Gli sprechi e le ruberie della Politica e della P.A.

FIRMA LA PETIZIONE DI SUPPORTO ALLA RICHIESTA DI “REFERENDUM” PER ABBASSARE I PRIVILEGI E LE PENSIONI DEI POLITICI ITALIANI

 

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Debito Pubblico e Spesa Pubblica Amministrazione

 

 

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La giungla dei privilegi

 

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Stipendi folli, auto blu, biglietti gratis, poltrone assicurate, bonus faraonici. Dai politici ai manager, dai religiosi ai sindacalisti, tutti i benefici-scandalo. Che gli italiani vedono crescere sempre di più.

 

 

Ancora di più. Le caste dei diritti acquisiti non si arrendono e continuano a fare incetta di nuovi privilegi. C’è chi si muove personalmente, con modi tra il piratesco e l’autoritario. E chi marcia compatto nei ranghi delle corporazioni, unica istituzione che sopravvive allo sfascio di partiti e pubblica moralità. Ma tutti puntano a un solo obiettivo: ritagliarsi quell’orticello di vantaggi protetti, svincolati da meriti e risultati. Un po’ per interesse, spinti dalla brama di guadagni sicuri; un po’ per la voglia di emergere ostentando status symbol come l’auto blu; un po’ per una mai sopita vocazione da hidalgo che fa sentire superiori ai comuni mortali e all’obbligo di pagare biglietti. Certo: il vizio è atavico. Ed è sopravvissuto a ogni rivoluzione egualitaria, a ogni processo di razionalizzazione, a ogni ondata di modernità e moralità: particolarismo, egoismo e protezionismo; la sacra trinità di una passione italica immortale. Che nessuna crisi e nessuna stretta riesce a sconfiggere.

 

 

In generale, il disgusto per questa corsa al tesserino e al piedistallo lascia spazio a una grande rassegnazione. No, la speranza non viene né dai politici, né dai sindacati, percepiti anzi come alfieri del beneficio garantito: c’è il sogno della rivolta di base, animata dalle associazioni dei cittadini (31 per cento) e magari mobilitata da un ruolo più pungente dei mass media (28). Perché il privilegio si allarga e contagia nuove categorie, tutte avide di ritagliarsi una fettina di onnipotenza. Pubblico, privato; laici e cattolici; guardie e ladri; tutti uniti nel difendere la loro isoletta dorata.

Anzi, come dimostra il sondaggio Swg realizzato per conto de ‘L’espresso’, la maggioranza degli italiani è convinta che il fronte dei ‘lei non sa chi sono io’ stia costantemente crescendo. E non si illude di sconfiggerli: per la metà degli intervistati nessuno può far arretrare i sistemisti del benefit a spese altrui. Solo un terzo ritiene che il premier Romano Prodi possa scendere in campo con successo contro il dilagare dei cavalieri dell’indennità facile e ancora meno (il 14 per cento) ripone fiducia nelle capacità del suo predecessore Silvio Berlusconi: insomma, per il 49 per cento entrambi sono impotenti.

 

 

 

Hit parade che oggi restano molto convenzionali:

 

 

  • Al primo posto tra i benefici che provocano irritazione ci sono gli stipendi dei politici: detestati dall’83 per cento degli italiani, con una quota che sale fino al 94 tra gli elettori del centrodestra e scende all’80 tra quelli dell’Unione;

  • Seguono le paghe dei manager pubblici, da sempre sospettati di inefficenza e lottizzazione, invisi al 73 per cento del campione;

  • i vantaggi diretti, la Bengodi delle auto di servizio, dei passaggi gratis in aereo e dei pranzi a auf di cui approfittano tante categorie tra il pubblico e il privato: il 72 per cento li vorrebbe cancellare;

  • i posti prioritari da nepotista dei figli dei boiardi-baroni che assieme alle università colonizzano anche il futuro del Paese;

  • l’ondata di baby pensionati nelle amministrazioni statali ha creato una massa di invidia e malcontento consolidati nel 58 per cento;

  • le ferie lunghe che vengono attribuite a insegnanti e magistrati, il segno di una scarsa considerazione nella produttività delle due categorie.

  • Quello che invece finisce nel conto di manager privati non sorprende più di tanto e non sembra scatenare sentimenti particolarmente negativi

 

Intanto però il bestiario si arricchisce di nuove figure:

 

  • di speculatori squattrinati che vivono da nababbi sulle spalle del risparmiatore. Ne studiano tante e così velocemente da spiazzare la popolazione. Perché le indennità record dei parlamentari, le lunghe vacanze di molti magistrati, i posti prioritari dei figli di boiardi sono vantaggi che tutti comprendono e tutti indignano. Mentre il top manager che con un investimento minimo sale al timone di una holding quotata a piazza Affari e si riempie le tasche di stock option riesce a sottrarsi all’ira delle masse. Come fa? Sfrutta l’ignoranza e la diffidenza per la Borsa: il sondaggio realizzato da ‘L’espresso’ dimostra che quattro italiani su dieci non sanno cosa siano le stock option e quindi non le vivono come un privilegio. Forse se si rendessero conto che con questo escamotage finanziario una pattuglia di capitani d’industria porta a casa milioni di euro extra, allora rivedrebbero le loro hit parade;

  • di procacciatori di prebende federaliste che proliferano nelle regioni.

 

 

Gli stipendi dei politici e le Camere a cinque stelle

 

Stipendi smisurati e una vita spesata, questo è il bello del rappresentare i cittadini. Forse troppo, tanto che, come dimostra il sondaggio Swg per ‘L’espresso’, gli italiani sarebbero felici di limare questo montepremi. Già, perché deputati e senatori incassano ogni mese più di 14 mila euro tra indennità, diaria e rimborsi vari. Allo stipendio di 5 mila e 500 euro bisogna aggiungere il rimborso di 4 mila euro per il soggiorno a Roma e altre 4 mila e 200 euro per ‘le spese inerenti il rapporto tra il deputato e l’elettore’ ( Al Senato questa voce ‘le spese inerenti il rapporto tra il deputato e l’elettore’ è aumentata di circa 500 euro al mese cosi’ arriva a 4 mila e 700 euro).

 

 

Il capitolo trasporti, telefono e computer portatile del parlamentare

 

 

Il parlamentare si muove come l’aria nel territorio nazionale. Infila la porta del telepass in autostrada senza ricevere nessun estratto conto, al check-in prende posto in business senza mettere mano al portafoglio e all’imbarco del traghetto non fa fila né biglietto. E i taxi? Niente paura. È previsto un rimborso trimestrale pari a 3 mila e 323 euro  al netto ( 1.107,9 euro mensile) per il deputato che deve percorrere fino a 100 km per raggiungere l’aeroporto più vicino al luogo di residenza. Mentre per i deputati che abitano a più di cento chilometri dall’aeroporto più vicino, il rimborso sale a 3.995,10 euro (  1.331,7 euro mensile).

 

  • L’angelo custode del bonus non abbandona il parlamentare nemmeno quando varca i confini nazionali per ‘ragioni di studio o connesse alla sua attività’: gli spettano fino a 3.100 euro all’anno (  258,33 euro mensile). Per avere un’idea del costo degli ‘onorevoli viaggi’ basti un dato: i soli deputati nel 2005 alla collettività sono costati per i soli viaggi 40 milioni.

 

Non paga nemmeno il telefono, fisso o mobile, fino a una bolletta massima  annua di 3.098 euro. (  258,22 euro mensile).

 

E ha diritto a un computer portatile e alla fine della legislatura (per tutelare la riservatezza dei dati) può tenerselo.

Il  trattamento pensionistico e la liquidazione del parlamentare

 

 

 

La liquidazione parlamentare, poi, non è meno regale, non quindi al compimento dei 65 anni, ma subito in unica soluzione, e’ l’equivalente del Tfr: 80 per cento dell’importo mensile lordo dell’indennità moltiplicato per gli anni della legislatura, ossia minimo 35 mila euro (  46.812 euro al netto, e’ esattamente la somma che si ricava dalla regola per la quale al termine del mandato parlamentare, il deputato riceve l’Assegno di fine mandato, in unica soluzione, che e’ pari all’80 per cento  (9.362,4  euro ) dell’importo mensile lordo dell’indennità  (11.703,64  euro ) x per ogni anno di mandato effettivo (o frazione non inferiore ai sei mesi), cioe’ normalmente x 5 anni.

Di tutti i privilegi, però quello che costa di più è il dopo. Ossia il trattamento pensionistico. Deputati e senatori, anche se in carica per una sola legislatura, maturano il diritto a una pensione straordinaria. Si chiama vitalizio e dovrebbe maturare al compimento dell’età di 65 anni. In realtà, se ha fatto più legislature il deputato, come un lavoratore usurato, può andare in pensione a 60 anni (che scendono a 50 per quelli delle precedenti legislature). Il vitalizio varia da un minimo del 25 per cento (2.925 euro) dell’importo mensile dell’indennità (11.703,64  euro lordo ) per chi ha versato solo i canonici cinque anni di contributi della singola legislatura. Ma arriva fino a un massimo dell’80/85 per cento (9.362 euro lordo) dell’indennità per chi ha più legislature alle spalle. Comunque, per maturare il diritto alla pensione non è necessario restare in carica cinque anni. In passato bastavano pochi giorni. Ora ci vogliono due anni, sei mesi e un giorno. E gli eletti dal popolo contano doppio: possono sommare la pensione dovuta per la loro attività professionale a quella ottenuta per rappresentare i cittadini.

 

Ottimi Consiglieri

 

 

Lo stipendio di consigliere regionale è circa 7 mila euro netti al mese.

Evviva il federalismo, evviva le regioni: ogni capoluogo si sente capitale, ogni assemblea vuole imitare Montecitorio.

Ma che bel mestiere fare il consigliere: Lombardia, Lazio, Abruzzo, Emilia Romagna, Calabria gli elargiscono il 65 per cento ( 7.606,9 euro lordi al mese ) dell’Indennità mensile riconosciuta al deputato ( 11.703 euro lordi al mese ).

 

  • E più si sentono autonomi, più si premiano. I sardi, infatti portano a casa l’80 per cento  ( 9.362,4 euro lordi al mese ) dell’indennità nazionale. A  cui vanno aggiunte tutte le voci previste alla Camera: la diaria, i rimborsi, la segreteria. A conti fatti si superano i 10 mila euro. E non è finita qui. I consiglieri isolani hanno inventato anche i fondi per i gruppi: 2 mila e 500 euro per ogni consigliere più altri 5 mila al gruppo di almeno cinque persone. Inoltre, quando sono a Roma, hanno diritto a un auto blu con autista. In passato la Sardegna si distingueva anche per le sue generose buonuscite: 117 mila euro per consigliere. La chiamavano ‘indennità di reinserimento’, come si fa con i tossici usciti da San Patrignano. Ora è stata ridotta a 48 mila euro, speriamo che non ricadano nel vizio.

  • Quella del reinserimento è una moda diffusa. Il Molise ha appena varato un sostanzioso “premio di reinserimento nelle proprie attività di lavoro” a tutti i consiglieri trombati o non ricandidati: così l’onorevole Aldo Patricello dell’Udc, dimessosi per diventare europarlamentare, si prende più di 72.700 euro ed è primo della speciale classifica, al pari dei diessini Nicolino D’Ascanio (attuale presidente della Provincia di Campobasso) e Antonio D’Ambrosio e a Italo Di Sabato di Rifondazione.

 

Ai privilegi infatti ci si affeziona. L’ex governatore pugliese Raffaele Fitto di Forza Italia aveva ottenuto l’auto blu per alleviare i primi cinque anni senza carica. La delibera è stata cambiata dopo le contestazioni, ma la giunta di sinistra non si è dimenticata degli ex: le pensioni sono state ritoccate. Al rialzo. Perché in Puglia il benefit è ecumenico: anche alcune delle 19 Lancia Thesis noleggiate dalla Regione sono a disposizione dei 12 assessori uscenti.

 

 

Le strade del bonus sono infinite

 

 

 

Un’altra veste giuridica per coprire l’ennesima erogazione va sotto il nome di indennità di funzione per i vertici di giunte e commissioni su misura. Per questo ogni giorno ne nasce una nuova. La Campania deteneva il record nazionale: l’anno scorso le commissioni erano 18. Ognuno dei presidenti intasca 1.650 euro in più al mese, oltre allo stipendio di consigliere regionale (circa 7 mila euro netti al mese).

 

  • Poi ci sono le spese di rappresentanza (in media 400 euro mensili) e quelle per il personale distaccato (9.550 euro al mese per un massimo di sei dipendenti a organismo): totale, 180 mila euro. La settimana scorsa, dopo un’ondata di indignazione, la Regione  Campania ne ha abrogate sei. Ma dal 2000 al 2005 le indennità dei consiglieri sono passate da 18 milioni a 30 milioni di euro all’anno mentre i benefit sono saliti da 18 a 30 milioni. Nella regione dell’emergenza perenne quei fondi potevano trovare impiego migliore.

 

 

In piedi entra la Corte

 

 

Per i semplici componenti, 370 mila euro l’anno; oltre 444 mila per i presidenti. Questo il tetto massimo delle retribuzioni lorde di quasi tutte le Authority: telecomunicazioni, energia, antitrust e Consob. I compensi sono fissati per legge e sono identici agli stipendi di giudici e presidente della Corte costituzionale, a loro volta legati agli andamenti della retribuzione del primo presidente della Cassazione. Il calcolo dei compensi è semplice.

 

  • Il primo presidente della Cassazione può arrivare a guadagnare fino a 246 mila 800 euro lordi l’anno, come (unica eccezione tra le autorità di garanzia) il Garante della privacy, il cui stipendio nel 2006 sarà in totale di 216 mila euro.

  • I giudici della Corte costituzionale hanno diritto invece a uno stipendio superiore del 50 per cento all’appannaggio del primo presidente di Cassazione, cioè 370 mila euro.

  • Mentre il presidente della Consulta incassa la stessa cifra (370 mila) maggiorata del 20 per cento. Totale: 444 mila euro lordi l’anno.

  • Tutti i membri della Consulta hanno diritto all’auto blu e a una struttura di segreteria. Il presidente ha diritto anche ad utilizzare i voli di Stato. Gran parte dei membri della Consulta ne diventano prima o poi presidenti, poiché la scelta ricade ormai sempre sul giudice in carica da più tempo, magari per pochi mesi (negli ultimi sette anni sono stati dieci). I presidenti emeriti sono attualmente 16: ciascuno di loro ha diritto vita natural durante a un’auto blu con autista. Ma anche da defunti possono contare su un particolare onore: una delibera del Comune di Roma stabilisce che a tutti gli ex presidenti della Corte trapassati sia dedicata una strada nel quartiere Aurelio.

  • I magistrati italiani hanno stipendi in media con l’Europa. Il meccanismo più discusso, in ogni caso, è quello degli scatti automatici. In parte tutela la toga coraggiosa dagli ingranaggi più odiosi del potere e della politica, ma non sfugge a nessuno che consenta anche carriere garantite e spesso sganciate dal merito. E paradossalmente a guadagnare di più sono quelli sospettati dai colleghi di lavorare di meno, ovvero i magistrati amministrativi. Ci sono poi i doppi canali: il Csm poi può autorizzare incarichi remunerati come le docenze. E un malcostume più volte denunciato riguarda il numero crescente di magistrati che lasciano sguarniti uffici di periferia delicati per assieparsi al ministero con ricche diarie. La vera variabile poi è il prestigio. In Italia, il magistrato, specie se maneggia inchieste penali, è un vero vip; all’estero non lo conosce nessuno. Tutto qui? Alla fine, il privilegio forse più vistoso è quello delle ferie: due mesi e mezzo ogni estate. I pm che hanno in mano le inchieste più scottanti lavorano lo stesso, con pc e cellulare sempre acceso. Ma se un avvocato prova a cercare un magistrato della fallimentare a metà giugno, è facile che lo trovi intorno alla fine di settembre. La legge è uguale per tutti, i privilegi invece no.

 

 

 

 

Servizi extra

 

Il 16 dicembre, quando lasceranno i vertici dell’intelligence, avranno già distrutto molti segreti. Qualche carta, invece, la porteranno con sé a futura memoria. Niente di strano: funziona così in tutto il mondo. Emilio Del Mese, Nicolò Pollari e Mario Mori stanno facendo le valigie e si preparano al passaggio di consegne con i loro successori. Ma i conteggi della loro pensione, con relativa buonuscita, sono già pronti. Così, secondo quanto risulta a ‘L’espresso’, ai tre illustri pensionandi il governo avrebbe riconosciuto una liquidazione che sfiora quota un milione e 800 mila euro. Una somma che forse farà alzare qualche sopracciglio, ma che sarà certamente stata costruita nel pieno rispetto di leggi e contratti e che, in ogni caso, riguarda tre persone che hanno servito lo Stato ad alto livello per oltre 40 anni. Più anomala l’entità della pensione: ogni mese 31 mila euro lordi. A questo importo-monstre si è arrivati cumulando lo stipendio con l’indennità di funzione, che nei servizi chiamano ‘indennità di silenzio’. Chi presta servizio al Sisde o al Sismi, infatti, di solito guadagna il doppio rispetto al parigrado che è rimasto in divisa. E l’avanzamento nei servizi è molto discrezionale e rapido. Quando la barba finta va in pensione, però, non si porta dietro quella ricca indennità: il privilegio dei privilegi riconosciuto solo ai capi. Per il resto, chi fa il militare o il poliziotto, di privilegi veri ne ha pochi. Gli stipendi sono bassi e spesso poco rispettosi dell’alto grado di rischio o di stress. Con il tesserino si può viaggiare gratis sui mezzi pubblici e, spesso, godersi gratis la partita di calcio. Ma definirli privilegi sarebbe un po’ ardito.

 

 

La via Nazionale

 

Non ci sono più gli affitti agevolati negli immobili di proprietà della banca. Né il caro-legna, un sussidio alle spese per il riscaldamento, o la speciale indennità per gli autisti della sede di Venezia, che guidano il motoscafo invece dell’auto blu. Così come sono un ricordo del passato gli straordinari benefici pensionistici di quando si poteva andare a casa con 20 anni di servizio e un assegno che restava ancorato alle retribuzioni. Anche nell’era di Mario Draghi la Banca d’Italia continua però a dispensare un trattamento ultra-privilegiato ai suoi dipendenti. Basta pensare che gli stipendi dei magnifici quattro del Direttorio di palazzo Koch (il governatore, il direttore generale e i due vice) sono segreti. Scavando un po’ si può scoprire che oggi i funzionari generali hanno un lordo annuo di 110 mila euro. Gli oltre 200 direttori di filiale stanno a quota 64 mila; i funzionari di prima a 49 mila e 200. Ma allo stipendio-base si aggiunge una giungla di altre voci che arrotonda la cifra finale. Siccome lavorare stanca, c’è per esempio uno stravagante premio di presenza: chi va in ufficio per almeno 241 giorni in un anno si porta a casa una sorta di quattordicesima: il premio Stachanov. A dicembre c’è la cosiddetta gratifica di bilancio: vale circa 35 mila euro per i funzionari generali; 18 mila per i direttori e oltre 6 mila per i funzionari. Siccome poi la banca ha un suo decoro, i più alti in grado incassano anche un’indennità di rappresentanza, una specie di buono-sarto, che è semestrale, forse per rispettare il cambio di stagione: poco meno di 8.500 euro per i funzionari generali; 4 mila per i direttori; 1.200 per i funzionari.

 

 

Onorati baroni

 

In teoria i professori universitari non dovrebbero godere di chissà quali privilegi, ma in realtà la loro posizione è unica. Perché da noi i controlli di produttività non esistono e una volta conquistata la cattedra i prof restano incollati ritardando pure la pensione. Per arrivare sulla poltrona, poi, fanno di tutto; ma nell’immaginario collettivo e negli atti di parecchie indagini penali domina la catena del nipotismo. Si ereditano posti da ordinario o li si scambia, creando intrecci o addirittura facendo nascere nuove facoltà per gemmazione. La summa del ‘tengo famiglia’ viene registrata a Bari dove nell’ateneo prosperano tre clan principali: uno vanta ben otto parenti-docenti, gli altri due si attestano a sei. Insomma, l’ateneo è cosa nostra. Il discorso non cambia quando in cattedra sale il medico, che di sicuro dovrà rispondere della sua produttività clinica, ma che rappresenta anche la vetta di una categoria molto corteggiata. Soprattutto dalle case farmaceutiche, prodighe di viaggi per convegni e presentazioni di mirabolanti macchinari: prodotti che poi vengono pagati dalle Asl. Una casta sono sempre stati considerati anche i giornalisti, soprattutto quelli stipendiati per far poco o imbucati in qualche meandro della tv di Stato. Il tesserino rosso, in realtà, si è molto scolorito. Gli sconti delle Fs non sono più automatici, ma richiedono l’acquisto di card annuali (60 euro per avere il 10 per cento in meno sui treni), Alitalia e Airone invece tagliano del 25 per cento i biglietti a prezzo intero. L’unico vero privilegio è l’ingresso gratuito nei musei statali e in numerose gallerie comunali. È chiaro che le eccezioni non mancano. Alcune sono frutto di operazioni di public relation: viaggi, show, vetture in prova, riduzioni su acquisto di auto, sconti su alcuni noleggi. Altre sono concessioni ad personam, come i cadeaux natalizi.

 

 

Carriere insindacabili

 

Sono decine di migliaia alla Cisl. Altrettanti alla Cgil. Un po’ meno alla Uil. Nel complesso, si parla di ben 200 mila persone a fronte di oltre 10 milioni di iscritti: un folto esercito comunque di distaccati, delegati, quadri e dirigenti che mantengono saldi nelle proprie mani privilegi e facilitazioni che riguardano soprattutto la possibilità di contrattare direttamente condizioni preferenziali con le controparti; di sedere nei consigli di amministrazione di enti e banche e assicurazioni; di gestire le attività legali, assistenziali e fiscali tramite patronati e sportelli di servizio; di curare un patrimonio immobiliare di non poco conto. Privilegi e facilitazioni che, in particolare, partono dalla fine della carriera. E soprattutto dalla garanzia di arrivare all’età pensionabile con un buon livello economico. In tempi di incertezze previdenziali, infatti, i sindacalisti si trovano in una botte di ferro. Prima la legge Mosca del ’74 e poi un provvedimento approvato dall’Ulivo nel ’96 (e promosso dall’ex ministro del Lavoro, Tiziano Treu, uomo di area Cisl) prevedono una contribuzione che vale doppia e la possibilità di beneficiare di un ulteriore versamento da parte del sindacato. Inoltre, nello statuto dei lavoratori è previsto che ai dipendenti in aspettativa per lo svolgimento di incarichi sindacali vengano riconosciuti e versati contributi figurativi a carico dell’Inps, che sono calcolati sulla base dello stipendio che non viene più versato dall’azienda o dell’ente di provenienza. Stessa situazione viene riconosciuta ai sindacalisti che usufruiscono del regime di distacco per attività sindacale e che percepiscono lo stipendio di un’azienda privata o di un ente pubblico anche se lavorano a tempo pieno solo per il sindacato. Secondo alcuni dati, sono diverse migliaia di persone a godere di questo regime speciale di doppia contribuzione. Tra distacchi, diarie e rimborsi, un sindacalista di medio profilo porta a casa circa 2.500 euro al mese, ma per i dirigenti la retribuzione supera i 5 mila.

Vizi privati

 

 

I bilanci aziendali grondano utili e il titolo vola in Borsa? Complimenti ai manager: si meritano un bell’aumento di stipendio. Profitti in calo e quotazioni in ribasso? La musica non cambia: i compensi di amministratori delegati e direttori generali crescono comunque. In Italia, quasi sempre, funziona così. Le retribuzioni dei massimi dirigenti delle società quotate in Borsa si muovono a senso unico: verso l’alto. Stock option, bonus o incentivi vari corrono a gran velocità se l’azienda fa faville. In caso contrario aumentano più lentamente, ma aumentano comunque. Prendiamo l’esempio di Mediaset. L’anno scorso il titolo ha perso lo 0,3 per cento e gli utili sono aumentati del 9 per cento. Difficile definirla una performance brillante. Eppure il presidente Fedele Confalonieri ha visto raddoppiare il suo compenso a 4,7 milioni grazie anche a un bonus di 2 milioni. Telecom Italia, che ha chiuso l’ultimo esercizio con utili di gruppo in aumento del 77 per cento, ha invece deluso in Borsa con un calo del 17,6 per cento tra gennaio e dicembre del 2005. Insomma, per i soci c’è poco da festeggiare, ma i compensi del presidente (dimissionario dal 15 settembre scorso) Marco Tronchetti Provera sono comunque aumentati del 66 per cento: da 3,1 a 5,2 milioni.

 

  • Se non bastassero premi e incentivi vari, i manager italiani sono riusciti a cavalcare alla grande anche il gran rialzo di Borsa che dura ormai da quasi tre anni. Come? Grazie alle stock option, cioè le azioni a prezzi di favore assegnate ai manager come forma di retribuzione. Con la riforma fiscale varata dal governo in piena estate questo strumento è diventato molto meno conveniente per i dirigenti, obbligati a inserire nella dichiarazione dei redditi i guadagni derivanti dall’esercizio delle opzioni. Nel frattempo, però, qualcuno era già passato alla cassa. Ai primi posti nella speciale classifica dei super compensi da stock option troviamo così un paio di banchieri protagonisti di grandi operazioni societarie varate in questi mesi. Corrado Passera di Banca Intesa, prossima sposa di Sanpaolo Imi, ha guadagnato 9,9 milioni e poi li ha reinvestiti in titoli del suo istituto. Scelta quanto mai azzeccata, visto che dall’inizio del 2006 le quotazioni di Banca Intesa sono cresciute del 25 per cento. Anche Giampiero Auletta Armenise numero uno di Bpu (Banche Popolari Unite) si prepara alla prossima fusione con Banca Lombarda forte di un guadagno extra di 7,5 milioni realizzato nel 2005 grazie alle sue stock option.

  • Il gran rialzo del listino azionario ha finito per creare anche un altro gruppo di privilegiati. Banchieri, avvocati, consulenti d’immagine e pubblicitari: sono loro i veri vincitori della grande lotteria delle matricole di Borsa. Una febbre da quotazione che ha portato sul listino una ventina di nuove società negli ultimi mesi, coinvolgendo migliaia e migliaia di risparmiatori. Solo che gli investitori si sono presi il rischio di bidoni e ribassi. I banchieri invece guadagnano comunque. Come è puntualmente successo anche per lo sbarco in Borsa della Saras, l’azienda petrolifera della famiglia Moratti. L’operazione ha fruttato circa 2 miliardi alla famiglia di industriali milanesi. Ai risparmiatori è andata molto peggio, visto che in meno di sei mesi dalla quotazione il titolo ha perso quasi il 30 per cento. Un disastro, ma i banchieri del consorzio di collocamento guidato dalla banca d’affari americana Jp Morgan, affiancata da Caboto (Banca Intesa), hanno comunque incassato la loro provvigione: quasi 40 milioni di euro. A cui vanno aggiunti altri 12 milioni da dividere tra consulenti legali, d’immagine e altri ancora. Mica male per un flop.

 

Partecipazioni interessate

 

Un vero e proprio Carnevale di privilegi è stato per anni il contratto di lavoro dei dipendenti dell’Alitalia. In un’azienda dove la definizione di giorno di riposo sembrava scritta da Totò & Peppino (“Deve avere una durata di almeno 34 ore”) e dove i dirigenti riuscivano a farsi infilare nella mazzetta dei giornali i fumetti di Topolino per (si spera) i pupi di casa, alla fine i soldi sono davvero finiti. I piloti hanno così perso via via dei benefit, come il buono-sarto per farsi confezionare la divisa su misura, il diritto all’autista da casa all’aeroporto, o la cosiddetta indennità Bin Laden, istituita dopo l’11 settembre 2001 sulle tratte mediorientali. Sono rimasti, però, i ricchi sconti al personale sui voli: i dipendenti (e i pensionati) hanno diritto ad acquistare (anche per figli e coniugi o conviventi) i biglietti con una riduzione del 90 per cento sulla tariffa piena se rinunciano al diritto di prenotazione. Altro capolavoro di sindacalismo all’italiana è il contratto dei ferrovieri. Quando un macchinista guida un treno da solo come in tutto il resto del mondo, invece che in coppia secondo la procedura made in Fs, ha diritto a incamerare anche la paga del compagno assente. Tutti i dipendenti dispongono inoltre di una carta di libera circolazione, che consente di viaggiare gratis (con coniugi e figli) su treni regionali, interregionali e Intercity.

 

 

IL testo riprodotto è tratto dal sito
 

 

Spreconi punto it
 
http://spreconi.blog.espresso.repubblica.it/

 

 


 
 

 

L’onda blu del privilegio

 

Di servizio o di rappresentanza: 150 mila vetture pagate dai cittadini. Senza controllo
 
La storia delle ‘auto di Pantalone’ si potrebbe titolare ‘Cronaca di un taglio annunciato’, ma mai realizzato.
 
di Gianluca Di Feo e Paolo Forcellini
 
(25 maggio 2006)

 

 

 


 
 
Nella chiesa romana si onora il sacrificio di due alpini, morti a Kabul per fare il loro dovere e guadagnare un pugno di euro in più. Fuori invece va in scena l’ingorgo dello status symbol: decine e decine di auto blu, tutte con autista, che cercano di depositare le autorità al riparo dalla pioggia. E poi trovare un parcheggio. Un intreccio di Lancia, Mercedes, Audi e qualche sparuta Fiat e Hyundai che manovrano per sfruttare lo spazio: i vigili devono dare ordine a quel magma di berline monocolore, un rompicapo di incastri superiore a ogni cubo di Rubik. Poi alla fine l’ordine viene trovato: tre grandi spazi intorno alla fontana delle Naiadi si lastricano di ammiraglie. Altri due quadrati si formano verso via Vittorio Emanuele Orlando. Ma non bastano a contenere il fiume blu, che tracima lungo il viale per la stazione Termini davanti al monumento che ricorda i caduti di Dogali e poi dilaga oltre: 24 si appostano in via Pastrengo, altre davanti al Grand Hotel dove un’Audi con il ‘passi’ di Palazzo Chigi si lascia ammirare nello sfarzo di poltrone in pelle e rivestimenti in radica. Alla fine il cronista de ‘L’espresso’ ne conta 215. 
 

Ma non basta. La processione di vetture di servizio sembra inarrestabile, continuano a orbitare intorno alla piazza in attesa che la cerimonia finisca: sono soprattutto Alfa 156, almeno una trentina, che girano a vuoto aspettando una telefonata della ‘personalità’. “Le sembrano tante? Doveva vedere la scorsa settimana, quando c’è stata la funzione per le vittime di Nassiriya”, commenta un vigile urbano: “Erano molte di più. Oggi si vede che i politici devono pensare ai giochi per il Quirinale”. E infatti nel bel mezzo della cerimonia una Mercedes con scorta attraversa la piazza con la sirena a tutto volume, nonostante la strada deserta, con disprezzo per il silenzio del funerale.

 

 

 

“L’altra volta erano molte di più…”. Già ma pur sempre una goccia nel mare delle auto blu, simbolo immortale della superiorità del politico e del grand commis, summa del privilegio italico passata indisturbata dalla prima alla seconda Repubblica. “Scorte e auto di rappresentanza non possono essere uno status symbol ma una risposta a reali necessità”, ha tuonato Romano Prodi nel suo discorso d’insediamento. E ha promesso un taglio del cinquanta per cento. A ridurle ci aveva provato da ultima la Finanziaria approvata a fine 2004: nel 2005, 2006 e 2007, deliberava, le spese per le auto di servizio non potranno superare il “90, 80 e 70 per cento di quelle sostenute nel 2004”.

 

Già quelle 215 accatastate il 9 maggio davanti alla basilica di Santa Maria degli Angeli permettono di esaminare un catalogo impressionante dello spreco. Dominano le Lancia Thesis, almeno 40. Una quindicina le Audi, attualmente il top nella gerarchia del potere: dal premier dimissionario al comandante della capitaneria di porto. C’è una sparuta pattuglia di Mercedes, cinque Bmw e cinque Volvo. Due le Maserati: quella del capo dello Stato e quella di Gianni Letta. Per non parlare del Suv Bmw X 5 con lampeggiante e permesso ministeriale. Le più dimesse sono una Citroën Saxo di un ufficiale delle Fiamme Gialle, alcune Hyundai Lantra del ministero della Difesa, delle Fiat Brava e Marea militari e una datata Alfa 155 di un colonnello dei carabinieri.

 

Alle 10 e 50, prima che le bare avvolte nel tricolore escano sul sagrato, la folla di autisti comincia a scaldare i motori: come in un grand prix si attende il via libera per ‘prelevare’ le autorità e correre verso le Camere per designare il nuovo presidente della Repubblica. Tutto sommato, lo scatto avviene in modo ordinato. Una dietro l’altra, si fermano davanti alla soglia evitando ai privilegiati il rischio di compiere anche il minimo sforzo. Pochi vip raggiungono il parcheggio camminando. Il prefetto Achille Serra, che va via a piedi. Piero Fassino, che si infila in una Lancia K dall’aria stanca e dall’inelegante colore verde. Il segretario di Rifondazione Franco Giordano, fresco di nomina, che resta smarrito per qualche minuto, finché viene raccolto da una Thesis metallizzata, nuova di fabbrica, che sembra sorprendere anche lui. Alle 11 e 10 la colonna blu si dissolve su via Nazionale per ricomporsi, ancora più voluminosa, davanti alla Camera.
 
 
 
Ma quante erano le vetture su cui calare la scure? A nessuno era dato saperlo, ragion per cui la stessa norma stabiliva che entro il 31 marzo 2005 le pubbliche amministrazioni avrebbero dovuto comunicare al ministero dell’Economia la cifra esatta delle auto a disposizione e il relativo costo complessivo, onde poter verificare i risparmi via via conseguiti.
 
 
Con poco più di un anno di ritardo il censimento è alfine arrivato. Incompleto, molto incompleto. Secondo il documento trasmesso dal ministero dell’Economia al Parlamento, in circolazione ci sarebbero solo 43.481 auto ex blu (oggi sono quasi tutte grigio-metallizzato). E secondo i nostri dati sono ben 40.367 le macchine del settore statale, cioè il 92.8% circa di quelle censite, per cui è stata chiesta la non applicazione del risparmio di spesa! Inoltre il totale e’ comunque di molto inferiore a quante ne sono state stimate da diversi esperti negli anni scorsi:
 

  • 300 mila se si comprendevano quelle dei ministeri, degli enti pubblici non territoriali e anche quelle delle Regioni e degli altri enti locali;

  • 150-170 mila, secondo le fonti, per le sole automobili dei ministeri e degli enti pubblici non territoriali. 
     

 

A voler prendere per buono comunque il censimento del ministero dell’Economia,  l’ammontare dei tagli possibili al parco blu (secondo loro) sarebbe quindi risibile: gran parte delle vetture catalogate, infatti, servirebbero a “effettive, motivate e documentate esigenze” come detto sopra, a irrinunciabili compiti istituzionali, e perciò potrebbero rientrare nella ‘deroga/comma 13’ ai risparmi previsti dalla legge stessa.
 
 
Da alcuni esempi si capisce come si stia barando con i numeri, infatti in soli 3 ministeri da noi esaminati come esempio (35.896 auto che secondo loro devono rientrare nella ‘deroga/comma 13’) le auto del settore statale dichiarate “in uso esclusivo” sono pari a 24.548 (25 + 20.967+3.556) mentre  le auto “in uso non esclusivo” sono pari a 11.348  (8.904+2.000+444):
 
 

 

  • Al ministero dell’Economia 25 automobili sono assegnate “in uso esclusivo” (al ministro, ai sottosegretari, ai top manager), ma altre 8.929 vanno “in uso non esclusivo” ad altri soggetti. Di queste ultime, ben 8.489 sono le auto utilizzate dalla Guardia di Finanza. E chi mai potrebbe togliere alle Fiamme Gialle un indispensabile strumento di lavoro proprio quando si vuole intensificare la caccia agli evasori? Ve ne rimangono altre 415 a beneficio dei vari portaborse, segretarie etc;

  • Per non parlare del ministero dell’Interno, dove le autovetture di servizio risulterebbero essere 22.967, di cui 20.444 utilizzate dalla Polizia e 523 dai Vigili del fuoco: inutile dire che entrambi i corpi hanno chiesto l’applicazione del ‘comma 13’, cioè la deroga. Ve ne rimangono altre 2.000  a beneficio dei vari portaborse, segretarie etc;

  • E come comportarsi con il ministero della Giustizia dove le autovetture di servizio risulterebbero essere 4.000, di cui, tra l’altro, 1.186 blindate assegnate ai magistrati e 2.370 vetture utilizzate per il servizio traduzione detenuti?Ve ne rimangono altre 444  come i gatti per dieci a beneficio dei vari portaborse, segretarie etc;

  • E alla fine dei conti sono ben 40.367 le macchine del settore statale, cioè il 92.8% circa di quelle censite (43.481  nel documento trasmesso dal ministero dell’Economia al Parlamento) per cui è stata chiesta la non applicazione del risparmio di spesa. E l’operazione promossa dalla Finanziaria si è così trasformata, almeno per ora, in un’effimera bolla di sapone.


Ma non e’ tutto, per la verità. Il documento trasmesso al Parlamento, malgrado le infinite deroghe, elenca comunque una serie di economie sull’uso delle auto che alcune amministrazioni sarebbero già riuscite a fare. Si va dai 491,06 euro tagliati dal ministero degli Esteri, “riferiti esclusivamente all’Istituto italiano per l’Africa e l’Oriente” il cui boss è rimasto evidentemente a piedi, ai 401.759,12 euro tagliati dal ministero dell’Ambiente, campione nazionale di risparmiosità. Ma i 401 mila euro dell’Ambiente sono “riferiti prevalentemente alla categoria degli enti parco nazionali”, recita il documento del ministero dell’Economia: sorge il sospetto che senza vettura siano rimasti i guardacaccia piuttosto che i funzionari di via Cristoforo Colombo a Roma. Gli altri due ministeri più impegnati sulla via dell’austerity sono quelli dell’Istruzione, con un risparmio complessivo di 302.414 euro, e delle Infrastrutture (248.534 euro).
 

In totale la decurtazione alle auto blu avrebbe portato nelle casse pubbliche in questa prima fase poco più di 1,3 milioni di euro. Poca cosa rispetto all’enormità della spesa per le quattro ruote di Stato.
 
 
Ma a quanto ammonta questa spesa? Luigi Cappugi, consulente del governo Berlusconi, meno di due anni fa aveva stimato ammontare complessivamente a 10,5 miliardi l’anno per le sole automobili dei ministeri e degli enti pubblici non territoriali (escluse quelle delle Regioni e degli altri enti locali quindi). Come si arrivava a questa cifra?
 
 
Il costo medio di ogni vettura era calcolato in 70 mila euro all’anno, inclusi autista e benzina, che andava moltiplicato per le circa 150 mila vetture in dotazione (molte delle quali destinate però, come s’è visto, a scopi di ordine pubblico, sanità, ecc.). Cappugi proponeva una cura drastica: togliere l’auto blu a gran parte dei politici e degli amministratori (circa la meta’) e pagar loro il taxi. Secondo l’economista “se metà delle autovetture blu venissero sostituite da buoni-taxi”  l’esborso sarebbe ammontato “al massimo all’8 per cento” (ovvero soli 420 milioni di euro l’anno) della spesa per il 50% delle normali auto di Stato ( 5,25 miliardi l’anno): il risparmio netto ammonterebbe quindi a 4,83 miliardi l’anno. Quel suggerimento non fu raccolto da nessuno.

 

Maggior successo ha invece ottenuto un altro espediente: sostituire le auto in proprietà dello Stato con quelle in leasing o a noleggio a lungo termine. Un’altra truffa con i soldi dei cittadini. La Consip – società dello Stato che gestisce le aste per l’acquisto di beni e servizi necessari all’amministrazione – ha già emanato alcuni bandi per la fornitura di auto in leasing. L’ultima gara, per 300 vetture, è di poche settimane fa e se l’è aggiudicata la Lease Plan, controllata dal Gruppo Volkswagen, dalla Mubadala, impresa che fa capo al governo di Abu Dhabi e che possiede anche un sostanzioso pacchetto di Ferrari, dalla Olayan, massimo gruppo dell’Arabia Saudita. Riusciranno prossimamente i soliti noti a viaggiare su fiammanti vetture di Maranello? O dovranno accontentarsi di teutoniche Volkswagen? Staremo a vedere. Il vero pericolo è che le macchine a nolo sul medio e lungo periodo costino più di quelle in proprietà e soprattutto che, sul breve termine, offrano a Stato ed enti locali margini e alibi per una politica più spregiudicata di distribuzione delle auto blu. 

 

 

La Corte costituzionale ha stabilito che governo e Parlamento potevano deliberare ‘tagli’ alle vetture di Stato ma non potevano ledere l’autonomia degli enti locali fissando anche nei loro confronti riduzioni di spesa per una specifica voce. Che fanno, dunque, su questo terreno, Regioni, Province e Comuni? I comportamenti sono molto diversi:
 
 

  • c’è chi si dà alla pazza gioia, aumentando il numero delle auto di servizio e spesso anche la cilindrata, e chi, invece, spinto anche dalle decurtazioni complessive dei bilanci locali deliberate dalle ultime finanziarie, si autoriduce pure le auto blu. E il colore politico delle amministrazioni raramente è decisivo;

  • ci sono i furbetti che fanno man bassa di taxi e vetture con autista: in Emilia ha fatto discutere il caso dell’ex sindaco diessino di San Lazzaro, che nel 2002 ha speso oltre 23 mila euro per 461 trasferte con la targa Ncc e 23.448 per i 431 viaggi dell’anno successivo, senza contare poi i taxi usati per raggiungere Bologna o i municipi confinanti;

  • forti polemiche ha suscitato due anni fa, ad esempio, il rinnovo del parco macchine della Regione Friuli. Secondo l’opposizione di centro-destra l’età media delle auto non superava i due anni. Ma soprattutto destava scandalo la scelta delle nuove ‘ammiraglie’: 12 supercar per Riccardo Illy e colleghi, compresa una Lancia Thesis 3.2 V6 24 modello Emblema, un’Alfa 166 24V Luxury con 10 altoparlanti hi-fi, una Lancia Thesis 3.0 con interni in pelle e superaccessoriata, e via elencando. I beneficiati si sono scandalizzati a loro volta, definendo “argomento futile” l’oggetto della polemica, parlando di “strumentalizzazione e demagogia” e sottolineando la “scelta nazionale” delle autovetture (una direttiva del ’94, firmata Roberto Maroni, ha consentito l’acquisto di auto di servizio di case straniere);

  • Battibecchi anche in Lazio, tra maggioranza e opposizione ma anche tra le stesse forze del centro-sinistra, sulle 76 auto blu destinate a giunta, presidenti di commissione e a qualche dirigente (i consiglieri regionali sono 70): per la pletorica flotta (più auto di quelle di Camera e Senato messe insieme) nei primi cinque mesi della giunta di Piero Marrazzo sono stati spesi 37 mila euro solo in benzina, 20 mila in manutenzione ordinaria e 3.000 in lavaggi. Assicurazioni e bolli, in un anno, costano alla Regione quasi 100 mila euro;

  • In Campania, dove le auto di servizio sono poco più di 80, la creazione di 12 commissioni regionali speciali, accanto alle sei ordinarie, ha prodotto anche 12 nuovi pretendenti (i presidenti di tali commissioni) ad altrettante auto blu. Non aiuta l’esempio vicino del Comune di Napoli, dove il parco veicoli in dotazione per sindaco, assessori e dirigenti raggiunge le 120 vetture;

  • Un vero e proprio proclama per il risparmio è quello lanciato qualche tempo fa dal presidente della Regione Toscana Claudio Martini: ha chiesto di privilegiare i mezzi pubblici, di usare il treno (seconda classe) e di dimezzare la spesa per la manutenzione, il noleggio e l’utilizzo delle auto (16 per la giunta e 36 per i dipendenti in missione, per lo più Panda e Punto);

  • In Liguria qualche mese fa il governatore Claudio Burlando ha deciso di stanziare 230 mila euro all’anno in meno per le auto di giunta e Consiglio regionale;

  • In Puglia Niki Vendola, appena insediato, ha cancellato la ‘leggina’ fatta a proprio uso e consumo dal suo predecessore, Raffaele Fitto, che poco prima delle elezioni aveva stabilito che governatori e presidenti uscenti del Consiglio regionale avevano diritto a utilizzare la limousine di servizio per altri cinque anni;

  • Per far cassa, a Castiglion Fiorentino e in altri comuni della Val di Chiana alcune auto blu sono state addirittura vendute all’asta sulla pubblica piazza;

  • Ma nei garage degli enti locali c’è di tutto. La provincia autonoma di Bolzano, per esempio, nel 2001 aveva due Mercedes classe E con motore da 2800 cc riservate al presidente. E il sindaco di Cesena invece nel 2003 ha difeso l’italianità della scelta che affiancava una nuova Alfa 166 alla Thesis già esistente.
     
     
     

 

 

La storia delle ‘auto di Pantalone’ si potrebbe titolare ‘Cronaca di un taglio annunciato’. Annunciato infinite volte, almeno a partire dalla legge del ’91(che limitava l’uso esclusivo delle auto blu a ministri, sottosegretari e ad alcuni direttori generali), ma mai realizzato. Come rinunciare, infatti, a un privilegio di non poco conto, specie in città dal traffico caotico, e anche a uno status symbol fra i più ambiti, soprattutto quando l’auto, spesso dotata di lampeggiante e sirena, può fare lo slalom fra i comuni mortali e infischiarsene del codice della strada? Romano Prodi è stato chiaro, lanciando un appello alla sobrietà nel primo discorso da premier: “È mia intenzione ridurre di almeno la metà le scorte per il personale politico e di governo, la cui proliferazione è al di là di ogni necessità reale e sottrae risorse finanziarie e umane che dovrebbero essere destinate alla tutela della sicurezza dei cittadini”. Un annuncio già sentito. Forse adesso è l’ora di passare ai fatti.

 

 

 

 

Vedi anche su:

 

Click here: [url=https://wallstreetrack.wordpress.com/2007/01/13/the-miss-italian-politics-trendy-sex-the-city-manolo-blahnik-a-gogo-e-letica-va-a-remengo/]link- The Miss Italian Politics’ Trendy, Sex & The City, Manolo Blahnik a gogo’, e l’Etica va a remengo![/url]

 

 

 

Così la pubblica amministrazione getta i soldi on line

 

Un sito turistico da 45 milioni.
Altri 37 per un portale culturale.
Più centinaia di costosissime iniziative locali.
E migliaia di pc regalati agli onorevoli.

 

 

di Federico Ferrazza e Letizia Gabaglio

 

 

IL testo riprodotto è tratto dal sito

 

http://spreconi.blog.espresso.repubblica.it/

 

 

 

 

 

Per favore, visitate il sito Web, per favore visitate l’Italia. Per favore, visitate il nostro paese: noi vi accoglieremo calorosamente… Il tormentone corre sul Web con un video in cui il vicepremier Francesco Rutelli, in un inglese non proprio da Oxford, invita gli stranieri a venire in Italia. Il leader della Margherita parla dall’ultimo sito della pubblica amministrazione: Italia.it, il portale del turismo italiano pensato per ospitare tutte le indicazioni utili per visitare il nostro paese. Indicazioni che l’Italia pagherà a peso d’oro: 45 milioni di euro è la somma stanziata per il progetto, la cui piattaforma tecnologica (7.850.040 euro, Iva esclusa) è messa a punto dalle tre aziende che si sono aggiudicate il bando per la sua realizzazione Ibm, Its, e Tiscover. Una cifra impressionante soprattutto se si considerano i prezzi di mercato: con alcune centinaia di migliaia di euro al massimo si realizzano portali Internet con i fiocchi.

 

 

 

  • Il webmostro Italia.it è nato nella scorsa legislatura quando, nel 2003, all’allora ministro per l’Innovazione Lucio Stanca venne affidato il compito di sostenere progetti ‘di rilevanza strategica e di preminente interesse nazionale’. Così fu istituito il Fondo di finanziamento per i progetti strategici nel settore informatico con un decreto ministeriale del 28 maggio 2004, il progetto ‘Scegli Italia’ (poi divenuto Italia.it) venne finanziato: 45 milioni di euro, appunto. Per il periodo 2002-2004 il fondo ebbe 154,938 milioni di euro e nella finanziaria del 2004 si autorizzò la spesa di ulteriori 181 milioni e mezzo di euro per il 2004-2006. 

  • Ma è in questa legislatura che il portale vede la luce. E il 20 febbraio 2007, ancora in fase di realizzazione, viene messo on line, in tempo per presentarlo alla Bit (Borsa internazionale del turismo), come fortemente voluto dal ministro per i Beni culturali Rutelli. Immediate le reazioni su Internet: molti blogger parlano di un progetto poco interattivo, con contenuti obsoleti e con evidenti errori di programmazione. Sul blog Scandalo Italiano (www.scandaloitaliano.wordpress.com), nato per l’occasione, ci sono gustosi resoconti di chi ha intrapreso un viaggio in Italia attraverso le pagine del portalone, pieno di errori, di traduzioni sommarie e con alcune stranezze (fra i personaggi toscani sono citati sullo stesso livello Dante Alighieri e il campione di scherma Aldo Montano). E per il prossimo 31 marzo è stato organizzato un evento pubblico presso l’Università Bicocca di Milano (www.ritalia.eu) dove chiunque (programmatori, project manager, grafici, creativi etc) potrà intervenire per proporre migliorie al sito.

  • Ma Italia.it, in nome dello spreco digitale, ha pure un fratello gemello. Anzi, tanti fratellini. Infatti mentre nelle stanze del Ministero dell’Innovazione si preparava il sito turistico nazionale, nove regioni – poi diventate 12 – si mettevano d’accordo per realizzare, con le sovvenzioni dello Stato (legge 135/2001 “per il co-finanziamento di progetti dei sistemi turistici locali interregionali e sovraregionali”), un portale interregionale di promozione turistica. Capofila la Liguria, partecipanti: Basilicata, Calabria, Campania, Friuli, Lombardia, Piemonte, Puglia, Sicilia, Toscana, Valle d’Aosta e Veneto. La domanda delle regioni venne accolta nella Dgr n.3304 del 21 novembre 2003 che stanzia i primi 200 mila euro. Praticamente un doppione di Italia.it, realizzato inoltre con un approccio quindi esattamente contrario a quello del sito ministeriale che prevedeva un sistema di prenotazione gestito a livello centrale. Il progetto per il portale interregionale è stato preso molto sul serio dalle regioni coinvolte, che hanno investito milioni di euro nella realizzazione di quei siti regionali che dovevano essere veicolati dal portale sovraregionale. Così, per esempio, la Puglia a novembre 2006 ha presentato solo agli operatori del settore (ma si può vedere all’indirizzo http://138.66.34.243/turismo/) il suo portale, finanziato con 3.273.719 euro, come si evince dal documento di programmazione per il turismo della regione che destina per l’anno 2007 ulteriori 900 mila euro. Anche la Campania nel frattempo ha fatto il suo sito (www.turismoregionecampania.it) per un costo di 3,719 milioni (più altri 3,5 milioni di euro per un portale “di supporto all’Internazionalizzazione nel bacino mediterraneo”, finora non realizzato).

  • “Portali come Italia.it”, spiega Marco Calvo, amministratore di E-Text, azienda che realizza siti Internet, “possono essere messi a punto al massimo con un milione di euro. Il problema sta nelle gare per l’assegnazione del progetto che richiedono fatturati minimi (dell’ordine dei 100 milioni di euro) sempre più alti da parte dei proponenti. Possono partecipare quindi sempre aziende molto grandi che fanno pagare anche il loro marchio. Ma la storia dell’informatica dimostra che i prodotti migliori arrivano da aziende molto piccole: Google, Skype, Kazaa e altri software che hanno rivoluzionato Internet sono nati dalla testa di un paio di persone”.

  • Se il turismo genera sprechi pubblici in Rete, anche la cultura non scherza. Il caso di Internet Culturale (www.internetculturale.it) ne è un esempio. Nella scorsa legislatura per il sito vennero stanziati 37,3 milioni di euro (7,1 dal comitato dei ministri per la Società dell’informazione e 30,2 dal ministero dei Beni culturali) per un progetto di un motore di ricerca (che quindi rimanda ad altri siti) per versioni digitali di opere di pubblico dominio (libri, musica e così via). Un intento lodevole se non che la Rete è piena di iniziative pubbliche e private che già assolvono questo ruolo. Forse era sufficiente un semplice accordo con una di queste realtà per risparmiare un bel po’ di denaro. A realizzare la piattaforma del portale è stata la cordata formata da Ibm (azienda di cui era top manager Lucio Stanca prima di diventare ministro, e presente anche in Italia.it), Finsiel (società che dalla fine del 2005 ospita nel suo Cda Paolo Vigevano, ex capo della Segreteria Tecnica e consigliere politico di Stanca) e Società Servizi Bancari.

  • Mentre lo Stato spendeva 37 milioni, la Campania si faceva il suo sito culturale ad hoc (www.culturacampania.rai.it) costato altri tre milioni di euro. Peccato sia solo in italiano e per la promozione del patrimonio culturale campano non pare una scelta lungimirante.

  • Intanto le amministrazioni locali producono nuovi portali a suon di milioni. In Lombardia, per esempio, il sito della Regione (www. regione.lombardia.it) è costato 1.291.513 euro (790 mila finanziati dallo Stato). L’Italia è poi il paese delle piccole comunità ed ecco allora i progetti delle reti civiche. In Sicilia queste iniziative sono 46 per un totale di 33 milioni di euro di finanziamenti. Il valore unitario è variabile: da poco più di 160 mila euro del progetto per la rete civica di Alcantara presentato dal Comune di Roccella Valdemone al piano del Comune di Castrofilippo che, insieme ad altri 13 municipi della provincia di Agrigento, ha dato vita al progetto Mercurio per una sovvenzione di un milione. Oppure c’è il progetto Eureka del Comune di Siracusa, valutato 1,2 milioni di euro e oggetto di gara a gennaio 2006 aggiudicata per una cifra superiore agli 800 mila euro. Ma del sito, per ora, non ci sono tracce

  • Altrettanto antieconomico è il modo in cui sono stati realizzati i 657 siti Web che fanno riferimento ai 25 ministeri e alla Presidenza del Consiglio. Se infatti 300 appartengono al ministero degli Esteri con le sue ambasciate, gli altri 357 hanno i compiti più disparati e sono realizzati ciascuno con una grafica diversa e con tecnologie diverse: se si fosse usato un solo modello per tutti si sarebbero potuti risparmiare milioni di euro. Peraltro i siti non sono neanche costruiti nel modo migliore. Usando lo strumento di valutazione del W3C (il consorzio internazionale che fra l’altro detta le linee guida per realizzare siti Web accessibili anche ai disabili) ‘L’espresso’ ha per esempio osservato che 15 siti (14 ministeri più quello del governo) non rispondono a tutti i requisiti del W3C: fra questi ci sono quello del ministero degli Esteri, della Giustizia, della Difesa, della Salute, delle Politiche comunitarie e dell’Ambiente. Ci sono poi tutti gli strafalcioni e le sviste sui contenuti. Una per tutte: il sito del ministero delle Infrastrutture ha le informazioni sulla viabilità stradale, ferroviaria, aerea e marittima ferme al settembre 2006.

  • E pensare che nel 2002 il ministero per l’Innovazione e le Tecnologie aveva introdotto dieci obiettivi sui quali orientare le attività negli anni successivi. A distanza di cinque anni solo uno è stato raggiunto (firma digitale); cinque hanno superato il 60 per cento di realizzazione (servizi on line prioritari, trasparenza, mandato di pagamento, uso dell’e mail e alfabetizzazione informatica), due hanno superato il 30 per cento (Carta di identità elettronica e Carta Nazionale dei servizi e servizi dotati di un sistema di soddisfazione dell’utente); dell’obiettivo di svolgere un terzo dell’attività di formazione via Internet (e learning) non c’è traccia e dell’e procurement (acquisto-vendita di beni) il Cnipa (Centro nazionale per l’informatica nella Pubblica amministrazione) consiglia una revisione in toto del progetto.

  • Se poi dai siti passiamo alle stanze dei ministeri, si va di in male in peggio. Secondo il Cnipa per l’acquisto di beni e servizi informatici nel 2005 lo Stato ha speso 1,6 miliardi di euro. La spesa si concentra sulle grandi amministrazioni: sei (Economia e Finanze, Tesoro, Giustizia, Interno, Difesa, Inps e Inail) hanno impegnato il 66,5 per cento della dotazione informatica. Guardando poi il numero di computer per dipendente ‘da ufficio’ (cioè con una scrivania e a cui un pc può dare una mano) si scopre che in quasi tutti i ministeri ci sono più terminali che lavoratori, con picchi degni di una azienda che sviluppa software. Al ministero delle Politiche agricole ci sono per esempio 2,4 pc per dipendente, agli Esteri 1,6, al Lavoro 1,4 e alla Salute 1,4. E, come se non bastasse, molti di questi computer vengono usati solo come macchine da scrivere: solo il 48,3 per cento delle postazioni della Pubblica amministrazione centrale è collegato a Internet. Ma anche se fossero connessi, quanti sarebbero stati in grado di usarli? Pochi, molto pochi. Fra tutte le amministrazioni centrali solo tre (Agenzia delle Entrate, Carabinieri e Presidenza del Consiglio) hanno più del 50 per cento dei dipendenti a bassa formazione informatica.

  • La spesa informatica per postazione è in media, fra le amministrazioni centrali, di quasi 4.500 euro, anche qui con dei picchi interessanti: l’Agenzia per le erogazioni in agricoltura ha speso (nel 2005) 199 mila per postazione, un cifra da sommare ai 123 mila euro del 2004; alle Politiche fiscali hanno speso (nel 2005) 21mila euro, al Tesoro 11 mila e all’Istruzione 9 mila.

  • Non contento, lo Stato regala soldi a deputati e senatori per dotarsi di strumenti informatici: i primi hanno la possibilità di spendere fino a 3 mila euro in una legislatura, i secondi 4 mila. Denari pubblici con cui gli onorevoli si fanno un paio di ottimi pc portatile, presumibilmente, visto che in Parlamento hanno tutte le postazioni fisse che vogliono.

  • Gli acquisti informatici della Pa vengono effettuati con trattativa privata per il 32 per cento del volume di spesa, con gara nel 30 per cento, e intorno al 28 per cento con affidamento ‘in house’, cioè tramite società di proprietà pubblica con cui le amministrazioni hanno un accordo (per esempio Sogei e Aci Informatica) e in convenzione solo per circa il 10 per cento della spesa. Per favorire la razionalizzazione della spesa il Consip, una società per azioni del ministero dell’Economia, è stato incaricato di stipulare delle convenzioni con fornitori scelti da esperti dell’ente sulla base del rapporto qualità-prezzo oppure attraverso un mercato virtuale (www.acquistiinretepa.it) dove i fornitori, una volta registrati, possono pubblicare i loro listini. Molto attivi su beni e servizi tradizionali, gli esperti del Consip non si sono però ancora misurati a pieno con il reparto informatico. Poche le convenzioni stipulate, ma anche sfogliando queste poche si può capire come il sistema di acquisto in convenzione, se solo fosse sfruttato a pieno, si tradurrebbe in un risparmio. Un pc da tavolo di ultima generazione con schermo piatto, per esempio, non costa più di 550 euro, stesso prezzo che si paga per un portatile. Il pacchetto Office di Windows, l’unico fornitore di software per ora considerato, costa intorno ai 300 euro. Ma senza convenzione, come vengono fatti la maggior parte degli acquisti, i prezzi schizzano. E, per esempio, per un pacchetto Office più antivirus si possono spendere quasi 800 euro.

 

 

Da queste cifre è facile intuire che i costi informatici potrebbero essere abbattuti. E di molto. Soprattutto guardando il software. Un’associazione di Caserta , la Hacklab, ha lanciato in merito una petizione on line (http://81100.eu.org/petizione/) che ha già raccolto quasi 5 mila firme per chiedere al governo di puntare più sul software open source (gratis e replicabile per tutte le amministrazioni a costo praticamente nullo) per abbattere gran parte dei costi degli applicativi che nel 2005 hanno toccato quota 474 milioni di euro. “Guardando le spese informatiche nella pubblica amministrazione”, dice Giorgio Sebastiano di Adiconsum, “viene da chiedersi: perché non c’è un unico software per tutti i comuni che per esempio gestisca l’operatività standard? Perché ogni comune ha fatto una gara per comprare un programma che sarebbe potuto essere acquistato a livello centrale consentendo risparmi notevoli?”. Un esempio sono i cosiddetti software Gis (Geographic Information System) utili per la navigazione. Ogni amministrazione, centrale o locale, ne acquista uno a un prezzo variabile, nella maggior parte dei casi, da circa 10 mila a 20 mila euro. Senza contare che ne esistono di gratis in Rete, lo Stato ne potrebbe acquistare uno da girare a tutte le amministrazioni. E invece ogni regione, provincia o comune conduce una trattativa separata.

 

 

Spreco Nassiriya

 

Non è una missione di pace, ma una spedizione in zona di guerra

 

Abbiamo speso più per gli 007 che per gli aiuti

 

La missione in Iraq ha inghiottito oltre 1,5  miliardi di euro

 

In tre anni sono stati stanziati 1.534 milioni di euro, agli 007  circa 30 milioni di euro mentre agli aiuti della popolazione locale solo 16 milioni di euro .

 

di Gianluca Di Feo

 

(11 maggio 2006)

IL testo riprodotto è tratto dal sito

Spreconi punto it

 

 

http://spreconi.blog.espresso.repubblica.it/

 


 

 

Cento milioni di spese militari per ogni milione di aiuti. Fondi record al Sismi e alla Croce rossa. Risultato: la missione in Iraq ha inghiottito oltre un miliardo e mezzo di euro . Abbiamo speso più per gli 007 che per gli aiuti. È il paradosso più grande della missione italiana in Iraq, una spedizione nata per favorire la ricostruzione del Paese e soprattutto per dare sollievo alla popolazione stremata da embargo e combattimenti. Doveva essere una missione umanitaria: invece a Nassiriya l’Italia ha investito più negli agenti segreti che nel sostegno agli iracheni.

 

Un divario inspiegabile, che sembra mostrare l’Italia più interessata allo spionaggio che al soccorso di quei bambini per i quali era stata decisa la partenza di un contingente senza precedenti: oltre 3.500 militari con mille veicoli.

 

 

Ma a leggere i dati contenuti nella monumentale relazione pubblicata sul sito dello Stato maggiore della Difesa, tutta l’operazione Antica Babilonia appare come una voragine, che inghiotte finanziamenti record distribuendo pochissimi aiuti. O meglio, i conti mettono a nudo la realtà che si vive a Nassiriya: non è una missione di pace, ma una spedizione in zona di guerra. Finora infatti sono stati stanziati 1.534 milioni di euro, poco meno di 3 mila miliardi di vecchie lire, per consegnare alla popolazione della provincia di Dhi-Qar poco più 16 milioni di materiale finanziato dal governo: un rapporto di cento a uno tra il costo del dispositivo militare e i beni distribuiti. In realtà, però, la spesa totale per le forze armate italiane a Nassiriya è addirittura superiore a questa cifra: tra stipendi, mezzi distrutti ed equipaggiamenti logorati dal deserto la cifra globale calcolata da ‘L’espresso’, consultando alcuni esperti del settore, si avvicina ai 1.900 milioni di euro.

 

Intelligence a go-go – Su tutte le pagine del rapporto dello Stato maggiore Difesa, disponibile sul sito web, è stampata la dicitura: ‘Il presente documento può circolare senza restrizioni’. Solo nelle ultime 20 pagine questo timbro non compare. Ed è proprio nella nota finale sugli aspetti finanziari di Antica Babilonia che compaiono le notizie più delicate. A partire dalla voce: ‘Attività di informazioni e sicurezza della PCM’, ossia della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Si tratta dei fondi extra consegnati agli agenti del Sismi che operano in Iraq: non si sa se lo Stato maggiore li abbia indicati per voto di trasparenza, per errore o per una piccola mossa perfida. Di fatto, finora le disponibilità degli 007 erano un mistero, oggetto di grandi illazioni soprattutto per quanto riguarda la gestione dei sequestri di persona. Da anni si discute delle riserve usate dalla nostra intelligence per comprare informatori o per eventuali riscatti pagati durante i rapimenti. Adesso queste cifre sopra esposte permettono di farsi qualche idea del costo dei nostri 007 in azione.

 

 

Dettagli primari della spesa:

 

 

  • Per i primi sei mesi del 2003: la provvista è mescolata assieme alle spese di telecomunicazioni, quelle dei materiali per la guerra chimica e quella per il trasloco delle truppe. In totale poco meno di 35 milioni. Facendo il confronto con i bilanci dei semestri successivi, si potrebbe ipotizzare che al Sismi siano andati circa 4 milioni di euro. In ogni caso, gli stanziamenti diventano poi espliciti: 9 milioni nel 2004, 10 milioni nel 2005, 7 milioni già disponibili per i primi sei mesi di quest’anno. Una somma compresa tra i 50 e i 60 miliardi di vecchie lire, destinata soltanto a coprire i sovrapprezzi delle missioni top secret in territorio iracheno, a ricompensare gli informatori e, verosimilmente, alla gestione dei sequestri di persona. Quelle operazioni che hanno determinato il ritorno a casa di sei ostaggi, grazie anche al sacrificio del dirigente del Sismi Nicola Calipari.

  • Nei primi sei mesi del 2006 il bilancio approvato dal governo per l’operazione Antica Babilonia prevede 4 milioni di euro di aiuti e ben 7 milioni “per le attività di informazioni e sicurezza della presidenza del Consiglio dei ministri”, ossia per gli inviati del Sismi.

  • E la stessa cosa è avvenuta sin dall’inizio: in tre anni l’intelligence ha ottenuto circa 30 milioni di euro mentre per “le esigenze di prima necessità della popolazione locale” ne sono stati stanziati 16.

  • La lontananza è cara Le voci trasporti e telecomunicazioni della spedizione hanno importi choc. Per i viaggi avanti e indietro dei reparti, dei rifornimenti e degli equipaggiamenti, sono stati spesi finora 125 milioni di euro. Ogni quattro mesi infatti le brigate impegnate a Nassiriya vengono sostituite: devono tornare in Italia con le loro dotazioni di materiali e armi leggere. Veicoli e scorte invece restano sempre in Iraq, salvo quando il logoramento impone di rimpiazzarli.

  • Sorprendente anche la ‘bolletta del telefono’: 11 milioni in 18 mesi. Non si tratta delle chiamate a casa dei soldati o dei carabinieri, ma del flusso di telecomunicazioni via satellite per l’attività dei militari: i contatti con l’Italia, quelli con i comandi alleati e molte delle trasmissioni radio sul campo.

  • Pesante pure il capitolo ‘Croce rossa italiana’: si tratta di oltre 32 milioni di euro. E riguardano il solo ospedale di Nassiriya, quello che fornisce assistenza medica ai nostri militari. Questa struttura ha soltanto come scopo secondario l’attività in favore della popolazione locale: 450 ricoveri in tre anni. Nel 2003 la Croce rossa aveva a Nassiriya 85 persone, poi scese a 70: dall’inizio della missione si tratta di una spesa media per ogni operatore sanitario di oltre 400 mila euro. Perché? La risposta ufficiale chiama in causa le indennità straordinarie e le difficoltà di trasferire medicinali e apparecchiature. L’ospedale da campo creato a Baghdad nel 2003, invece, era finanziato con i fondi del ministero degli Esteri: il costo era ancora più alto, ma i pazienti erano tutti iracheni.

  • Farnesina tecnologica La quota più consistente dei fondi destinati alla rinascita dell’Iraq viene gestita dalla Farnesina: 103 milioni di euro. La fetta maggiore è stata inghiottita dall’ospedale di Baghdad e dalla difesa dell’ambasciata. Ci sono poi numerose iniziative ad alta tecnologia, tutte realizzate in Italia e alcune di discutibile utilità: 5 milioni per la rete telematica Govnet che dovrebbe connettere i ministeri di Bagdad; 800 mila euro per la ricostruzione virtuale in 3D del museo di Bagdad. I programmi di formazione invece prevedono che il personale iracheno frequenti dei corsi in Italia: una procedura sensata quando si tratta di lezioni per dirigenti o tecnici di alto livello, forse meno quando comporta il trasferimento a Roma di 30 orfani destinati a imparare il mestiere di falegname, barbiere o sarto. Più concreti gli interventi gestiti dal Ministero attraverso la Cooperazione per la ricostruzione dell’agricoltura, del sistema scolastico e di quello ospedaliero: ma nei primi 18 mesi nella regione di Nassiriya erano stati realizzati progetti per soli 3,7 milioni.

  • Un ultimo dato: dalla stessa relazione dello Stato maggiore apprendiamo che il Sismi ha avuto altri 23 milioni e mezzo per la missione in Afghanistan. Anche in questo caso, la dote degli 007 supera di gran lunga il valore dei beni distribuiti alla popolazione

 

 

 

Armata ad alto costo Tra aiuti diretti consegnati dai militari e progetti, concreti o virtuali, della Farnesina in tutto sono stati stanziati 119 milioni di euro. Secondo lo Stato maggiore, per il contingente armato finora sono stati messi a disposizione 1.418 milioni di euro. Ma è un stima parziale: non tiene conto del costo degli stipendi, del logoramento dei mezzi, di molte delle parti di ricambio. Non tiene conto dell’elicottero distrutto in missione, dei dieci veicoli Vm90 annientati negli attacchi, delle munizioni esplose, della base dei carabinieri cancellata dall’attentato del 2003. Non tiene conto del terribile bilancio di vite umane: 22 tra carabinieri e soldati caduti e 61 feriti in azione, altri sette morti e sette feriti in incidenti. In più un civile ammazzato nella strage del 12 novembre 2003 e un altro ferito. Un sacrificio giustificato dai risultati? Di sicuro, non si può chiamarla una missione di pace.

 

Nei quattro mesi ‘più tranquilli’ i parà della Folgore hanno distribuito beni o avviato progetti pari a 4 milioni di euro, finanziati dal governo o da istituzioni e aziende italiane: in più hanno vigilato sulla nascita di iniziative internazionali per altri 6 milioni di dollari. Nella fase di crisi della battaglia dei ponti, invece la brigata Pozzuolo del Friuli si è fermata a meno di 4 milioni di dollari tra attività portate a termine o soltanto avviate. Ormai è difficile anche controllare a che punto sono i lavori nei cantieri: ogni sortita è pericolosa. Per questo il comando di Nassiriya ha ipotizzato di usare gli aerei-spia senza pilota, i Predator, che con le telecamere all’infrarosso possono verificare se i macchinari sono accesi o se i manovali ingaggiati dalla Cooperazione stanno perdendo tempo.

 

 

Certo, si potrebbe affidare la sorveglianza alle autorità irachene: grazie a un programma della Nato abbiamo addestrato 2.600 soldati e 12 mila poliziotti locali. Eppure tanti uomini in divisa non sono bastati a impedire che un’imboscata venisse messa a segno a pochi metri dal commissariato più importante.

 

Aiuti oltre i limiti Soldati e carabinieri escono ancora dalla loro base per sostenere la popolazione. Prima della strage del 2003 lo facevano molto di più: fino a quel momento la brigata Sassari aveva percorso un milione e 900 mila chilometri; dopo di loro i bersaglieri della Pozzuolo del Friuli ne hanno macinati solo 460 mila. C’è un dato che fotografa la situazione meglio di ogni altra analisi: poco meno di 2 milioni di chilometri totalizzati dalle colonne dell’Esercito in quattro mesi prima dell’attentato, altrettanti percorsi nei 24 mesi successivi.

 

Eppure, nonostante i rischi altissimi testimoniati dall’attacco costato la vita a due carabinieri e un capitano dell’Esercito, i nostri militari non rinunciano a condurre le attività umanitarie. Cercano di costruire scuole e ambulatori, forniscono macchine ai laboratori artigianali e all’unica raffineria. Per evitare imboscate, lo fanno di sorpresa: arrivano nei villaggi all’improvviso, scaricano doni e materiali, poi ripartono. Se invece c’è qualche cerimonia ufficiale, tutta l’area viene presidiata in anticipo con cecchini e blindati. Insomma: una situazione di guerra. Ma nessuno si sottrae ai pericoli. Anzi, tutti i reparti fanno più del necessario.

 

 

Prima di partire per l’Iraq, c’è una sorta di questua tra istituzioni locali e aziende della zona dove ha sede la brigata per raccogliere aiuti da distribuire: spesso i reparti mettono insieme una quantità di merci superiore ai fondi governativi. Inoltre in occasioni particolari, ci sono collette tra i soldati per acquistare riso o medicinali. O iniziative straordinarie, come quella della famiglia del maresciallo Coletta, una delle vittime del la strage del novembre 2003, che ha mandato un container di farmaci per un ospedale pediatrico. Ma a tre anni dalla caduta di Saddam ha ancora senso rischiare la vita di 20 militari per consegnare un camion di riso e medicine?

 

 

IL testo riprodotto è tratto dal sito

 

L’espresso

 

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Doppio gioco

 

di Riccardo Bocca

(06 aprile 2007)

 

 

 

Il controllore che è anche il controllato. L’appaltatore che si aggiudica l’appalto. L’imprenditore sponsor di se stesso. Il vizio del conflitto d’interessi è un epidemia che ha contagiato tutti i settori della vita italiana, pubblica e privata: dalla politica alla finanza, dalla giustizia alla sanità.

 

Un silenzio sull’argomento, prosegue il costituzionalista Barbera, “è un atteggiamento psicologico che ha già causato gravi guasti alla democrazia”. E i risultati si vedono. Il capo ufficio stampa del ministro dei Lavori pubblici Antonio Di Pietro, quando lo invito a segnalare, consultando l’ex pm e i deputati dell’Italia dei Valori, una lista dei conflitti d’interessi in atto, risponde ufficialmente: “Nessun nostro parlamentare è a conoscenza di conflitti d’interessi in Italia“. Il che strappa un sorriso se si pensa a cos’è successo pochi giorni dopo, quando Di Pietro ha discusso, nei panni da ministro, questioni molisane con il figlio Cristiano, consigliere provinciale a Campobasso. Oppure al fatto che l’avvocato di Di Pietro, Sergio Scicchitano, compare anche nel consiglio di amministrazione dell’Anas (ed e’ presidente di Lazio Service S.p.A. oltre che legale di Di Pietro nonche’ Liquidatore giudiziale della Federconsorzi in C.P). Nominato, il 20 luglio 2006, dallo stesso ministro.

 

  • L’ultimo imbarazzo riguarda il Comune di Roma, l’amata casa di Walter Veltroni. È la storia di una gara da 576 milioni di euro, che il dipartimento Lavori pubblici ha lanciato il 30 dicembre 2005 per la gestione, manutenzione e sorveglianza delle strade capitoline. Ad aggiudicarsi l’appalto è stata l’associazione temporanea d’imprese composta da Romeo Gestioni spa, Vianini Lavori spa e Consorzio Strade sicure. Un insieme di società con un segreto di Pulcinella. Il presidente di Strade Sicure, Luigi Bardelli, è stato anche consigliere della Risorse RpR spa, che ha stilato il progetto di gara. In pratica, il Campidoglio avrebbe consegnato mezzo miliardo di euro a chi ha partecipato alla confezione del bando. Un”incompatibilità’ bocciata prima dall’Autorità di vigilanza sui lavori pubblici, e poi dalla Commissione di controllo, garanzia e trasparenza del Comune stesso.

  • L’ennesimo caso di conflitto d’interessi. L’ennesima traccia di un’epidemia che ha contagiato tutti i settori della vita italiana, pubblica o privata che sia. Dall’economia alla politica, dalla scuola alla sanità, dalla televisione alla magistratura, dalle massime istituzioni alla pubblica amministrazione. Un malcostume contro il quale tutti strillano e pochi fanno qualcosa. “La malattia mortale della democrazia”, l’ha definita Beppe Grillo. Un incubo che affratella controllati e controllori, da Nord a Sud, da destra a sinistra. Schierati all’ombra della madre di tutti i conflitti: il superconflitto di Silvio Berlusconi, ancora in piedi a 13 anni dal suo ingresso in politica (vedi box qui sotto). Oggi, ha scritto il costituzionalista Augusto Barbera, “i conflitti d’interessi generano privilegi feudali e soprusi di ogni tipo, corruzioni reticolari che assumono le nuove forme delle nomine incrociate, delle consulenze assai ben retribuite, delle finte o pilotate privatizzazioni, delle intese anche informali e sotterranee in cui una parte favorisce l’altra, certa di essere ricambiata”. Un vortice che a volte avanza senza violare la legge, e altre invece la oltrepassa. Causando, spiega Barbera, “costi enormi per i cittadini e le imprese, anche sotto forma di perdita di opportunità”.

 

Affari, conflitti e confetti

 

 

 

In questo senso, un settore rovente è quello di banche e finanza. Un mondo in cui i conflitti sono confetti, prodromi di matrimoni all’insegna dell’interesse comune. Basti pensare al ruolo che nelle società per azioni hanno i cosiddetti consiglieri indipendenti. Figure che dovrebbero esprimersi liberamente sull’operato dei proprietari, svincolati da rapporti economici con la società, gli amministratori esecutivi e l’azionista di maggioranza. Ma che spesso sono in tutt’altra situazione. Basti pensare al presidente di Confindustria Luca Cordero di Montezemolo, alias presidente della Fiat, della Ferrari e della Fiera internazionale di Bologna. Il suo nome compare come “consigliere indipendente” sia nel cda della Tod’s di Diego Della Valle, sia in quello della Indesit di Vittorio Merloni. Senonché entrambi, Della Valle e Merloni, partecipano al fondo Charme, società d’investimento con sede in Lussemburgo di cui Montezemolo è fondatore, e della quale il figlio Matteo è amministratore delegato. Di più: è di gennaio 2007 la notizia che Montezemolo e Della Valle, azionisti nella Nuovo trasporto viaggiatori, a partire dal 2010 potrebbero fornire servizi sulle tratte ferroviarie ad Alta velocità.

 

  • Nessun mistero, per gli addetti ai lavori. Le cose vanno così. Altrimenti qualche perplessità avrebbe suscitato il fatto che Giovanni Bazoli, oggi presidente del comitato di sorveglianza della superbanca Intesa-San Paolo, sia stato nominato ai vertici di Banca Intesa anche con il voto di Mittel spa (di cui è presidente), e che per giunta sia stato fino a ieri vicepresidente di Banca Lombarda (concorrente di Intesa, oggi fusa con Banche Popolari unite), dove Mittel detiene una partecipazione. Il che significa, in altre parole, che Bazoli si è un po’ nominato da solo; e soprattutto, che gli altri lo hanno lasciato fare. Uno stile magari non entusiasmante, ma che va per la maggiore. Con la stessa nonchalance, Mediobanca e Salvatore Ligresti hanno sviluppato un conflittuoso macropotere nell’universo delle assicurazioni. È bastato che nel 2001 il finanziere conquistasse grazie a Mediobanca il controllo della Fondiaria assicurazioni. Poi ci ha sposato la Sai, e ora controlla il tutto attraverso Premafin. Il che andrebbe anche bene, se Mediobanca non fosse allo stesso tempo primo azionista delle assicurazioni Generali, antagonista del gruppo Fondiaria-Sai. E se Ligresti stesso non fosse in prima persona azionista di Generali, mentre la figlia Jonella siede sia nel cda di Mediobanca (dove Premafin è azionista) che in quello di Fondiaria.

  • C’è da ritenere”, scrivono Elio Veltri e Francesco Paola nel saggio ‘Il governo dei conflitti’ (Longanesi), “che le ragnatele dei collegamenti azionari e dei conflitti d’interessi impediscano ogni protesta. Oppure, ipotesi forse ancora più inquietante, che scattino quei meccanismi di obbedienza all’autorità per cui il male genera effetti di assuefazione e conformismo”. Parole condivise dagli operatori finanziari, i quali in questi anni hanno visto di tutto. Ad esempio, bocciare la fusione della società Autostrade (ribattezzata Atlantia) con il gruppo Abertis, per la presenza in quest’ultimo di “soggetti che operano nei settori delle costruzioni e della mobilità”. Censura comprensibile, se non fosse che in Impregilo, la più importante impresa italiana di costruzioni, sono presenti i primi due gestori di autostrade: il gruppo di Marcellino Gavio e Autostrade spa controllata dai Benetton. I quali controllano la società Autogrill, che di autostrade ovviamente vive, e sono pure soci di Grandi Stazioni spa, con la quale Autogrill lavora.

 

 

 

La sede di Capitalia – Unione poco trasparente

 

 

 

Un elenco di conflitti che potrebbe continuare a lungo. Per esempio citando la storia degli immobili Telecom venduti a Pirelli Real Estate (controllata finora da Pirelli, a sua volta controllore tramite Olimpia di Telecom). Oppure la sponsorizzazione da 3 milioni di euro che sempre la Telecom di Marco Tronchetti Provera ha fatto all’Inter (bilancio 2006), dove Tronchetti è consigliere di amministrazione. O ancora, il caso di Capitalia, presieduta da Cesare Geronzi, dove al patto di sindacato partecipano imprenditori che sono pure clienti, come successo nel caso di Calisto Tanzi e Parmalat. Per arrivare al prevedibile imbarazzo di Flavio Dezzani, presidente del collegio sindacale di Banca popolare di Verona e Novara. Che dopo aver prestato con il cappello da consigliere di Banca Intermobiliare oltre 110 milioni di euro al gruppo di Danilo Coppola, dovrà valutare con quello da sindaco il prestito da un milione 400 mila euro concesso all’Ipi di Coppola dalla Popolare di Novara. Nonché quello ancora più rilevante affidato all’imprenditore dalla partecipata (30,72 per cento) Italease.

 

 

  • Tutte vicende pubbliche, ma sulle quali la politica glissa. Forse perché tanti sono i conflitti d’interessi anche su questo fronte. La riprova è nella relazione luglio-dicembre 2006 dell’Autorità antitrust, dalla quale emergono le prime magagne del governo Prodi. La norma prevede che i titolari di carica, nonché i coniugi e i parenti fino al secondo grado, debbano dichiarare all’Autorità “i dati relativi alle proprie attività patrimoniali, ivi comprese le partecipazioni azionarie e le relative variazioni”. Ma al 31 dicembre 2006 “i formulari mancanti sono ancora 117. Le dichiarazioni attualmente pervenute”, scrive l’Antitrust, “sono 464 (106 riferibili a titolari di carica e 358 a coniugi e/o parenti) su un totale di 581 soggetti obbligati alla dichiarazione”. Inoltre, 231 “sono state presentate dopo la scadenza del termine di 90 giorni previsto dalla legge”, con un saldo finale del 20 per cento di documenti ancora mancanti.

  • Vero è che, da dicembre a oggi, l’Antitrust ha inviato ai membri del governo e i loro famigliari solleciti e diffide. Ma il problema è rimasto: dopo un anno di Prodi II, latita il dieci per cento dei documenti obbligatori. Il che da un lato è spiacevole, ma dall’altro è il giusto prologo per quanto accade nel resto della politica: a livello nazionale e a quello locale. Curioso, per dire, è il caso del deputato Vito Li Causi (Popolari-Udeur), protagonista in una vicenda partita alla fine della scorsa legislatura. In quei giorni è passata una legge per equiparare la laurea in Scienze motorie a quella di Fisioterapia. La decisione ha sconcertato gli esperti del settore, consapevoli della delicatezza della materia, tant’è che oggi i ministeri di Salute e Università stanno cercando di abrogare il testo. Ma i lavori languono, forse anche per un dettaglio: il relatore Li Causi è laureato proprio in Scienze motorie .

  • D’accordo, non è il conflitto del secolo: ma dà l’idea del clima a Palazzo. Un’atmosfera in cui molto accade e poco è vietato. Scivoloso, ad esempio, è il problema esposto da Renato Brunetta (Forza Italia) in un’interrogazione al Parlamento europeo sul “palese conflitto d’interessi del viceministro Cesare De Piccoli”. All’interno si parla della questione veneziana del Mose, delle polemiche che ha acceso e delle eventuali soluzioni alternative. Una di queste, dice Brunetta, è il progetto ‘Perla’ firmato dal diessino De Piccoli. Lo stesso De Piccoli che è stato nominato, su delega del ministro dei Trasporti Alessandro Bianchi, “membro dell’organo incaricato di esaminare, giudicare e quindi decidere sui progetti cosiddetti alternativi”. Quanto basta per lasciare perplessi: “Un’indagine a parte”, scrive il costituzionalista Barbera, “meriterebbero le dinamiche che hanno condotto classi politiche miopi o asservite, senza distinzioni di partito, a non voler affrontare il tema dei conflitti d’interessi”.

  • Un silenzio sull’argomento, prosegue il costituzionalista Barbera, “è un atteggiamento psicologico che ha già causato gravi guasti alla democrazia”. E i risultati si vedono. Il capo ufficio stampa del ministro dei Lavori pubblici Antonio Di Pietro, quando lo invito a segnalare, consultando l’ex pm e i deputati dell’Italia dei Valori, una lista dei conflitti d’interessi in atto, risponde ufficialmente: “Nessun nostro parlamentare è a conoscenza di conflitti d’interessi in Italia”. Il che strappa un sorriso se si pensa a cos’è successo pochi giorni dopo, quando Di Pietro ha discusso, nei panni da ministro, questioni molisane con il figlio Cristiano, consigliere provinciale a Campobasso. Oppure al fatto che l’avvocato di Di Pietro, Sergio Scicchitano, compare anche nel consiglio di amministrazione dell’Anas. Nominato, il 20 luglio 2006, dallo stesso ministro.

 

 

 

Dal ministero alla grande banca

 

 

 

Succede, di questi tempi, e senza stupore. Succede anche, d’altronde, che l’ex ministro dell’Economia nell’era Berlusconi, Domenico Siniscalco, diventi top manager della banca d’affari Morgan Stanley senza attendere i 12 mesi previsti dalla legge Frattini (comportamento censurato dall’Antitrust). O che, come sostiene il sindacato Slai-Cobas in un esposto presentato alla Procura di Milano, il ministro del Lavoro Cesare Damiano, “ferreo sostenitore dei fondi pensione”, ma anche “ex presidente del Fondo pensione Cometa”, abbia al ministero un consulente (Giovanni Pollastrini) in posizione delicata: “Presidente del fondo FonTe per i lavoratori del commercio, consigliere del fondo Priamo per i trasporti pubblici, e commissario straordinario dell’Enasarco, il fondo per gli agenti e rappresentati di commercio”.

 

  • “Il conflitto di interessi”, ha detto il coordinatore dello Slai-Cobas Corrado Delle Donne, “è evidente: si tratta di persone che hanno le mani in pasta, e alle quali fa comodo convogliare i miliardi del Tfr in una direzione ben precisa”. Se poi il sindacato abbia ragione, si vedrà. Nel frattempo, il treno dei conflitti corre. Spazia per la penisola e riserva sempre sorprese. Per esempio in Veneto, dove Roberto Pellegrini è presidente del Corecom (Comitato regionale per le comunicazioni, organo funzionale dell’Authority competente) e sostenitore in campagna elettorale di Sandro Todaro, candidato sindaco leghista a Chioggia. Meglio non va in Lombardia, dove l’ex assessore regionale Guido Della Frera (oggi nel cda della società pubblica Infrastrutture Lombarde) è stato nel 2005 spalla di Roberto Formigoni per la campagna elettorale. Ma ha anche ricevuto dalla Regione l’accreditamento per centinaia di posti letto nei suoi Poli riabilitativi di Cinisello Balsamo e Milano.

  • Passando alla Regione Lazio, merita un cenno Pierluigi Mazzella, capo di gabinetto di Piero Marrazzo, il quale è nel cda della controllata Arcea spa (nata per “la realizzazione e gestione a pedaggio di infrastrutture di viabilità stradale e autostradale di interesse regionale”), malgrado la normativa preveda per i contratti di rapporto con la pubblica amministrazione l’esclusività e l’onnicomprensività. Per non parlare della Calabria, dove la Regione ha finanziato i giudici che la controllano, sponsorizzando un corso di aggiornamento per funzionari pubblici tenuto da un membro della Corte dei conti, dal presidente del Tar e da tre suoi membri.

 

 

Il vaso è colmo, s’indignano tutti sottovoce. E intanto le cose proseguono al solito modo: come niente fosse.

 

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Conto Onorevole

 

(06 aprile 2007)

 

 

 

Le mail a www.spreconi mostrano una particolare insofferenza per i privilegi dei parlamentari. E sul numero in edicola de L’espresso troverete questa storia, scritta grazie a una delle segnalazioni inoltrate dai lettori a questo sito.

 

La banca più conveniente d’Italia sta in Parlamento. L’agenzia del Sanpaolo Banco di Napoli, ubicata nel bell’ufficio della galleria dei presidenti, a Montecitorio, è l’unica su tutto il territorio nazionale a praticare, per deputati e senatori, un tasso creditore annuo del 3,3 per cento lordo, pari solo al rendimento dei Bot. Agli alti emolumenti e ai numerosi benefici di cui già godono i parlamentari, si aggiunge quindi anche un conto corrente privilegiato. Oltre a usufruire di un tasso redditizio, i parlamentari non pagano bolli, non devono sostenere alcuna spesa di tenuta conto, possono fare operazioni illimitate a costo zero, non spendono nulla per un bonifico, hanno gratis bancomat e Internet bank. Tali condizioni non sono appannaggio solo degli onorevoli ma vengono applicate anche a tutti i dipendenti di Camera e Senato. L’agenzia del Parlamento, per attrarre tra i correntisti anche l’esercito di collaboratori e portaborse, nel 90 per cento dei casi pagati in nero, ha creato apposta per loro un conto parallelo. Il c/c per quanti vengono eufemisticamente definiti “non dipendenti”, prevede lo stesso tasso creditore dei parlamentari, ma ha più spese: 10 euro trimestrali di tenuta conto, un euro per ogni operazione, 4,5 per ogni bonifico, 12,91 euro annuali per il bancomat.

 


 

 

 

 

 

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L’espresso

 

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Aboliamo le province

 

di Francesco Bonazzi

 

08 agosto 2006

 

PROVINCE COLABRODO

 

(06 aprile 2007)

 

 

 

Molte delle segnalazioni arrivate a WWW.SPRECONI sottolineano la situazione delle province, amministrazioni pubbliche considerate inutili rispetto a Comuni e Regioni. In attesa di approfondire alcune delle storie che ci avete inviato, riproponiamo l’inchiesta di Francesco Bonazzi sul tema. Fu pubblicata nel numero de L’espresso dell’8 agosto scorso, in piena stagione balneare: forse per questo a molti è sfuggita.

 

 

 

  • Hanno un esercito di 62 mila dipendenti. Con stipendi fino a 7 mila euro. A che servono pochi lo sanno. Di sicuro fanno gola a tutti i partiti

  • Gli storioni che vivono nel Po faticano a riprodursi. Colpa dell’inquinamento e delle dighe. Ma ora hanno trovato qualcuno che pensa al loro futuro: la Provincia di Piacenza. L’ente si è rivolto alla World Sturgeon Conservation Society e qualche settimana fa ha potuto annunciare la realizzazione di un ascensore nel letto del fiume per portare gli storioni oltre la diga della centrale Enel di Isola Serafini. Costo previsto dell’opera: 2 milioni e 600 mila euro circa. Follie da localismo all’italiana, capace di spendere soldi nei modi più impensabili?

  • L’iniziativa piacentina potrà anche far sorridere, ma non esula dalle competenze di una provincia, che vanno dalla cura delle strade alla tutela della fauna, passando per materie assai diverse tra loro come l’edilizia scolastica, la formazione professionale o la promozione dello sport. Da sempre dipinte come le Cenerentole dell’organizzazione statale, guidate da un ceto politico ignoto ai più, le 104 province italiane hanno però un bilancio che tra il 2000 e il 2004 è cresciuto del 66 per cento.

  • Abolirle sgraverebbe le casse pubbliche di 16 miliardi di euro l’anno, ovvero quanto una Finanziaria di quelle robuste. Certo, bisognerebbe redistribuirne le competenze tra regioni e comuni. Trovare una nuova scrivania a circa 62 mila impiegati. Ma soprattutto sparirebbero qualcosa come 5 mila poltrone politiche, tra presidenti, vicepresidenti, consiglieri e assessori. E i relativi stipendi, cifre variabili fino a quasi 7 mila euro. Un tesoretto troppo attraente per partiti sempre affamati di strapuntini e bisognosi di stanze di compensazione per sistemare carriere politiche in ascesa o sul viale del tramonto.

  • Ancora nell’ultima relazione annuale, il presidente di Confindustria Luca di Montezemolo ha buttato lì una domandina velenosa: sicuri che servano queste benedette province? Nessuno ha risposto. Eppure l’idea di abolire questi enti locali non è nuovissima. L’anno scorso l’avevano rilanciata due politici diessini come Massimo Villone e Cesare Salvi, autori di un saggio dedicato agli sprechi della cosa pubblica (“Il costo della democrazia”, Mondadori, 2005). Ma già nei primi anni Settanta, quando nacquero le regioni, i repubblicani di Ugo La Malfa sognarono di approfittarne per togliere di mezzo le province. Ne prometteva la cancellazione anche il “Piano di rinascita nazionale” stilato dalla Loggia P2 di Licio Gelli. A distanza di quasi trent’anni, il “Venerabile” può dire di aver visto realizzate tante sue idee (dalla tv alla giustizia, dalle forze armate alle relazioni sindacali) e molti poteri gli si sono inchinati. Ma le province no, che anzi si sono moltiplicate. Le province sono scampate anche ai tentativi della famosa Bicamerale di Massimo D’Alema e Silvio Berlusconi. Del resto a inventarle fu un condottiero di prima grandezza come Napoleone.

  • L’unico governante che negli ultimi anni abbia osato sfidare la storia è il forzista genovese Alberto Gagliardi, sottosegretario agli Affari regionali nel terzo governo Berlusconi. Lo fece nell’autunno del 2005 e fu sommerso di critiche addirittura nel suo stesso partito dove, a cominciare dal responsabile enti locali Mario Valducci, gli spiegarono che rischiava di schiantarsi contro un muro. «Più di un collega di governo mi disse che la pensava come me, ma tutti mi consigliarono di star zitto», ricorda oggi Gagliardi, ormai ex deputato. Del resto, anche l’ex presidente della Camera Pier Ferdinando Casini ricorreva a ogni espediente lecito per ritardare la discussione delle proposte d’istituzione di nuove province. Ma lo faceva con la massima discrezione.

  • Del resto, un calcolo recente della Corte dei conti indica in 50 milioni di euro il solo costo di partenza di una nuova provincia. E anche chi, come le regioni autonome, non ha bisogno di passare per il Parlamento per istituire nuove province, poi rischia di arenarsi sulla questione finanziaria. È quanto sta accadendo, proprio in questi giorni, con le quattro nuove “province regionali” della Sardegna. Le aveva volute la vecchia giunta di centrodestra, ma l’amministrazione di Renato Soru non ha i soldi neppure per le sedi e sta pensando seriamente di soffocarle nella culla. Oltre a tutto, ogni nuovo ente porta con sé prefetture, commissariati, caserme e altri presìdi dello Stato magari non obbligatori, ma che i deputati della zona s’incaricheranno di conquistare per ragioni di prestigio. Perché quando si tratta di curare l’orticello locale, l’ideologia non conta. Così, come ricorda Gagliardi, nella scorsa legislatura c’era un deputato della Casa delle libertà fiero liberista che si batteva come un leone per la natia Fermo. E per istituire la provincia di Chiavari si sono mossi informalmente anche gli industriali locali.

  • Per capire davvero che straordinaria macchina di consenso può diventare un’amministrazione provinciale, basta guardare la montagna di contributi pubblici che vengono elargiti ogni anno a una miriade di enti e società private per le imprese più disparate. Si tratta di alcune centinaia di milioni di euro destinati alle politiche extrascolastiche, alla cultura, al turismo e allo sport.

  • Se si scorre l’albo dei beneficiari di un ente che non delude mai, la Provincia di Napoli (giunta di centrosinistra), per il 2005 si trovano una sessantina di contributi per attività parascolastiche (dai campi scuola ai concorsi per studenti), per un totale di 340 mila euro. Tutte iniziative meritorie, ma quando ci si sposta su fronti più fumosi, come quelli della promozione culturale, turistica e sportiva, ci s’imbatte in un pozzo di san Patrizio da oltre 2 milioni l’anno. Ci sono i 4 mila euro versati a un’agenzia di modelle per i Fashion Awards 2004 Naples, i 10 mila euro per un concerto di Peppino di Capri e i 40 mila euro alla Proloco di Afragola per un premio intitolato a Ruggero il Normanno. E come dire di no all’Associazione gragnanese pizza e panuozzo per la terza festa del panuozzo (5 mila euro), o all’associazione Latino Mania Dance per il “Saremo famosi Project” (2 mila)?

  • Sotto questo profilo, l’Italia è una nazione omogenea. La Provincia di Treviso (guidata dal centrodestra) ha sponsorizzato per anni la squadra di calcio del capoluogo e, insieme al team Benetton, ha inventato e finanziato una “scuola del tifo” per i più giovani. L’ente bresciano (centrodestra) eroga contributi ai comuni che mettono i cartelli stradali con il nome in dialetto. La Provincia di Alessandria (centrosinistra) vanta un protocollo di collaborazione con la provincia cinese di Yangsu, che ha ovviamente richiesto una missione in loco ai massimi livelli nel maggio scorso. A Genova (centrosinistra) il presidente Alessandro Repetto ha appena inaugurato il Parco del Basilico di Villa Doria Podestà a Prà. Ad Arezzo (centrosinistra), la Provincia ha realizzato e prodotto un dvd dedicato alla strage dell’Heysel, sulla base del fatto che due dei 39 tifosi juventini morti nel 1985 erano aretini. In una piccola Provincia come Terni, l’opposizione di Forza Italia non riesce ad avere l’elenco delle consulenze che per il periodo gennaio 2004-giugno 2005 ammontano a 1,9 milioni di euro. I vertici della Provincia di Potenza (centrosinistra) sono appena tornati da una missione in Romania per firmare un protocollo di cooperazione con la provincia di Galati, dopo che a marzo erano stati tre giorni in Polonia per presenziare a un evento fondamentale: la fiera campionaria agricola di Kielce. A Salerno, la Provincia (centrosinistra) ha appena lanciato il progetto “Doglife”: uno studio oncologico su 10 mila cani della zona per capire l’incidenza dei rischi ambientali sullo sviluppo delle neoplasie.

  • In Puglia, la Provincia di Lecce (centrodestra) sponsorizza riccamente la squadra di calcio e lo stesso fanno a Crotone con la locale compagine di serie B, che dall’ente riceve un contributo di 300 mila euro a stagione. Ma il mecenatismo pallonaro colpisce anche oltre lo Stretto. A Catania, tramite il marchio dell’arancia rossa, «la Provincia vuole essere il dodicesimo uomo in campo», ha dichiarato il presidente Raffaele Lombardo, il fuoriuscito dell’Udc che ha fondato il Movimento per le autonomie. Lombardo è diventato un leader nazionale proprio trasformando l’ente catanese in una fabbrica di consenso, capace di finanziare un vademecum per la montagna da distribuire in tutte le scuole, ma anche di impadronirsi della gestione dell’aeroporto, scatenando una battaglia legale con gli altri enti locali. I suoi ex compagni dell’Udc, il 29 marzo scorso, hanno addirittura sparato un comunicato stampa per denunciare che «la gestione dei fondi della Provincia di Catania è un elenco lungo 4 metri e 80 centimetri per un totale di circa 3 milioni di euro in un anno, pieno solo di consulenze, incarichi esterni e nomine dirigenziali. In sostanza, un comitato elettorale». Non sono da meno nella Sicilia Occidentale. A Palermo, l’ente guidato dal forzista Francesco Musotto licenzia manovre finanziarie da 380 milioni di euro. Il grosso della spesa è ovviamente indirizzato verso i capitoli della manutenzione delle strade e dell’edilizia scolastica. Ma nel gran calderone non potevano mancare la sponsorizzazione al Palermo calcio (da quattro anni), la partecipazione al Salone della moda di Parigi, le missioni in Tunisia per favorire la telemedicina tra cliniche palermitane e tunisine, il campionato provinciale per pizzaioli e gli scambi turistico-culturali con la Romania.

 

 

 

A difesa delle province, però, ci sono almeno due dati di fatto. Il primo è che non hanno una spesa fuori controllo: nel 2004, le province italiane avevano un deficit di appena un punto percentuale. Il secondo è la crescita esponenziale di competenze ricevute dalle singole regioni negli ultimi dieci anni.

 

  • In Piemonte, ad esempio, una legge del 2000 ha girato alle province molti compiti in materia di industria, polizia mineraria, protezione civile, impatto ambientale, inquinamento, gestione dei rifiuti, tutela delle acque, urbanistica e agricoltura. Raffaele Costa, ex ministro liberale noto per le battaglie contro gli sprechi delle burocrazie, oggi che guida l’ente di Cuneo ci ha ripensato: «Fino a dieci anni fa anch’io criticavo spesso le province, ma oggi hanno talmente tante cose da fare che ho cambiato posizione». E per darne un’idea, Costa spiega che Cuneo gestisce la bellezza di 3.150 chilometri di strade provinciali, ai quali si aggiungono altri 500 chilometri per delega regionale o statale. «Non si tratta di difendere poltrone o piccole fette di potere, ma di gestire con intelligenza e correttezza funzioni che ci vengono delegate», sostiene il margheritino Fabio Melilli, presidente di Rieti e dell’Unione province italiane. Melilli può esibire un ricco campionario di faccende che un piccolo comune non può certo gestire da solo, come i progetti di cablatura, i consorzi idrici o la tutela dei parchi.

 

Sulle province si scaricano anche effetti collaterali di riforme fatte a metà come quella dell’autonomia scolastica. «Capisco che non possa spettare a ogni comune decidere se e dove aprire un liceo, ma perché dobbiamo pagare la bolletta telefonica ai presidi?», si chiede Melilli. Verissimo, ma qualche rogna se la vanno anche a cercare. Un esempio per tutti, la polizia provinciale. Costa non l’ha neppure voluta e Melilli giura di avere solo 17 poliziotti che si occupano solo di tutela del territorio. Ma decine di loro colleghi, specie in Toscana e nel Centro-Sud, stanno moltiplicando le “volanti” provinciali e le piazzano sulle strade con gli autovelox. Un modo per far cassa, ma anche per stupire migliaia di ignari cittadini che magari si chiedono da anni a che servono le province.

 

 

 

 

 

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Chi controlla i controllori?
 
Anche nelle Authority di garanzia si moltiplicano i casi di conflitto di interessi 
 
(06 aprile 2007)
 
 
http://espresso.repubblica.it/dettaglio/Doppio-gioco/1563290
 
 
Antitrust
Direzione conflitto di interessi dell’Antitrust,
e
Decreto legge proprio sul riordino delle Authority
 

 

 

 

Tanto è diffuso il conflitto d’interessi, da toccare anche le Authority: ovvero le strutture pubbliche che dovrebbero assicurare correttezza e trasparenza. È dei primi di marzo, ad esempio, la nomina all’Antitrust (da parte dei presidenti di Camera e Senato) di Carla Rabitti Bedogni e Piero Barucci: la prima avvocato e docente universitario, il secondo ex presidente del Monte dei Paschi di Siena. Scelte pregiate, non c’è che dire, ma con due inopportunità. Bedogni, prima di arrivare all’Antitrust, era membro della Consob (l’organo di sorveglianza delle banche), il che stride con un disegno di legge appena approvato dal governo (secondo il quale per passare da un’Authority all’altra deve passare un anno). Quanto a Barucci, è stato al vertice dell’Abi, l’Associazione bancaria italiana più volte nel mirino dell’Antitrust. 


 
D’altronde, quando si parla di Authority, le polemiche non mancano mai. Anche, anzi: soprattutto, quando i protagonisti hanno cognomi illustri. Recente, per dire, è il caso di Giovanni e Giulio Napolitano, figli del presidente della Repubblica: entrambi brillanti professionisti, entrambi attratti dagli stessi temi. Giovanni lavora alla Direzione conflitto di interessi dell’Antitrust, mentre Giulio ha partecipato alla stesura del decreto legge proprio sul riordino delle Authority. Una combinazione un po’ stonata, visto anche il ruolo del genitore. 
 

Authority delle comunicazioni

Ma per certi versi la replica di quanto accade in un’altra Authority: quella delle comunicazioni, dove i conflitti sono comunque merce diffusa. Giancarlo Innocenzi, ad esempio, ex sottosegretario alle Comunicazioni e oggi commissario dell’Autorità vigilante, ha il figlio Gianclaudio che con la casa di produzione Horizon produce fiction per la Rai (vedi ‘Bartali’). Mentre un altro commissario, Sebastiano Sortino, ha il figlio Francesco che è fondatore e amministratore della Medialia srl, “costituita subito dopo le nomine dei componenti dell’Autorità per le garanzie”. Un conflitto al centro di un’interpellanza parlamentare, alla quale il sottosegretario alle Comunicazioni Luigi Vimercati ha così replicato: “Non figura un’ipotesi di contrasto con la norma richiamata (481 del ’95, ndr) il fatto che uno dei figli del dottor Sebastiano Sortino, nel quadro della sua autonoma attività professionale, sia amministratore di un’azienda che ha stipulato un contratto con la Rai per la diffusione e la valorizzazione di contenuti digitali”. 
 

E allora, viene da chiedersi, che cos’è in conflitto? Cosa non è consentito in questo Bengodi del doppio interesse? Se lo è domandato, tra gli altri, Franco Marini (sia pure dopo aver nominato Bedogni e Barucci), il quale ha avallato un’indagine conoscitiva sull’impiego al governo di consiglieri di Stato e magistrati del Tar. Un’iniziativa voluta dalla commissione Affari costituzionali del Senato, a cui non mancheranno gli spunti. Il consigliere di Stato Carlo Deodato, ad esempio, è capo dell’ufficio legislativo al ministero degli Affari regionali (84 mila 747 euro lordi annui). Il consigliere di Stato Italo Volpe è vicecapo di gabinetto al ministero delle Infrastrutture (con quale compenso, non è indicato). Il referendario di Tar Carlo Polidori è vicecapo dell’Ufficio legislativo al ministero per le Politiche giovanili (44 mila 661,17 euro lordi annui). Mentre il presidente del Tar del Lazio, Pasquale de Lise, è anche componente del comitato etico dell’Authority per le comunicazioni (17 mila 500 euro lordi annui), nonché fino al 28 febbraio scorso presidente della ‘commissione per lo studio delle questioni connesse alla riforma del complessivo sistema delle autorità indipendenti’. Trovando, nei ritagli di tempo, anche la forza di presiedere il collegio di un arbitrato da “88 milioni di euro circa” per la risoluzione della vertenza tra Anas e l’impresa Asfalti Sintex. Tutti esempi ufficiali, sia chiaro. Riportati nell’elenco dei doppi, tripli e quadrupli incarichi redatto dal Segretariato generale della giustizia amministrativa.


 
 
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Chi controlla i controllori?
 
 
Sanità, ricerca, università: quando il conflitto d’interessi è all’ordine del giorno.
 
(06 aprile 2007)
 
 
 

 

 

Il controllore che è anche il controllato. L’appaltatore che si aggiudica l’appalto. L’imprenditore sponsor di se stesso. Il vizio del conflitto d’interessi è un epidemia che ha contagiato tutti i settori della vita italiana, pubblica e privata: dalla politica alla finanza, dalla giustizia alla sanità.
 
 
Un Cavaliere mille società
 

Piccolo riassunto per un grande conflitto. Silvio Berlusconi è proprietario di società che operano in televisione (Mediaset), editoria (Mondadori), cinema (Medusa), sport (Milan) e intrattenimento (Teatro Manzoni), oltre a essere azionista al 35 per cento di Mediolanum (servizi finanziari) e al 45 di Pagine Utili. Quanto basta per creare evidenti problemi in caso di partecipazione al governo, come d’altronde già successo. Vero è che nella scorsa legislatura è stata approvata la cosiddetta legge Frattini (215 del 2004), ma altrettanto vero è che il centrosinistra l’ha definita “del tutto inadeguata alla soluzione dei conflitti d’interessi”.
 

 

Per correggere il tiro, Luciano Violante ha depositato lo scorso 20 febbraio alla commissione Affari costituzionali della Camera il testo base in 21 punti di un progetto di legge. Un documento che prevede la creazione di un’Authority di controllo composta da cinque membri: due eletti dalla Camera e due dal Senato, con il presidente indicato d’intesa dai presidenti delle Camere. “I titolari di cariche pubbliche”, recita l’articolo uno, “sono tenuti a operare esclusivamente per la cura degli interessi pubblici, e ad evitare che i loro interessi privati possano condizionare le loro decisioni e attività”. Concetti che dovrebbero essere scontati, e invece non lo sono affatto.


 
Tra baroni e camici bianchi
 

 

 

  • Bello sarebbe se i conflitti d’interessi risparmiassero, almeno, sanità e università. Le cose invece vanno diversamente. L’esempio più eclatante riguarda l’Italia ma anche il resto del mondo, dove la rivista ‘The Lancet’ è una bibbia della medicina progressista. Sulle sue pagine vengono combattute battaglie importanti, come quelle contro i danni degli armamenti e la tortura. Intanto però il suo editore Reed Elsevier, tramite la controllata Reed Exhibitions, promuove la vendita di armi organizzando fiere di settore. 

  • Uno sdoppiamento incredibile. Come incredibile è il fatto che nel nostro Paese la notizia sia rimasta tra gli addetti ai lavori. Pochi, d’altronde, sono i medici loquaci quando si parla di conflitti d’interessi. Eppure gli episodi non mancano. Ad esempio la vicenda dell’Anmco, l’Associazione nazionale medici cardiologi ospedalieri. Anni fa, in vena di trasparenza, ha istituito una commissione etica per regolamentare i rapporti con le industrie che operano nella sanità: non solo farmaceutiche, ma anche di apparecchiature diagnostiche. L’intento era ottimo, ma non è bastato: lo scorso autunno è giunta una relazione al direttivo, e lì ancora giace.

  • Possibile? Normale. I dati del Cirb, Coordinamento per l’integrità della ricerca biomedica, parlano chiaro: il 32 per cento dei giornalisti di settore riconosce di essere personalmente in conflitto, mentre il 95 per cento dichiara di dubitare degli opinion leader sponsorizzati dalle aziende farmaceutiche. Un clima di sfiducia che non risparmia né pubblico né privato. Molti mugugni, ad esempio, ha provocato la nomina alla direzione dell’Istituto dei tumori di Milano di Stefano Zurrida. Un professionista eccellente, riconoscono tutti, con un curriculum più che all’altezza. Ma anche amico ed ex segretario dell’altrettanto stimato Umberto Veronesi, fondatore dell’Istituto europeo di oncologia: struttura privata, in diretta concorrenza con l’Istituto dei tumori, dove Zurrida è stato condirettore della divisione di Senologia. 

  • Ulteriori polemiche, sottobanco, sta provocando poi una commissione dell’Agenzia italiana del farmaco creata per finanziare la ricerca indipendente (con il 5 per cento di quanto spendono le aziende farmaceutiche in pubblicità). Anche qui l’intento è nobile, e il presidente autorevole (Silvio Garattini). Ma qualcosa stride: “È vero”, dice il cardiologo Marco Bobbio, coinvolto nei lavori, “che sono state costituite due ottime commissioni italo straniere per valutare la qualità dei progetti”. Ma è altrettanto vero, riconosce, che la prima scrematura è opera di una commissione italianissima, i cui membri potrebbero valutare progetti dei loro stessi istituti.

  • Cambierà qualcosa? Riuscirà, il mondo universitario, a battezzare una generazione libera da conflitti? Impossibile, rispondono molti docenti. Certo, riconoscono, la magistratura interviene dove si arriva al reato. Ma la fabbrica dei conflitti è comunque sempre aperta. Ad esempio all’Università di Siena, dove il direttore di Chirurgia, Sergio Mancini, ha proposto e votato in consiglio di dipartimento l’ingresso del figlio Stefano. Da parte sua, l’ordinario di Chirurgia vascolare Carlo Setacci ha votato l’ingresso nel dipartimento di Chirurgia del figlio Francesco. Per non dire di Angelo Riccaboni, preside della facoltà di Economia, delegato del Rettore e allo stesso tempo presidente del Centro di valutazione e controllo Cresco. Così, ironizzano i colleghi, può valutare da capo del Cresco l’operato della sua facoltà. E ricoprire, nel senato accademico, un duplice interesse conflittuale: quello del rettore, e quello della sua facoltà…


 
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Chi controlla i controllori?
 
(06 aprile 2007)
 
 
In tv va in onda la commedia delle parti. Dall’ex direttore generale Rai al legale di Baudo. Dalla conduttrice all’opinionista. Il doppio ruolo impazza 
 

 

  • Da un punto non si scappa: televisione e conflitto d’interessi sono sinonimi. Come pure il teatro e persino lo sport. Molte polemiche ha provocato la nomina a direttore generale della Rai di Alfredo Meocci, direttamente sbarcato dall’Authority per le comunicazioni. Ma altrettanto conflittuale è la posizione del presidente della tv pubblica Claudio Petruccioli, passato in Rai dal vertice della commissione di Vigilanza: l’organo con cui controllava ciò che adesso presiede. Un controsenso tra i tanti. 

  • Basti pensare all’ultimo Festival di Sanremo, e alle polemiche scoppiate tra Rai e Pippo Baudo. Chi è intervenuto per lui? L’avvocato Giorgio Assumma, suo storico rappresentante e attuale presidente della Siae: la società degli autori per cui è cruciale un ruolo super partes. Lo stesso Assumma contro il quale il Codacons ha presentato un esposto al Tar per la partecipazione a società che producono audiovisivi. E la cui figlia Francesca  Assumma rappresenta personaggi come appunto Baudo, Alessandro Cecchi Paone, Fabrizio Frizzi, Paola Barale, Anna Falchi e Milly Carlucci. Stupirsi? Non è il caso. Chi si avvicina alla tv finisce fagocitato dai conflitti. Inevitabilmente. 

  • Un esempio è quello della più brillante conduttrice di talk show italiana, Daria Bignardi, che all’interno delle sue ‘Invasioni barbariche’ in onda su La 7 ci ha inondati di citazioni e spunti tratti dal settimanale ‘Vanity Fair’. Una testata che negli ultimi anni ha avuto un successo clamoroso, è vero. E che per certi versi è in sintonia con Bignardi per quel suo modo altobasso di trattare le notizie. Ma che ha anche un pregio da non dimenticare, o che perlomeno non dimentica la dinamica Daria: pubblica puntualmente, ogni settimana, la sua ‘Rubrica barbarica’, con tanto di colonna sul suo sito Barbablog. Non solo. Nell’elenco dei collaboratori, si trova anche Luca Sofri, che guarda caso è marito della conduttrice Bignardi, nonché prezzemolino dietro le quinte del programma. 

  • Un microconflitto a cui nessuno bada, sia chiaro, ma che ne introduce altri. Ad esempio, quello del comunicatore globale Klaus Davi (vero nome Sergio Mariotti), che da una parte tiene sul settimanale ‘Chi’ la rubrica ‘Picchi e abissi, chi vince e chi perde in tv’, e dall’altra ha come cliente la Rai, il tutto collaborando con il Tg3 ed esibendosi a ‘Domenica in’. 

  • Più parti reciti, insomma, e meglio è. O almeno così dicono in teatro, dove i conflitti sono più poveri ma comunque ci sono. Esemplare è quello che sta accadendo nella Capitale. Qui Massimo Pedroni, consigliere dell’Eti (l’Ente teatrale italiano che gestisce i teatri Quirino e Valle) è anche consigliere del Teatro di Roma, in diretta concorrenza. Giuseppe Ferrazza è presidente dell’Eti e revisore dei conti sempre del Teatro di Roma. Mentre Tato Russo è da una parte consigliere del Teatro di Roma, e dall’altra ha appena diretto e recitato al Teatro Argentina (gestito sempre dal Teatro di Roma) nella ‘Tempesta’ di Shakespeare, prodotta dal Teatro Bellini di Napoli di cui è direttore artistico.

  • Dettagli che esasperano chi vive dietro il sipario. E che non cambiano passando al mondo dello sport. Certo, precisano tutti, il cosiddetto scandalo di Calciopoli ha tamponato un po’ i vari Adriano Galliani e Franco Carraro, titolari di conflitti a grappolo. Ma non di solo calcio si vive. L’ex mezzofondista Franco Arese, per dire, è sia presidente della Federazione italiana atletica leggera, che amministratore delegato della Asics: azienda sponsor della squadra Nazionale. Mentre il Franco Barelli che presiede la Federazione italiana nuoto è anche “un uomo di primo piano nel mondo delle piscine romane (una vera e propria rete gestita tra amici e parenti) e di mezza Italia”. Così ha scritto Eugenio Capodacqua su ‘Repubblica’. E i giudici, di fronte ai quali è stato portato da Barelli, in appello gli hanno dato piena ragione.


 
 
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Afghanistan elicotteri  
 
Chi controlla i controllori?
 
(06 aprile 2007)
 
 

 

 

Sembra che l’Italia stia per mandare in Afghanistan una squadriglia di elicotteri da combattimento Mangusta. Non entriamo nel merito della decisione, ma vogliamo fornire una cifra sui costi di questo velivolo. Nel 2006 per i Mangusta c’è stata una spesa straordinaria di 2.480.000 euro. Si è trattato di pezzi di ricambio e manutenzione extra destinati soprattutto ai 3 elicotteri schierati in Iraq. Tutti i contratti sono stati affidati con trattative private: nessuna gara d’appalto, nessuna possibilità di ridurre i prezzi. Il peccato originale nel rapporto tra le aziende statali, come l’Agusta, e le forze armate fa sì che non ci sia competizione tra progetti e non esista poi alternativa per i ricambi. Insomma, contratti senza mercato che si trasformano in affari d’oro per il produttore. Spesso senza trasparenza: nessuno è in grado di dire quanto siano costati al contribuente i 60 Mangusta acquistati dall’Esercito. 

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La card resuscita i morti
 
 
(06 aprile 2007)

 

 

Questa inchiesta pubblicata nel numero de L’espresso in edicola nasce da una segnalazione spedita il 26 marzo da Totò a www.spreconi. Giuseppe Lo Bianco ha verificato quanto ci ha scritto Totò. Ed ecco il risultato.
 

  • L’hanno distribuita ad alcuni milioni di siciliani pescati nel caos anagrafico dai capricci di un computer, la stavano consegnando a 90 mila morti, l’hanno spedita a 21 mila cittadini non residenti in Sicilia e, in molti casi, l’hanno anche inviata due volte, con due lettere di accompagnamento firmate dal governatore Totò Cuffaro. È la “compagna di vita”, come l’ha battezzata lo slogan scelto per lanciare la tessera sanitaria: una card azzurra, plastificata, con gli stemmi dell’Europa, dell’Italia e della Sicilia, nome e cognome e codice fiscale e un microchip sopra la data di scadenza, 24 luglio 2011. Cuffaro l’ha definita una “novità rivoluzionaria’’: doveva servire ai cittadini per eliminare code e alla Regione per monitorare la spesa sanitaria, che in Sicilia è sempre più una voragine. Ma a distanza di un anno si è rivelata solo un’inutile copia del codice fiscale. Non è servita nemmeno per sostituire il vecchio libretto sanitario. Insomma, un inutile pezzo di plastica, con risvolti di umorismo tragico degni di un’opera di Gogol. 

  • L’ennesimo progetto-fantasma della sanità isolana parte alla fine del 2005, quando sull’onda dei piani di e-government, nasce “Sicilia e-innovazione”: una società a capitale regionale per armonizzare e gestire tutti i progetti informatici della Regione. Gli obiettivi sono ambiziosi: si parla di cablaggio, banda larga, sportelli unici e reti civiche. La società poi mette su famiglia e genera un gruppo: “Sicilia e-Sanità”, “Sicilia e-servizi” e infine “Sicilia e-reti”, che vanno in liquidazione dopo l’entrata in vigore del decreto Bersani sulle liberalizzazioni e sul divieto di affidamenti diretti da parte della pubblica amministrazione. 

  • Si fa in tempo, però, a stringere un accordo strategico con “Lombardia informatica”, una società pubblica partecipata dalla Regione guidata da Roberto Formigoni, che ha il suo centro di calcolo in Val d’Aosta e che entra con il 30 per cento nell’iniziativa palermitana. Grazie all’asse con Milano si parte: la tessera stampata in 4.800.000 esemplari viene presentata nel marzo 2006. Ha un microchip che, si dice, garantirà una serie di servizi, «sia in ambito pubblico che privato, il cui limite», è scritto nel comunicato stampa, «è soltanto la fantasia». Ma il progetto rivoluzionario non ha fatto i conti con l’anagrafe siciliana, e con quella sanitaria in particolare.

  • In Sicilia, dove l’informatizzazione delle reti è all’anno zero, le anagrafi non dialogano generando il caos totale. Ben 400 mila tessere vengono stampate con dati sbagliati e mandate direttamente al macero. Altre decine di migliaia sono spedite per errore. Accade infatti che i piccoli comuni, dove gli impiegati lavorano ancora a mano, comunicano solo dopo anni (o non li comunicano affatto) i nomi dei morti alla Regione per la cancellazione degli assistiti. Con il risultato che i medici di famiglia, in buona e in cattiva fede, continuano a percepire le indennità. Dopo avere inghiottito i dati, dunque, il cervellone stava per spedire la preziosa carta plastificata a oltre 90 mila morti. Le “tessere ai defunti” vengono fermate all’ultimo momento. Nulla invece ferma il decollo della Cuffaro Card verso il resto della Penisola: perché oltre ai decessi, il computer ignora anche i traslochi e spedisce il tutto anche ai non più residenti. In 21 mila se la sono trovata nella casella della posta, pur non avendo più diritto ai servizi pagati dalla Sicilia.

  • In questo caso, la colpa sarebbe però dell’Agenzia delle entrate, che ha fornito i dati delle dichiarazioni dei redditi aggiornati all’anno precedente.Tra gli aventi diritto, invece, molti non l’hanno ricevuta. Mentre non mancano i doppioni. «Ho ricevuto due tessere e, purtroppo, anche due lettere di Cuffaro», racconta Renato Costa, leader della Cgil medici: «Il mio nome è stato inserito nella banca dati in due modi diversi. E come me, due volte l’hanno ricevuta numerose altre persone. Che senso ha avviare un’operazione simile senza prima riordinare l’anagrafe sanitaria, rendendola affidabile? Soprattutto, come si può pensare di garantire questo servizio ai cittadini se l’interfaccia naturale della tessera, gli ospedali e i pronto soccorso, non hanno i terminali informatici per inserire sulla carta le prestazioni?».

  • Oggi la tessera non serve sostanzialmente a nulla. Chi l’ha presentata in un ospedale francese per caricare i costi sull’amministrazione regionale ha ricevuto come risposta una risata ed è stato obbligato a pagare. E chi pensava di sostituire il vecchio libretto sanitario ha dovuto cambiare idea. Adesso è tutto fermo. Restano le società regionali, dalle quali sono usciti i lombardi, con le partnership, i dirigenti, le assunzioni, i contratti di forniture: tutto in attesa di un provvedimento della giunta regionale che superi l’impasse imposto dal decreto Bersani.

  • Costo dell’operazione? Cifre non ce ne sono, all’assessorato siciliano al Bilancio, che gestisce l’affaire dopo avere di fatto esautorato la Sanità, si parla di “alcuni milioni di euro’’. «Cuffaro dovrebbe scrivere una lettera ai siciliani per chiedere scusa per una sanità che, più che offrire servizi per tutti, sembra garantire affari per pochi», dichiara Antonello Cracolici, capogruppo ds all’assemblea siciliana: «L’informatica garantisce trasparenza, l’assenza mantiene il caos, dove è più facile fare affari. Questa, senza giri di parole, è una truffa».

 

 

 

E i compensi pagati dalla Regione ai medici di famiglia per i 90 mila assistiti deceduti? L’accordo con la Federmedici prevede che il denaro percepito indebitamente dai sanitari venga detratto dalle future indennità, senza interessi. 

Europeccati Capitali

 

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Costa cara la suddivisione dell’Europarlamento su tre sedi: Strasburgo (sessioni plenarie), Bruxelles (minisessioni e attività dei gruppi politici), Lussemburgo (gestione amministrativa, segreteria, traduzione degli atti).

 

Strasburgo e Bruxelles: le due sedi dell’Europarlamento obbligano al pendolarismo oltre 3 mila funzionari. E costano 300 milioni di euro. Ecco l’analisi di uno spreco continentale.

 

Sono passate le nove di sera, piove e davanti all’aeroporto di Strasburgo si è formata una fila di uomini e donne. Alcuni hanno volti noti. Non dovrebbero essere qui, ma nell’aula dell’Europarlamento a votare. Oggi però Air France ha avuto una giornataccia. Un aereo guasto a Milano Malpensa, una tempesta di vento su tutta la Francia. Molti voli in ritardo. E non è finita. Non passano autobus e per raggiungere la città bisogna aspettare un taxi. Se ne va un’altra ora. Non perché ci sia tanta gente in coda. Ma perché non ci sono taxi. Basta guardare il numero di matricola: sono gli stessi quattro a fare avanti e indietro. Addio cena. Alle dieci per buona parte dei ristoranti è già tardi e nei pochi ancora aperti il cameriere dice che gli spiace, “ma la cucina sta chiudendo”. Alla fine, tra strade deserte e saracinesche abbassate, ci si salva in un pub con caraffa di birra e un piattino di arachidi.

 

Se il futuro dell’Unione europea è proporzionato alla vitalità della sua capitale, c’è da perdere l’ottimismo. E questa non è nemmeno una delle serate più morte. È la cronaca di una sera qualunque, l’autunno scorso. Una delle 12 volte all’anno a Strasburgo in cui il Parlamento europeo si riunisce in sessione plenaria. Succede una settimana al mese, da gennaio a dicembre. Dalle 15 del lunedì alle 17 del giovedì. Nelle tre settimane senza gli europarlamentari e il loro ampio seguito, la capitale dell’Alsazia è ancor meno capitale. Diventa una tranquilla cittadina di 650 mila abitanti con la sua storia antica e recente. E con una megastruttura ingombrante e costosa di palazzi fantasma. Una cattedrale nel deserto completamente vuota. L’emiciclo da 785 posti, tanti quanti gli eletti nei 27 Stati Ue, più i banchi per assistenti, traduttori, osservatori. Ventuno grandi sale conferenze da 100 e 350 posti. Tredici sale conferenze da 20 e 60 posti con cabine per gli interpreti. Tredici sale conferenze senza cabine per gli interpreti. Le stanze per onorevoli, portaborse, funzionari, traduttori, giornalisti, rappresentanti della Commissione europea e dei governi nazionali: in tutto 2.650 uffici arredati e attrezzati. Più gli impianti tecnici, bar, ristoranti e servizi logistici. Costa cara la suddivisione dell’Europarlamento su tre sedi: Strasburgo (sessioni plenarie), Bruxelles (minisessioni e attività dei gruppi politici), Lussemburgo (gestione amministrativa, segreteria, traduzione degli atti).

 

Come per ogni seconda casa, buona cosa sarebbe che, via gli inquilini, venissero spente le luci, chiuso il riscaldamento, sbarrate le porte. Ma all’Europarlamento di Strasburgo non si può. Il personale dela sicurezza non abbandona i palazzi. Anche gli addetti alle manutenzioni restano al lavoro. Riscaldamento, illuminazione, computer, reti telematiche devono funzionare alla perfezione quando ritorneranno i parlamentari. Non si può bloccare una sessione plenaria perché le segretarie non riescono a stampare gli atti da votare. Anche perché di ogni atto vanno preparate almeno 785 copie tradotte nelle 22 lingue ufficiali. E lo stesso vale per la gigantesca sede di Bruxelles, la settimana in cui l’assemblea è riunita a Strasburgo. Così le casse dell’Unione europea, cioè i contribuenti, sono costretti a sopportare il doppione.

 

Ma la storia non finisce con le spese di acquisto, affitto e mantenimento dei palazzi. C’è la carovana del ritorno. Alle 17 del giovedì di plenaria, a Strasburgo ha inizio la smobilitazione. In realtà, grazie al veto di Air France alle concorrenti e alla scarsa redditività della linea, i collegamenti aerei dalla città francese sono così scomodi che molti deputati vanno via prima, a sessione ancora aperta. Concluse le votazioni, i 1.500 assistenti dei parlamentari e dei commissari europei raccolgono i loro documenti nelle casse da viaggio e si preparano a ritornare in Belgio. Lo stesso fanno i 1.745 funzionari dell’Europarlamento inviati da Bruxelles e da Lussemburgo. Più di 3 mila impiegati di vario livello che ogni mese si spostano a spese dell’Unione europea. Con rimborso del viaggio andata e ritorno: di solito, un biglietto di prima classe in treno di 90 euro da moltiplicare per due. Più l’indennità di trasferta. Più vitto e alloggio: un forfait di 160 euro al giorno oppure la copertura piena delle ricevute, secondo il contratto di lavoro oppure l’accordo con il gruppo politico di appartenenza.

 

Assistenti, funzionari e interpreti si muovono sulle loro gambe. Ma le casse di documenti bisogna portarle. E non è un lavoro da niente. Intanto perché sono 3.400. E pesano 40 chili l’una. Poi ci sono gli armadi, un centinaio: a tre piani perché quelli a quattro si ribaltavano addosso ai facchini. In tutto fanno 200 tonnellate di carta. Più altro materiale, come le divise degli usceri. Casse e armadi vengono caricati su 20 Tir. Il viaggio di 435 chilometri dura sette ore e più, dipende dai cantieri lungo l’autostrada. Tra giovedì notte e sabato il trasloco è completato. Le casse vengono ridistribuite nei corridoi sui quindici piani della sede di Bruxelles, ciascuna davanti al rispettivo ufficio in base alla targa di identificazione su fianchi e coperchio. E il lunedì mattina l’archivio è di nuovo a disposizione di parlamentari e funzionari. Fino al successivo giovedì che precede la sessione a Strasburgo. Allora l’operazione viene ripetuta al contrario. Ventiquattro volte l’anno tra andata e ritorno. Centoventi volte nei cinque anni di legislatura: fanno oltre un milione di euro di spese di trasporto. Con il ping-pong di settembre che ha sempre due sessioni. Perché bisogna recuperare la pausa d’agosto. Così venerdì 31 agosto 2007 i camion ripartiranno da Bruxelles carichi di casse e armadi per la sessione plenaria di lunedì 3 settembre a Strasburgo. Venerdì 7 ripoteranno tutto a Bruxelles. Venerdì 21 ripoteranno tutto a Strasburgo. Venerdì 28 riporteranno tutto a Bruxelles. Secondo un calendario approvato dai parlamentari ogni autunno per l’anno successivo.

 

Le casse sono le protagoniste di gag e disguidi in questa transumanza in doppio petto. A volte finiscono all’ufficio sbagliato. E hai voglia a ritrovarle tra 2.650 possibili destinatari. Così comincia la caccia al tesoro. Quasi sempre con e-mail via intranet: “Per favore, qualcuno ha visto la cassa numero…?”. Un tempo erano di ferro, con spigoli affilati. Ed erano la causa principale di infortuni sul lavoro tra i parlamentari e il loro seguito: botte alle caviglie, tagli ai polpacci, senza contare collant e pantaloni strappati. Adesso sono di plastica con forme arrotondate. E il massimo della loro pericolosità è quello di nascondersi tra scrivanie e scaffali e fare lo sgambetto al primo onorevole distratto. Nemmeno la sostituzione delle casse è stata indolore per il budget europarlamentare. Le ‘cantines’, come le chiamano gli assistenti, hanno un design studiato apposta e sono costate 830 mila euro: 244 euro l’una. E siccome il design è speciale, il Parlamento ha dovuto comprare 800 cariole speciali per trasportarle nei corridoi.

 

Il 29 marzo nella minisessione di Bruxelles, l’Europarlamento presieduto dal tedesco Hans-Gert Pöttering ha approvato le linee guida del bilancio 2008. Con un passaggio che rischia di aprire contrasti tanto duri quanto quelli che hanno accompagnato la bocciatura della Costituzione europea. “Il Parlamento è particolarmente preoccupato per il costo dovuto alla dispersione geografica, in particolare per il numero di missioni intraprese dal personale nelle tre sedi di lavoro”, è scritto nelle linee guida, “ed esaminerà la possibilità di razionalizzarle meglio”.

 

Escludendo gli assistenti parlamentari, soltanto per il funzionamento amministrativo dell’Europarlamento nel 2005 sono stati pagati 71.369 giorni di trasferta fra le tre sedi. L’andata e ritorno tra Bruxelles e Strasburgo fa perdere due mezze giornate di viaggio. Cioè un giorno di lavoro, moltiplicato per dodici volte l’anno, moltiplicato per più di tremila dipendenti, che ai contribuenti costano tre volte: perché vengono pagate le ore di servizio, l’indennità di missione e le spese del treno.

 

Ma quanto fa tutto questo in soldoni? L’argomento è finora tabù. Gli europeisti temono di dar voce agli euroscettici. E di irritare la potente lobby parlamentare francese. Soltanto una volta nella giovane storia dell’Unione europea è stato fatto il calcolo. Con un risultato spaventoso: il 16 per cento del budget totale dell’Europarlamento viene buttato in indennità di trasferta, stipendi di personale in esubero, riscaldamento, affitti e mantenimento di uffici vuoti dovuti alla dispersione geografica delle sedi. La relazione risale al 2002-2003 e porta la firma di Julian Priestley, allora segretario generale dell’Europarlamento. Lo studio di Priestley, senza prendere posizione, rivela tra l’altro che i costi di cinque giorni di sessione a Strasburgo sono il 33 per cento più alti che a Bruxelles. Tutti sanno che la capitale belga sarebbe la soluzione migliore, perché è già sede della Commissione europea ed è meglio collegata al resto d’Europa. Lo conferma un sondaggio informale tra 800 funzionari: 750 hanno votato l’emiciclo e gli uffici di Bruxelles. Ma i primi a non volerlo accettare sono i francesi.

 

Così:

 

  • 78 milioni di euro l’anno se ne vanno per la gestione degli immobili temporaneamente vuoti,

  • 42 nel mantenimento delle reti informatiche inutilizzate,

  • 22 per il pagamento di personale al momento inutile,

  • 18 in indennità di trasferta per i funzionari del Parlamento,

  • 9 in spese varie

  • 34 milioni come conseguenza del recente allargamento.

 

Il totale è di 203 milioni di euro l’anno soltanto per il funzionamento amministrativo. La somma non tiene conto cioè dei milioni di euro rimborsati ai parlamentari e ai loro assistenti. E nemmeno dei costi in perdita di efficienza di tremila impiegati costretti a traslocare la loro sede di lavoro due volte al mese. Mettendo tutto insieme, lo spreco salirebbe a 300 milioni di euro l’anno o forse più. Una spesa che potrebbe essere indirizzata ad altri scopi.

 

Dopo la relazione del segretario generale, però, nessuno ha mai più osato scorporare le cifre dalle varie voci di bilancio su cui sono spalmate. Gli uffici amministrativi del Parlamento si guardano bene dal rivelarle. “Le cifre attuali sono sconosciute”, ammette a ‘L’espresso’ il liberale tedesco Alexander Alvaro, “comprendiamo il valore simbolico di Strasburgo per la pace in Europa. Ma se l’Ue vuole maturare, è importante che elimini sprechi di denaro e di tempo. Strasburgo potrebbe tra l’altro diventare sede delle riunioni del Consiglio europeo, dei governi dell’Unione. Questo darebbe ugualmente alla città una buona esposizione mediatica”.

 

Alvaro è tra i promotori della petizione sul sito www.oneseat.eu: il lungo elenco dei sostenitori va dal ministro liberale svedese Cecilia Malmström alla socialista olandese Edith Mastenbroek. Un’alleanza trasversale che abbraccia anche Verdi inglesi e italiani. In poche settimane la campagna per una sede unica ha raccolto oltre un milione di firme: secondo la Costituzione europea bocciata, un milione di adesioni sarebbe bastato per proporre la questione in Commissione.

 

La soluzione non è semplice. La sede di Strasburgo è prevista dai Trattati. E per modificare i Trattati serve il voto unanime di tutti gli Stati membri. Compresi Francia e Lussemburgo. Un accordo con il Grand Ducato impone che sul totale del personale dell’Europarlamento almeno la metà sia assegnata alla sede del Lussemburgo. Nel frattempo la Francia potenzia i collegamenti via terra. Come il Tgv che pochi giorni fa è arrivato da Parigi a Strasburgo in 140 minuti toccando i 575 chilometri all’ora. Un record che allontana ancor di più Strasburgo da Bruxelles. Perché tra le due capitali europee i pochissimi treni diretti continuano a viaggiare a velocità italiane: non superano mai gli 80 orari di media.

 

 

L’ennesimo scandalo: soldi pubblici regalati alle cliniche private. Cento milioni di euro, senza che ne avessero diritto.

 

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L’ennesimo scandalo: soldi pubblici regalati alle cliniche private. Cento milioni di euro, senza che ne avessero diritto. Questa è una sintesi dell’inchiesta di Pescara sulla sanità abruzzese, che Primo Di Nicola racconta sul numero in edicola.

 

 Oltre il buco anche la beffa. Perché in Abruzzo il tentativo di mettere ordine alla voragine nelle spese della sanità si è trasformato in una gigantesca truffa contabile a vantaggio dei baroni delle cliniche private. Secondo gli investigatori, i soliti noti delle case di cura convenzionate sono riusciti a mettere le mani su un tesoretto da 100 milioni di euro. Soldi prelevati dalle casse della regione con una facilità tanto impressionante quanto sospetta: è bastato presentare un’autocertificazione per ottenere fiumi di denaro. Una pacchia ai danni del contribuente, benedetta dalla vecchia giunta regionale di centrodestra e proseguita con modalità diverse anche con quella di centrosinistra. Adesso forse la festa sta finendo. Le Fiamme gialle, la Corte dei conti e la Procura della Repubblica di Pescara si sono calate nel baratro della sanità pubblica abruzzese, che fino al 2005 aveva accumulato debiti per 682 milioni di euro, cercando di capire quanto del denaro era stato realmente speso e quanto invece si era perso nei meandri del malaffare. Il risultato è choccante: ben 100 milioni di euro, 200 miliardi delle vecchie lire, sarebbero stati indebitamente riconosciuti ai titolari delle cliniche. Oltre 100 milioni che potrebbero venire richiesti a tutti i responsabili della giunta protagonista dello scandalo.

Al centro dell’intrigo c’è un meccanismo molto di moda nella finanza pubblica degli scorsi anni: la cartolarizzazione, ovvero la vendita di beni (crediti, immobili) pubblici. In Abruzzo si è pensato di applicarla alla sanità, con un progetto che avrebbe dovuto fare scuola nell’Italia delle regioni sprecone. Invece, secondo gli inquirenti, l’operazione si sarebbe trasformata in un capolavoro del malaffare. La brutta storia inizia nel 2004 quando l’allora governatore Giovanni Pace (An) decide di ripianare i debiti sanitari: tutti soldi che le Asl dovevano pagare alle cliniche private. Si stabilisce di cartolarizzare i crediti: la Finanziaria regionale (Fira) li acquista dai privati e li gira a una società veicolo (Cartesio srl); questa emette obbligazioni con i cui proventi la Fira paga i privati; la Regione rimborsa i titoli previo accordo con le Asl che devono riconoscere i crediti dichiarati dai privati. Così parte la cartolarizzazione: una prima tranche per 336 milioni conclusa da Pace nel 2004; un’altra da 346 milioni portata invece a termine dal successore Ottaviano Del Turco. È proprio sulla cartolarizzazione di Pace che la Guardia di finanza ha scavato a fondo. Secondo le Fiamme gialle l’operazione parte male sin dall’inizio, quando si tratta di individuare i crediti dei privati. Accanto a quelli vantati per prestazioni regolarmente fatturate e contabilizzate (credito performing) vengono infatti inseriti anche i crediti presunti (non performing). Ossia i crediti che i titolari delle cliniche potrebbero vantare in futuro per il periodo 1995-2001. È chiaro che si tratta di crediti non esigibili. Ma l’allora assessore alla Sanità Vito Domenici (Fi) nell’aprile 2004 va anche oltre: convoca i rappresentati delle case di cura invitandoli a formulare, addirittura «sotto forma di autocertificazione», le loro pretese per quei sei anni. Una manna per i padroni delle cliniche che presentano conti salati quanto evanescenti: chiedono 39 milioni alla Asl di Chieti, 38 a quella di Pescara, 23 a quella di Avezzano-Sulmona. In totale fanno quasi 100 milioni di euro nella ripartizione dei quali fa la parte del leone Vincenzo Maria Angelini, finanziatore di Forza Italia.

Il primo aspetto singolare della vicenda, spiegano le Fiamme gialle, è che mentre l’assessore chiede alle case di cura l’autocertificazione dei crediti, si guarda bene dal controllare la fondatezza di quelle richieste. Sì, nessuno verifica se i pretendenti avevano diritto o meno ai rimborsi milionari: non lo fa l’assessorato, non lo fanno nemmeno le Asl. È solo la Guardia di finanza a studiare le autocertificazioni. Gli investigatori scoprono che le somme invocate dai privati riguardano cure e ricoveri «in quantità eccedente il budget annualmente fissato dalla Regione»: cifre difficilmente esigibili in base ai regolamenti. Inoltre queste autocertificazioni sono connotate da «una manifesta carenza documentale» e in molti casi le prestazioni sanitarie relative non sono state nemmeno fatturate. Rimborsi per il nero? Non solo: per molti di questi crediti le case di cura non hanno avviato un contenzioso giudiziario, segno che non ritenevano di potere ricevere quei soldi. Insomma, un regalo.

 

 

 

Low cost, alto guadagno

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La delegazione italiana in partenza da Roma per Strasburgo viaggia compatta. Il prossimo appuntamento è per lunedì 23 aprile all’aeroporto di Ciampino, volo Ryanair per Karlsruhe-Baden, a meno di 60 chilometri dalla città francese. Il calendario delle sessioni plenarie permette di comprare in anticipo i biglietti che così raramente superano i 90 euro. Per l’europarlamentare significa mettersi  in tasca circa 900 euro a tratta del rimborso forfettario che ottiene dalla Ue per viaggiare in “business” (circa mille euro, appunto). Per il rimborso, ai parlamentari basta dimostrare di aver viaggiato, a prescindere dal mezzo di trasporto usato, ricevendo una somma calcolata in base alla distanza e alle tariffe più alte praticate dalle compagnie aeree. Un trattamento forfettario che in origine aveva come scopo il risparmio delle spese di rendicontazione del Parlamento, ma si è tramutato in un privilegio denunciato dai media di tutta Europa. Il 15 giugno 2005 l’Europarlamento ha finalmente approvato il nuovo Statuto che inserisce il principio del rimborso su presentazione puntuale del giustificativo di spesa. Ma entrerà in vigore solo dal 2009 e con un periodo “transitorio” di due legislature. Nel frattempo il privilegio continua. Basta un rapido confronto per mettere in evidenza il risparmio di tempo e denaro: a 15 giorni dalla partenza, il volo Alitalia, con scalo a Milano, costa 1131.93 euro (tre ore e mezza di volo), mentre le tradizionali rotte di AirFrance via Lione o Nizza costano 700 euro a fronte dei 415 di Lufthansa con arrivo Francoforte e successivo lungo trasferimento in pullman. La combinazione più costosa di Ryanair non supera invece i 210 euro per un’ora e 45 minuti di volo. Ma con due mesi di anticipo già si scende a 130. Nel frattempo, il rimborso business val bene qualche disagio low cost. Anche se i posti non sono assegnati e si sta un po’ stretti, sui voli Rayanair si incontra tutto l’arco parlamentare: Alessandra Mussolini, seduta tra il comunista Marco Rizzo e Marco Pannella, il Ds Nicola Zingaretti, Lilli Gruber tra Roberta Angelilli e Cristina Moscardini di An, Roberto Musacchio e Luisa Morgantini di Rifondazione, il vicepresidente del Parlamento europeo Luigi Cocilovo (Margherita) e Francesco Musotto (Forza Italia) che arriva da Palermo. «Così impiego dieci ore. Quasi, quasi», commenta, «mi converrebbe partire da Cipro o da Malta che hanno voli diretti». Ma guai a parlare di aereo di Stato. All’inizio della legislatura Cirino Pomicino ottenne dalla presidenza del Consiglio un volo privato poi immediatamente soppresso, riparando in fretta alla gaffe dei parlamentari più pagati d’Europa (12 mila euro mensili), trasportati gratis e rimborsati a spese della Ue. Intanto, Ryanair è diventato vettore “ufficiale”, tanto che la città di Strasburgo ha messo a disposizione una navetta che in 40 minuti porta al Parlamento. Anche qui si sta stretti. Alcuni deputati restano in piedi per mancanza di posti. Ma la capienza e la pazienza ha un limite. Così i deputati hanno scritto una lettera di protesta.    Chiara Longo Bifano

 

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Auto sequestrate? Ci costano 48 milioni di euro – I beni sequestrati a chi non paga le multe? Costano allo Stato molto più delle sanzioni non riscosse. Così una mancata entrata si trasforma in un’emorragia. Lo rivela la Corte dei Conti in un testo choc, quello relativo ai debiti e alle spese del ministero dell’Interno. Nel solo 2002 il ministero ha dovuto stanziare 48 milioni e 654 mila euro per le “spese, comprese quelle di custodia delle cose sequestrate, connesse al sistema sanzionatorio delle norme che prevedono contravvenzioni punibili con l’ammenda”. I costi maggiori sono per i depositi dove vengono parcheggiate, spesso per decenni, le auto sequestrate. Tra l’altro spesso questi costi si trasformano in debiti, perchè il Ministero è eternamente a corto di soldi. Ma invece di buttare  circa 100 miliardi di lire l’anno in queste “spese di custodia” non converrebbe rivedere tutto? E magari usare quel denaro per migliorare la sicurezza dei cittadini?

 

 

 

L’ispettore vede nero

 

Pochi uomini, senza auto né computer. Nell’Italia delle morti bianche e dei lavoratori clandestini i controlli su aziende e cantieri ripartono dall’anno zero. Un solo dato fra tutti: in media un’azienda viene sottoposta a verifica ogni trent’anni. Troppo poco per servire da deterrente.

 

di Francesco Bonazzi
e Gianluca Di Feo

 

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Il problema spesso sono addirittura i francobolli: non si possono mandare le contestazioni alle imprese perché mancano i soldi per spedirle.  E se mancano perfino i valori bollati, figurarsi i computer, le macchine fotografiche o i rimborsi benzina: presenze ancora rare in uffici dove spesso tocca muoversi con il tram o la bicicletta.

 

Così, da Trapani a Trento i presunti sceriffi del lavoro, invocando l’anonimato, ripetono la stessa litania: il racconto di una situazione desolante, con una burocrazia che obbliga anche le persone più motivate a vivere come Fantozzi e impedisce di compiere il proprio dovere. Eppure questi sono gli uomini e le strutture che dovrebbero combattere il lavoro nero e le morti bianche: due problemi che sono diventati un’emergenza sociale. E che il presidente Giorgio Napolitano ha imposto con caparbietà all’attenzione del Paese. Un solo dato fra tutti: in media un’azienda viene sottoposta a verifica ogni trent’anni. Troppo poco per servire da deterrente.

 

Ora, dopo avere toccato il baratro nei primi mesi del 2006 con un ulteriore calo dell’attività, finalmente arrivano i nostri. Come nei film western, negli uffici stremati da anni di assedio giungono i rinforzi: nuovi plotoni di reclute, pc portatili, persino dei telefoni cellulari. Arrivano nuovi funzionari, sta finalmente nascendo una banca dati (sì, finora non ne esisteva una), si sta mobilitando tutta la pubblica amministrazione per sostenere le verifiche. Merito di provvedimenti approvati, ma mai concretizzati, dal ministro Roberto Maroni e adesso realizzati dal suo successore, l’ex sindacalista rosso Cesare Damiano. Trecento uomini in più rafforzeranno nelle prossime settimane i ranghi dell’ispettorato del ministero (oggi sulla carta sono 2.889) e del reparto specializzato dei carabinieri (oggi 443). Se a questi si aggiungono i 2.150 ispettori registrati nell’organico dell’Inps e dell’Inail, si arriverà presto ad un totale previsto di 5.783 persone.

 

Qualche cifra è utile a capire che il gioco vale la candela anche da un punto di vista meramente economico. Nel 2006, l’attività ispettiva ha riguardato quasi 290 mila aziende: in oltre 180 mila sono emerse irregolarità; i lavoratori totalmente in nero sono risultati 122.483 e lo Stato ha potuto recuperare contributi evasi per un miliardo e mezzo di euro. E visto che, dati alla mano, che “ogni singolo euro investito nelle ispezioni alla fine ne rende quaranta”, allora non servono degli scienziati per capire che c’è poco da inventarsi. Basterebbe usare parte dei soldi recuperati per auto-alimentare un circuito virtuoso.E più incisività nelle sanzioni, che fino a pochi mesi fa erano davvero irrisorie.

 

Racconta un ispettore del Nord: “Ci sono piccoli imprenditori che quando andiamo a trovarli hanno già pronti in cassa un migliaio di euro messi lì per la multa. E c’è chi te li darebbe su due piedi per togliersi il fastidio, convinto che tanto per decenni non torniamo”. Nelle norme che il governo sta preparando parecchie punizioni verranno quintuplicate. Il modello, comunque, c’è già. La legge ’36 bis’, varata da Pierluigi Bersani lo scorso agosto, offre un grimaldello contro l’illecito nei cantieri dove si muore quasi ogni giorno: si sequestra tutto finché l’imprenditore non mette ogni cosa in regola e paga la supermulta.
(30 aprile 2007)

 

 

 

Una sorta di bomba al neutrone: ogni dipendente senza assunzione costa da 5 mila a 12 mila euro; più 150 euro per ogni giorno di presenza irregolare e altri 3 mila euro se sono scaduti i termini per il versamento dei contributi. Sanzioni pecuniarie a parte, la chiusura del cantiere irregolare è un tale shock economico che, in media, nel giro di dieci giorni i lavoratori vengono tutti magicamente regolarizzati. Basterà per debellare il vizio italico del lavoro nero? Perché si tratta di un fenomeno di massa: i dati del Comando carabinieri tutela del lavoro evidenziano un 60 per cento di aziende irregolari, concentrato per il 41 per cento nel Nord e per il 34 al Sud.

 

 

 

I risultati? Nel 2006, 443 carabinieri hanno svolto 23.746 ispezioni, intervistando 118 mila lavoratori: 35 mila di loro erano ‘irregolari’ e sono piovute multe su 14.218 aziende, recuperando oltre 100 milioni di euro. In pratica, una media annuale da Stakanov: 53 ispezioni e 250 mila euro ‘fatturati’ per ogni militare in servizio.

 

Ma se i carabinieri ottengono risultati simili, perché tenerne solo 443? In realtà, anche qui i rinforzi sono in arrivo: 60 entro l’estate. Rinforzeranno le pattuglie sul territorio e permetteranno di creare una centrale di analisi, che possa studiare il fenomeno e indirizzare meglio i controlli. Sta anche per partire una banca dati, che sarà gemella di quella degli ispettori ministeriali.

 

Perché oggi quasi tutti gli uffici del ministero, per fare una verifica sulla situazione Inps o Inail di un’azienda o di un dipendente, devono mandare fisicamente un funzionario: non esiste nessuna connessione informatica tra enti previdenziali, assicurativi e ministero. E così si perdono giornate preziose. Solo negli ultimi mesi Damiano è riuscito a portare al 46 per cento la percentuale di ispettori impegnati nei controlli: prima il 70 per cento non si muoveva dagli uffici, spesso dotati di un’unica linea telefonica. Entro il 2008 il ministro conta di elevare a una quota del 60 per cento le missioni operative.

 

Secondo una stima dell’Inail, l’istituto previdenziale che assicura gli infortuni professionali, la mancata prevenzione pesa ormai per il 3 per cento del Pil ovvero oltre 40 miliardi di euro l’anno. Nel triennio 2003-2005, l’Inail ha registrato 961.163 infortuni e una media di 1.328 morti l’anno. E questi sono solo i dati ufficiali. Perché è lo stesso istituto a segnalare che ogni anno ci sarebbero almeno altri 200 mila incidenti non denunciati e altre migliaia di vittime che fingono di essersi ferite a casa o per strada. Insomma, un’epidemia con costi sociali altissimi. E una sensibilità ancora debole: nemmeno le supermulte creano una cultura della sicurezza, soprattutto quando i lavoratori sono immigrati che ignorano tutte le regole, anche quelle a loro tutela. Con situazioni che sfiorano la provocazione. Come quel cantiere per il restauro di una palazzina a Roma proprio davanti alla sede dell’ispettorato centrale e del comando dei carabinieri: per tre volte militari e funzionari civili si sono alternati nei controlli. Eppure affacciandosi alle finestre continuavano a vedere in diretta quei manovali sul tetto senza casco o con le funi di sicurezza slacciate. E quando sempre nella capitale sono scattate le verifiche sulla costruzione di 35 grandi edifici, solo in un caso è stato trovato tutto in regola. Un barlume di speranza: l’azienda era di due giovani imprenditori napoletani, decisi a spendere di più pur di rispettare la legge.

 

 

Quindici miliardi inutili: sparirà la stazione più assurda

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Nella terra degli spreconi c’è un capolavoro che difficilmente verrà superato: gli appalti di Italia 90. Ricordate? I mondiali di calcio giocati nel nostro paese, ultima alluvione di denaro pubblico prima della crisi economica e di Mani Pulite. L’elenco degli stadi inutili o mal costruiti, degli alberghi finanziati e mai completati, delle sale stampa demolite dopo una sola partita è lungo. C’è una struttura celebre, l’Air Terminal di Roma Ostiense, un progetto semplicemente assurdo che giace abbandonato: nei suoi cortili è sorta una tendopoli di immigrati.

 

E c’è un’altra opera simbolo di cui è stata appena decretata la morte. Si tratta della stazione ferroviaria romana di Farneto, più volte descritta in articoli e servizi tv. Costò 15 miliardi di lire, venne inaugurata per i Mondiali ma fu utilizzata solo quattro giorni in occasione delle partite giocate nella capitale. Dopo 17 anni di chiusura, l’ora della fine si avvicina: Comune e Fs sono d’accordo nel cancellarla definitivamente dal rinnovato tracciato di Roma Nord, anche perchè la nuova linea della metropolitana avrà una stazione a pochi metri di distanza.

 

La soluzione indicata è radicale: abbattere tutto, e destinare l’area ad un uso diverso. Amen. Di tutto questo, come al solito, nessuno è mai stato chiamato a risponderne.

 

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Click here: [url=https://wallstreetrack.wordpress.com/2007/03/15/i-costi-dellevasione-della-inefficienza-della-pa-e-della-corruzione-tra-la-politica-e-le-lobbies-criminalita/]link-Costi dell’evasione, della inefficienza della P.A. e della corruzione tra la Politica e le lobbies-criminalita’ [/url]

 

 

Click here: [url=https://wallstreetrack.wordpress.com/2006/10/09/litalia-tra-i-peggiori-paesi-al-mondo-per-la-corruzione-anche-nellexport-bribe-payers-index-bpi-2006/]link-La corruzione fuori dall’agenda politica [/url]

 

 

 

Click here: [url=https://wallstreetrack.wordpress.com/2006/12/10/stipendi-dei-parlamentari-1523702-euro-netti-al-mese/]link-Stipendi dei Parlamentari [/url]

 

 

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Click here: [url=https://wallstreetrack.wordpress.com/2007/02/04/pensioni-dei-parlamentari-e-uno-schifo-reset/]link-Pensioni dei Parlamentari [/url]

 

 

 

Click here: [url=https://wallstreetrack.wordpress.com/2006/10/20/italia-debito-pubblico-rating-problema-dei-dipendenti-pubblici-e-degli-enti-inutili-ovvero-della-spesa-della-pa/]link-declino Italia [/url]

 

 


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Click here: [url=https://wallstreetrack.wordpress.com/2006/12/21/i-5-simboli-del-doloso-sottosviluppo-italiano-la-politica-tutta-o-quasi-i-sindacati-la-chiesa-l%e2%80%99informazione-e-alcuni-giudici-di-alcuni-tribunali-fallimentari-e-civili-in-uno-con-i-lo/]link-I 5 simboli del doloso sottosviluppo Italiano: su tutti la Chiesa! [/url]

 


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Click here: [url=https://wallstreetrack.wordpress.com/2007/03/10/giustizia-e-la-riforma-dell%e2%80%99ordinamento-giudiziario-ecco-i-veri-problemi-parte-seconda/]link-la riforma dell’Ordinamento Giudiziario e’ indecente [/url]

 

Click here: [url=https://wallstreetrack.wordpress.com/2007/02/23/processi-lenti-e-non-sempre-chiari-who-judges-the-judges/]link-Giustizia Civile e Fallimentare e la dolosa lentezza dei processi[/url]


 

Click here: [url=https://wallstreetrack.wordpress.com/2006/11/12/i-vasi-comunicanti-tra-la-magistratura-la-politica-e-la-finanza/]link-Corruzione e Giustizia Civile e Fallimentare [/url]

 

 

 

 

Click here: [url=https://wallstreetrack.wordpress.com/2007/01/30

/indicatori-internazionali-quadro-generale/]

link-La corruzione fuori dall’agenda politica [/url]

 

 

Click here: [url=http://www.osservatoriosullalegalita.org

/06/acom/10ott3/2300marcofin.htm]

link-Finanziaria e 4 nodi [/url]

 

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2006/09/29/185/]

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