L’anno dei complotti sul Britannia..l’inizio inarrestabile del declino Italia, ovvero il 1993

L’anno dei complotti sul Britannia..l’inizio inarrestabile del declino Italia, ovvero il 1993.

 

 

 

Purtroppo oggi come non mai, non abbiamo la possibilita’ di cambiare la classe dirigente tutta, non avendo il cittadino la liberta’ di eleggere i politici, sono imposti come sapete. La politica fa schifo quasi tutta, soprattutto in Italia e soprattutto per la delinquenziale attivita’ di Andreotti, prescritto e non assolto anche dalla contiguita’ mafiosa, che si e’ protratta per 50 anni portando il paese a quello che oggi stiamo pagando, con la finale ciliegina dei “ladri legalizzati con leggi ad personam” di Berlusconi & Co. Ma per serieta’ ed onesta’ intellettuale bisogna dire che anche parte degli uomin del centro sinistra negli anni 90 ne hanno combinate di tutti i colori.

Purtroppo se non ci svegliamo, il giorno della scelta obbligata, rivoluzione o pulizia e’ vicino. Il default Argentina non e’ cosi’ lontano. Oggi dobbiamo decidere tra dei ladri raffinati, dolosamente incompetenti verso il paese, come oggi lo sono quelli del centro destra, e dei ladri di polli (con taluni falsi moralisti e pessimi predicatori ) spesso altrettanto incompetenti, sebbene spesso solo colposamente incompetenti.

 

Ecco cosa accadde (con ricostruzioni fatte dai media nel corso degli anni passati) in quegli anni 90 del centro sinistra nei quali ne hanno combinate di tutti i colori, infatti sono quelli i disastrosi anni di svendita del patrimonio Italia, moltissime societa’ sino ad allora ben gestite ma svendute a 2 lire e spartite tra inglesi ed americani (non anche quelle che sarebbero invece dovute essere vendute in quanto pozzi senza fondo a carico dei contribuenti ma portatrici di voti, come Alitalia e Fiat); si passava dagli anni del celeberrimo e disastroso CAF, l’asse Craxi-Andreotti-Forlani, ad Amato & Co., vi erano:

 

 

  • L’allora presidente del Consiglio Giuliano Amato;

  • L’allora ministro del Tesoro, già governatore di Bankitalia e futuro presidente del Consiglio e presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi;

  • Il presidente dell’Iri, futuro presidente del Consiglio e presidente della commissione Ue, Romano Prodi;

  • L’allora direttore generale del Tesoro, Mario Draghi;

  • Bettino Craxi : Il 4 agosto del 1983 forma il suo primo governo: un pentapartito composto da Dc Psi, Psdi, Pri e Pli. Resterà in carica fino al 27 giugno 1986. Craxi prosegue la sua opera di avvicinamento del Partito Socialista al centro, con l’intento di farne l’ago della bilancia della politica italiana. Sono gli anni del celeberrimo CAF, l’asse Craxi-Andreotti-Forlani, il governo pentapartito dei primi anni ‘90. I tre rovesciano il leader irpino Ciriaco De Mita togliendogli la Segreteria Dc e il governo. Ma Craxi non riuscirà più a riprendere le redini del governo. L’inizio della crisi politica di Bettino Craxi è datata 1992. Nell’agosto del ‘93, davanti ad un Parlamento ammutolito, fa lo storico discorso che suona come una sfida a tutta la classe politica italiana: “Si alzi in piedi chi di voi non ha preso finanziamenti illeciti in questo Paese”. Poi ricorda i soldi versati dai sovietici al Pci e l’apparato paramilitare del KGB in Italia. Tuttavia, travolto dagli scandali giudiziari e inseguito dai mandati di cattura del pool Mani Pulite di Milano, Craxi decide di non affrontare i processi e nel 1994 fugge nella sua villa di Hammamet, in Tunisia, presso la quale capi di Stato e politici di tutto il mondo amavano un tempo farsi ospitare. Per sei anni l’Italia fa finta di scordarsi di lui: pochi i politici che gli fanno visita, come altrettanto pochi sono gli amici rimasti al suo fianco.

 

 

Il 7 gennaio 2006 non era un giorno normale, ricorreva l’anniversario di quello che in molti – ma non moltissimi, in fondo l’Italia è fatta così – ricorderanno come l’anno dei complotti, ovvero il 1993. Già, esattamente 13 anni fa si diede il via alla svendita delle grandi aziende pubbliche ai gruppi stranieri, si tennero incontri tra i “Boiardi” di Stato e i magnati dell’alta finanza a bordo di un panfilo di Sua Maestà Britannica. Riguardo quell’annus horribilis della sovranità nazionale ed economica italiana, i giornalisti Fabio Andriola e Massimo Arcidiacono hanno scritto un libro, “L’anno dei complotti” appunto, pubblicato da Baldini & Castoldi.

 

 

Accaddero tante cose, in quei 365 giorni in fondo così anonimi, e paradossalmente la riunione sul Britannia rappresentò nulla più che una ciliegina sulla torta. Un breve excursus per conoscre i presupposti che resero possibile e determinante quella riunione del 2 giugno 1993 sul panfilo di Sua Maestà la regina Elisabetta d’Inghilterra.

 

 

Alcune necessarie premesse. Nel 1992 accaddero alcuni fatti:

 

  • la crisi della Prima Repubblica; Sono gli anni del celeberrimo CAF, l’asse Craxi-Andreotti-Forlani, il governo pentapartito dei primi anni ‘90;

  • il successivo ciclone Tangentopoli (Kohl lo pagò in ritardo, esattamente dopo il niet all’operazione in Kosovo nel 1999);

  • le privatizzazioni;

  • l’attacco alla lira da parte del ?pescecane? dell?alta finanza – ora riciclatosi come icona no-global – George Soros.

 

 

Nel settembre 1992, soprattutto, l’agenzia di rating Moody’s, la stessa che ha declassato la Fiat a junk nel 2002, si accanì particolarmente contro l’Italia: un suo declassamento dei Bot italiani diede infatti il via a una spaventosa speculazione sulla nostra moneta che ci portò fuori dallo Sme.

 

 

E’ proprio intorno ad una gita di Draghi del 2 giugno 1993 sul panfilo Britannia ( insieme al gotha della finanza e della politica italiana nonche’ con il ghota della finanza americana e della city di londra) che è nata la leggenda di Draghi come uomo di Goldman Sachs, ma che fu il meno colpevole in quella vicenda. Sul Britannia c’erano Giuliano Amato, Carlo Azeglio Ciampi, Prodi , anno in cui questi personaggi cominciarono la svendita del patrimonio italia.

 


 

Ecco cosa disse Bettino Craxi vicino al tarcollo politico, al riguardo: «Esiste un intreccio di forze e circostanze diverse». Parlò di «quantità di capitali speculativi provenienti sia da operatori finanziari che da gruppi economici», di «potenti interessi che pare si siano mossi allo scopo di spezzare le maglie dello Sme», di «avversari dell’Unione Europea». Craxi lo disse allora, ma oggi non può ripeterlo. Craxi non c’è più. Ci sono in compenso altri personaggi che entrano e che escono come caselle perfettamente inserite di un domino. C’è ad esempio Reginald Bartholomew, che nel mese di giugno del 1993 diventerà ambasciatore americano a Roma. Un anno dopo, siamo nel giugno 1994, con la scorpacciata del Britannia bella e consumata, ecco cosa dirà Bartholomew: «Continueremo a sottolineare ai nostri interlocutori italiani la necessità di essere trasparenti nelle privatizzazioni, di proseguire in modo spedito e di rimuovere qualsiasi barriera per gli investimenti esteri». Et voilà, il caso Italia è chiuso. Bartholomew era amico di Leoluca Orlando, sindaco di Palermo: quest’ultimo si recò spesso negli Usa in nome della lotta alla mafia. Strano caso, come tutto è strano ciò che nacque e accadde nel 1993, cinque anni dopo Bartholmew diventerà presidente di Merryl Linch Italia. Il quadro è completo, nitido, cristallino. Successe di tutto in quell’anno, 1993, capace di trasformare in maniera indolore (fu un tracollo, un disastro senza precedenti ma non si videro carrarmati nelle strade né deportazioni) l’Italia in una sorta di repubblica centrafricana.

 

 

Punta di diamante dell’intera operazione di svendita Britannia, riunione che si mostrò perfettamente congruente a quello che accade prima e dopo, fu l’allora presidente del Consiglio Giuliano Amato, fu l’allora ministro del Tesoro, già governatore di Bankitalia e futuro presidente del Consiglio e presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, fu l’allorapresidente dell’Iri, futuro presidente del Consiglio e presidente della commissione Ue, Romano Prodi.

 

 

In quel periodo vi fu una specie di colpo di stato interno alla massoneria italiana, con il Gran Maestro Di Bernardo preoccupato per l’offensiva scatenata dagli incappucciati del Grande Oriente d’Italia capitanati da Armando Corona. La magistratura si spaccò in due tronconi ben distinti ideologicamente. Ricominciarono ad esplodere bombe che soltanto anime belle possono credere piazzate per eliminare quel fuffarolo di Maurizio Costanzo. Esplode con tutta la sua virulenza Tangentopoli; e, dulcis in fundo, finisce in prima pagina quel singolare scandalo, con connotati pecorecci, che ebbe come protagonista Lady Golpe, al secolo Donatella Di Rosa che però andò a mettere nei guai, guarda caso, il comandante di uno dei pochissimi reparti operativi dell’Esercito, il generale Monticone». Accuse precise, come preciso fu per l’ennesima volta il comportamento del direttore generale del Tesoro, Mario Draghi. Il quale, infatti, scese dal Britannia per evitare di partecipare a quella che sembrava diventare una svendita delle grandi aziende pubbliche italiane alle multinazionali americane e britanniche. Sì, in seguito fu lo stesso Draghi ad ammettere il suo imbarazzo.

 

Guarda caso dopo la merenda sul Britannia le privatizzazioni vennero effettuate a ritmi serratissimi. Parlando soltanto del settore agroalimentare, ad esempio, un settore tradizionalmente importante per la nostra economia, furono numerose le ditte che vennero acquistate dagli stranieri: Locatelli, Invernizzi, Buitoni, Galbani, Negroni, Ferrarelle, Peroni, Moretti, Fini, Perugina, Mira Lanza, Massalombarda (Federconsorzi che ando’ con una asta truffa alla fallimentare di roma prima a Cragnotti poi a Tanzi, mediatore Geronzi) e tante altre. In quel meeting sul britannia, si stabili’ la ripartizione di queste privatizzazioni, un pezzo agli Inglesi, l’altro agli Americani. Nulla di strano né di pittoresco, quindi: tanto più che storicamente la Gran Bretagna ha sempre cercato di ostacolare il rafforzamento di qualsiasi Paese europeo. All’epoca i governanti italiani, specie quelli di sinistra, hanno cercato di accreditarsi nel mondo che conta recandosi in pellegrinaggio alla City di Londra come a Wall Street. Assicurando ovviamente la loro disponibilità per non disturbare troppo il manovratore. Il terminale dei politici italiani che dovevano garantirsi sul fronte internazionale è stato, fino a pochissimo tempo fa, proprio la City di Londra: D’Alema docet. In effetti, i britannici d’Oltremanica e quelli svezzati d’Oltreoceano non potevano che essere soddisfatti del comportamento tenuto dai loro amici italiani: l’operazione Britannia, infatti, garantì ai soli anglo-americani di accaparrarsi quasi il 50% (precisamente il 48%: 34 agli americani e 14 ai britannici) delle aziende italiane finite in mano straniera. Questo è stato il 1993, anno in cui l’Italia e la sua classe politica persero l’ultimo brandello di dignità.

 

 

 

Aggiungo che proprio in quegli anni la tv commerciale di berlusconi cominciava il suo concreto lavoro di deterioramento delle radici degli italiani, separandoli dalla loro storia e dalla loro identità, per trasformarli in quella melassa plasmabile e inconsistente che sembrano essere diventati (o almeno la maggioranza, per adesso).

 

E appena pochi anni prima nel 1978 vi fu’ la morte (omicidio) di Papa Luciani che aveva davvero intenzione di sciogliere gli intrecci massonici-finanziari all’interno della chiesa con la P2 di cui berlusconi era socio; alcuni dicono che il medico, che fece l’autopsia del Papa a Roma, verifico’ ufficiosamente che il Papa era stato avvelenato.

 

I politici italiani sono dei disonorati che venderebbero anche le loro madri pur di non cedere la poltrona” molti troppi, e purtroppo non aprono i partiti ai giovani o ai quarantenni, aprono ai vari cicciolina, Caruso, luxuria etc pero’.

 

Questa svendita e’ avvenuta perche’ sono nella migliore delle ipotesi degli incapaci di corto raggio senza visione da statisti, mirando ad avere dei vantaggi di breve sia dagli inglesi sia dagli americani sotto forma di non invasione del mercato italia negli altri settori ( auto, energia, servizi bancari etc…tutti monopoli di amici del centro sinistra) e sia gli inglesi sia gli americani se ne sono ben guardati dal farlo con il casino dei sindacati e dei tribunali fallimentari che bloccano tutto , ed hanno rivenduto quasi tutte quelle societa’ ai francesi con grosse plusvalenze; certo le cose non andavano bene neppure allora, ma quasi tutte quelle societa’ erano sane, a differenza dell’alitalia e della fiat, e telecom; sono queste che dovevano essere cedute o lasciate fallire e non sovvenzionate a vario titolo con i soldi dei contribuenti , con decine di miliardi di euro in circa 40 anni.

 

Credo che avrebbero dovuto tenere stretto il settore agro alimentare e della grande distribuzione, invece svenduto, e fare quello che ho detto sopra con alitalia fiat, e telecom, ed investire tutto in infrastruttura (porti, autostrade, energia alternativa, investimenti in ricerca e tecnologia…turismo, servizi…etc) …allo stesso tempo liberalizzare davvero la telefonia, il gas la luce l’acqua, il servizio creditizio. L’italia non puo’ competere nei vecchi settori dell’industria (auto, acciaio, tessile e lingerie) per via degli enormi minori costi della cina e india in quel campo, puo’ primeggiare nell’alta moda, nell’alta mano d’opera specializzata in tecnologia, nel turismo, nei servizi.

 

Fazio e’ stata la 2 condanna italiana dopo Andreotti, con il falso protezionismo a beneficio dei soliti noti ma a danno di tutti i risparmiatori , lavoratori cittadini; loro hanno svenduto e non liberalizzato, ne’ quel settore ne’ altri, ed hanno svenduto proprio sperando che negli altri campi non avrebbero subito gli attacchi, opa etc, da parte straniera; non liberalizzare i mercati con regole trasparenti valide per tutti e’ stato il pui’ grosso errore di Prodi & Co. che oggi ancora paghiamo; Berlusconi ovviamente si e’ ben guardato dal liberalizzarlo, possiede societa’ praticamente in ogni settore dei servizi, tranne la telefonia.

 

Spesso poi si mischiano 2 cose che sono invece separate nelle loro cause ed effetti;

 

  • – la svendita del meglio che vi era dell’industria italiana pattuita sul Britannia e’ stata una porcata da idioti, forse anche corrotti;

  • – le decisioni di change over con il marco sono state necessarie e hanno di fatto salvato l’italia dal default economico; pur uscendo temporaneamente dallo SME, si riuscì ad agganciare l’Italia a Maastricht. Infatti la svalutazione della lira con contestuale rivalutazione del marco, non mirava tanto a difendere la lira da manovre speculative in atto, Soros su tutti, ma soprattutto a consentire al paese Italia di entrare in Europa con un’economia non bloccata nell’export cosa che sarebbe avvenuta se il change over avesse previsto un concambio con una rivalutazione della lira rispetto al marco, quindi all’europa; il ns export era gia’ al limite di competitivita’, e si sarebbe bloccato venendo i ns beni a costare di piu’ per chi doveva importarli, con il che’ non saremmo entrati in europa.

 

 

 

L´Unione europea non è affatto nelle stesse condizioni:

 

 

  • Innanzitutto non tutti gli stati che ne fanno parte hanno adottato l´euro.

  • L´euro non è ancora una vera moneta di riserva. Non lo è perché l´economia europea, e in particolare il suo cuore industriale, raccolto attorno alla Germania renana, dipende in maniera pesante dalle esportazioni al resto del mondo.

  • Il mercato finanziario europeo, inoltre, è molto grande solo per quanto riguarda il debito pubblico dei vari Stati, ma non per le occasioni di investimento in azioni e obbligazioni private che offre.
    Infine, ed è un elemento fondamentale, la politica fiscale europea resta privilegio di ciascuno dei paesi membri.

  • Di fronte ad una politica di ribasso del dollaro tanto esplicita non vale la pena cadere nella trappola che consiste nell´addossare le sue conseguenze internazionali alle autorità europee. Vale la pena notare che il deficit statale (non anche quello commerciale) dei conti pubblici è oltre il 3 per cento solo nei principali paesi europei.

  • Ancora meno lusinghiero e’ il fatto che gli europei impigriscono le proprie popolazioni in un welfare state troppo generoso. Così come il crollo demografico europeo.

  • Varrebbe la pena, invece, iniziare un serio dibattito sulla necessità che l´Euro divenga una vera alternativa al dollaro. Questo richiede integrare il mercato finanziario europeo, unificare la politica fiscale e quella delle opere pubbliche, riformando anche le modalità di finanziamento delle imprese private in Europa. E, soprattutto, iniziare una politica comune di grande respiro nel campo della ricerca scientifica e della tecnologia. Erano gli obiettivi di Lisbona. Ma il 2010 non è lontano e di progetti esecutivi se ne vedono davvero pochi.

 

 

 

IL CARO EURO DIVIDE L’EUROPA 

 

 

Dal primo giorno della moneta unica alla fine di dicembre del 2006 l’inflazione cumulata è stata, in media, pari al 10,0% ciorca nei 12 Paesi dell’euro. L’Italia, però, è l’ultima della classe: 15,0% circa in 5 anni. Perché in quasi tutti i Paesi europei, dalla Germania al Belgio, la bolla dei prezzi alla fine si è dissolta? Perché invece i rincari degli ultimi due anni pesano ancora in altri Paesi, come l’Italia? Evidentemente il passaggio all’euro non basta a spiegare tutto. 

L’euro e la Lira: mentre la lira si svalutava il marco tedesco e il franco svizzero erano cresciuti di quasi dieci volte e il dollaro di oltre tre volte dal 1972 al 1999. Una moneta da cui gli investitori internazionali si tenevano alla larga come dalla peste bubbonica: ciò che rendeva l’Italia e i valori espressi in lire qualcosa di esotico e un po’ comico, come in genere sono viste dall’estero le cose di questo Paese. Inoltre si può sottolineare che l’euro ha avuto 5 grandi meriti:

 

  • 1) ha assicurato la stabilità del potere d’acquisto dei cittadini, con tassi di inflazione ben più bassi che in precedenza;

  • 2) ha aperto a milioni di famiglie italiane la possibilità di ottenere mutui per l’acquisto della casa a tassi del 3 4% invece del 12,15%;

  • 3) ha favorito un certo risanamento della finanza pubblica per i minori oneri di interessi gravanti sul bilancio dello Stato;

  • 4) ha consentito all’Italia di pagare meno per le materie prime e i prodotti energetici acquistati all’estero (si pensi agli effetti sull’economia italiana del petrolio a 60 dollari il barile se non ci fosse l’euro ad attenuarli);

  • 5) ha contribuito ad eliminare la marginalizzazione dell’Italia dalle grandi correnti degli scambi finanziari e di investimento internazionali.

 

 

E’ vero, tuttavia, che con l’euro non è possibile effettuare svalutazioni compensative dell’aumento dei costi per unità di prodotto che, purtroppo, hanno continuato a manifestarsi allegramente in questi ultimi anni. Ma questo vantaggio competitivo a cui l’Italia ha dovuto rinunciare è di ben minore momento rispetto ai vantaggi prima elencati. Più incisiva è la critica di coloro che, riconoscendo i vantaggi dell’euro, ritengono che il change over, cioè l’esecuzione del passaggio lira/euro, non sia stato privo di difetti. Essi ritengono che con il cambio euro/lira a 1936,27, e cioè a circa 2000, si è favorita la speculazione di chi ha effettuato una divisione per 1000. Cioè, se un prodotto costava 3000 lire il prezzo è stato portato a 3 euro invece che a circa 1,5 euro con un «arrotondamento» che di fatto costituiva un raddoppio. E non basta dire che questo problema è dovuto alle inefficienze strutturali della nostra economia nel settore commerciale e della distribuzione. Ne’ basta affermare che chi se la prende con l’euro agisce come un malato che, invece di curare la sua febbre, colpevolizza il termometro che non la misurerebbe nel modo corretto. Il problema è quello di determinare la ragione per cui proprio con questo cambio dell’euro le inefficienze strutturali si sono manifestate. La risposta è complessa, ma si può notare come coloro i quali criticano il livello euro/lira di 1936,27 (il marco/euro nel cambio 1,9558) , non riescano ad indicare quale altro livello sarebbe stato più opportuno, oppure, quando lo indicano fanno discorsi incoerenti. Di fatto vi erano due possibilità.

 

  • La prima è che la quotazione euro/lira fosse fissata molto più in basso, ad esempio verso le 1500 lire. Sarebbe stata questa quotazione più opportuna? La risposta è no perché se, forse, ciò avrebbe evitato che i fruttivendoli raddoppiassero i prezzi, nella conversione si sarebbe però determinata una fortissima rivalutazione della lira che prima del 2001 era a 990,5 nella conversione  con il marco  euro/lira a 1500 , con il che nella conversione teorica con il marco sarebbe scesa a 750 lire per 1 marco dalle 990,5 del periodo immediatamente precedente il change over rendendo carissime le nostre merci sui mercati europei e internazionali. E’ vero, però, che un cambio euro/lira a 1500 avrebbe contribuito a combattere l’inflazione interna (di fatto a 1936,27 la lira e’ stata rivalutata di un poco 2.25% se consideriamo che la lira che prima del 2001 era a 990,5 nella conversione  con il marco quindi di ciamo 1981 con l’euro: del 2.25%).  Agli italiani, inoltre, nella conversione  con il marco a 1500 ( 750 lire ) per 1 marco sarebbero stati consegnati molti più euro in cambio delle lire, il che avrebbe reso a buon mercato per noi le merci tedesche, francesi, spagnole, etc. con grave danno per la nostra economia. miglioravano le ragioni di scambio, ma peggiorava la competitività

  • Se, invece, il governo avesse stabilito un cambio superiore a 1936,27 (per esempio svalutando la lira a  2500 lire) le ragioni di scambio, ma migliorava la competitività (di fatto a 1936,27 la lira e’ stata rivalutata di un poco 2.25% se consideriamo che la lira che prima del 2001 era a 990,5 nella conversione  con il marco quindi di ciamo 1981 con l’euro: del 2.25%), la competitività delle merci italiane all’estero sarebbe aumentata notevolmente, ma gli acquisti di merce estera, costando di più, avrebbero spinto i prezzi verso l’alto. Come si vede, quindi, discostandosi da 1936,27, da una parte, miglioravano le ragioni di scambio, ma peggiorava la competitività, dall’altro, peggioravano le ragioni di scambio, ma migliorava la competitività.


 

 

 

 

Poiché il livello di 1936,27 rappresentava un ragionevole punto di incontro fra le due esigenze, si può dire che non sia vero che i problemi dell’euro risalgono ad una errata esecuzione del change over.  La politica inglese negli ultimi 500 anni ha sempre perseguito l’obiettivo di dividere i Paesi europei fra di loro per poter continuare a coltivare i suoi interessi sul mare e i suoi rapporti speciali con le altre nazioni anglosassoni (in precedenza colonie della corona inglese).

 

 

Marco Montanari

 

 

Annunci

I commenti sono chiusi.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: