Andamento della borsa Americana in occasione delle elezioni

Andamento della borsa Americana in occasione delle elezioni

 Fonte Immagini Corriere e Repubblica

CONGRESSO  E SENATO

Mid Term

North_America_election 2006_2008_CONGRESSO

 

 

 

  • IL NUOVO CONGRESSO       Democratici 229 seggi Repubblicani 197 seggi

  • IL CONGRESSO  USCENTE  Democratici 201 seggi Repubblicani 230 seggi

 

 

 

SENATO

North_America_election 2006_2008_SENATO

 

Il rinnovamento riguarda un terzo (33) dei 100 senatori. Un seggio per ciascuno degli stati coinvolti. Nella cartina sono tratteggiati gli s    tati un cui non si vota. 

 

  • IL NUOVO SENATO       Democratici 51 seggi Repubblicani 49 seggi

  • IL SENATO USCENTE  Democratici 44 seggi Repubblicani 56 seggi


 

 

 

 

GOVERNATORI

North_America_election 2006_2008_GOVERNATORI_

Si rinnovano i governatori di 36 stati. Nella cartina sono tratteggiati gli stati un cui non si vota. 

  • NUOVA SITUAZIONE               Democratici 21   Repubblicani 14

  • SITUAZIONE PRECEDENTE  Democratici 15   Repubblicani 21

 

 

 

Andamento della borsa Americana in occasione delle elezioni

 

L’unico verdetto sgradito che avrebbe potuto condizionare in negativo Wall Street, sarebbe stata la vittoria a mani basse dei democratici anche al senato, ma avendo i Democratici vinto di un soffio al Senato ed a pieni voti solo al Congresso, si riproporra’ per molti versi, a parti invertite, una situazione simile a quella degli anni ’90, quando Bill Clinton conviveva con un Congresso in mani repubblicane.

 

ll passaggio del Congresso ai democratici ha come corollario un probabile mutamento di provvedimenti in materia:

 

  • di aumento tasse soprattutto sui dividendi, i capital gain ( con particolare effetto sulle grandi plusvalenze del big oil sector),

  • di maggior protezionismo anti-cinese,

  • di legislazione anti hedge funds,

  • di aumento del salario minimo

  • di attacco alle case farmaceutiche per favorire la diffusione dei farmaci generici, l’agenda dei Democratici prevedera’ di tagliare probabilmente i prezzi dei farmaci forniti attraverso Medicare, il sistema di assistenza sanitaria

  • di aumento delle imposte sul tabacco

  • riduzione degli stanziamenti pubblici a vantaggio delle societa’ attive gli armamenti, i cui bilanci hanno beneficiato per anni della politica del pugno di ferro in Medio Oriente voluta da Bush

  • legislazione di favore per il  settore della ricerca e dello studio sulle cellule staminali, un comparto che ha trovato negli ultimi anni, forte ostilita’ da parte dell’amministrazione Bush

  • di attacco ai monopoli di fatto, adottando provvedimenti maggiormente improntati alla concorrenza , soprattutto quello energetico, adottando provvedimenti che favoriranno le societa’ specializzate nello sviluppo di fonti energetiche alternative, i democratici saranno infatti maggiormente propensi alla diversificazione delle risorse energetiche utilizzate dalla Nazione

 

 

Con il che’ da oggi alle elezioni definitive tra 1 anno circa si avra’ che tutto cio’ dovrebbe incidere negativamente:

 

  • nei profitti delle grosse catene attive nel retail, ad esempio per Wal-Mart il colosso dei supermercati che basa il proprio modello di business sul contenimento del costo del lavoro.

  • nei profitti delle societa’ attive nell’energia, nell’industria farmaceutica e nel tabacco. 

  • nei profitti delle societa’ attive negli armamenti , Lockheed Martin e Raytheon per esempio

 

 

Al contrario, i maggiori beneficiari della piattaforma politica dei democratici sono:

 

 

  • gli operatori specializzati nello sviluppo di fonti energetiche alternative, Plug Power (PLUG), Ballard Power System (BLPD), FuelCell Energy (FCEL), Energy Conversion Devices (ENER)

  • gli operatori specializzati nella ricerca e nello studio sulle cellule staminali, un comparto che ha trovato negli ultimi anni, forte ostilita’ da parte dell’amministrazione Bush. Societa’ come Aastro Bioscences (ASTM), StemCells (STEM), ViaCell (VIAC) e Geron (GERN)

  • gli operatori produttori di medicinali generici

  • le grandi compagnie con una sponsorizzazione pubblica, quali i giganti dei mutui ipotecari Fannie Mae e Freddie Mac

  • Gli altri settori sono piu’ o meno indiffirenti a chi regna

  • In più a gettare una luce di ottimismo sul mercato azionario nei prossimi 6 mesi  c’è il cosiddetto ciclo presidenziale, che coincide con il terzo anno del secondo mandato alla Casa Bianca. Nell’intera storia dell’S&P500, l’indice è stato negativo solo in due di queste occasioni: nel 1931 e nel 1939. Gli altri terzi anni hanno riportato guadagni a due cifre, eccetto il 1947 e il 1987, con guadagni a una cifra. Ciclo Presidenziale, una legge non scritta secondo la quale gli operatori credono al link tra l’andamento della borsa e le elezioni alla Casa Bianca. Secondo lo Stock Trader’s Almanac non c’e’ mai stato un anno negativo a Wall Street nel terzo anno di mandato di un presidente Usa (e’ il caso di George W. Bush quest’anno)  (uniche eccezioni al forte calo nel terzo anno di mandato presidenziale negli ultimi 84 anni sono il 1931  ma c’era la Grande Depressione, e il 1939  quando l’indice Dow Jones perse pero’ solo del 2,9%).

 

 

 

 

 

Il nuovo Congresso si insedierà a fine gennaio e il presidente  del Congresso manterrà il diritto di veto su una parte importante della produzione legislativa.

 

  • Nei 5 anni successivi all’11 settembre, il pil Usa è aumentato di ben 3mila miliardi di dollari, cioè una volta e mezzo la stazza dell’Italia. Il deficit di bilancio, è calato ad appena l’1% del pil grazie alla corsa mozzafiato della congiuntura. E gli sgravi fiscali voluti fortemente da Bush sono blindati fino al 2010.

 

 

 

 

In previsione delle elezioni Presidenziali, e’ utile considerare che:

 

 

 

Un’analisi del comportamento degli indici dal dopoguerra alle ultime elezioni rivela che al mercato non piace quando un presidente in carica non viene rieletto. Nei casi in cui questo e’ avvenuto (nel 1976 con Gerald Ford, nel 1980 con Jimmy Carter e nel 1992 con George Bush padre), l’S&P500 e’ sceso in media di quasi il -5% l’anno successivo al cambio di presidenza. Al contrario, la rielezione del candidato in carica nelle sei volte che si e’ verificato questo risultato ha fatto aumentare l’indice del +7,5% nelle sei volte che si e’ verificato questo risultato.

 

 

Dal 1929 in poi, l’indice S&P500 e’ cresciuto di piu’ l’anno successivo all’elezione del candidato del partito democratico (+9%) rispetto all’anno successivo all’elezione del candidato del partito repubblicano, quando invece gli indici hanno perso in media il -3,4%. Una possibile spiegazione risiede nel fatto che ci sono state piu’ recessioni nei periodi di presidenza repubblicana (in media 2 recessioni su 3).

 

 

Sempre dal 1929 ad oggi indipendentemente da chi viene eletto, i mercati tendono ad avere una performance migliore nel terzo e quarto anno di presidenza. Cio’ dipende da molti fattori, fra i quali l’adozione da parte del presidente di politiche pro-crescita economica, al fine di facilitare la sua rielezione.

 

 

Sempre dal 1929 ad oggi, l’indice S&P e’ salito in media del 17,7% e del 9,4% nel terzo e quarto anno di presidenza democratica. Nel caso del terzo e quarto anno di presidenza dei repubblicani, il mercato e’ salito dell’11,3% e del 4,7% rispettivamente.

 

 

 

E’ utile analizzare quello che successe ai mercati quattro anni fa, quando per oltre un mese non si seppe chi sarebbe stato eletto presidente. I mercati hanno avuto una reazione negativa alla situazione di stallo in cui si erano venuti a trovare: dal 7 novembre, giorno delle elezioni, fino al 14 dicembre, il giorno successivo al ritiro di Al Gore, l’S&P500 perse il  -6,4%, mentre il Nasdaq Composite oltre il -20%.

 

Nello stesso periodo, il dollaro perse oltre il -3% nei confronti dell’Euro (ma guadagno’ il 4,2% nei confronti dello Yen), ed il prezzo del petrolio passo’ da $32,86 per barile a $27,99 (un calo di quasi il 15%). Chi guadagnarono furono i Treasuries: l’obbligazione a 10 anni guadagno’ oltre il 5%.

 

 

La crisi del centrosinistra (i democratici) d’oltreoceano risale al 1968. Da allora i democratici hanno vinto solo tre volte su dieci elezioni presidenziali, e solo grazie alle scorie di uno scandalo (il Watergate) e a uno straordinario politico centrista come Bill Clinton. La radicalizzazione della sinistra liberale negli anni del Vietnam ha allontanato via via intere fasce di elettori dal partito, quasi tutto il sud del paese e gran parte del Midwest. Gli intellettuali neoconservatori nacquero in quel periodo e si staccarono dalla sinistra per trovare riparo a destra.

 

 

Negli anni Ottanta emersero i “Reagan’s democrats”, la working class che assieme alla pancia dell’America aveva sempre votato per il centrosinistra prima di sentire i propri diritti e i propri valori più tutelati dalla rivoluzione conservatrice e liberalpopolare di Ronald Reagan. Negli anni Novanta, infine, il partito democratico ha perso anche la maggioranza alla Camera e fino ad oggi era in minoranza anche al Senato.

 

 

La cartina di tornasole di questo declino è stato l’anno 2000, quando il vice di Bill Clinton, Al Gore, non riuscì a entrare alla Casa Bianca nonostante l’America di Clinton (e Gore) avesse regalato otto anni di benessere economico, di surplus di bilancio, di ottimismo, di pace, di prosperità, di speranza, addirittura anche “la fine della storia”. Tutto sembrava andare per il verso giusto, tanto più che l’erede designato di questo ben di Dio affrontava George W. Bush, un candidato provinciale, giudicato poco intelligente, impreparato, raccomandato e inadatto al ruolo. Vinse Bush, sia pure d’un soffio, e i democratici non si sono più ripresi. Anziché presentarsi da continuatore dell’era centrista di Clinton, Al Gore scelse di dare una curvatura liberal e di sinistra alla sua campagna, e finì male.

Clinton vinse perché a contrastare Bush padre c’era un terzo candidato di destra, Ross Perot, che prese il 20 per cento dei voti. Capita l’antifona, cioè la bilancia a destra del paese, il neopresidente governò subito dal centro, stando sempre attento a “triangolare”, cioè a presentarsi da uomo della sintesi delle aspettative liberal e conservatrici del popolo americano. Clinton ha avuto successo soprattutto quando s’è avvicinato a destra, tagliando il bilancio, riducendo il peso dello Stato, firmando la legge in difesa del matrimonio, non aumentando le tasse, non abbracciando i trattati internazionali e così via. Con l’eccezione delle guerre buoniste in Bosnia, Kosovo e Haiti (che la destra non voleva) ogni volta che Clinton ha cercato di imporre la sua visione di sinistra (i gay nell’esercito e la riforma sanitaria) ha sempre fallito. Le elezioni hanno confermato questa tendenza conservatrice degli Stati Uniti

 

John Kerry s’è battuto bene, ma gli è mancata la “vision thing”, come si diceva ai tempi di Clinton, cioè non ha offerto né una strategia né un sogno ne’ una missione agli elettori americani e perché non s’è liberato del suo snobismo da radical chic.

 

Presidential elections versus the Dow Jones’ change 4 years later from the day of the election:

Year Candidate Popular vote % Electoral vote % Dow % chg.*
2004 George W. Bush 51.07% 53.16% ?
John Kerry 47.99% 46.84%
2000 George W. Bush 47.87% 50.37% -7.75%
Al Gore 48.38% 49.44%
1996 Bill Clinton 49.23% 70.45% 81.00%
Bob Dole 40.72% 29.55%
1992 Bill Clinton 43.01% 68.77% 84.60%
George H. W. Bush 37.45% 31.23%
1988 George H. W. Bush 53.37% 79.18% 51.66%
Michael Dukakis 45.65% 20.63%
1984 Ronald Reagan 58.77% 97.58% 76.73%
Walter Mondale 40.56% 2.42%
1980 Ronald Reagan 50.75% 90.89% 29.86%
Jimmy Carter 41.01% 9.11%
1976 Jimmy Carter 50.08% 55.20% -2.99%
Gerald Ford 48.02% 44.61%
1972 Richard Nixon 60.67% 96.65% -0.25%
George McGovern 37.52% 3.16%
1968 Richard Nixon 43.42% 55.95% 2.12%
Hubert Humphrey 42.72% 35.50%
1964 Lyndon Johnson 61.05% 90.33% 8.33%
Barry Goldwater 38.47% 9.67%
1960 John F. Kennedy 49.72% 56.42% 49.60%
Richard Nixon 49.55% 40.78%
1956 Dwight D. Eisenhower 57.37% 86.06% 20.02%
Adlai Stevenson 41.97% 13.75%
1952 Dwight D. Eisenhower 55.18% 83.24% 80.45%
Adlai Stevenson 44.33% 16.76%
1948 Harry Truman 49.55% 57.06% 42.41%
Thomas Dewey 45.07% 38.59%
1944 Franklin D. Roosevelt 53.39% 81.36% 29.33%
Thomas Dewey 45.89% 18.64%
1940 Franklin D. Roosevelt 54.74% 84.56% 9.17%
Wendell Willkie 44.78% 15.44%

 

Marco Montanari

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