I segreti del mercato dell’Oro Nero

I segreti del mercato dell’Oro Nero

 

Perchè il petrolio non viene comprato in euro anzichè in dollari?

 

The Oil supply weekly data

 

Energy Information Administration

The Oil supply weekly data / Summary of Weekly Petroleum Data

Crude Oil (Excluding SPR) = scorte di greggio

Total Motor Gasoline =    benzina

Distillate Fuel Oil = gasolio da riscaldamento e diesel 

 

SPR = riserva americana

http://www.eia.doe.gov/oil_gas/petroleum/data_

publications/weekly_petroleum_status_report/wpsr.html

 

OIL_B_LOCATION AREA REFINERY

OIL_PERSIAN GULF EXPORT BY COUNTRY

 OIL_1_STOCKS INVENTORIES WEEKLY2

OIL_1_STOCKS INVENTORIES WEEKLY3

Prices

http://www.bloomberg.com/markets/

commodities/energyprices.html

 

http://tonto.eia.doe.gov/oog/info/twip/twip.asp

 

Crude Oil prices in the past 200 years seasonally adjusted

http://www.forbes.com/business/2005/11/01/oil-

prices-1861-today-real-vs-nominal_flash.html

 

Dated Brent Spot 70.33

Nymex Crude Future $66.27

WTI Cushing Spot $66.27 – Record toccato nel luglio del 2006 a $78.40 al barile (dal gennaio 1981 a $87,28 al barile)

 

 

2007 Crude Future Oil cost / WTI Cushing Spot $66.27 a barrel. A tripling of energy prices over the past 6 years ( $25.65 a barrel) has cut the world’s economic growth by -0.5 percent to 1 percent .

But In real terms, stripping out inflation, oil is still below the record inflation-adjusted average monthly price (that U.S. refiners paid for imported crude oil) of $87,28 a barrel hit in January 1981 after the 1979 Iranian revolution. 

 

Crude Future Oil cost / WTI Cushing Spot

 

2006 $61.05  a barrel

2005 $59.94  a barrel

2004 $48.00  a barrel

2003 $30.99  a barrel

2002 $25,86  a barrel

2001 $25,65  a barrel

 

 

 

 

1 barile = 159 litri

 

Il gallone ha una diversa misurazione negli Stati Uniti ed in Gran Bretagna:

 

  • 1 Gallon americano (3,785 litri): Il sistema di misurazione utilizzato negli Stati Uniti (Sistema Imperiale) – La media negli ultimi 4 anni è di $1,77 a gallone  $0.4676 = €0.3463 a litro = 690 lire tiene conto del prezzo delle benzine normali (1,74 dollari a gallone ) e di quelle arricchite (1,84 dollari a gallone per lamidgrade e 1,92 dollari a gallone per la premium).  

  • 1 Gallon in Gran Bretagna = 4,54609 litri

 

 

 

 

Principali Piazze dove si vende il petrolio – The 15 International Mercantile Exchange  are:

 

 

 

  1. Chicago Mercantile Exchange (USA)

  2. Chicago Board of Trade (USA)

  3. New York Board of Trade (USA)

  4. New York Mercantile Exchange (USA)

  5. Winnipeg Commodity Exchange (Canada)

  6. International Petroleum Exchange (UK)

  7. London Metal Exchange (UK)

  8. IntercontinentalExchange (UK)

  9. Sydney Futures Exchange (Australia)

  10. Fukuoka Futures Exchange (Japan)

  11. Central Japan Commodity Exchange (Japan)

  12. Osaka Mercantile Exchange (Japan)

  13. The Tokyo Commodity Exchange (Japan)

  14. Tokyo Grain Exchange (Japan)

  15. Yokohama Commodity Exchange (Japan)  

 

 

Spesso ci si domanda: ” E’ stato raggiunto un nuovo record per l’euro, perchè i paesi della comunità internazionale non iniziano a comprare il petrolio in euro anzichè in dollari?

 

 

 

Il discorso e’ molto lungo, cmq la valuta americana non si svalutera’ nel medio periodo oltre 1,40 rispetto all’euro, perche’ oltre quella soglia l’export europeo (gia’ al limite con l’attuale cross rate) si blocca; basta un dato per comprendere il perche’ il petrolio non sara’ mai pagato tutto in euro, ma solo quella piccolissima parte del medio oriente che viene esportata in europa (il 18,8% del totale, ovvero 5,64 milioni di barili al giorno) e soltanto da parte di pochi paesi (in particolare la quota dell’Iran che e’ di 4/4,5 milioni di barili al giorno, pari al 13% circa della produzione dei paesi Opec e appena il 5,0% circa della produzione  totale di tuti i paesi pari a 85 milioni di barili al giorno) si preferira’ l’euro piu’ per ritorsione che non per ragioni strutturali:

 

I dati relativi al 2005, pubblicati dall’OPEC

 

 

http://www.opec.org/library/Annual%20Statistical%20

Bulletin/pdf/ASB2005.pdf

 

Il petrolio dell’Opec (30 milioni di barili al giorno) viene esportato principalmente in:

 

  • Oceania importa il 30,6% (9.18 milioni di barili al giorno) del totale delle esportazioni OPEC (compresa la quota della Cina che passa per l’Oceania come settore di attribuzione per l’import, circa 2 milioni di barili al giorno, il 21.78% dei (9.18 milioni di barili al giorno, ovvero solo il 6,66% del totale export paesi Opec, che per quanto riguarda la Cina avviene per l’appunto attraverso lo stretto di Malacca, tra la Malaysia e l’Indonesia…vicini dell’Oceania e loro fornitori) che pagano e sempre pagheranno in dollari;

  • Giappone è il paese importatore più importante che paga e sempre paghera’ in dollari, da solo importa il 26,1% (7.83 milioni di barili al giorno) delle esportazioni di petrolio proveniente dall’OPEC;

  • Nord America (Usa+Canada+Messico importano il 24,5%, 7.35 milioni di barili al giorno) che pagano e sempre pagheranno in dollari; gli Stati Uniti incidono per il 20,0% circa 6 milioni di barili al giorno;

  • Europa occidentale importa il 18,8% (5.64 milioni di barili al giorno) solo questi paesi sono interessati , e solo in parte, a pagare in euro.

 

 

Il salvagente per gli Usa, non e’ l’euro, che e’ solo la vittima degli accordi tra usa, cina e giappone, ma appunto lo sono (con reciproco vantaggio) questi due ultimi paesi con i loro acquisti di treasuries americani, americani che di contro hanno garantito l’enorme export asiatico negli USA ( e per fare cio’ preferiscono avere le loro monete deboli ed il dollaro forte).

 

 

Poter soltanto dire quindi che il dollaro sembra destinato ad una svalutazione fino a 1.7 contro l’euro e’ bestemmiare. Cio’ che si rivalutera’ ancora molto e’ l’oro e prima o poi lo yuan rispetto ai valori attuali (sottovalutato del 30% circa) essendo agganciato ancora al dollaro con un cambio praticamente fisso, fatta eccezione per una piccola banda di oscillazione percentuale. L’america a differenza dell’europa e dei paesi asiatici non ha bisogno di esportare quanto ne abbiamo noi e gli asiatici, perche’ i 2/3 dell’economia americana si basa sui consumi interni, non sull’export, l’esatto contrario degli altri 2 continenti; con il che’ fa’ comodo a tutti nel medio lungo periodo, da sempre, un dollaro forte e di contro un euro debole, e una contestuale rivalutazione dello yuan (almeno il 5%).

Ecco perche’ l’economia che muove il mondo e’ quella americana, e perche’ i grossi investitori non smobiliteranno mai tutti gli investimenti in valuta e treasuries americani, non esiste nessun paese che possa sostituire l’america ed i loro consumi interni che trascinano l’export degli altri paesi; l’euro e’ una moneta debole, nonostante il cambio possa far credere il contrario; ed e’ debole perche’ sale solo quando e se lo decidono gli americani ed i cinesi+giapponesi per loro convenienze congiunturali o strutturali di bilanci commerciali (precisamente quello americano troppo in rosso, e quello cinese troppo in nero); l’europa sta in mezzo e le prende da tutti.

Il problema e’ che tra  le monete che contano oggi, 2 non seguono i canoni del sistema a cambi fluttuanti, in quanto sia lo yuan cinese sia in parte lo yen giapponese sono ancorati ad una sorta di cambio fisso (con piccolissime oscillazioni consentite dai loro governi) sul dollaro e ad un regime cmq controllato di cambio con le altre monete; con il che’ queste 2 monete asiatiche rimangono sempre e cmq sottovalutate rispetto al dollaro (perche’ cosi’ vogliono i governi asiatici ed in parte quello americano, consentendo ai primi di esportare facilmente e a basso costo ed ai secondi di importare a basso costo e di vendere i propri treasuries agli asiatici che cosi’ coprono il debito commerciale americano) e in parte rispetto  a tutte le monete; quindi non sono (e non siamo) in un regime di libera “concorrenza” tra monete.

L’Euro e’ moneta giovane e debole strutturalmente per i motivi detti sopra; inoltre tanto l’economia europea che viaggia ad una media dell’1,6% negli ultimi 30 anni, quanto le economie dei paesi come India e Cina, benche’ salgano dell/8/10 o 12 %, si fermano se si ferma l’economia USA; e’ li’ che va’ la gran parte dell’exporti sia europeo sia cinese sia giapponese sia indiano, sia parte del petrolio; come dire tutti hanno interesse che l’economia americana non rallenti piu’ di tanto….perche’ se cio’ avviene sono dolori grossi per tutti, visto che solo gli usa vivono per i 2/3 di consumi interni mentre gli altri vivono di 2/3 di export! E tutti hanno interesse che il dollaro non si indebolisca piu’ di tanto, sia per i motivi detti sopra sia perche’ piu’ il dollaro cade piu’ il petrolio corre…il che porta rallentamento per tutti.

L’Opec ha abbandonato la tradizionale banda di oscillazione del prezzo del petrolio, fra un minimo e un massimo, con cui usava regolare la propria quantità di greggio offerta al mercato: l’abbassava quando la soglia minima del prezzo veniva varcata e l’aumentava quando, invece, le quotazioni internazionali andavano oltre il tetto massimo. Il livello minimo e quello massimo della banda ora abrogata ( 22 e 28 dollari il barile) in effetti era diventata per molti versi irreale. oggi l’Opec pur non comunicando la nuova fascia di oscilalzione ufficiale per aggiornarla alla nuova realtà di mercato, l’ha rialzata a minimo 45 /55 dollari e massimo 70 dollari circa.

Inoltre solo alcuni membri dell’Opec (praticamente l’Iran e lo yemen) non parlano più di un prezzo di equilibrio in dollari (attorno ai 40 dollari in media) ma in euro, attorno ai ai 40 euro per l’appunto. Ma cosi’ e’ aumentato di nuovo il prezzo del dollaro. Infatti con il dollaro a 1,35, 40 euro sono 54 dollari. E’ evidente il fatto che il deprezzamento del dollaro faccia aumentare il prezzo del greggio che e’ al 95% espresso in dollari alla fonte e cio’ corrisponde ad una logica economica elementare e dimostra che, alla lunga, l’euro alto non offre un rilevante beneficio per l’import di energia dell’Europa perche’ quel che guadagna pagandolo in euro anziche’ in dollari lo perde perche’ cmq il prezzo del greggio e’ all’origine espresso in dollari ed e’ aumentato visto che il dollaro e’ sceso; insomma il prezzo che 2 o 3 paesi del medio oriente fanno in euro all’europa non e’ autonomo nella sua formulazione iniziale, ma e’ la mera conversione del generale prezzo del petrolio espresso in dollari, quindi si ha che : dollaro debole=petrolio alto=mancanza di benefici per chi lo vuole comprare in euro (es pratico: e’ meglio un petrolio a 55 dollari con un cross rate euro dollaro a 1,25 (con il che’ l’europa lo paga 44 euro al barile) che non un petrolio a 65 con un cross rate euro dollaro a 1,35 (con il che’ l’europa lo paga 48,14 euro al barile).

L’Opec inoltre rappresenta solo il 35.3% circa ( la sua produzione ufficiale è di 28,0 milioni di barili al giorno + 2 milioni di barili al giorno dell’Iraq ancora non reintrodotto pero’ ufficialmente nel paniere, cosi’ fanno oggi 30,0 milioni di barili al giorno circa) di tutta la produzione petrolifera mondiale (che è di 85,0 milioni di barili al giorno ) e tra i paesi solo l’Iran praticamente vorrebbe il prezzo in euro per tutti; il restante 64.7% (e i restanti paesi dell’Opec) vuole/preferiscono  il dollaro non l’euro come moneta di pagamento!

Il termine di paragone a livello macro per avere un’economia sostenibile nel tempo, non e’ il Pil in se’, ma la quota di esso che e’ dovuta ai consumi interni ed agli investimenti; diversamente un paese che basa al 60/70 per cento la propria economia (e quindi il Pil) solo sull’export nel tempo dovra’ inevitabilmente crescere meno sia in valori assoluti sia come quota export, dovendo di contro aumentare la quota del pil che nasce dai consumi interni che spesso richiede ingenti riforme e costi per i singoli stati. Inoltre l’europa e gli USA non hanno e mai avranno  gli stessi pil, lo stesso tasso di crescita, l’america viaggia al ritmo del 3,3% negli ultimi 30 anni, l’Europa circa la meta’.

Come detto il discorso e’ lunghissimo perche’ investe tutti i pilastri dell’economia mondiale a livello macro (cross rate monete, tassi di sconto, deficit statali e commerciali, consumi interni dei paesi asiatici ed europei oggi scarsi, tutela del lavoro e costo dello stesso, etc etc ); Finche’ gli americani e la Cina non decideranno di far rivalutare davvero lo yuan del 20%, in un futuro di medio periodo, il regime di cambi tra euro e dollaro non sara’ mai fisso ne’ alla pari, ma sempre attorno all’1,25/1,35…e chi ci rimette e’ l’Europa non l’America.

L’economia americana puo’ sostenere un livello di prezzi del petrolio anche tra i $65 to $70 a barrel oil, almeno finche’ continueranno a generare posti di lavoro attorno alle 160.000/190.000 nuove unita’ al mese e con aumenti salariali pari almeno all’inflazione piu’ 1/ 1,5 punti percentuali per mantenere il potere d’acquisto e quindi i consumi interni, entrambe le condizioni sono rispettate dagli US:

– 2006: Total jobs created 2,243,000 New jobs/ 186,916 for each month month; 2005: Total jobs created 2,504,000 New jobs / 208,666 for each month –

– 2006 The PCE price index   advanced +2.3%  from in 2005 advanced +2.8%  from +3%  increase in 2004,  from   +1.9 2003  from   +1.4 2002 .The so-called PCE price index   in 2006 advanced +2.2%  from in 2005 advanced +1.9% from  2004   2.0 from 2003   1.3  / 2002   1.8 .) ;

– 2006 Personal Income SA Seasonally Adjusted Labor Statistics, employers’ wage costs grew  6.3% ( e’ il costo per il datore di lavoro…di cui il 3.8% per i salari, il resto per i contributi e la quota assicurativa sanitaria) in the last 12 months . 2005 Personal Income SA Seasonally Adjusted Labor Statistics, employers’ wage costs grew  5.2% in the last 12 months

Il problema per livelli di prezzi attorno ai $65 to $70 a barrel oil, si crea per chi non ha una tale flessibilita’ nel mondo del lavoro e una tale garanzia di stabilita’ ed aumento del potere d’acquisto e quindi dei salari, esempio tipico e’  il ns disastrato paese fatto da politici incompetenti, nullafacenti, in conflitto d’interessi o corrotti

Agli USA non interessava e non interessa il petrolio Iracheno in se’, peraltro di pessima fattura essendo molto poco puro e poco trasformabile data la non avanzata struttura tecnologica di estrazione dello stesso in iraq;  agli americani serviva e serve solo di poter controllare per mezzo di stati amici e non dittatoriali i possibili canali d’ingresso del petrolio del medio oriente diretti verso la Cina e la Russia per i canali limitrofi alla Turchia e all’Indonesia (soprattutto il petrolio dell’Arabia saudita che e’ di ottima fattura cosi’ come quello degli Emirati Arabi che  e’ quello che compra la Cina ed il Giappone e che deve passare per l’appunto o per la Turchia attraverso poi sotterranei oleodotti e dall’Indonesia.

 

 

La presenza militare degli Stati Uniti in tutte le parti del mondo ed in particolare nel medio oriente fa’ comodo a tutti, e serve in parte a garantire, agli USA stessi e ai loro partner commerciali, che le forniture di petrolio e di altri prodotti di vitale importanza non subiscano interruzioni o alterazioni gravi nei prezzi per l’intervento di paesi dittatoriali. Circa due terzi del commercio del petrolio (sia greggio sia raffinato) usa le navi petroliere come mezzo di trasporto, e la marina militare statunitense è diventata il garante della libera circolazione delle merci su tutte le rotte del mondo. Inoltre si è assunta il compito (per propri interessi ovviamente, ovvero quelli sopra ricordati di mantenere l’egemonia sulla cina e sul giappone sui loro rifornimenti) particolare di salvaguardare i cosiddetti ‘punti di strozzatura’, cioè quei punti che potrebbero più facilmente essere oggetto di azioni militari ostili, attacchi terroristici o incursioni piratesche, con la conseguente interruzione del flusso regolare. Tra questi punti figurano (EIA):

 

http://www.eia.doe.gov/emeu/cabs/World_Oil_

Transit_Chokepoints/Background.html

 

  • lo stretto di Ormuz, tra l’Oman e l’Iran, attraverso il quale passa la maggior parte del petrolio esportato dal Golfo. Nel 2005, attraverso lo stretto di Ormuz sono stati trasportati circa 17 milioni di barili di petrolio al giorno, destinati a Europa, Stati Uniti e Asia;

  • lo stretto di Malacca, tra la Malaysia e l’Indonesia, che vede passare l’80% delle forniture di petrolio per il Giappone e il 60% per la Cina, oltre ai due terzi del gas naturale liquefatto mondiale;

  • lo stretto dei Dardanelli/Bosforo che collega il mar Nero e trasporta il petrolio proveniente dalla regione del mar Caspio  al mar Mediterraneo e verso l’Europa orientale;

  • Bab el-Mandab, cioè il passaggio dal mare Arabico/Golfo di Aden al mar Rosso;

  • il canale di Panama e l’oleodotto di Panama che collegano l’oceano Atlantico con il Pacifico;

  • il canale di Suez e l’oleodotto di Sumed tra il mar Rosso e il Mediterraneo

E occorre dire che la Cina non compra e non usa il WTI ne’ il  Brent, ma soprattutto il Dubai petrol, quello degli Emirati Arabi (che e’ di ottima fattura e che deve passare per l’appunto o per la Turchia attraverso poi sotterranei oleodotti e/o dall’Indonesia), ed e’ quindi un falso problema che e’ la forte domanda della Cina ad aver fatto aumentare il prezzo del WTI e del Brent ovvero i due tipi usati praticamente da tutti gli altri paesi.

 

 

Infatti la vera causa del caro petrolio e’ per l’appunto il deprezzamento del dollaro sull’euro (voluto dagli US e dalla Cina e Giappone vista la non volonta dei paesi asiatici di procedere ad una forte rivalutazione verso il dollaro dello yuan e dello yen) unito alla forte mancanza di investimento in nuove e piu’ efficienti infrastrutture energetiche di estrazione ferme agli anni ’90, nonche’ all’enorme consumo di petrolio tanto degli US quanto dell’Europa.

 

 

Mentre ogni cinese utilizza infatti meno di 2 barili di petrolio all’anno ( sebbene cio’ abbia rappresentato un aumento per i loro canoni,  la Cina infatti fino al 1995 era un esportatore di greggio, ora importa circa il 35% del suo fabbisogno), la controparte europea ne utilizza 12 e quella statunitense ben 26.

 

 

La Cina consuma circa  7.0 milioni di barili al giorno. Importa circa il 50% del suo fabbisogno, ovvero 3,5 milioni di barili al giorno (2 dei quali dai paesi Opec, appena il 6,6% / 7% dell’intera produzione Opec), gli altri 1,5 milioni di barili al giorno li importa il dalla Russia, e dal Venezuela.  Come detto dai paesi Opec o meglio  dagli Emirati Arabi e dall’Indonesia importa circa il 28,5% del suo fabbisogno, ovvero 2  milioni di barili al giorno (tramite lo stretto di Malacca un braccio di mare troppo importante perche’ la Cina non ne voglia detenere un controllo esclusivo), Emirati Arabi che e’ fornitore anche dell’Oceania e dell’intero settore limitrofe come settore di attribuzione per l’import .

 

 

Negli ultimi anni inoltre la Cina ha investito in maniera decisa in infrastrutture che hanno sensibilmente migliorato i collegamenti tra la provincia cinese dello Yunan ed i vari paesi del golfo del Mekong (Cambogia, Laos, Thailandia e Vietnam). La mossa di Pechino mostra come il governo cinese sia attento alla sua sempre maggiore dipendenza energetica dall’estero.

 

 

 

 

Top World Oil Producers

I primi Stati Produttori di Petrolio al Mondo per una Produzione pari a circa 85 milioni di barili al giorno –

 

 

 

Anno 2006 :

Classifica Nazione Percentuale sul totale della produttivita’ globale1 Arabia Saudita 12.7%
2 Russia 11.7%
3 Stati Uniti d’America 8.7%
4 Iran 5.2%
5 Messico 4.9%
6 Cina 4.5%
7 Venezuela 3.9%
8 Norvegia 3.9%
9 Canada 3.8%
10 Emirati Arabi 3,5 %
11 Nigeria 3.3%
12 Kuwait 3,2 %
13 Iraq 3,1 %
14 Regno Unito 2,8%
15 Libia 2,2 %
15 Indonesia 2,1 %
16 Algeria 1,7 %
17 Qatar 1,5 %

 

 

 

Resto del mondo  17.27%

 

Totale 100%

 

 

 

Il costo di estrazione:

1 barile = 159 litri

 

Iraq ………………………………………..$ 1 ……..il barile

Arabia Saudita  …………………………$ 3 ……..il barile
Russia o Messico …………………..$ 6 / 8 ……il barile
Piattaforme del Mare del Nord ….$12 /15…. il barile
Giacimenti in Texas o Canada….$15 / 20… il barile

 

 

La produzione mondiale è a 85,0 milioni di barili al giorno, sommando all’offerta dei Paesi dell’Opec (30,0 milioni di barili al giorno, ovvero il 35,3% del totale)  quella dei Paesi Non Opec (55,0 milioni di barili al giorno, ovvero il 64,7% del totale) . L’EIA ha alzato le previsioni della domanda globale di petrolio per il  2010  a 92,0 milioni di barili al giorno e per il  2030  a 138,5 milioni di barili al giorno.  Stati Uniti, Europa  e Cina , hanno contribuito per il +35% all’incremento dei consumi tra il 1990 e il 2005.

  • Stando alla DoE, Dipartimento dell’Energia americano, la produzione mondiale totale di petrolio dovrà crescere approssimativamente di 44 milioni di barili al giorno da qui al 2030 – un aumento del +57% – per soddisfare anticipatamente la richiesta mondiale. Questo aumento rappresenta una quantità eccezionale di petrolio, l’equivalente del consumo totale mondiale nel 1970, ed è molto difficile immaginare da dove deriverà.

  • Nell’ambito dei progetti di perforazione in tutto il mondo  sono evidenti i ritardi causati da carenze di ogni tipo, dalla tecnologia alla mancanza di operatori esperti. Mentre gli enormi giacimenti, su cui finora si e’ fatto affidamento, stanno entrando nella fase di declino terminale, come le riserve di Cantarelli, in Messico, il più grande giacimento fuori dall’Arabia Saudita. Grazie al Dof (Digital oil field), la tecnica digitale di ricerca dei pozzi di petrolio sta rivoluzionando il volume e la geografia delle riserve mondiali.

  • Stati Uniti, Europa  e Cina , hanno contribuito per il +35% all’incremento dei consumi tra il 1990 e il 2005. Un modo per contenere i prezzi anche oltre il 50%, è l’addizionale capacità produttiva di 5 milioni di barili al giorno, contro gli attuali 1,5 milioni. Misura difficile da attuare allo stato.

     

 

 

 

L’OPEC ha portato a 28 milioni di barili al giorno la produzione complessiva a partire dall’1 luglio 2005. I dati si riferiscono a 10 su 11 Paesi dell’ Organizzazione degli esportatori di petrolio (Opec) in quanto l’Iraq non è ancora rientrato nel sistema delle quote. Considerando anche l’Iraq si arriva a 30 milioni di barili al giorno ( di cui l’Arabia Saudita fornisce circa  9 milioni di barili al giorno, il 10,58% della produzione totale).  Gli undici membri dell’Opec gestiscono in totale circa il 35.29% della produzione petrolifera mondiale ed il 17% di quella di gas naturale, e possiedono oltre il 78% delle risorse (riserve mondiali) petrolifere disponibili al mondo, ed il 50% di quelle di gas naturale.  

I paesi dell’Opec esportano solo la minima parte del loro totale in Europa, per la precisione il 18,8% del totale, ovvero 5,64 milioni di barili al giorno,  gran parte del quale proviene dell’Iran e dall’Iraq.

 

PRODUZIONE GIORNALIERA IN MILIONI DI BARILI

 

ARABIA SAUDITA 9.099.000

IRAN 4.110.000

VENEZUELA  3.223.000

EMIRATI ARABI 2.444.000

 

NIGERIA 2.306.000

KUWAIT 2.247.000

LIBIA 1.500.000

INDONESIA 1.451.000

ALGERIA  894.000

QATAR  726.000

     

 

TOTALE 28.000.000

 

IRAQ 2.000.000

 

 LA PIENA CAPACITA’ PRODUTTIVA PRIMA DELLA GUERRA ERA CIRCA IL DOPPIO 3.800.000
 

TOTALE  30.000.000
 

 

 

L’Indonesia sta riconsiderando la sua appartenenza all’OPEC, essendo diventata un importatore netto e non essendo in grado di soddisfare le sue quote di produzione. Il primo gennaio 2007 è entrata a far parte dell’OPEC l’Angola.

 

L’OPEC The Organization of Petroleum Exporting Countries, da sola non può destabilizzare ne’ stabilizzare i mercati ed è necessario ottenere l’aiuto dei principali paesi non membri come Russia, Messico e Norvegia . E si prevede che nel 2006 il greggio dell’Africa occidentale supererà quello del Mare del Nord. Il cartello del petrolio dell’OPEC , assicura 28/30 milioni di barili al giorno ma non è più, come in passato, il fornitore preponderante del mondo che ne consuma, quotidianamente circa 85 milioni di barili. Ad agosto 2004, l’OPEC ha comunicato che i suoi membri dispongono di poco margine di incremento della produzione, indicando così che il cartello sta perdendo la sua influenza sul prezzo del greggio.

Lo scenario del petrolio dopo la seconda guerra del Golfo è molto diverso rispetto a cio’ che era dopo la prima guerra del Golfo. Allora i paesi di quella regione producevano 20 milioni di barili al giorno, pari al 38,46% della produzione giornaliera mondiale, che era di 52 milioni di barili al giorno. Ora il fabbisogno mondiale di greggio è aumentato del +63,46% a 85 milioni di barili al giorno , soprattutto a causa del maggior consumo dell’Eurpa e degli Stati Uniti. Così la quota dei produttori del Golfo, seppur aumentata  in volume del +50,0% a 30 milioni di barili al giorno, è scesa in percentuale al 35,29%  della produzione giornaliera mondiale. Certo, ufficialmente, le riserve dell’area del Golfo sono ancora due terzi di quelle mondiali.

 


 

Le decisioni dell’OPEC hanno avuto una considerevole influenza sui prezzi internazionali del petrolio, meno oggi. Poiché le vendite di petrolio a livello mondiale, sono denominate in dollari statunitensi, anche per l’Iran o l’Iraq che vendono attualmente in euro parte del petrolio all’Europa, i cambi nel valore del dollaro rispetto alle altre valute, influiscono sulle decisioni dell’OPEC circa la quantità di petrolio da produrre. Ad esempio, quando il dollaro perde rispetto alle altre valute, i membri dell’OPEC ricevono minori entrate per il loro petrolio, causando dei tagli sostanziali nel loro potere d’acquisto, poiché essi continuano a vendere petrolio in dollari.

 

 

Ad esempio, durante la crisi energetica del 1973, fu dovuta principalmente ad un’improvvisa e inaspettata interruzione del flusso dell’approvvigionamento di petrolio dai paesi appartenenti all’Opec (Organization of the Petroleum Exporting Countries) ai Paesi importatori dell’oro nero. In quegli anni infatti la situazione mediorientale era incandescente: i Paesi arabi non avevano ancora riconosciuto il diritto dello Stato di Israele ad esistere e d’altronde lo stesso Stato ebraico continuava a opprimere violentemente la popolazione araba palestinese.

 

L’OPEC si rifiutò di spedire petrolio verso le nazioni occidentali che avevano sostenuto Israele nella guerra del Kippur contro l’Egitto e la Siria. Questo rifiuto provocò un incremento di quattro volte nel prezzo del greggio, che durò per cinque mesi, dal 17 ottobre 1973 al 18 marzo 1974. Le nazioni dell’OPEC decisero, il 7 gennaio 1975, di innalzare i prezzi del petrolio grezzo del 10%.

 

Contrariamente ad altri cartelli l’OPEC è riuscito con successo a incrementare il prezzo del petrolio per lunghi periodi. Gran parte del successo dell’OPEC può essere attribuito alla flessibilità dell’Arabia Saudita. Questa nazione ha tollerato gli imbrogli sui patti da parte di altri paesi membri, e tagliato la sua produzione per compensare l’eccesso delle quote di produzione degli altri membri del cartello. Questo fatto da’ alla nazione una buona influenza, perché con molti membri a produzione piena, l’Arabia Saudita è l’unico membro con capacità di scorta, e l’abilità di aumentare la produzione se necessario.

 

Questa politica ha avuto successo, causando l’innalzamento del prezzo del petrolio grezzo a livelli che erano stati raggiunti, in precedenza, solo dai prodotti raffinati. Comunque, l’abilità dell’OPEC di innalzare i prezzi ha dei limiti. Un incremento nei prezzi del petrolio fa diminuire i consumi, e può causare un decremento netto delle entrate. Inoltre, una crescita continua del prezzo può incoraggiare un cambio dei comportamenti, come l’utilizzo di fonti alternative di energia o un maggiore risparmio.

 

Il prezzo medio del petrolio Opec – che include anche le qualità medie e basse (pesanti) – è basato su un ‘paniere’ di sette diversi tipi di petrolio venduti dai paesi dell’Organizzazione, e viene reso noto il giorno lavorativo successivo alle transazioni: Il prezzo del petrolio Opec è salito nel 2005 a 46,17 dollari per barile (159 litri) record da 20 anni in termini nominali ( precedente massimo 1985 cioé quando erano necessari 27,5 dollari al barile, pari a 44,5 dollari ai prezzi attuali), rispetto a  36,05 dollari per tutto il 2004 (28,10 dollari nel 2003). Valore medio del primo quinquennio del 2000  a 30 dollari al barile contro un valore medio di circa 18 dollari calcolato per gli anni ’90’

 

 

I sei paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo, che riunisce Arabia Saudita, Bahrein, Kuwait, Oman, Qatar e Emirati Arabi Uniti nel 2004 hanno incassato 180 miliardi di dollari grazie all’esportazione del loro petrolio. E’ un livello record e rispetto al 2003 significa un aumento di 35 miliardi di dollari.  In percentuale si tratta di un aumento del 24,13%. Il surplus per l’Arabia Saudita e’ stato di circa 15 miliardi di dollari, con un incasso complessivo stimato in 66 miliardi.

 

 

Vediamo i Dettagli di produzione Paesi dell’Opec – 30,0 milioni di barili al giorno, ovvero il 35,3% del totale:


  • Arabia Saudita ha un’offerta giornaliera di 9.099.000 milioni di barili, (ma la sua capacità produttiva è di 10,795 milioni di barili al giorno, il 12.7% della produzione mondiale totale) ;

  • Iran ha un’offerta giornaliera di 4.110.000 milioni di barili al giorno pari al 13% circa della produzione dei paesi Opec (ma la sua capacità produttiva è di 4,42 milioni di barili al giorno, il 5.2% della produzione mondiale totale), è il 2 produttore dell’Opec. Se l’Iran venisse attaccato dagli Usa, i prezzi balzerebbero a minimo 200 dollari al barile, infatti, la reazione più dura di tuttti i paesi arabi porterebbe alla completa chiusura dello stretto di Hormuz, un collo di bottiglia di 21 miglia (di cui appena due navigabili dalle petroliere) tra Oman e Iran, attraverso il quale non solo passa la maggior parte del petrolio arabo esportato ma da li’ passa il 38,7% del petrolio importato dall’Europa. Nel caso, invece, Teheran decidesse di chiudere soltanto i propri rubinetti (4.110.000 milioni di barili al giorno, il 4,8% dell’output mondiale) i prezzi balzerebbero a 100 dollari, per tornare attorno ai 70 dollari solo dopo 1 anno. Nel 2005, attraverso lo stretto di Ormuz sono stati trasportati circa 17 milioni di barili di petrolio al giorno, 6,0 milioni di barili al giorno destinati all’ Europa, 6 milioni di barili al giorno destinati agli Stati Uniti e 5 milioni di barili al giorno destinati all’Asia;

  • Venezuela,  ha un’offerta giornaliera di 3.223.000 milioni di barili al giorno (ma la sua capacità produttiva è di 3,315 milioni di barili al giorno, il 3.9% della produzione mondiale totale), è il 3 produttore dell’Opec ed il  4 esportatore mondiale; prima del crack venezuelano, era il primo fornitore di oro nero degli Stati Uniti al quale tuttavia ancora oggi esportano 2,0 milioni di barili al giorno, il 62,0% dell’intera produttivita’ venezuelana. Nel lungo periodo la vittoria di Chavez potrebbe comportare qualche problema per l’industria petrolifera venezuelana, in quanto Chavez spende circa il 90% dei ricavi da petrolio fondi solo per programmi sociali (cosa giusta in se’ …ma non tutto..) invece di destinarne una piccola parte anche  alla riparazione ed all’ammodernamento degli impianti estrattivi. Chavez fece passare nel suo congresso un’altra legge sul greggio, che risponde a logica e coerenza, la “Legge sugli Idrocarburi” che cambia la metodologia di spartimento. Fino a ieri, le multinazionali del greggio – come la societa’ internazionale ConocoPhillips – detenevano l’84% dei proventi della vendita del petrolio venezuelano, lo Stato solo il 16%. Chavez ha raddoppiato l’erario della tesoreria fino al 30%. Chavez è seduto sopra una riserva di greggio che tiene testa a quella dell’Iraq, e  non è la sua presidenza del Venezuela che muove i pazzi della casa bianca, ma è stata la sua presidenza dell’organizzazione dei paesi esportatori di petrolio, l’OPEC. Mentre era al controllo della segreteria dell’OPEC, Chavez stipulò un accordo con Bill Clinton, sul prezzo del petrolio. Era il piano “Goldilocks”: il prezzo non sarebbe stato nè troppo basso, nè troppo alto, mantenuto tra i 20 e i 30 dolllari a barile;

  • Emirati Arabi ha un’offerta giornaliera di 2.444.000 milioni di barili al giorno (ma la sua capacità produttiva è di 2,975 milioni di barili al giorno, il 3.5% della produzione mondiale totale);

  • Nigeria ha un’offerta giornaliera di 2.306.000 milioni di barili al giorno (ma la sua capacità produttiva è di 2,805 milioni di barili al giorno, il 3.3% della produzione mondiale totale); Potrà incidere la riduzione della sua offerta a causa delle guerriglie che hanno costretto la francese Total Fina a bloccare i pozzi;

  • Kuwait ha un’offerta giornaliera di 2.247.000 milioni di barili al giorno (ma la sua capacità produttiva è di 2,720 milioni di barili al giorno, il 3.2% della produzione mondiale totale);

  • Iraq che pure fa parte dell’Organizzazione, non è ancora rientrato nel sistema delle quote, ha un’offerta giornaliera di 2.000.000  milioni di barili al giorno di basso rendimento e impuro esportati quasi tutti attraverso Bassora nel sud dell’Iraq (ma la sua capacità produttiva è gia’ oggi di 2,635 milioni di barili al giorno, il 3.1% della produzione mondiale totale; rispetto ad una capacità di estrarre che sino al 1990 arrivava a 3,5 milioni di barili al giorno). Questo significa che i 2,0 milioni di barili iracheni vanno aggiunti ai 28 milioni di barili circa della produzione ufficiale. L’Iraq ha 3 delle maggiori riserve mondiali, ed è solo il sesto fornitore di petrolio degli Stati Uniti nel quale esporta solo 500.000 barili al giorno. Ufficialmente, l’Iraq dispone di 112 mld di barili di riserve certe, per la maggior parte e’ situata al sud del Paese, nell’Opec è secondo come riserve solo all’Arabia Saudita, ma secondo la stessa Energy Information Administration del Dipartimento dell’Energia USA vi sarebbero altri 220 mld di barili di possibili riserve-ricchezze nascoste nel sottosuolo iracheno, e che pertanto le sue riserve sarebbero persino superiori a quelle saudite, già pari a oltre un quarto di quelle mondiali. Non dispiace a nessuno dei paesi produttori di petrolio Opec e non-Opec (compresi gli Stati Uniti), di poter continuare a incassare prezzi relativamente alti. Saccheggi, sabotaggi, danni di guerra e l’obsolescenza negli anni dell’embargo commerciale imposto dall’Onu contro l’Iraq fin dalla guerra per la liberazione del Kuwait nel 1991 hanno rallentato notevolmente gli sforzi per migliorare la qualita’ e la tecnologia di estrazione dei campi petroliferi dell’Iraq. L’Iraq ha una capacità produttiva del 20% inferiore al 1990 ed il costo per recuperare la situazione di allora è valutato in 5 miliardi di dollari. E’ chiaro che se le proiezioni sugli aumenti del consumo, che vogliono una richiesta mondiale in crescita dagli attuali 80-85 milioni di barili al giorno ai 112 milioni di barili al giorno del 2020, dovessero risultare veritiere, il peso dell’Iraq diventa strategicamente importante. Per ripristinare la capacita’ produttiva del 1990 saranno necessarie grosse ristrutturazioni degli impianti gia’ esistenti, e per fare del Paese un esportatore di greggio di prima grandezza servirebbero investimenti che al momento nessuna grande oil company andrebbe ad effettuare in un posto tanto insicuro;

  • Libia ha un’offerta giornaliera di 1.500.000 milioni di barili al giorno (ma la sua capacità produttiva è di 1,87 milioni di barili al giorno, il 2.2% della produzione mondiale totale);

  • Indonesia ha un’offerta giornaliera di 1.451.000 milioni di barili al giorno (ma la sua capacità produttiva è di 1,78 milioni di barili al giorno, il 2.1% della produzione mondiale totale); L’Indonesia sta riconsiderando la sua appartenenza all’OPEC, essendo diventata un importatore netto e non essendo in grado di soddisfare le sue quote di produzione;

  • Algeria ha un’offerta giornaliera di 894.000 mila di barili al giorno (ma la sua capacità produttiva è di 1,44 milioni di barili al giorno, l’ 1.7% della produzione mondiale totale);

  • Qatar ha un’offerta giornaliera di 726.000 mila di barili al giorno (ma la sua capacità produttiva è di 1,275 milioni di barili al giorno, l’ 1.5% della produzione mondiale totale);

 

 

Vediamo i Dettagli di produzione  Paesi Non Opec  – 55,0 milioni di barili al giorno, ovvero il 64,70% del totale:
                                               

Stati Uniti, ha un’offerta giornaliera di 6,0 milioni di barili, (ma la sua capacità produttiva è di 7,395 milioni di barili al giorno, l’8.7% della produzione mondiale totale), ed importano il 61% (11 milioni di barili al giorno) dei loro fabbisogni di energia (17 milioni di barili al giorno), quota destinata a salire ad oltre il 65% nel 2020 quando i consumi energetici globali sono stimati salire di oltre il 50% rispetto ai livelli attuali. Gli Stati Uniti importano 6,0 milioni di barili al giorno dei loro fabbisogni di energia dal Medio Oriente, dall’Arabia Saudita in primis (l’Iraq è solo il sesto fornitore di petrolio degli Stati Uniti nel quale esporta solo 500.000 barili al giorno), il 54,54% del totale importato.

  • Dal Messico importano  3,0 milioni di barili al giorno, il 27,27% del totale importato. Senza contare che l’ area del Golfo del Messico copre anche il 30% della produzione statunitense di greggio con le raffinerie che producono il 50% del totale nazionale dei prodotti distillati. Dal Venezuela, che era il primo fornitore di oro nero degli Stati Uniti, oggi ancora importano 2,0 milioni di barili al giorno, il 18,18% del totale importato nonche’ il 62,0% dell’intera produttivita’ venezuelana. I test nelle acque del Golfo del Messico sono incoraggianti per una scoperta significativa sull’esistenza di giacimenti ancora tutti da scoprire: Chevron e i due partner, Devon Energy e la norvegese Statoil, annunciano che le perforazioni sui fondali del Golfo del Messico, hanno portato risultati “più che promettenti”, tanto da far ipotizzare un balzo della produzione e delle riserve di greggio e gas naturale in Nord America di almeno il 50%.

  • A 300 chilometri circa al largo delle coste della Louisiana, a una profondità di oltre 8mila metri, nel campo Jack 2 (con diritti pari al 50% in capo a Chevron e il 25% ciascuno ai due partner) con potenziale di estrazione per più di 600.000 barili al giorno, pari al 10% dell’intera produzione domestica statunitense, con la prospettiva di un potenziale maggiore. Secondo le stime degli analisti, la nuova vena petrolifera potrebbe contenere riserve per 15 miliardi di barili, ben oltre i 13 miliardi di barili Prudhoe Bay in Alaska, dai cui impianti – che ora lavorano a regime ridotto per i lavori di rifacimento di parte degli oleodotti – deriva un potenziale di 400.000 barili quotidiani, pari al 6,66% dell’intera produzione domestica statunitense – aggiungendo di prevedere lo sfruttamento pieno non prima del 2010.

  • Oggi  gli USA (6,0 milioni di barili) e Russia (8,25 milioni di barili) producono circa meta’ (il 47,5%) del petrolio dell’intero Medio Oriente (30 milioni di barili al giorno), pero’ a prezzi di produzione molto piu’ elevati (Giacimenti in Texas $15/20 il barile – Russia $6/8 il barile – Arabia Saudita  $3 il barile – Iraq  $1 il barile ). Se ci spostiamo sul terreno delle riserve provate, allora il Medio Oriente ne detiene il 65% (e il 36% di quelle di gas). Oggi il prezzo del Light Crude- WTI Cushing Spot  e’ a $63 al barile, circa il +145,6% in piu’ di quello che era sei anni fa’ nel 2001 a $25.65, e cio’ ha provocato una riduzione del Pil mondiale tra lo 0,5% ed l’1%. Tuttavia  i 63 dollari in media degli ultimi mesi, se si considerano gli anni trascorsi e gli aggiustamenti dell’inflazione (In real terms, stripping out inflation) non sono più alti rispetto ai prezzi del passato, anzi sono addirittura inferiori dal record raggiunto nel gennaio 1981 dopo la rivoluzione Iraniana, che  in termini reali attualizzati al tasso di inflazione cioe’ depurati dell’inflazione (inflation-adjusted Constant 2006 dollars) comporta un prezzo del del Light Crude  di $87,28 al barile e l’Opec produceva 20 milioni di barili al giorno, attualmente, invece, il cartello degli undici paesi produttori pompa 30 milioni di barili:

  • 1980 $87,28     Rivoluzione Iraniana

  • 1985 $58,19     Choc petrolifero

  • 1991 $36,70     I Guerra del Golfo  

  • 2001 $33,30     Afghanistan

  • 2003 $31,50     II Guerra del Golfo 

 

La percentuale di Prodotto interno lordo statunitense dipendente dal petrolio è inoltre solo la metà rispetto a quella degli anni settanta. Direi che il costo del petrolio è un fattore negativo ma non mortale per l’economia americana. Infatti secondo l’istituto di ricerca Capital Economics il mondo industrializzato è molto meno dipendente oggi dal petrolio di quanto lo fosse un quarto di secolo fa; nel 1979 la domanda di prodotti petroliferi rappresentava l’8% delle economie globali mentre oggi vale solo il 2% ed anche tenendo conto del differenziale dei prezzi tra i due periodi la minor dipendenza può essere quantificata in un significativo 25%. Tuttavia il prezzo dell’oro e del petrolio durante gli ultimi 25 anni corretto per l’aumento del fraudolento indice dei prezzi al consumo negli USA dimostra che perché l’oro torni al potere d’acquisto del 1980 dovrebbe arrivare a più di $1600 (più di 4 volte il prezzo attuale) ed il petrolio dovrebbe arrivare sui $90 ;

Russia, ha un’offerta giornaliera di 8,25 milioni di barili, (ma la sua capacità produttiva è di 9,945 milioni di barili al giorno, l’11.7% della produzione mondiale totale), in un triennio ha ampliato del 25% la sua offerta ed è ora il secondo esportatore ma il e produttore mondiale, dopo l’Arabia Saudita;

 

Messico ha un’offerta giornaliera di 3,8 milioni di barili, (ma la sua capacità produttiva è di 4,165 milioni di barili al giorno,  il 4.9% della produzione mondiale totale). Il Messico esporta 3,0 milioni di barili al giorno verso gli USA;

Cina ha un’offerta giornaliera di 3,5 milioni di barili, (ma la sua capacità produttiva è di 3,825 milioni di barili al giorno,  il 4.5% della produzione mondiale totale); La Cina consuma circa  7.0 milioni di barili al giorno e quindi importa circa il 50% del suo fabbisogno, per la precisione  importa circa il 28,57% del suo fabbisogno, 2 milioni di barili al giorno, soprattutto (come il Giappone) dagli Emirati Arabi ( il Dubai petrol che e’ di ottima fattura cosi’ come quello dell’Arabia saudita) e che deve passare per l’appunto o per la Turchia attraverso poi sotterranei oleodotti e dall’Indonesia attraverso lo stretto di Malacca nella zona del Mekong che vede passare l’80% delle forniture di petrolio per il Giappone e il 57% per la Cina, oltre ai due terzi del gas naturale liquefatto mondiale – quota di Import che passa per l’Oceania come settore di attribuzione, ed e’ pero’ solo il 7,14% dell’export dei paesi Opec o il 6,66% se calcolato sul totale export paesi Opec  – Iraq compreso.

E occorre dire che la Cina non compra e non usa il WTI ne’ il  Brent, ma come detto  il Dubai petrol, ed e’ quindi un falso problema che e’ la forte domanda della Cina ad aver fatto aumentare il prezzo del WTI e del Brent ovvero i due tipi usati praticamente da tutti gli altri paesi (Infatti la vera causa del caro petrolio e’ per l’appunto il deprezzamento del dollaro sull’euro voluto dagli US e dalla Cina e Giappone vista la non volonta dei paesi asiatici di procedere ad una forte rivalutazione verso il dollaro dello yuan e dello yen unito alla forte mancanza di investimento in nuove e piu’ efficienti infrastrutture energetiche di estrazione ferme agli anni ’90, nonche’ all’enorme consumo di petrolio tanto degli US quanto dell’Europa). Il restante 21,43% del suo fabbisogno, 1,5 milioni di barili al giorno, lo importa dalla Russia e dal Venezuela   ( 1 milione  dalla Russia, e circa 500.000 mila dal Venezuela). Mentre ogni cinese utilizza infatti meno di 2 barili di petrolio all’anno ( sebbene cio’ abbia rappresentato un aumento per i loro canoni,  la Cina infatti fino al 1995 era un esportatore di greggio, ora importa circa il 50% del suo fabbisogno), la controparte europea ne utilizza 12 e quella statunitense ben 26.

Negli ultimi anni inoltre la Cina ha investito in maniera decisa in infrastrutture che hanno sensibilmente migliorato i collegamenti tra la provincia cinese dello Yunan ed i vari paesi del golfo del Mekong nei pressi dello stretto di Malacca (Cambogia, Laos, Thailandia e Vietnam). I movimenti cinesi nella zona del Mekong nel confronto politico/militare tra Indonesia e Malaysia riguardano il controllo della regione petrolifera dello Sulawesi Sea.  La mossa di Pechino mostra come il governo cinese sia attento alla sua sempre maggiore dipendenza energetica dall’estero. Ormai il 50% dell’energia utilizzata dall’economia cinese viene importata. Di questa, il 57%, passa attraverso lo Stretto di Malacca nella zona del Mekong. Un braccio di mare troppo importante, perche’ la Cina non ne voglia detenere un controllo esclusivo. L’alleanza Cina-Iran-Russia sta cambiando la situazione geopolitica dell’area.  Il governo cinese ha speso miliardi di dollari per acquistare le ultime più sofisticate armi di fabbricazione russa, lo scambio di beni tra i due ex-nemici sia cresciuto del 100% dall’inizio della presidenza Bush. L’asse Mosca-Pechino-Teheran rischia di scalzare dall’area mediorientale il controllo finora detenuto dall’alleanza Usa-Israele-Turchia.  Ed e’ cio’ che gli americani combattono, non altro in quella zona dell’Iraq e dell’Iran; La Cina, dovrebbe registrare il passaggio da 16 veicoli per mille persone del 2002 agli oltre 270 su mille attesi al 2030, con consumi in rialzo da 7,0 milioni di barili al giorno del 2006 ai 19 milioni del 2030;

Norvegia ha un’offerta giornaliera di 2,9 milioni di barili, (ma la sua capacità produttiva è di 3,31 milioni di barili al giorno,  il 3.9% della produzione mondiale totale); e’ il terzo paese sportatore dietro Arabia Saudita e Russia;

Canada, ha un’offerta giornaliera di 2,8 milioni di barili, (ma la sua capacità produttiva è di 3,23 milioni di barili al giorno,  il 3.8% della produzione mondiale totale); 

Regno Unito ha un’offerta giornaliera di 2,0 milioni di barili, (ma la sua capacità produttiva è di 2,4 milioni di barili al giorno,  il 2,82% della produzione mondiale totale); Il Regno Unito è diventato un importatore netto di petrolio nel giugno del 2004 per la prima volta dal 1993.  Da allora, la produzione è in graduale calo a causa della progressiva erosione delle riserve del Mare del Nord da cui si estrae un petrolio di elevata qualità e che viene venduto ad un prezzo più alto;

Resto del mondo  ha un’offerta giornaliera di 14,68 milioni di barili, (ma la sua capacità produttiva è di 15,47 milioni di barili al giorno, il 17.27% della produzione mondiale totale) .

Marco Montanari

 

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