiunto il giuslavorista -. Siccome paga Pantalone sembra che non paghi nessuno. In realtà paghiamo tutti. Gli stipendi sono bassi anche a causa di queste forme di lassismo».

  • PERCENTUALI – «Il tasso di assenza per malattia di un lavoratore autonomo – spiega poi Ichino per fare un confronto – è dell’1/1,5%. Tra i lavori dipendenti di un’azienda privata varia tra il 4 e il 6%. Nel settore pubblico si arriva invece a volte al 12/14%. i tassi di assenteismo britannici sono la metà dei nostri. Ecco, bisogna fare qualcosa».

  • SERIETA’ – Tra le centinaia di messaggi ne arriva uno di un medico che denuncia come spesso la categoria sia «ostaggio dei propri clienti». «È vero, ma purtroppo accade dell’altro. A volte è il medico che chiede di quanto giorni il paziente abbia bisogno, invece che stabilirlo egli stesso. Bisognerebbe avere il coraggio di perdere un paziente pur di fare il proprio dovere. E i vari Ordini dovrebbero stimolare un maggiore senso di responsabilità».

  • TETTO – Qualcuno propone un tetto massimo ai giorni di malattia. «Non sarebbe una buona soluzione – dice Ichino – perché si priverebbe della necessaria assicurazione chi si ammala per davvero. Quello che bisogna fare è combattere gli abusi». E perché – suggerisce un lettore – non togliere il diritto di revoca del medico? «Potrebbe stabilirsi l’irrevocabilità del medico curante per un certo tempo, in modo da evitare la ricerca del medico più compiacente. Questa misura ridurrebbe la preoccupazione del medico di perdere un cliente. Ma se la maggior parte dei medici facesse il proprio lavoro, il paziente che abbandona il proprio medico perché non è compiacente non ne troverebbe tanto facilmente un altro disposto a fargli un certificato fasullo».

  • MISURE – Cosa si può fare concretamente? «Le sanzioni sono necessarie, perché rappresentano un disincentivo. Non è vero che gli Ordini non possono fare nulla, in molti casi possono sanzionare il comportamento del medico. Anche la serietà può essere incentivata, con iniziative che incidano sul comportamento professionale. Si possono poi studiare misure amministrative di controllo: ad esempio, conteggiare quanti giorni di malattia vengono certificati da ciascun medico curante».

  • SANZIONI – «Ci sono casi in cui la simulazione della malattia è evidente – insiste Ichino -. L’Ordine dei medici dovrebbe intervenire con decisione, sanzionando il medico. Fino a oggi ciò non è avvenuto. Io dico che potrebbe intervenire anche il pubblico ministero, perché siamo in presenza di un vero e proprio reato».

 

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