To avert a cash crunch the Central Banks spill liquidity in the markets


 

To avert a cash crunch the Central Banks spill liquidity in the markets

Per evitare una crisi di Liquidita’ causata non tanto e soltanto dai mutui subprime, le 2 principali Banche centrali del Mondo immettono nel sistema finanziario 275,39 miliardi di dollari

 

Vedi anche:

 

Click here: [url=https://wallstreetrack.wordpress.com/2007/05/12/subprime-mortgages-e-in-arrivo-un-grande-crash-no/

]link-Subprime Mortgages E’ in arrivo un grande  Crash? NO [/url]

 

 

 

CROSS RATE €/$  1,3693

 

 

 

Nove e dieci di agosto 2007: BCE E FED contro la crisi; Immessa liquidita’ prima per 153,8 miliardi di dollari, poi per 121,59 miliardi di dollari, per 275,39 miliardi di dollari COMPLESSIVI,; Interventi come dopo l’attacco alle TWIN TOWERS

 

 

 

La crisi finanziaria innescata dal ‘subprime’ è legata al tracollo dei prezzi delle CDO, cioè le ‘collateralized debt obligations’. Queste ultime sono emissioni obbligazionarie garantite dai flussi di cassa generati dai mutui stessi. E’ ovvio che in presenza di una situazione di mancato pagamento delle rate di prestito, anche gli strumenti derivati – appunto le obbligazioni collegate – finiscano per andare a rotoli. La situazione europea appare peraltro differente da quella statunitense, nel senso che la presenza di questo tipo di obbligazioni nei portafogli degli investitori del vecchio Continente dovrebbe essere minima.

 

In misura massiccia, negli ultimi anni, debiti come i singoli mutui immobiliari sono stati raggruppati e cartolarizzati, trasformati cioè in titoli, collocati poi sul mercato. Sono le Asset-backed securities, titoli a garanzia patrimoniale. Con essi, le banche e gli istituti che erogano mutui e prestiti hanno interesse a stipularne il più possibile, ma nessuna convenienza diretta a garantirsi che vengano ripagati, visto che li hanno trasferiti ad altri. La finanza derivata compie, però, un altro passo. Questi titoli cartolarizzati, originati dai mutui immobiliari, vengono ulteriormente raggruppati con altri titoli a garanzia patrimoniale, che nascono invece da mutui commerciali, obbligazioni vere e proprie o dai prestiti alle aziende impegnate nelle scalate. Titoli-salsiccia sono stati chiamati, anche se il nome ufficiale è Cdo, collateralized debt obligations.

 

 

 

La paura della Federal Reserve e della Bce è che una flessione del mercato potrebbe esporre molti a condizioni di mercato che non erano state prese in considerazione nelle transazioni originali in termini di prezzo. Ad esempio, tassi di interesse di mercato più elevati potrebbero diminuire la copertura delle operazioni esistenti, spingendo forse alcuni di essi all’insolvenza.

 

La liquidita’ sul mercato insomma si è completamente prosciugata in quanto gli investitori sono riluttanti a reinvestire il loro denaro per via delle preoccupazioni legate alla crisi del ‘sub-prime.

 

 

 

La Fed

 

US Treasury Indexes

 

Name Discount/Price   Change Yield

 

Three-Month U.S. Treasury Bill  4.86%
Six-Month U.S. Treasury Bill  4.93%
Two-Year U.S. Treasury Note 4.51%
Five-Year U.S. Treasury Note  4.58%
Ten-Year U.S. Treasury Note  4.78%
Thirty-Year U.S. Treasury Bond  5.00%

 

 

 

 

 

  • 9 agosto 2007: To avert a cash crunch, The Federal Reserve added $24 billion (The government yesterday sold $13 billion of 10-year notes at a higher-than-expected yield of 4.855 percent) to the U.S. banking system in an attempt to bring the overnight lending rate in line with its 5.25 percent target as The federal funds rate had traded at 5.5 percent as demand to borrow exceeded the supply of cash. La Federal Reserve con una doppia operazione di rifinanziamento pronti contro termine disposte a breve distanza l’una dall’altra della durata di 14 giorni di 24 miliardi di dollari, con un’iniezione di liquidita’ a due trance, e di 12 miliardi di dollari ciascuna. Il provvedimento, anche in questo caso, si e’ reso indispensabile quando il tasso di mercato overnight ieri ha aperto al 5,5%, 25 punti base in piu’ del Fed Funds ovvero 25 punti sopra il tasso-base del Fed Funds. L’ aumento del tasso overnight è il maggiore da quando, alla fine di giugno del 2004, il FOMC della Federal Reserve decise di aumentare il costo del denaro.

  • 10 agosto 2007: The Federal Reserve added $38 billion, con tre differenti tranche da 19, 16 e 3 miliardi di dollari, portando il totale settimanale a $62 billion, mettendo a segno la manovra piu’ corposa in un solo giorno dopo i  $75,3 billion e gli  $81,25 billion erogati l’11 e il 14 Settembre del 2001, in scia al panico degli attentati alle Torri Gemelle. La Fed aiuta i mercati con un’operazione ( operazione di rifinanziamento avvenuta tramite il riacquisto da parte della banca centrale statunitense di titoli garantiti da prestiti immobiliari, in considerazione della situazione creatasi a seguito della crisi del ‘subprime’. Come conseguenza, il tasso overnight, salito precedentemente fino al 6,0% (ai massimi dal gennaio del 2001 e 75 punti sopra il tasso-base al 5,25%) come conseguenza dell’allargarsi dei timori legati alla crisi del credito cosiddetto ‘subprime è sceso al 5,375% pur mantenendosi sopra il tasso base.

  • La Fed ha concluso rilevando che “come sempre” è inoltre aperta la possibilita’ di finanziamento diretto tramite la finestra rappresentata dal tasso di sconto / tasso-base al 5,25%.

  • La Sec, la Consob Usa, ha deciso di passare al setaccio i report finanziari delle maggiori banche d’affari Usa, allo scopo di far luce sull’effettiva esposizione sul segmento subprime, che negli ultimi anni hanno contribuito alla chiusura di bilanci record. la Sec cercherebbe di verificare le modalita’ di calcolo del valore degli asset subprime. E difficile stabilire il loro valore, a differenza di obbligazioni e titoli azionari, perche’ non possono essere acquistati o venduti facilmente. Circostanza che permette ai gestori un’ampia discrezionalita’ nella fissazione del prezzo di questi strumenti e che, per altro verso, potrebbe nascondere anche la triste sorpresa di voci di bilancio di fatto inesistenti. L’operazione dell’organo di vigilanza sulla Borsa Usa mira a far luce sull’effettiva eventuale esposizione sul segmento fortemente a rischio del credito. Secondo il Wall Street Journal l’iniziativa della Sec riguarderebbe innanzitutto colossi come Goldman Sachs e Merrill Lynch. L’intervento della Sec farebbe riferimento alla possibilita’ che nei comunicati finanziari delle banche statunitensi si celino perdite legate proprio all’esposizione su questo versante. Piu’ in dettaglio, l’Authority di Borsa cercherebbe di verificare le modalita’ con cui le banche d’investimento calcolano il valore degli asset legati al ‘subprime’. Il Wsj aggiunge che e’ difficile stabilire prezzi accurati nel caso degli asset collegati al credito a piu’ elevato rischio, in quanto, a differenza delle obbligazioni e dei titoli azionari, essi non possono essere acquistati o venduti facilmente. Questa circostanza permette di conseguenza ai gestori un’ampia discrezionalita’ nel fissare il prezzo di questi strumenti.

  • Countrywide Financial, il piu’ importante operatore Usa nel comparto del credito immobiliare, ha ammesso di trovarsi in grandi difficolta’ per la crisi legata ai subprime. In una nota inoltrata alla Sec, la societa’ ha precisato di aver registrato “perdite senza precedenti” a valere sull’esposizione su questi strumenti, con la conseguenza che ne risentiranno gli utili.

 

Il tasso interbancario overnight in dollari e’ salito a Londra ai massimi da inizio 2001 al 6,0% rispetto al precedente 5,35% per subprime. Il rialzo e’ da mettere in relazione alla decisione di BNP Paribas di congelare tre fondi esposti su questo versante, oltre che alle perdite accusate da una banca d’ investimento olandese

 

And so, after money market rates soared as futures traders increased bets the Federal Reserve will cut interest rates,  Treasuries rose  ( Ten-Year U.S. Treasury Note  Yields rose to 4.78%, Ten-year note yields exceeded the shorter-term maturities by 27 basis points, the widest difference, or spread, since September 2005, when traders speculated that damage from Hurricane Katrina would slow the U.S. economy ), pushing the two-year Treasury note’s Yields down  by almost 21 basis points, or 0.21 percentage point, to 4.46% (The two-year yield touched an 18-month low of 4.36 percent on Aug. 6) by the most since 2004 , two-year Treasury more sensitive than longer-maturity debt to changes in monetary policy, and Yields on short-term (Three-Month U.S. Treasury Bill  4.86% ) loans to packagers of consumer and business debt rose to a six-year high today as subprime mortgage losses chastened money-market investors.

 

Thirty-Year U.S. Treasury Bond  Yields rose to 5.00% pared gains after the U.S. Treasury Department’s $9 billion sale of the securities. The bid-to-cover ratio, which measures the amount of bids received versus the amount sold, was 1.57, the lowest since February 2000.

 

 

 

 

 

La Bce

 

CROSS RATE €/$  1,3693

 

 

 

  • 9 agosto 2007: La Bce loaned 94.8 billion euros ($129.8 billion) con un’Operazione fine tuning. To avert a cash crunch, The European Central Bank (Un’operazione di finanziamento fine tuning per immettere liquidita’ più grande mai svolta dalla banca centrale di fronte all’improvvisa salita dei tassi di mercato, La Bce ha accolto il 100% delle richieste di finanziamento arrivate. Il tasso e’ del 4% piu’ basso di quanto normalmente avrebbe fatto, ovvero il 4,5%) . ( Alle banche dell’eurosistema che temono una rarefazione della liquidità per un allargamento della crisi dei mutui subprime sono stati concessi 94,841 miliardi di euro, una mole di liquidità seconda solo a quella immessa sui mercati subito dopo l’attacco terroristico alle Twin Towers dell’11 settembre 2001: in due operazioni, il 12 e 13 settembre, allora la Bce fornì liquidità per 69 e 40 miliardi. In totale 109 miliardi di euro) to banks.

  • 10 agosto 2007: La Bce loaned 61.05 billion euros ($83.59 billion) con un’Operazione fine tuning. A differenza di ieri non sono state accolte tutte le richieste che oggi erano pari a 110,05 miliardi di euro.

  • Le normali operazioni di rifinanziamento, attraverso le quali la Bce ‘presta’ denaro alle banche, avvengono ogni settimana e nel 2001 erano di circa 100 miliardi ogni settimana, mentre attualmente si aggirano sui 300 miliardi ogni settimana (nell’ultima operazione di rifinanziamento principale, con durata sette giorni, l’importo aggiudicato è stato di 298 miliardi). L’asta veloce di oggi, che ha immesso sul mercato oltre 150 miliardi di euro aggiuntivi, rappresenta cosi’ la meta’ di una normale operazione di rifinanziamento.

 

 

 

La banca centrale Giapponese

 

 

 

  • 9 agosto 2007: La banca centrale Giapponese ha realizzato un intervento in questo senso, per 8,49 miliardi di dollari statunitensi. La banca centrale giapponese, ha iniettato sul mercato mille miliardi di Yen, pari a 8,49 miliardi di dollari. Anche questa mossa e’ per far fronte ai rischi legati alla crisi del crediti legati ai mutui subprime negli Stati Uniti. L’intervento non ha frenato la forte flessione della Borsa di Tokyo.

 

La banca centrale australiana

 

 

 

  • 9 agosto 2007: La banca centrale australiana ha realizzato un intervento in questo senso, per 4,19 miliardi di dollari statunitensi.

 

 

 

 

Intervenire immettendo liquidità significa che le banche centrali, a tassi agevolati e/o speciali, danno soldi liquidi alle banche commerciali, con un prestito garantito, ricevendo i loro titoli obbligazionari, a rischio in questo caso, quale garanzia.

E’ la tipica operazione pronti contro termine a tasso speciale e agevolato, in cui la Banca Centrale acquista titoli da una banca e accredita il controvalore sul conto giro di quest’ultima. Simultaneamente, si conviene che la banca riacquisterà i medesimi titoli ad una data prefissata.

Per la durata dell’operazione, la banca commerciale ottiene così dalla Banca Centrale un credito a breve termine in euro per il quale versa un interesse repo. La Banca Centrale riceve i titoli quale garanzia. Sotto l’aspetto economico si tratta dunque di un prestito garantito. La quantità di euro in possesso della banca (liquidità) aumenta durante il periodo convenuto; al suo termine si riduce nuovamente, a meno che la Banca Centrale non rinnovi l’operazione. Inversamente, vendendo titoli contro euro, la Banca Centrale ha la possibilità di ridurre la quantità di euro, cioè la liquidità.

Le operazioni pronti contro termine (o repo, repurchase agreement) sono attualmente lo strumento di politica monetaria principale delle Banche Centrali per la gestione dei tassi d?interesse a corto termine e dell’offerta di moneta.

Con una differenza sostanziale pero’ tra quanto fatto dalla Fed e quanto fatto dalla Bce, la prima ricorrendo al tasso speciale, la seconda a quello agevolato:

Operazioni pronti contro termine a tasso speciale

Le banche possono avere carenze temporanee di liquidità, ad esempio quando i pagamenti non pervengono al momento previsto o quando esse non sono in grado di soddisfare le prescrizioni legali sulle riserve minime. Per superare le carenze di liquidità temporanee la la Banca Centrale offre uno strumento di finanziamento per bisogni straordinari di liquidità: questo strumento si basa su delle operazioni pronti contro termine a tasso speciale. Il tasso d’interesse applicato a questo strumento di finanziamento dei bisogni straordinari di liquidità è di due punti percentuali superiore al tasso pronti contro termine overnight. La differenza di tasso è tesa a evitare che le banche commerciali si servano di questo strumento come fonte permanente di rifinanziamento.

La Federal Reserve ha fatto questo con una doppia operazione di rifinanziamento pronti contro termine con le banche commerciali rimaste a secco di liquidita’, operazione di rifinanziamento avvenuta tramite il riacquisto da parte della banca centrale statunitense di titoli garantiti da prestiti immobiliari rimasti in mano alle banche commerciali, in considerazione della situazione creatasi a seguito della crisi del subprime, ma ad un tasso di due punti percentuali superiore al tasso pronti contro termine overnight.

Ovviamente parte del danaro viene da banconote stampate ex novo. La Fed (come la Bce) potra’ inoltre come sempre intervenire nell’immetetre liquidita’ indirettamente se vuoi, ovvero con un finanziamento tramite il tasso di sconto / tasso-base al 5,25%, ovvero adottando una politica monetaria espansiva, ovvero abbassando il costo del danaro.

Operazioni pronti contro termine, anche a tasso agevolato

 

In un’operazione pronti contro termine, anche a tasso agevolato, la Banca Centrale acquista come sempre titoli da una banca e accredita il controvalore sul conto giro di quest’ultima (averi in conto giro). Simultaneamente, si conviene che la banca riacquisterà i medesimi titoli ad una data prefissata. Il prestito garantito avviene ad un tasso pari o inferiore al tasso pronti contro termine overnight.

La Bce ha fatto questo, ha prestato danaro alle banche commerciali con un’operazione di rifinanziamento pronti contro termine a tasso agevolato del 4% detta anche di fine tuning (operazioni di rifinanziamento a condizioni ottimali), piu’ basso di quanto normalmente avrebbe fatto, ovvero il 5% o 6% circa. Operazioni di fine tuning – Operazioni di finanziamento agevolato fatto dalla Banca Centrale alle banche commerciali, ogni mese con scadenze a tre mesi. Operazioni temporanee di regolazione puntuale.

 

 

 


 

Tuttavia, nonostante questi dati che non sono positivi, a mio avviso, per una serie di considerazioni tecniche, non siamo alla vigilia di un  profondo crollo del mercato intero con perdurante bear market ma solo di un atterraggio morbido, e precisamente: 
 
 

 

  • Il comparto subprime mortgages  (The subprime mortgage market) secondo i dati della Federal Reserve (e anche secondo una recente ricerca di Merril Lynch) nel 2006 e’ salito a quota $800 miliardi, ma rappresenta soltanto l’ 8.42%  del mercato totale dei mutui ( Total outstanding U.S. home mortgages market debt) che ammonta a $9.500 miliardi, ( rispetto al 2001 quando valeva appena $120 miliardi e rappresentava soltanto il 5,4%  del mercato totale dei mutui);

  • Il comparto subprime mortgages  (The subprime mortgage market) secondo la Banca d’Affari Bear Stearns, nel 2006 e’ salito a quota $1.425 miliardi, ma rappresenta sempre soltanto il 15%  del mercato totale dei mutui ( Total outstanding U.S. home mortgages market) che ammonta a $9.500 miliardi, ( rispetto al 2001 quando valeva appena $120 miliardi e rappresentava soltanto il 5,4%  del mercato totale dei mutui).

 

 

Supponiamo dunque che tutti, ma proprio tutti quelli che in America hanno ottenuto un mutuo subprime si siano messi d’accordo e abbiano deciso di non ripagare più nemmeno un centesimo. Supponiamo anche che  abbian deciso di opporre resistenza agli ufficiali giudiziari che verranno a mettere i sigilli, e, in ogni caso, di dare alle fiamme la casa che si dovrà abbandonare, così da azzerare completamente il suo valore di mercato. Bene, il danno così prodotto ammonterebbe a seconda delle varie ipotesi di valutazione sul valore del mercato dei subripes dai  $800 miliardi ( dati della Federal Reserve e Merril Lynch) ai  $1.425 miliardi (Banca d’Affari Bear Stearns).

 

 

Quanto hanno perso le borse mondiali sia in questa settimana sia in quelle precedenti 3 settimane di febbraio in cui abbiamo assisitito al martedì nero della Borsa di Shanghai? Quasi $4.000 miliardi, 4/5 tanto. Sono cifre enormi, ma che fanno pensare alla relativa pochezza del mercato dei mutui sub prime ed infatti se anche tutte le società che li erogano dovessero fallire in fondo la perdita sarebbe ben inferiore alla recente correzione.

 

 

Se questi numeri hanno senso  vuol dire che il rischio per le borse non è certo li. Ma scendendo adesso su un piano di verosimiglianza, i quattro quinti dei mutui subprime verranno onorati (attualmente è pagato puntualmente l’87% ). Per di più, le case reclamate agli insolventi varranno ancora qualcosa, si presume. Certo, visto che abbandoniamo l’ipotesi che vengano date alle fiamme, queste case rimesse in vendita deprimeranno il mercato, ma in termini di valore si tratterà di case piccole e poco pregiate. Il progetto è di fare scendere lentamente le quotazioni degli immobili, fare sentire leggermente più poveri i proprietari, farli consumare un po’ meno, fare crescere gli Stati Uniti meno degli altri paesi e per questa via contenere prima e poi ridurre il disavanzo americano delle partite correnti. E’ un ridimensionamento voluto, in particolare negli Stati Uniti.

 

 

Manca all’appello la ripresa degli investimenti produttivi, cui la Fed, giustamente, tiene molto. In compenso, la riduzione del disavanzo delle partite correnti sta prendendo velocità, grazie al boom delle esportazioni (che compensa almeno in parte, in termini di Pil, il rallentamento dei consumi e degli investimenti produttivi). Correggere lentamente il disavanzo senza passare per una recessione o una megasvalutazione richiede pazienza, collaborazione internazionale e abilità. Resta dunque un’esigenza tecnica di ridimensionamento (con il rituale del test dei minimi perfettamente rispettato) con in più, sullo sfondo, l’ipotesi di un rallentamento importante della crescita degli utili, che impone una discesa una tantum delle quotazioni, non un bear market.

La caduta dei crediti subprime che hanno fatto crescere annualmente le compravendite di case sino al 2005  in termini di crescita, venendo meno il meccanismo di estrazione di denaro dalle case nel 2007 per circa $ 80 miliardi , ovvero  soldi in meno da utilizzare per consumi, comportera’ una riduzione del prodotto nazionale lordo pari pero’ solo allo 0,69% del Pil reale/$11,500. Di conseguenza la crescita passerebbe dal 2,9% del 2006 a circa il 2,21% nel 2007, un rallentamento ma non un crollo.

Inoltre una soluzione potrebbe anche essere quella, avanzata da un parlamentare democratico, di un pubblico sussidio ai mutuatari in difficoltà sebbene non conforme all’intera filosofia del capitalismo americano attuale nella quale i pubblici sussidi hanno pochissimo spazio.

La Mba ha detto che malgrado il settore immobiliare continui la fase di rallentamento, il mercato dei mutui subprime é pero’ un business valido e ha le carte in regola per superare la crisi in corso,  si assottiglierà ma senza contagiare pero’ gli altri comparti dei prestiti. L’associazione stima che l’edilizia a uso residenziale avrà una ripresa a fine 2007.

Non c’è poi alcun vero motivo per cui la crisi dei mutui americani si debba estendere all’Europa e all’Asia, dove le situazioni sono molto diverse e richiederebbe una serie incredibile di errori da parte delle autorità monetarie. Il segmento subprime infatti in Europa è presente quasi esclusivamente in Gran Bretagna. In base al volume di emissioni del 2006, queste UK Non-Conforming RMBS rappresentano inoltre soltanto il 14% circa del mercato globale europeo;
 
 
E’ dunque vero  che la crisi del comparto subprime mortgages sebbene rappresenti soltanto l’8.4% o il 15%  del mercato totale dei mutui a seconda delle analisi, segnala tuttavia che non sempre l’ampio accesso al credito è un elemento positivo; quindi la normativa (Community Reinvestment Act-Cra introdotta nel 1977) che disciplina l’erogazione di servizi da parte degli istituti di credito anche ai clienti con fasce di reddito più basse sebbene abbia prodotto alcuni indubbi benefici, a partire dal maggior numero di possessori di case rispetto al passato,  ha prodotto di contro anche dei problemi che mettono in evidenza come lo stesso principio alla base della normativa, in base al quale più sono i prestiti migliore è il risultato per le comunità, potrebbe non valere sempre. Per questo motivo, è giusto procedere a un attento esame del quadro legislativo individuando e comprendendo  la differenza tra i prestiti buoni e quelli cattivi
 
Inoltre per essere sana, un’economia, deve essere in grado di auto sostenersi, la’ dove il punto di riferimento importante non dovrebbe essere dato soltanto dai profitti aziendali ma dalla loro utilizzazione e soprattutto  dal reddito dei lavoratori e dalla crescita dell’occupazione; il primo punto vede i profitti rallentare e le aziende Usa stanno ora utilizzando i cospicui profitti realizzati nel 2006 non tanto per investimenti nella stessa attività, quanto piuttosto per buy back di proprie azioni  ed in operazioni di acquisizioni e fusioni. e questo non e’ positivo; secondo punto, i redditi non sono eccellenti in america, e infine il terzo punto il mercato del lavoro tira.
 


In estrema sintesi, la descrizione dello status quo del settore immobiliare Usa e soprattutto del particolare meccanismo di trasformazione del rialzo dei prezzi delle case in denaro sonante porta alle seguenti considerazioni:

 

  • 1) il rallentamento del settore immobiliare impattera’ ma non in modo considerevole i consumi Usa;

  • 2) l’aumento dell’offerta di case in affitto dovrebbe consentire un contenimento dei prezzi, contribuendo alla moderazione della dinamica dei prezzi core e consentendo in ultima analisi alla Fed di orientare la propria politica monetaria tenendo come riferimento principalmente la crescita;

  • 3) in termini di crescita, la caduta dei crediti subprime (venendo meno il meccanismo di estrazione di denaro dalle case, nel 2007, per circa $ 80 miliardi , ovvero  soldi in meno da utilizzare per consumi) comportera’ una riduzione del prodotto nazionale lordo pari pero’ solo allo 0,69% circa del Pil reale/$11,500. Di conseguenza la crescita passerebbe dal 2,9% del 2006 a circa il 2,21% nel 2007,  un rallentamento ma non un crollo.


 
Chiudo dicendo che è comunque curioso che questo capitalismo, tutto orientato alla ricchezza, stia scivolando su una buccia di banana rappresentata dai segmenti più poveri della popolazione, e sulla solita ingordigia e poca trasparenza sia degli istituti finanziari che impacchettano come sandwich cio’ che non andrebbe venduto all’investitore retail, sia dei Ceo di molte societa’ che continuano a comprare altre societa’ a debito, leveraged buyout, minando non solo la sussistenza delle stesse ma anche parte dell’intero sistema finanziario mondiale. 
 
 

 

 

 

 

 

Marco Montanari

 

 

 

 

Vedi anche cosa notai nel febbraio, Marzo ed Aprile 2007:

 

 

 

 

L’ex presidente della Federal Reserve Alan Greenspan vede ancora una probabilità su tre che ci sia una recessione quest’anno negli Usa. Greenspan – parlando via satellite a un forum organizzato a Singapore- ha così ripetuto quanto affermato all’inizio di marzo, quando aveva voluto ‘correggere’ una sua precedente affermazione secondo cui non era da escludere la possibilità di recessione negli Stati Uniti alla fine del 2007. Parole che avevano contribuito a mettere in subbuglio i mercati azionari nel martedì nero delle borse dello scorso 27 febbraio. La tesi di Greenspan prende le mosse dalle preoccupazioni per l’indebolimento dei consumi e per la perdurante crisi del mercato immobiliare. “Non c’é nessun dubbio che sia in atto un rallentamento negli Stati Uniti – ha dichiarato l’ex governatore della Banca centrale americana – stiamo avendo chiaramente problemi nel settore degli investimenti di capitali” mentre sussiste il rischio che le difficoltà “nell’area dei consumi e naturalmente di quella immobiliare possano diventare un ostacolo significativo” per l’economia. La tesi di Greenspan è in contrasto con le previsioni del presidente della Fed Ben Bernanke, il quale ha invece minimizzato i rischi di una recessione. La banca centrale americana ha sottolineato, in occasione dell’ultima riunione di politica monetaria, che l’ economia statunitense dovrebbe continuare ad espandersi ad un ritmo moderato, pur tenendo conto che nel primo trimestre si è verificato un rallentamento, e che la crisi del mercato immobiliare è in via di rientro. (ANSA).

 

 

 

Alan Greenspan ha avuto un altro ripensamento circa la possibilità che gli Stati Uniti cadano quest’anno in recessione e adesso ritiene che l’ inversione del ciclo economico non ci sarà, in quanto la ripresa in atto negli altri Paesi farà in modo che gli Usa attutiscano gli effetti del rallentamento congiunturale. Le parole dell’ ex presidente della Federal Reserve, intervenuto via satellite da Washington in occasione di un convegno a Tokyo, sono state riportate da alcuni partecipanti citati da Bloomberg, in primo luogo il presidente della RHB Islamic Bank di Kuala Lumpur, Vaseehar Hassan Abdul Razack.

 

 

 

Greenspan a febbraio ed inizio marzo aveva predetto che l’ economia statunitense avrebbe potuto attraversare una fase di stagnazione; il 5 marzo aveva precisato che la prospettiva di una recessione era pari ad un terzo delle probabilità. Adesso, l’ ulteriore rettifica di tiro, giustificata dal fatto che la ripresa in atto nelle altre macroaree economiche sta determinando una crescita della domanda in particolare nel comparto dei servizi, favorendo di conseguenza colossi come Microsoft ed altre aziende di primo piano statunitensi. Greenspan oggi ha confermato che l’ economia mondiale è in una fase positiva, hanno aggiunto altri partecipanti al forum giapponese, citati sempre da Bloomberg.

 

 

  • L’ ex presidente della banca centrale Usa avrebbe motivato l’ attuale fase di ripresa dell’ economia internazionale fra l’ altro con il fatto che diversi sistemi che prima funzionavano in base ad una pianificazione statale sono passati all’ economia di mercato, con questo facendo in modo che si venisse a creare un periodo di alta crescita e di bassa inflazione al tempo stesso. Greenspan avrebbe detto inoltre, sempre in occasione del convegno di Tokyo, che la crisi innescata negli Usa dal default dei crediti cosiddetti ‘subprime’ (cioé a rischio più elevato) rappresenta solo una piccola parte dell’ economia oltreoceano e quindi non può destare grandi preoccupazioni. Il 15 marzo scorso invece lo stesso Greenspan si era detto preoccupato per il fatto che questa stessa crisi si potesse estendere ad altri comparti dell’ economia. (ANSA).

 

L’ondata di Sell che ha interessato l’azionario oltre un mese fa’, il martedi’ 27 febbraio 2007, ha spinto la performance da inizio anno dei principali listini Usa in territorio negativo, originando il maggiore calo mensile dagli inizi del 2003 e  il peggior calo giornaliero degli indici dal 2001.

 

 

 

  • Ricordo che martedi’ 27 febbraio 2007 sono stati bruciati 1.000 mld di dollari in soli 3 continenti. Il martedi’ nero innescato dalla sindrome cinese e’ costato a Wall Street 600 mld di dollari oltre alla perdita di tutti i guadagni del 2007. Il Vecchio Continente ha bruciato in un solo giorno 272 miliardi di euro di capitalizzazione. E’ quanto si deduce calcolando la capitalizzazione dell’indice Stoxx 600 che ha subito un calo del 3,04, pari appunto a 272 miliardi. Le borse di Shangai-Shenzen hanno subito un tonfo del 9%, il più sensibile calo di 10 anni. L’indice che riflette l’andamento delle due borse è scivolato del 9,2%, cancellando oltre 100 miliardi di dollari di capitalizzazione e mettendo fine a sei sedute consecutive in rialzo che avevano provocato un incremento complessivo del 13%.

  • L’effetto fuga verso la qualità innescato dal forte calo delle borse è stato però più evidente sul mercato obbligazionario Usa dove si è verificato un andamento per molti aspetti simile a quello di maggio del 2006: apprezzamento dello Yen, calo dei mercati azionari e forte calo dei tassi di mercato, soprattutto sul decennale. A differenza dello scorso maggio il rialzo del premio al rischio sui paesi emergenti è stato questa volta molto più accentuato con un rialzo di circa 20pb. dell’indice Embi+ spread, tornato in un sol giorno ai valori di dicembre. Alla base di tale andamento vi è il ridimensionamento delle posizioni a leva finanziate principalmente in Yen con investimenti nelle aree e negli asset a più elevato grado di rischio (carry trade). L’andamento calante dei tassi di mercato potrebbe continuare. Il primo supporto di rilievo sul decennale passa a quota 4,50%.

  • Greenspan ha dichiarato un mese fa’ prima dell’odierna correzione che l’espansione degli Stati Uniti, iniziata nel 2001, potrebbe essere arrivata ad una fase conclusiva, aggiungendo che il Paese potra’ entrare in una fase di recessione entro la fine dell’anno. L’ex banchiere dei banchieri spiega che l’economia statunitense ha iniziato la sua fase di espansione nel 2001 e che ci sono segni di chiusura del ciclo. A questo proposito, ci sono i margini di profitto che si sono stabilizzati, un segnale appunto della fase conclusiva di un ciclo.

  • Yield Curve Inversion (The yield curve spread is defined as the spread between the interest rates on ten year Treasury note and the three-month Treasury bill, while The Yield Curve Inversion is definied when this spread is negative); da tempo stiamo assistendo nel comparto del reddito fisso all’inversione della curva dei rendimenti sul tratto a 10 anni rispetto a quella sul tratto a 3 mesi ( questa inversione rappresenta un indicatore negativo prevedendo un futuro rallentamento dell’attivita’ economica se non una recessione) . Alla chiusura dei mercati oggi lo Spread negativo al livello di -23.9 basis points e’ sotto il livello di allarme ( dato dalla media dei periodi di inversione pari a -45.90 basis points; si noti che la recessione viene configurata come molto probabile al 70% solo in presenza di un differenziale negativo pari nel minimo a -146 basis points) quindi solo il 32% di probabilita’ di recessione, vedere tabella riportata sopra insieme ai rendimenti dei Titoli del reddito fisso, e precisamente:  -23.90 basis points  ( 476.10 – 500.00 ) o -2.39  ( 47,61 – 50.00 ) ovvero -0.239% percentage points (4.761% – 5.00%).  

  • La curva  con un gap di -30/40 basis points appare più appiattita che invertita. I rendimenti a breve e a lungo termine viaggiano entrambi intorno al 5 per cento. Vorrei fare un esempio per chiarire cos’è veramente una curva dei tassi invertita che preannuncia recessione. Nel 1980 il tasso di riferimento sui Treasury Bill a 3 mesi viaggiava al 18% con i tassi a lungo termine al 12%. La distanza era di sei punti ovvero -600 basis points: quella era una situazione che anticipava una futura crescita negativa, ovvero una recessione sicura.

  • In altre parole le condizioni attuali sono molto meno estreme. I rendimenti a breve e a lungo termine viaggiano entrambi intorno al 5%. Non è un livello che spinge necessariamente alla contrazione dell’attività produttiva. Ad esempio, i tassi sui mutui ipotecari per un rifinanziamento trentennale gravitano intorno al 6%. Ciò rallenta l’attività edilizia ma non la uccide. È una situazione ben diversa dal 1980, quando i tassi sui mutui ipotecari erano al 14%. Al contrario, oggi il denaro è ancora a buon mercato. Una situazione che non impedirà ai consumatori di acquistare una nuova automobile a rate o finanziare altre esigenze o neccessità di spesa. Accanto a questo, un eventuale calo dei tassi d’interesse a 10 e 30 anni dovrebbe scongiurare gravi shock nel settore immobiliare. Insomma, tutto gioca a favore di un soft landing.

  • Periods of yield curve inversion : Only a deep inversion ( -146 basis points /  -240 basis points) would be viewed as an ominous sign for the economy and be followed by an economic recession. Since 1980, the Treasury market has gone through 6 “distinct’’ periods of yield-curve inversions. The inversions averaged -45.9 basis points, with a minimum of -8.7 basis points and a maximum of -600 basis points. Each inversion lasted 30.5 weeks on average, with the shortest episode lasting nine weeks, and the longest lasting 59 weeks. In 2000, the curve was inverted from February to December

 

 

 

 

Marco Montanari

 

 

 

 

 


Quei mutui avvelenati travestiti da bond – I prestiti pericolosi sono stati impacchettati e venduti come titoli normali – Investiti centinaia di miliardi, ora si contano le perdite in Usa e in Europa

 

Fonte Repubblica

 

 

 

Non siamo al grande massacro della nuova finanza, quella dei titoli derivati, tanto sofisticati da essere definiti “esotici”, che hanno cavalcato il boom dei mercati di questi anni. Ma, di sicuro, siamo alla grande paura. Le grandi istituzioni finanziarie mondiali, la Banca centrale europea e la Fed, da ieri stanno pompando soldi nel sistema bancario, allargando il credito e spingendo in giù i tassi d’interesse, poche ore dopo aver annunciato la volontà di tenere stretti i cordoni della politica monetaria, alzando i tassi (la Bce) o tenendoli fermi (la Fed).

 

A spingere Jean-Claude Trichet e Ben Bernanke a questa repentina conversione a U, che suona come una sirena d’allarme a tutto volume, è l’allungarsi della lista delle vittime della crisi innescata dall’implosione dei mutui immobiliari americani che, ora, attraverso il labirinto della nuova finanza, rischia di allargarsi a macchia d’olio. Ieri, una grande banca francese, Bnp Paribas, ha congelato tre dei suoi fondi, bloccando l’uscita dei suoi investitori, mentre una banca olandese, Nib Capital, annunciava l’azzeramento dei suoi profitti. Sono le vittime più recenti di un’asfissia finanziaria che ha già colpito, a gradi diversi di pericolosità, gli americani di Bear Stearns e di New York Bank, gli australiani di Macquarie, i tedeschi di Ikb.

 

E’ la prova che i problemi non sono solo americani e non sono solo i mutui immobiliari. Il punto, dicono i dirigenti di Paribas, è che “la liquidità, negli ultimi giorni, è evaporata”. “La liquidità si è completamente prosciugata” conferma un operatore della Commerzbank: “Gli investitori si tengono stretti i loro soldi, invece di riciclarli”. In buona sostanza, nessuno compra più nulla se non buoni del Tesoro. All’origine della situazione attuale, c’è la politica di credito facile dell’ex presidente della Fed, Alan Greenspan.

 

Ai bassi tassi dell’era Greenspan (l’1 per cento per un anno, nel 2003), infatti, banche e finanziarie che erogano mutui avevano solo la preoccupazione di stipularne il più possibile, anche con creditori via via meno affidabili. Metà delle case sono state vendute in questi anni a compratori che sborsavano, di tasca propria, solo il 5 per cento del prezzo previsto nel contratto. Quando questi compratori, con tassi di interesse che, via via, aumentavano (fino all’attuale 5,25 per cento) hanno cominciato a saltare le rate, il problema è esploso.

 

Ma il credito facile non riguarda solo qualche povero cristo che voleva comprarsi casa. L’ultimo Bollettino della Bce avverte che il meccanismo non è molto diverso per i grandi della finanza, impegnati negli acquisti a credito (i leveraged buyouts) delle grandi aziende. La Carlyle, ad esempio, acquistò a suo tempo le Pagine Gialle americane, per un valore di 7 miliardi di dollari, prendendone a prestito 5,5 miliardi. Un rapporto, tra denaro fresco e credito, nota la Bce, non troppo diverso da quello esistente nei mutui subprime. E’ un primo collegamento fra la crisi dei mutui e i timori di una instabilità generale del mondo finanziario.

 

Un secondo collegamento è negli strumenti della finanza derivata utilizzati per rendere possibili queste transazioni. In misura massiccia, negli ultimi anni, debiti come i singoli mutui immobiliari sono stati raggruppati e cartolarizzati, trasformati cioè in titoli, collocati poi sul mercato. Sono le Asset-backed securities, titoli a garanzia patrimoniale. Con essi, le banche e gli istituti che erogano mutui e prestiti hanno interesse a stipularne il più possibile, ma nessuna convenienza diretta a garantirsi che vengano ripagati, visto che li hanno trasferiti ad altri. La finanza derivata compie, però, un altro passo. Questi titoli cartolarizzati, originati dai mutui immobiliari, vengono ulteriormente raggruppati con altri titoli a garanzia patrimoniale, che nascono invece da mutui commerciali, obbligazioni vere e proprie o dai prestiti alle aziende impegnate nelle scalate. Titoli-salsiccia sono stati chiamati, anche se il nome ufficiale è Cdo, collateralized debt obligations.

 

Come le salsicce, possono essere affettati in diverse tranches, a seconda della rischiosità dei debiti contenuti: quelli a più alto rischio hanno il tasso d’interesse più alto, quelli a più basso rischio anche il tasso più basso, ma la più alta probabilità di essere ripagati. Non è finita, tuttavia, c’è ancora un terzo passaggio: i Cdo assumono vita propria. Ci sono Cdo che contengono solo Cdo, ad esempio, oppure i Cdo vengono utilizzati come garanzie di altri prestiti. Il problema è che, dopo queste ripetute operazioni di macinazione e reimpacchettamento, nessuno sa più bene cosa contenga la salsiccia. Neanche le agenzie di rating, che, infatti, hanno dato a molti Cdo la tripla A della massima affidabilità. Così, a comprare Cdo non ci sono stati solo hedge funds e investitori d’assalto, ma anche serissimi fondi mobiliari a rendimento garantito. Con la tripla A, sembrava di comprare buoni del Tesoro, ma con tassi d’interesse più alti.

 

Ora questo meccanismo rischia di avvitarsi su se stesso e i soldi hanno smesso di girare sui mercati. Nessuno sa quanto valgano davvero i mille miliardi di dollari di Cdo finora emessi, perché nessuno sa quanto valgano i debiti che contengono. E nessuno li compra al buio. D’altra parte, un prezzo di mercato non esiste, perché vengono trattati privatamente. E questo è un primo rischio della situazione attuale. Perché, con il panico creato dalla crisi dei mutui, se un prezzo emergesse (ad esempio perché una finanziaria in difficoltà viene messa in liquidazione) sarebbe probabilmente assai più basso del nominale. E chi li detiene dovrebbe iscrivere a bilancio le perdite relative, con prevedibili sconquassi anche per grandi banche e istituti finanziari.

 

Un secondo rischio è la paralisi che questo congelamento dei Cdo sta determinando sul mercato degli investimenti. Senza i Cdo, le banche che hanno già sottoscritto obbligazioni e prestiti di grandi aziende non sanno come ricollocare questi prestiti agli investitori sul mercato. Fra Europa e Usa ci sono probabilmente oltre 400 miliardi di dollari di sottoscrizioni di prestiti incagliati nei cassetti delle banche.

 

Un terzo rischio è che questi Cdo dall’incerto destino occupano una quota significativa degli investimenti di fondi pensione e fondi mobiliari che gestiscono anche piccoli risparmiatori. Grandi banche, grandi aziende, piccolo risparmio: la crisi innescata dai mutui immobiliari attraversa orizzontalmente tutto il panorama della finanza. Una miscela esplosiva di cui, in queste ore, Trichet e Bernanke stanno tentando di evitare l’innesco.

 

 

 

 

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