La Casta predica bene ma razzola malissimo

La Casta predica bene ma razzola malissimo

 

I costi della politica salgono ancora

 

Un’autentica voragine, circa 4 miliardi di euro l’anno full optional  – tutto compreso (eletti negli enti locali e consulenze varie).

 

Ecco i privilegi dei dipendenti di Camera e Senato

 

Camera dei deputati – Montecitorio  la casa dei 630 deputati e di 1.897 dipendenti – Costo annuale del titolo delle spese: nel 2006, 981.020.000 milioni di euro, nel 2007, ne costerà 1.011.505.000 milioni di euro. Con un aumento del +3,11%: il doppio dell’inflazione. Costo annuale mettendo insieme il titolo delle spese  e quelle delle partite di giro: nel 2006, 1.529.000.000 milioni di euro, nel 2007 costerà agli italiani 1.574.269.000 milioni di euro, il 2,94% in più rispetto al 2006.

 

 

 

Volendo fare un paragone con lI Senato, i bilanci dei due rami del Parlamento sono in linea: la camera bassa, infatti, ci costa circa un miliardo e mezzo ma ha il doppio dei deputati e ottocento dipendenti in più.

 

lI Senato – Palazzo Madama  la casa dei 315 senatori e di 1.053 dipendenti – Costo annuale del titolo delle spese: nel 2006, 566.5 milioni di euro, nel  2007 ne costerà  e pari a 582.2 milioni di euro (di cui 546,63 milioni di euro per spese correnti e 20,55 milioni di euro  in conto capitale, mentre i fondi di riserva ammontano a 15,02 milioni di euro)  a carico dei cittadini contribuenti. Con un aumento del +2,77%. Costo annuale mettendo insieme il titolo delle spese  e quelle delle partite di giro: nel 2007 Palazzo Madama col suo fardello di 315 senatori, sette senatori a vita e 1.096 dipendenti ci costerà 948 milioni 689 mila e 447 euro mettendo insieme il titolo delle spese ( 582,21 milioni di euro ) e quelle delle partite di giro ( 366,47 milioni di euro ), comunque costi vivi della camera alta della nostra Repubblica.

 

I dipendenti parlamentari – Quanti sono? Quanto guadagnano ? I dipendenti di Camera e Senato sono in tutto 2.950:

  • Montecitorio: le retribuzioni e le pensioni dei dipendenti parlamentari – parliamo di commessi, segretari, archivisti e bibliotecari e altre funzioni – nel 2006 erano 1.850; sono costati complessivamente (dati dei bilanci 2006) circa 368 milioni di euro (di cui 210 milioni di euro solo per quanto riguarda le retribuzioni. I costi delle pensioni assorbono invece 158 milioni milioni di euro nel bilancio di Montecitorio ). 2007 – Commessi e altri dipendenti – I 1.897 dipendenti della Camera  costeranno nel 2007 434.4 milioni di euro (di cui  266 milioni e 915 mila euro solo per quanto riguarda le retribuzioni. I costi delle pensioni assorbono invece 167 milioni e 500 mila euro ). Molto di più dei costi dei deputati (287 milioni di euro). Insomma, solo di personale dipendente, la Camera costerà quest’anno ai cittadini il 18% in piu’ rispetto al 2006

  • Palazzo Madama: le retribuzioni e le pensioni dei dipendenti parlamentari che erano 1.058 (dati dei bilanci 2006)  sono costati complessivamente circa 200 milioni di euro (di cui 130 milioni di euro solo per quanto riguarda le retribuzioni. I costi delle pensioni assorbono invece 70 milioni milioni di euro nel bilancio). Nel 2007 le retribuzioni e le pensioni dei 1.053 dipendenti parlamentari ( nel 1997 erano 884 contro i 1.053 di oggi: più 169) ci costeranno 236,0 milioni di euro  il 18,0% in piu’ rispetto al 2006 (di cui 158,4 milioni di euro solo per quanto riguarda le retribuzioni, il 21,84% in piu’ rispetto al 2006, mentre i costi delle pensioni assorbono 77,6 milioni milioni di euro il 10,85% in piu’ rispetto al 2006).

 

Il ragioniere guadagna più di Napolitano. Il barbiere più di un cattedratico.

A Montecitorio (dal 1992 a oggi l’età media di pensionamento per anzianità è di 52,9) e Palazzo Madama (l’età media dei pensionati per anzianità dal ’92 a oggi è di 54,8) continuano a prosperare le pensioni-baby soppresse per tutti gli altri dipendenti pubblici: si lascia il lavoro anche a 50 anni con la solita, importante garanzia per il futuro: la sicurezza di non vedere mai svalutato l’agognato assegno come il resto dei lavoratori dipendenti. Infatti la clausola d’oro adegua automaticamente le pensioni agli stipendi dei parigrado in servizio.

 

Le buste paga di Palazzo madama Stipendi al netto, le mensilita’ sono 15

 

Si va dai 1.535 euro netti per i neo assunti con il grado piu’ basso di assistenti ai 3.097 euro netti per i neo assunti con il grado di consiglieri. Per arrivare ai 4.735 euro netti dopo 30 anni per gli assistenti ai 11.697 euro netti per i consiglieriLe indennita’ di funzione aumentano come se piovesse; l’eta media dei dipendenti del Senato andati in pensione per anzianita’ nel 2006 e’ di 56 anni

 

Le percentuali dei rincari (veri, al di là dell’ inflazione) sono lì, sotto gli occhi, dal 2001 ad oggi:

 

la macchina del Quirinale costa il 42% in più,
la macchina del Senato costa il 39% in più,
la macchina della Camera costa il 35% in più,
la macchina della Corte Costituzionale costa il 29% in più,
la macchina del Csm costa il 29% in più.

 

 

 

IL popolo degli eletti si compone di 179.485 persone, ed esclusi i costi sopra visti dei deputati e senatori, ci costano altri 1.5 miliardi di euro l’anno. Esiste nel Paese una legione di consulenti generosamente retribuiti, esistono aziende create per dare una collocazione agli scarti della politica, i rimborsi elettorali hanno largamente annullato gli effetti auspicati dal referendum del 1993 con cui venne abolito il finanziamento pubblico ai partiti.

 

Il costo della presidenza della Repubblica è quattro volte quello della Corona britannica, i parlamentari europei dell’Italia sono di parecchio i meglio pagati dell’Unione, esiste nel Paese una legione di consulenti generosamente retribuiti, esistono aziende create per dare una collocazione agli scarti della politica, i rimborsi elettorali hanno largamente annullato gli effetti auspicati dal referendum del 1993 con cui venne abolito il finanziamento pubblico ai partiti.

 

Parlamentari:

 

Tra i grandi Paesi occidentali l’Italia è quello con il numero più alto di parlamentari eletti. Senza contare i senatori a vita abbiamo 1 parlamentare ogni 60.371 abitanti contro ogni 66.554 in Francia, ogni 91.824 in Gran Bretagna, ogni 112.502 in Germania, contro 1 parlamentare ogni 560.747 degli Stati Uniti;

lo stipendio di un deputato è cresciuto dal 1948 ad oggi, in termini reali e cioè tolta l’inflazione, di quasi sei volte … ed è di 15.303 euro netti al mese oggi;

Deputati europei 30-35.000 euro netti al mese: prendono oltre 44.000 euro più degli austriaci, e incassano quasi il doppio dei tedeschi e degli inglesi, il triplo dei portoghesi, il quadruplo degli spagnoli. Nessuno si avvicina ai 149.215 euro (12.434 euro netti al mese ) di stipendio base dei nostri deputati europei non tenendo conto delle integrazioni, a partire dal rimborso delle spese di viaggio per l’europarlamentare e i suoi collaboratori, “calcolato a forfait sul biglietto aereo più costoso, senza vincolo di documentazione” più “la rilevante indennità aggiuntiva per i collaboratori, di cui non solo non occorre documentare la retribuzione, ma neppure l’esistenza”; con il che’ il totale al netto da’ 30-35.000 euro netti al mese (360.000 euro / 420.000 euro ) probabilmente approssimato più per difetto che per eccesso;

l’insofferenza di molti parlamentari verso chi calcola nel loro stipendio anche i soldi per il collaboratore è spesso ipocrita fino all’indecenza, pagano sottobanco i collaboratori (tra i 500 e i 1.500 euro) per i quali prendono al Senato 4.678 euro e alla Camera 4.190 al mese. Un servizio delle Iene smascherava il giochetto dimostrando che alla Camera su 629 collaboratori ufficiali quelli regolarmente assunti erano solo 54: tutti gli altri erano pagati in nero. Quanto? “Il mio riccamente” rispondeva spigliata la margheritina Cinzia Dato. … “La politica ha dei grossi costi. Quindi ognuno s’arangia” spiegava romanescamente il nazional-alleato Carlo Ciccioli. “Quanto paga i portaborse?” “Quattro o cinquecento euro ar mese pe’ fa ‘na cosa. Quattro o cinquecento pe’ fanne ‘natra…”.

 

 


 

 

In piedi entra la Corte

 

Per i semplici componenti, 370 mila euro l’anno; oltre 444 mila per i presidenti. Questo il tetto massimo delle retribuzioni lorde di quasi tutte le Authority: telecomunicazioni, energia, antitrust e Consob. I compensi sono fissati per legge e sono identici agli stipendi di giudici e presidente della Corte costituzionale, a loro volta legati agli andamenti della retribuzione del primo presidente della Cassazione. Il calcolo dei compensi è semplice.

 

Il primo presidente della Cassazione può arrivare a guadagnare fino a 246 mila 800 euro lordi l’anno, come (unica eccezione tra le autorità di garanzia) il Garante della privacy, il cui stipendio nel 2006 sarà in totale di 216 mila euro.

 

I giudici della Corte costituzionale hanno diritto invece a uno stipendio superiore del 50 per cento all’appannaggio del primo presidente di Cassazione, cioè 370 mila euro.

 

Mentre il presidente della Consulta incassa la stessa cifra (370 mila) maggiorata del 20 per cento. Totale: 444 mila euro lordi l’anno.

 

Tutti i membri della Consulta hanno diritto all’auto blu e a una struttura di segreteria. Il presidente ha diritto anche ad utilizzare i voli di Stato. Gran parte dei membri della Consulta ne diventano prima o poi presidenti, poiché la scelta ricade ormai sempre sul giudice in carica da più tempo, magari per pochi mesi (negli ultimi sette anni sono stati dieci). I presidenti emeriti sono attualmente 16: ciascuno di loro ha diritto vita natural durante a un’auto blu con autista. Ma anche da defunti possono contare su un particolare onore: una delibera del Comune di Roma stabilisce che a tutti gli ex presidenti della Corte trapassati sia dedicata una strada nel quartiere Aurelio.

 

I magistrati italiani hanno stipendi in media con l’Europa. Il meccanismo più discusso, in ogni caso, è quello degli scatti automatici. In parte tutela la toga coraggiosa dagli ingranaggi più odiosi del potere e della politica, ma non sfugge a nessuno che consenta anche carriere garantite e spesso sganciate dal merito. E paradossalmente a guadagnare di più sono quelli sospettati dai colleghi di lavorare di meno, ovvero i magistrati amministrativi. Ci sono poi i doppi canali: il Csm poi può autorizzare incarichi remunerati come le docenze. E un malcostume più volte denunciato riguarda il numero crescente di magistrati che lasciano sguarniti uffici di periferia delicati per assieparsi al ministero con ricche diarie. La vera variabile poi è il prestigio. In Italia, il magistrato, specie se maneggia inchieste penali, è un vero vip; all’estero non lo conosce nessuno. Tutto qui? Alla fine, il privilegio forse più vistoso è quello delle ferie: due mesi e mezzo ogni estate. I pm che hanno in mano le inchieste più scottanti lavorano lo stesso, con pc e cellulare sempre acceso. Ma se un avvocato prova a cercare un magistrato della fallimentare a metà giugno, è facile che lo trovi intorno alla fine di settembre. La legge è uguale per tutti, i privilegi invece no.

 

Tralascio il problema dell’onere finanziario e mi limito a osservare che questa colossale autogratificazione ha due gravi effetti. In primo luogo ha creato un fronte dei privilegiati (i politici e l’esercito dei loro clienti) che renderà ancora più difficile l’approvazione delle riforme istituzionali di cui il Paese ha un disperato bisogno. La casta sa che qualsiasi utile riforma (dalla riduzione del numero dei parlamentari all’abolizione delle Province) intaccherebbe i suoi privilegi ed è decisa a battersi per allontanare la prospettiva del cambiamento.

 

In secondo luogo il fenomeno descritto da Rizzo e Stella sta sollevando nel Paese una marea di malumore e indignazione che ricorda gli umori della nazione fra il 1992 e il 1993.

 

Non sarei sorpreso se questo libro avesse nelle vicende italiane il ruolo che ebbe per Tangentopoli l’arresto di Mario Chiesa nel febbraio del 1992. Il caso del presidente del Pio Albergo Trivulzio fu la goccia che fece traboccare un vaso ormai colmo, ma la classe politica non volle capire, minimizzò (Bettino Craxi definì Chiesa un «mariuolo ») e dimostrò, agli inizi della vicenda, una ottusa arroganza.

 

È la stessa ottusa arroganza di cui danno prova oggi coloro che ignorano i risentimenti del Paese e contribuiscono così ad alimentare il malessere della democrazia italiana.

 

 

Marco Montanari

 

 

 

 

 

I costi della politica salgono ancora
La Casta promette e non mantiene
In soli tre anni i costi di Montecitorio saranno aumentati del 9,2% con un aggravio sulle casse pubbliche di 92 milioni di euro 

 

L’insofferenza dei cittadini, l’«antipolitica» e l’ascesa di Beppe Grillo

 

Sergio Rizzo
Gian Antonio Stella
24 settembre 2007
 
http://www.corriere.it/

 

 

 

Per quel po’ di esperienza che abbiamo fatto in questi mesi dopo l’uscita del nostro libro, incontrando diverse migliaia di persone, ci andremmo molto cauti, prima di liquidare l’insofferenza di milioni di cittadini, confermata inequivocabilmente dai sondaggi e dalle analisi di Ilvo Diamanti, come «tentazioni antipolitiche». Noi abbiamo visto piuttosto crescere una nuova consapevolezza. Quella che «prima» del legittimo diritto di ognuno di noi di sentirsi di destra o di sinistra, abbiamo tutti insieme un problema: una politica che ha allagato la società. E che, come dimostra il dibattito di queste settimane, non ha la forza non solo per risolvere i problemi ma neppure per metterli sul tavolo.

 

 

 

Cosa deve accadere, perché capiscano? Devono esplodere il Vesuvio, fallire l’Alitalia, rinsecchirsi il Po, crollare la Borsa, chiudere gli Uffizi, dichiarare bancarotta la Ferrari? Ecco la domanda che si stanno facendo molti cittadini italiani. Stupefatti dalla reazione di una «casta» che, nel pieno di polemiche roventi intorno a quanto la politica costa e quanto restituisce, pare ispirarsi a un antico adagio siciliano: «Calati juncu ca passa a china», abbassati giunco, finché passa la piena. Un giorno o l’altro la gente si rassegnerà…

 

Non sono bastati infatti mesi di discussioni su certi privilegi insopportabili di quanti governano a livello nazionale o locale, decine di titoli a tutta pagina di quotidiani e settimanali, ore e ore di infuocati dibattiti televisivi, code mai viste nelle librerie di lettori affamati di volumi che li aiutassero a capire. Non è bastata la sbalorditiva rimonta nella raccolta delle firme del referendum elettorale che dopo essere partita maluccio è arrivata in porto trionfalmente. Non sono bastate le piazze stracolme intorno a Beppe Grillo e le centinaia di migliaia di sottoscrizioni alle sue proposte di legge di iniziativa popolare.

 

 

 

Macché: non vogliono capire. Non tutti, certo. Ma in troppi non vogliono proprio capire. Lo dimostra, ad esempio, il bilancio appena varato della Camera dei deputati. Dove una cosa spicca su tutte: dopo tante dichiarazioni di buona volontà e pensosi inviti a rifiutare ogni tesi precostituita e sospirate ammissioni che alcuni «benefit » erano proprio indifendibili e solenni impegni a tagliare, le spese sono cresciute ancora. E ben oltre l’inflazione. Il palazzo presieduto da Fausto Bertinotti era costato nel 2006, quando i primi mesi erano stati gestiti dalla destra, 981.020.000 euro: nel 2007, alla faccia di quanti sostenevano che tutta la colpa fosse della maggioranza berlusconiana che aveva lasciato una «macchina » spendacciona, ne costerà 1.011.505.000. Con un aumento del +3,11 per cento: il doppio dell’inflazione.

 

Non basta. Nel 2008, stando alle previsioni del bilancio triennale, queste spese che già hanno sfondato (prima volta) la quota-choc di un miliardo di euro, cresceranno ancora. Fino a 1.032.670.000. Per impennarsi ulteriormente nel 2009 fino alla cifra sbalorditiva di 1.073.755.000. Sintesi finale: in soli tre anni i costi di Montecitorio, dopo tutto il diluvio di belle parole spese per arginare l’irritazione popolare, saranno aumentati del 9,2%. Con un aggravio sulle pubbliche casse di 92 milioni di euro in più rispetto al 2006.

 

Ricordate cosa avevano assicurato, per arginare la mareggiata di contestazioni, a proposito dello stipendio dei deputati? Che l’indennità, che stando alla politica degli annunci è già stata tagliata un mucchio di volte, sarebbe calata. Falso: costerà il 2,77 per cento in più: un punto abbondante oltre l’inflazione. E i vitalizi? Il 2,93 per cento in più.

 

Per non dire delle retribuzioni del personale. Le voci più interessanti, però, sono quelle che riguardano il personale. Non ci era stato spiegato, cinque anni fa nel 2001, che gli organici erano troppo gonfi e occorreva avviare una sana politica di riduzione degli addetti? Bene:

 

I dipendenti della Camera (112 mila euro di stipendio medio lordo annuo) sono passati nel 2006 a 1.897 da 1.757 del 2001: 140 in più, per un costo di oltre 210 milioni di euro di buste paga.


I dipendenti del Senato, (118 mila euro di stipendio medio lordo annuo) sono passati nel 2006 a 1.096 da 871: 225 in più, per un costo di oltre 130 milioni di euro di buste paga. Di cui 358 commessi, benedetti non solo da un nome più chic («assistenti parlamentari») ma anche da uno stipendio medio di 115.419 euro. A prova di vacche magre. Dice l’Istat che in questi anni gli stipendi dei lavoratori dell’industria sono cresciuti del 2,5% rispetto all’inflazione e quelli dei dipendenti del terziario dello 0,6. Agli «assistenti» è andata meglio: ci hanno guadagnato quasi il 10%. Averne, di anni di crisi come questi. Erano talmente tanti allo scoppio della crisi della prima Repubblica da essere drasticamente ridotti, tra il 1992 e il 2001, da 1.028 a 871. C’erano voluti nove anni per tagliarne 157, ne sono bastati cinque per assumerne 225. E salire al record: 1.096.

 

Avete presente la denuncia dell’Espresso sulle buste paga dei dipendenti delle Camere(http://espresso.repubblica.it/dettaglio/Eldorado-in-Parlamento/1723007&ref=hpsp)?

 

La scandalosa scoperta che un barbiere del Senato può arrivare a 133 mila euro lordi l’anno e cioè 36 mila euro più del Lord Chamberlain della monarchia inglese? Che un ragioniere della Camera può arrivare a 238 mila, cioè circa ventimila euro più dell’appannaggio del presidente della Repubblica? Bene: stando al bilancio di Montecitorio, il monte-paghe del personale costerà nell’anno in corso il 3,73 per cento in più. Oltre il doppio dell’inflazione.

 

 

 

Quanto agli affitti per i palazzi a disposizione (insieme col Senato la Camera è arrivata, tra immobili di proprietà e in locazione, a 46) sono cresciuti del 6,6%: il quadruplo dell’inflazione. Eppure non è neppure questo il record. I traslochi e il «facchinaggio» erano costati nel 2006 la bellezza di 1.255.000 euro, con un rincaro di 45.000 euro sul 2005. Dissero: «Si è dovuta tenere in giusta considerazione la spesa aggiuntiva» dovuta alle «esigenze inevitabili nel corso del cambio di una legislatura ». Può darsi. Ma allora a cosa è dovuta quest’anno l’ulteriore aggiunta di altri 100 mila euro, pari a un aumento di oltre l’8 per cento? Siamo entrati, senza saperlo, in una nuova legislatura?

 

LE SPESE PER I VIAGGI

 

Quanto ai viaggi, le polemiche sull’uso spropositato degli aerei di Stato prima nell’era berlusconiana e poi nell’era unionista, sono scivolate via come acqua. Basti dire che le spese di trasporto, alla Camera, aumentano del 31,82%. Diranno: è perché da questa legislatura ci sono 12 deputati degli Italiani all’estero che devono tenere i rapporti con i nostri elettori emigrati. Costoso ma giusto. Tesi inesatta. È vero che 1.450.000 euro (121 mila per ogni parlamentare) se ne vanno in «trasporti aerei circoscrizione estero». Ma il costo complessivo dei viaggi aerei, al di là del via vai di questa pattuglia di deputati «esteri», salirà da 6 milioni a 7 milioni 550 mila. Un’impennata sconcertante.

 

Ma mai quanto quella dei costi dei gruppi parlamentari. La regola sarebbe chiara: si può dar vita a un gruppo parlamentare se si hanno almeno 20 deputati. Su questa base, all’inizio della legislatura avrebbero dovuto essere 8. Ma grazie alle deleghe concesse dal subcomandante Fausto sono saliti via via a 14. Con una moltiplicazione delle sedi (che ha costretto a prendere in affitto nuovi uffici nonostante i deputati potessero già contare su spazi procapite per 323 metri quadri), delle segreterie (più 12,3% sul 2006), delle spese varie. Al punto che i contributi ai gruppi, che nel 2005 erano pari a 28 milioni 700 mila euro e nel 2006 erano già saliti a quasi 33 milioni di euro, sono cresciuti ancora nel 2007 fino a 34.300.000 euro. Cioè quasi 14 in più rispetto a sette anni fa. Il che vuol dire che nel quinquennio berlusconiano e in questa successiva stagione unionista, il peso di questi gruppi sulle pubbliche casse è cresciuto del 67,4 per cento.

 

DEMOCRAZIA E ANTIPOLITICA

 

Tutti «costi della democrazia»? Pedaggi obbligatori che altri paesi non pagano (non così, non così!) ma che gli italiani dovrebbero essere felici di versare per tenersi stretti «questo» sistema parlamentare, «questa» macchina pubblica, «questi» governi statali, regionali, provinciali, comunali che i loro protagonisti presentano, facendo il verso al «Candido» voltairiano, come il migliore dei mondi possibili? Tutti costi impossibili da ridurre al punto che il bilancio della Camera prevede già di costare come prima e più di prima anche negli anni a venire a dispetto di ogni dubbio e di ogni critica? Dice la storia che la Regina Elisabetta, invitata dal governo inglese a tagliare, ha preso così sul serio questo impegno che la spesa pubblica per la Corona è scesa dai 132 milioni di euro del 1991-1992 a meno di 57 milioni.

 

Eppure, guai a ricordarlo. C’è subito chi è pronto a levare l’indice ammonitore: attenti a non titillare l’antipolitica, attenti a non gonfiare il qualunquismo, attenti a non fare della demagogia. Ne sappiamo qualcosa noi, ne sa qualcosa chiunque in questi mesi ha rilanciato con forza alcune denunce, ne sa qualcosa Beppe Grillo. Ma certo, non tutto quello che ha detto il «giullare- à-penser» genovese può essere condiviso. Dall’invettiva del «Vaffanculo Day» lanciata in un Paese che ha bisogno come dell’ossigeno di un linguaggio più sobrio fino all’appoggio alle tentazioni di rivolta fiscale. Un acerrimo avversario dello Stato italiano come Sylvius Magnago, straordinario protagonista di durissimi scontri in difesa dei sudtirolesi di lingua tedesca, lo ha spiegato benissimo sottolineando di sentirsi «un patriota austriaco ma un cittadino italiano»: «prima» si devono pagare le tasse, «poi» si può dare battaglia.

 

Ma quale autorevolezza hanno per liquidare Grillo quanti per anni e anni non sono riusciti a dimostrare la volontà, la capacità, la credibilità, la forza per cambiare sul serio questo Paese? L’Umberto Bossi che intima a Grillo che «occorre stare attenti a non esagerare» non è forse lo stesso Bossi che diceva che «il Vaticano è il vero nemico che le camicie verdi affogheranno nel water della storia»? Gerardo Bianco che al Grillo che vorrebbe un limite massimo di due legislature risponde dicendo che «non bisogna seguire la piazza a rimorchio di istrioni della suburra» non è lo stesso che siede in Parlamento dal 1968? E il Massimo D’Alema che liquida gli attacchi di Grillo ai partiti dicendo che per sua esperienza «se si eliminano i partiti politici dopo arrivano i militari e governano i banchieri» non è lo stesso che nei giorni pari dice che «la politica rischia di essere travolta come nel 1992» e nei dispari che «i costi della politica sono un’invenzione di giornalisti sfaccendati»?

 

E la destra che, Udc a parte, ha firmato col proprio questore il bilancio della Camera e poi si è rifiutata di votarlo nella speranza di cavalcare la tigre, non è quella stessa destra che governava con una maggioranza larghissima nei cinque anni in cui le spese delle principali istituzioni pubbliche sono cresciute di quasi il 24 per cento oltre l’inflazione?

 

Per quel po’ di esperienza che abbiamo fatto in questi mesi dopo l’uscita del nostro libro, incontrando diverse migliaia di persone, ci andremmo molto cauti, prima di liquidare l’insofferenza di milioni di cittadini, confermata inequivocabilmente dai sondaggi e dalle analisi di Ilvo Diamanti, come «tentazioni antipolitiche». Noi abbiamo visto piuttosto crescere una nuova consapevolezza. Quella che «prima» del legittimo diritto di ognuno di noi di sentirsi di destra o di sinistra, abbiamo tutti insieme un problema: una politica che ha allagato la società. E che, come dimostra il dibattito di queste settimane, non ha la forza non solo per risolvere i problemi ma neppure per metterli sul tavolo.

 

BILANCI TRASPARENTI

 

È «antipolitico» chiedere come mai non vengono neppure ipotizzati l’abolizione delle province o l’accorpamento dei piccoli comuni? Che tutte le amministrazioni pubbliche siano obbligate a fare bilanci trasparenti dove «acquisto carta da fax» si chiami «acquisto carta da fax» e «noleggio aerei privati» si chiami «noleggio aerei privati» così da spazzare via tanti bilanci fatti così proprio per essere illeggibili? Che anche il Quirinale metta in Internet il dettaglio delle proprie spese come Buckingham Palace? Che venga rimossa quella specie di «scala mobile» dell’indennità dei parlamentari ipocritamente legata a quella dei magistrati due decenni abbondanti dopo l’abolizione del meccanismo per tutti gli altri italiani? E soprattutto: è antipolitico chiedere che certi politici italiani la smettano di essere così presuntuosi da pretendere di identificarsi automaticamente con la Democrazia? Insomma: viva le istituzioni, viva il Parlamento, viva i partiti. Però diversi: diversi.

 

La Camera costa 1 miliardo e mezzo
Il 2,9 per cento in più rispetto al 2006
 

Voce per voce i costi per il 2007

 

Aumentano affitti, indennitàe rimborsi

Otto milioni solo per la stampa degli atti parlamentari

Ai 19 gruppi parlamentari 34 milioni
Il finanziamento pubblico dei partiti costa 150 milioni di euro.

 

di CLAUDIA FUSANI

 

 

(20 settembre 2007)

 

Click here: [url=http://www.repubblica.it/2007/09/sezioni/politica/sprechi-politica/bilancio-camera/bilancio-camera.html]link-La Camera costa 1 miliardo e mezzo [/url]

 

 

Click here: [url=http://download.repubblica.it/pdf/2007/Consuntivi_Camera.pdf]link-La Camera costa 1 miliardo e mezzo [/url]

 

Ecco i privilegi dei dipendenti di Camera e Senato

 

 

Camera dei deputati – Montecitorio  la casa dei 630 deputati e di 1.987 dipendenti – Costo annuale del titolo delle spese: nel 2006, 981.020.000 milioni di euro, nel 2007, ne costerà 1.011.505.000 milioni di euro. Con un aumento del +3,11%: il doppio dell’inflazione. Costo annuale mettendo insieme il titolo delle spese  e quelle delle partite di giro: nel 2006, 1.529.000.000 milioni di euro, nel 2007 costerà agli italiani 1.574.269.000 milioni di euro, il 2,94% in più rispetto al 2006.

 

 

 

Volendo fare un paragone con lI Senato, i bilanci dei due rami del Parlamento sono in linea: la camera bassa, infatti, ci costa circa un miliardo e mezzo ma ha il doppio dei deputati e ottocento dipendenti in più.

 

 

lI Senato – Palazzo Madama – Costo annuale del titolo delle spese: nel 2006, 566.5 milioni di euro, nel  2007 ne costerà  e pari a 582.2 milioni di euro a carico dei cittadini contribuenti. Con un aumento del +2,77%. Costo annuale mettendo insieme il titolo delle spese  e quelle delle partite di giro: nel 2007 Palazzo Madama col suo fardello di 315 senatori, sette senatori a vita e 1.096 dipendenti ci costerà 948 milioni 689 mila e 447 euro mettendo insieme il titolo delle spese ( 582,21 milioni di euro ) e quelle delle partite di giro ( 366,47 milioni di euro ).

 

I dipendenti parlamentari – Quanti sono? Quanto guadagnano ? I dipendenti di Camera e Senato sono nel 2007 in tutto 2.993:

  • Montecitorio: le retribuzioni dei dipendenti parlamentari – parliamo di commessi, segretari, archivisti e bibliotecari e altre funzioni – nel 2006 erano 1.850; sono costati complessivamente (dati dei bilanci 2006) circa 368 milioni di euro (di cui 210 milioni di euro solo per quanto riguarda le retribuzioni. I costi delle pensioni assorbono invece 158 milioni milioni di euro nel bilancio di Montecitorio ). 2007 – Commessi e altri dipendenti – I 1.897 dipendenti della Camera  costeranno nel 2007 434.4 milioni di euro (di cui  266 milioni e 915 mila euro solo per quanto riguarda le retribuzioni. I costi delle pensioni assorbono invece 167 milioni e 500 mila euro ). Molto di più dei costi dei deputati (287 milioni di euro). Insomma, solo di personale dipendente, la Camera costerà quest’anno ai cittadini il 18% in piu’ rispetto al 2006.

  • Palazzo Madama: le retribuzioni dei dipendenti parlamentari sono 1.058; (dati dei bilanci 2006) sono costati complessivamente circa 200 milioni di euro (di cui 130 milioni di euro solo per quanto riguarda le retribuzioni. I costi delle pensioni assorbono invece 70 milioni milioni di euro nel bilancio di Palazzo Madama). Nel 2007 Palazzo Madama col suo fardello di 315 senatori, sette senatori a vita e 1.096 dipendenti ci costerà 220 milioni di euro ,  il 20% in piu’ rispetto al 2006. Molto di più dei costi dei senatori (133 milioni di euro).

     

 

 

Tagli, sprechi, razionalizzazione, austerity… Si dice, si dice, tutti ci provano e lo raccontano inseguendo il vento popolare della “casta” ma poi la realtà è un’altra: la politica costa sempre di più. Come la Camera dei Deputati, la casa dei 630 deputati e di 1.987 dipendenti che nel 2007 costeranno agli italiani un miliardo, 574 milioni e 269 mila euro, il 2,94% in più rispetto al 2006.

 

Lo scrivono Gabriele Albonetti, Francesco Colucci e Severino Galante, i deputati questori responsabili – anche – dei conti, nell’introduzione alla legge di bilancio 2007, il preventivo dell’anno in votazione questa mattina nell’aula di Montecitorio. I questori sono comunque soddisfatti perché “la richiesta di dotazione (la richiesta di soldi allo Stato) è diminuita di 23,9 milioni rispetto a quella originaria del 2007” e perché l’aumento delle spese “ha un andamento inferiore di oltre un punto e mezzo percentuale rispetto a quello previsto nel 2006”. Insomma, c’è un “tendenziale” contenimento della spesa. Un po’ troppo poco contenuto, però.

 

E dire che, scorrendo pagine e tabelle, non è difficile trovare dove tagliare. Ad esempio:

 

  • i tre milioni e 300 mila euro per la ristorazione “gestita da esterni”;

  • oppure i quattro milioni e passa per i noleggi (di cosa e perchè visto che la struttura Camera possiede già moltissimo?);

  • i tre milioni e passa di euro per le assicurazioni: passino quelle dei dipendenti, ma i deputati – 21 mila euro lordi al mese tra indennità e contributi – se le potrebbero anche pagare;

  • gli oltre due milioni per la “locazione dei depositi”, perché non basta affittare uffici, servono anche i depositi.

 

L’elenco dei possibili risparmi è lunghissimo. E’ un lavoro che ogni capofamiglia deve fare ogni sei mesi. Basta saper frugare nelle voci del bilancio.

 

  • Le indennità dei deputati – Tra indennità parlamentari, d’ufficio e i rimborsi (“altre indennità”), il conto sale a 94 milioni e 580 mila euro. Nel 2006 erano circa due milioni di euro in meno. Eppure – dicono i questori – negli ultimi due anni sono state via via ridotte, raffreddate e congelate .

  • Rimborsi spese per 74 milioni – Viaggi (il “rimborso spese di viaggio dei deputati” è cresciuto del 25 per cento), le spese di soggiorno a Roma o altrove e quelle di segreteria più altre voci legate al mandato dei 630 deputati costeranno nel 2007 74 milioni e 600 mila euro, una cifra uguale a quella del 2006.

  • Gli aumenti – Le voci che crescono di più – secondo l’analisi contabile fatta dal deputato Sergio D’Elia (Rnp) – sono “le altre indennità dei deputati”, leggi i rimborsi, raddoppiate rispetto al 2006: erano 185 mila ma nel 2007 saranno 300 mila euro. 

  • Aumenta anche la spesa di locazione degli immobili” che sale del 12 per cento, un trend che continuerà anche nel 2008 e nel 2009.

  • E poi le spese di trasporto (treni, aerei, telepass e viacard) e quelle telefoniche.

 

 

 

Assegni vitalizi e rimborso spese per gli ex deputati – Si tratta delle voci di spesa legate ad ex deputati che hanno cessato il mandato. I vitalizi, tra diretti e riversibili, ammontano a 131 milioni e 200 mila euro. Lascia veramente perplessi il milione e 250 mila euro dati agli ex deputati come rimborso viaggi: gratis e biglietti dei treni e dei traghetti, parecchio scontati quelli degli aerei.

 

Commessi e altri dipendenti – I 1.897 dipendenti della Camera – parliamo di commessi, segretari, archivisti e bibliotecari e altre funzioni – costeranno nel 2007 266 milioni e 915 mila euro a cui vanno sommati i 167 milioni e 500 mila euro per quelli in pensione. Insomma, solo di personale dipendente, la Camera costerà quest’anno ai cittadini 434 milioni e 410 mila euro.

 

181 milioni per affitti, telefono, luce, acqua, gas, cibo, cancelleria, carta igienica, stampa atti parlamentari … – La voce “acquisto di beni e servizi” è quella su cui le forze politiche promettono di intervenire di più. Con la scure, non con il coltellino. Per gli affitti se ne vanno poco meno di 35 milioni di euro: la maggior parte degli uffici dei deputati, infatti, e dei gruppi parlamentari non sono a Montecitorio ma sparsi nel centro di Roma. Tra Camera, Senato e palazzo Chigi sono state contati 46 edifici. Tutti in affitto. Altri quattordici milioni se ne vanno in spese di “manutenzione ordinaria”: il funzionamento di impianti antincendio, elettrici, audio-video, ascensori, e l’elenco è lungo una pagina. Pulizie, lavanderia e smaltimento rifiuti costano circa otto milioni di euro. Tre milioni se ne vanno per le spese telefoniche (di cui “solo” 680 mila per i cellulari) e uno per le spese postali, un fondo riservato ai deputati al netto della trasmissione degli atti parlamentari. “Beni e materiali di consumo”, tra cui cibo, cancelleria e prodotti igienici “pesano” per 5 milioni e 725 mila euro. Ma la cifra che più di tutte sembra sprecata riguarda gli otto milioni e 870 mila euro per “la stampa degli atti parlamentari”, tonnellate di carta che per il 90 per cento vengono gettate al macero.

 

Altre curiosità tra “beni e servizi” – La verità è che il preventivo del bilancio della Camera 2007 – 75 pagine di tabelle – assomiglia a un libro delle meraviglie che ogni cittadino dovrebbe poter gustare voce per voce. C’è l’aggiornamento e la formazione professionale del personale (1.780.000 euro); i corsi di lingue, internet, le consulenze professionali e le traduzioni (180 mila euro); le spese per “la comunicazione e l’informazione esterna”, come l’affitto di Rai Way per accedere ai canali satellitari (4.150.000); banche dati, rilegature, ristorazione gestita da terzi, la gestione del patrimonio della biblioteca e le consulenze tecnico-professionali (54 milioni e 665 mila euro). E via con liste di servizi, lussi e privilegi. Solo per l’acquisto di giornali e altre pubblicazioni quest’anno la Camera prevede di spendere 750 mila euro. E però poi i deputati leggono per lo più la rassegna stampa.

 

I 19 gruppi parlamentari – Quattro dell’opposizione, quattordici nella maggioranza, il gruppo misto. Cinque non hanno la consistenza di deputati (20) prevista dal regolamento per essere riconosciuti. E’ questo il punto su cui c’è stata più tensione durante il dibattito in aula. Al di là della loro legittimità, il loro funzionamento – sedi, personale, segreteria e contributi vari – ci costa 34 milioni e 300 mila euro. Nel 2006 erano stati spesi due milioni di euro in meno.

 

Tre milioni in due anni per verificare il voto – Per controllare l’andamento del voto, nel 2007 spenderemo poco più di un milione di euro. E’ una delle poche voci che diminuisce: nel 2006 – l’annus horribilis dell’urna visto che il riconteggio è finito solo adesso con la conferma della vittoria dell’Unione – avevamo speso due milioni e rotti.

 

Commissioni parlamentari e bicamerali, giunte e comitati – Ci costeranno nel 2007 un milione e 875 mila euro, di cui 300 mila l’Antimafia, 135 mila la Commissione di vigilanza sulla Rai, 75 mila quella sui rifiuti. E’ un Parlamento, il nostro, che ci tiene molto ai rapporti internazionali: per attività interparlamentari con paesi stranieri andremo a spendere tre milioni e 195 mila euro. Le missioni costano – viaggi, alberghi, interpreti – e le spese di rappresentanza pure.

 

Investimenti e acquisti immobili: tutto ciò che fa patrimonio – Passi per i quindici milioni e spiccioli che se ne vanno per il mantenimento degli immobili di proprietà della Camera. Sono un po’ più ingiustificati i quasi due milioni spesi per “arredi, mezzi di trasporto, attrezzature d’ufficio”. Dieci milioni sono spesi per software e hardware mentre solo 1.775.000 sono destinati al mantenimento del patrimonio artistico e bibliotecario.

 

I rimborsi ai partiti – E’ una cifra da capogiro quella destinata al rimborso ai partiti per le spese elettorali, il famoso o famigerato “finanziamento pubblico ai partiti”: 150 milioni di euro. Il meccanismo dei rimborsi elettorali prevede, per legge, un euro per ogni iscritto alle liste. Ai singoli partiti poi il rimborso viene retribuito in base ai voti ottenuti. Cinquanta milioni di euro sono stati distribuiti ai partiti per il rinnovo della Camera; altrettanti per il Parlamento Europeo; cifra analoga per i Consigli regionali. Il Senato grava su un altro bilancio, un altro capitolo delle spese della politica a cui va aggiunto quello di Palazzo Chigi. In tutto, euro più euro meno, il funzionamento della politica costa ai cittadini italiani qualcosa come quattro miliardi di euro ogni anno.

 

 

 

Palazzo Madama costa circa un miliardo di euro

 

Senato: Le 112 pagine del bilancio di previsione 2007  
Nonostante gli sforzi, la camera alta aumenta del +2,77%

I questori: “Abbiamo mantenuto la spesa dentro il limite che ci eravamo posti, il 2,8% previsto per il Pil nominale di quest’anno “

Affitti e indennità, calze e corsi di linguaTagli fino al 75 per cento alle Commissioni di inchiesta.

Ma restano 2 milioni e 800 mila per buvette e ristoranti

di CLAUDIA FUSANI

 

http://www.repubblica.it/


 

PROGETTO DI BILANCIO INTERNO DEL SENATO
PER L’ANNO FINANZIARIO 2007

 

 

http://download.repubblica.it/pdf/2007/bilancio_senato1.pdf

 

QUADRO DI RAFFRONTO
tra bilancio di previsione 2007 e previsioni assestate 2006

 

http://download.repubblica.it/pdf/2007/bilancio_senato2.pdf

 

 

Bravi ma no troppo. Per quanto si siano sforzati a seguire linee guida risparmiose e rigorose, alla fine anche al Senato i conti non tornano. O meglio, tornano, ma con una spesa superiore del 2,77 rispetto all’anno scorso e un costo finale di quasi un miliardo di euro.

 

 

lI Senato – Palazzo Madama – Costo annuale del titolo delle spese: nel 2006, 566.5 milioni di euro, nel  2007 ne costerà  e pari a 582.2 milioni di euro (di cui 546,63 milioni di euro per spese correnti e 20,55 milioni di euro  in conto capitale, mentre i fondi di riserva ammontano a 15,02 milioni di euro) a carico dei cittadini contribuenti. Con un aumento del +2,77%. Costo annuale mettendo insieme il titolo delle spese  e quelle delle partite di giro: Per l’esattezza nel 2007 Palazzo Madama col suo fardello di 315 senatori, sette senatori a vita e 1.096 dipendenti ci costerà 948 milioni 689 mila e 447 euro mettendo insieme il titolo delle spese ( 582,21 milioni di euro ) e quelle delle partite di giro ( 366,47 milioni di euro ), comunque costi vivi della camera alta della nostra Repubblica.

 

 

Volendo fare un paragone con Montecitorio, i bilanci dei due rami del Parlamento sono in linea: la camera bassa, infatti, ci costa circa un miliardo e mezzo ma ha il doppio dei deputati e ottocento dipendenti in più.

 

Camera dei deputati – Montecitorio – Costo annuale del titolo delle spese: nel 2006, 981.020.000 milioni di euro, nel 2007, ne costerà 1.011.505.000 milioni di euro. Con un aumento del +3,11%: il doppio dell’inflazione. Costo annuale mettendo insieme il titolo delle spese  e quelle delle partite di giro: nel 2006, 1.469.020.000 milioni di euro, nel 2007, ne costerà 1.500.000.000 milioni di euro.

 

 

Il testo di legge con il “Progetto di bilancio interno del Senato per l’anno finanziario 2007” non è ancora arrivato nell’aula del Senato. E’ fermo in Commissione bilancio ma è stato approvato dal Consiglio di Presidenza il 22 marzo. Le 112 pagine, oggi disponibili e comprensive di quattro allegati, sono il testo che alla fine sarà approvato dall’aula salvo qualche integrazione e raccomandazione che arriverà con gli ordini del giorno.

 

Si sono sforzati, i questori Gianni Nieddu, Romano Comincioli e Helga Thaler Ausserhofer, a perseguire “risparmio, trasparenza, contenimento della spesa e risanamento della finanza pubblica”. A sentir loro ci sono anche riusciti visto che “la manovra di spesa ipotizzata nel 2007 registra, nel suo complesso, un incremento del 2,77 sulle analoghe previsioni del 2006, nel rispetto quindi del citato limite del 2,8 per cento previsto per il Pil nominale di quest’anno”.

 

In sintesi, era stato deciso che l’aumento delle spese non doveva in alcun modo andare al di là della percentuale prevista per il prodotto interno lordo. E così, in effetti, è andata.

 

Bravi, ad esempio, sono stati al Senato a ridurre le spese delle varie Commissioni d’inchiesta con tagli che arrivano fino al 75 per cento (al 67% quello della Commissione di vigilanza sulla Rai). E però, come si spiegano gli aumenti degli stipendi-indennità dei senatori (4,34%)? E dei senatori in pensione (3,31%)? O il 2,21% in più della voce “trasferimento di contributi ai gruppi parlamentari”? E lasciamo perdere altre chicche del tipo i 60 mila euro della voce “medagliette parlamentari”, i 200 mila euro per i corsi di lingua straniera dei senatori o i 62 mila euro per posate e stoviglie. Tutte queste cifre sono da intendere nell’arco temporale di un anno. E che fine fanno tutte quelle posate e stoviglie? Forse anche tra la buvette e i ristoranti del Senato si aggira qualche collezionista feticista. Di seguito una traccia delle spese e dei costi del Senato della Repubblica.

 

Stipendi, rimborsi e pensioni. Se le indennità crescono del 4,34 per cento per un valore assoluto pari a 50 milioni e 940 mila euro, va detto che i rimborsi – diarie, spese dei viaggi e costi vivi di telefoni e computer – calano del -3,3% (quasi 26 milioni). Aumenta invece la spesa per i senatori “cessati dal mandato” (77 milioni e 500 mila). Il personale di palazzo Madama, commessi, biliotecari, archivisti costano circa 217 milioni di euro, tra quelli in servizio e quelli in pensione.

 

Gruppi parlamentari e partiti. Sono undici i gruppi al Senato e sette microgruppi all’interno del Gruppo Misto. La loro vita – il funzionamento, gli uffici, il personale, le attività di supporto ai senatori – costa circa 40 milioni di euro, il il 2,21% in più rispetto al 2006. La voce più cara è “contributo per le attività di supporto ai senatori”, 18 milioni di euro. Altri 50 milioni di euro se ne vanno come rimborsi delle spese elettorali ai partiti e ai movimenti politici.

 

Commissioni d’inchiesta e parlamentari, le più virtuose. E’ il capitolo in cui i senatori sono stati più attenti, scrupolosi e risparmiosi. Le Commissioni d’inchiesta hanno tagliato del -75%. Le Commissioni permanenti delle giunte e dei comitati parlamentari hanno ridotto del 37%, quella di vigilanza sulla Rai addirittura del 67 per cento. “E’ doveroso sottolineare – scrivono i questori – la portata dei tagli operati sulle risorse a disposizione delle Commissioni per le spese di funzionamento e sono stati fissati limiti rigorosi alle spese che le stesse possono impegnare per il loro funzionamento”.

 

Cerimoniale, corsi di lingua e computer, medagliette. Nonostante curiosi aggiornamenti culturali come il corso per sommelier riservato ai senatori, va detto che tanti piccoli privilegi sono stati tagliati. Il capitolo “cerimoniale e rappresentanza” è stato decurtato del 14,23 anche se la spesa per il 2007 resta alta (3 milioni e mezzo di euro) di cui due milioni e mezzo solo per rappresentanza e 60 mila per delle fantomatiche “medagliette parlamentari”. Per ristoranti e buvette se ne vanno due milioni e ottocentomila euro, un aumento del 3,31 per cento rispetto al 2006.

 

Una curiosità: per nutrire gli oltre mille dipendenti servono 1 milione e 379 mila euro; per sostenere i 320 senatori e collaboratori, la metà dei commessi, servono qualche decina di euro in più (1.400.000). Per i corsi di lingue i senatori spendono 200 mila euro e per gli accertamenti sanitari 40 mila. In generale il capitolo “Servizi di supporto funzionale” cresce del 21,2 per cento, tutta colpa delle gare di appalto il cui svolgimento costa 225mila euro. Costa di più anche tener pulito e luccicante il palazzo: pulizie, traslochi e facchinaggi si bevono quattro milioni di euro (1% in più).

 

Lavori in corso, quasi una fabbrica di San Pietro. Nel senso che c’è sempre un cantiere aperto da qualche parte nei palazzi del Senato. L’attività di manutenzione e restauro è ininterrotta, quasi cinque milioni di euro per le spese ordinarie (-5%) e oltre 17 per quella straordinaria (+14%). Solo per “arredi fissi e tappezzerie” se ne andranno, nel 2007, 377 mila euro per la manutenzione ordinaria e 870 mila per quella straordinaria. Ora, va bene che palazzo Madama e palazzo Giustiniani e le altre dependances sono cariche di velluti e boiseries, arazzi e tessuti, ovunque puoi ammirare tessuti e rivestimenti pregiati, però più di un milione di costi vivi in un anno…

 

Consoliamoci: altri 500 mila se ne vanno per la manutenzione degli ascensori; trecentomila per quella degli impianti anticincendio. Servono diciotto capitoli del bilancio, scrivono i questori, “per rendere un panorama completo delle concrete e complesse esigenze di funzionamento dell’Istituzione”.

 

Affitti. Sono otto gli immobili in affitto, il più importante quello in via di S. Chiara, a seguire quello di via tempio del Dia, per un totale di spesa nel 2007 di 4 milioni e 343 mila euro (molto meglio riseptto alla Camera). I contratti scadranno tra il 2009 e il 2015. Da notare che quattro contratti di affitto sono con l’Empam, gli altri con priovati: Casada, Immobilfin, Isma, Smom. Un altro privato – Condom – intasca circa 40 mila euro di spese condominiali per gli stabili di via e piazza delle Coppelle.

 

Stampa degli atti e giornali. Alla Camera erano otto. Qui sono sei milioni. Costa sempre tantissimo la stampa degli atti parlamentari. Tutto il capitolo “Comunicazione istituzionale” che comprende le pubblicazioni, le convenzioni con la Rai (satellite Rai Way per le dirette dal Senato), l’attività di promozione e comunicazione impegna per quasi undici milioni di euro. E sono stati bravi: è il 17 per cento in meno rispetto al 2006.

 

Calze e collant. Nell’allegato relativo ai contratti pluriennali tra luce, acqua, gas, posta e telefoni, spicca – non certo per la spesa- quello relativo al vestiario di servizio: la ditta Di Porto ha un contratto di 32.700 euro per rifornire, solo nel 2007, calze per i commessi e collant per la commesse. Il contratto scade nell’agosto 2008. Chissà, forse se ne potrebbe fare a meno.

 

 

https://wallstreetrack.wordpress.com/2007/09/24/la-casta-predica-bene-ma-razzola-malissimo/

 

 

 

Eldorado in Parlamento

 

Ecco i privilegi dei dipendenti di Camera e Senato

 

Il ragioniere guadagna più di Napolitano.
Il barbiere più di un cattedratico.

 

A Montecitorio (dal 1992 a oggi l’età media di pensionamento per anzianità è di 52,9) e Palazzo Madama (l’età media dei pensionati per anzianità dal ’92 a oggi è di 54,8) continuano a prosperare le pensioni-baby soppresse per tutti gli altri dipendenti pubblici: si lascia il lavoro anche a 50 anni con la solita, importante garanzia per il futuro: la sicurezza di non vedere mai svalutato l’agognato assegno come il resto dei lavoratori dipendenti. Infatti la clausola d’oro adegua automaticamente le pensioni agli stipendi dei parigrado in servizio.

 

(17 agosto 2007)

 

di Primo Di Nicola

 

 

 

IL testo riprodotto è tratto dal sito

 

L’espresso

 

http://espresso.repubblica.it/

 

Le buste paga di Palazzo madama

 

Stipendi al netto, le mensilita’ sono 15

 

 

 

Si va dai 1.535 euro netti per i neo assunti con il grado piu’ basso di assistenti ai 3.097  euro netti per i neo assunti con il grado di consiglieri. Per arrivare ai 4.735 euro netti dopo 30 anni per gli assistenti ai 11.697  euro netti per i consiglieri

 

Le indennita’ di funzione aumentano come se piovesse; l’eta media dei dipendenti del Senato andati in pensione per anzianita’ nel 2006 e di 56 anni

 

 

Si va dai 1.535 euro netti per i neo assunti con il grado piu’ basso di assistenti ai 3.097  euro netti per i neo assunti con il grado di consiglieri. Per arrivare ai 4.735 euro netti dopo 30 anni per gli assistenti ai 11.697 euro netti per i consiglieri

 

 

 

Fare il ragioniere alla Camera è affare certamente impegnativo. E non a caso ci vuole una laurea triennale per accedere al rango. Dall’alto di questa mansione si istruiscono le pratiche per i rimborsi elettorali dei partiti, si preparano le buste paga dei parlamentari, si cura l’amministrazione di Montecitorio. Giusto che si riceva uno stipendio adeguato alle responsabilità del mestiere. Ma fare il presidente della Repubblica, ça va sans dire, è certamente compito più delicato e importante per le sorti del Paese. E il trattamento economico, soprattutto in tempi nei quali si predica tanto la meritocrazia, dovrebbe tenerne conto. Cosa dicono invece le buste paga degli interessati? Che con i suoi 237 mila 560 euro lordi annui (rivalutati ogni 12 mesi) maturati dopo 35 anni di servizio, il ragioniere di Montecitorio guadagna quasi 20 mila euro in più del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, il cui appannaggio, congelato ai valore del 1999 per le difficoltà dei conti pubblici, è fermo a 218 mila euro lordi l’anno.

 

E come non restare ammirati di fronte agli stenografi del Senato? Sono 60 in tutto e compilano i resoconti dei lavori dell’aula e delle varie commissioni. Svolgono un lavoro ormai in estinzione per via delle nuove tecnologie, ma all’apice della carriera arrivano a guadagnare 253 mila 700 euro lordi l’anno. Molto di più non solo del presidente Napolitano, ma anche del capo del governo Romano Prodi che, tra indennità parlamentare (145 mila 626 euro), stipendio da premier (54 mila 710) e indennità di funzione (11 mila 622), arriva a 212 mila euro lordi l’anno. E di ministri titolati come Massimo D’Alema (Esteri), che riscuote 189 mila 847 euro, e Tommaso Padoa-Schioppa (Economia), che ogni anno incassa 203 mila 394 euro lordi (è la paga dei ministri non parlamentari). Tutti abbondantemente distanziati dallo stenografo e dal ragioniere e addirittura umiliati al cospetto dei compensi dei segretari generali di Senato e Camera, Antonio Malaschini e Ugo Zampetti, che a fine anno arriveranno a incassare rispettivamente 485 mila e 483 mila euro lordi.

 

Ecco le sorprese che spuntano esaminando i dati sul trattamento economico dei dipendenti di Camera e Senato. E non sono le sole: barbieri (‘operatori tecnici’) che possono arrivare a guadagnare oltre 133 mila euro lordi l’anno a fronte dei circa 98 mila di un magistrato d’appello con 13 anni di anzianità. E collaboratori tecnici operai che dall’alto dei loro 152 mila euro se la ridono dei professori universitari ordinari a tempo pieno inchiodati, dopo vari anni di carriera, a circa 80 mila euro lordi l’anno. Retribuzioni da favola, insomma, che non hanno uguali nell’universo del pubblico impiego e che si accompagnano a trattamenti pensionistici di assoluto favore perfettamente allineati, in tema di privilegi, ai criticatissimi vitalizi di deputati e senatori.

 

 

Retribuzioni del personale
Stipendi d’oro

 

Per ambedue i rami del Parlamento le voci che pesano di più nei capitoli di spesa per il personale sono gli stipendi e le pensioni.

 

La prima cosa che salta agli occhi, sia alla Camera che al Senato, sono le singolari regole di calcolo di stipendi e pensioni, regole tanto sorprendenti da trasformare i due palazzi in autentiche isole del privilegio. A fissarle, godendo le due strutture dell’autonomia amministrativa garantita agli organi costituzionali, sono stati in passato i due uffici di presidenza di Camera e Senato, composti dai rispettivi presidenti (i predecessori di Fausto Bertinotti e Franco Marini), i loro vice e tre parlamentari-questori.

 

Ma quanti sono questi fortunati dipendenti parlamentari? Quanto guadagnano esattamente? E attraverso quali meccanismi riescono ad ottenere trattamenti economici così favorevoli?I dipendenti di Camera e Senato (vengono assunti solo per concorso) sono in tutto 2.908:

 

Montecitorio: le retribuzioni dei dipendenti parlamentari sono 1.850; (dati dei bilanci 2006) costano complessivamente circa 368 milioni di euro (di cui 210 milioni di euro solo per quanto riguarda le retribuzioni. I costi delle pensioni assorbono invece 158 milioni milioni di euro nel bilancio di Montecitorio ). Molto di più dei costi dei deputati (287 milioni di euro).

Palazzo Madama: le retribuzioni dei dipendenti parlamentari sono 1.058; (dati dei bilanci 2006) costano complessivamente circa 200 milioni di euro; (di cui 130 milioni di euro solo per quanto riguarda le retribuzioni. I costi delle pensioni assorbono invece 70 milioni milioni di euro nel bilancio di Palazzo Madama). Molto di più dei costi dei senatori (133 milioni di euro).

 

 

 

Per quanto riguarda Montecitorio, i dipendenti sono distribuiti in 6 categorie retributive. Da cosa sono costitute esattamente le retribuzioni? Dallo stipendio tabellare (paga base); dalla indennità integrativa speciale (la vecchia contingenza, bloccata al 1996) e da altre voci come gli assegni di anzianità che vengono elargiti nella misura del 10 per cento della paga tabellare al diciassettesimo e al ventitreesimo anno di servizio. Tutte voci che, insieme a una strana “indennità pensionabile, pari al 2,5 per cento delle competenze lorde annue dell’anno precedente”, contribuiscono a dare uno straordinaro slancio agli stipendi. Che hanno altre caratteristiche singolari: sono onnicomprensivi (sommano straordinari e lavoro notturno) e vengono pagati per 15 mensilità. Con un riconoscimento aggiuntivo per alcuni incarichi: al segretario generale e ai suoi vice, ai capi ufficio e a tutti coloro che hanno responsabilità di coordinamento, spetta anche un’indennità di funzione (tabella a pag. 51) che varia dagli oltre 46 mila euro lordi l’anno (pari a un netto di 2.206 al mese per 12 mensilità) spettanti al segretario generale Zampetti, ai 7.300 (346 euro netti al mese) assegnati al vice assistente superiore. Di assoluto favore anche le norme che regolano la progressione retributiva all’interno di ciascun fascia, scandita da scatti biennali che variano tra il 2,5 e il 5 per cento. Ma soprattutto dai balzi economici connessi ai passaggi di livello, riconosciuti dopo il superamento di periodiche verifiche di professionalità.

 

Per quanto riguarda le fasce retributive della Camera, la prima è costituita dagli operatori tecnici. Ne fanno parte gli addetti alle officine, gli operai, i barbieri, gli autisti e gli inservienti della buvette. Costoro entrano nei ruoli con uno stipendio lordo annuo iniziale di 32 mila 483 euro per arrivare a riscuotere, con 35 anni di servizio, la bellezza di 133 mila 375 euro (pari a 8.675 euro lordi al mese). Davvero ragguardevole se si considera che le loro mansioni sono esclusivamente manuali.

Nella seconda categoria sono inquadrati invece gli assistenti, i famosi commessi in divisa e gli addetti alla vigilanza, che iniziano con una paga annuale di 36 mila 876 euro e concludono la carriera con 35 anni di servizio con lo stesso stipendio degli operatori tecnici, 133 mila 375 euro (pari a 8.675 euro lordi al mese).
Il terzo gradino retributivo è rappresentato dai collaboratori tecnici, il gotha del proletariato parlamentare: vi sono compresi gli ex operai che hanno spuntato una qualifica superiore per il fatto di svolgere mansioni più complesse, come quelle relative “alla gestione degli impianti di riscaldamento e condizionamento” del Palazzo: questa aristocrazia operaia inizia con uno stipendio lordo annuo di 32 mila 753 euro e corona la carriera con 152 mila 790 euro (al mese, 9.937 euro lordi).

Più su nella scala ci sono i segretari che supportano il lavoro dei funzionari negli uffici e nelle commissioni: ricevono un compenso di oltre 37 mila euro l’anno all’ingresso e se ne vanno dopo 35 anni con oltre 156 mila euro lordi (10.164 euro mensili). Un tetto retributivo d’eccellenza, ma pur sempre modesto se si guarda a quello che avviene nei piani alti della nomenklatura di Montecitorio.

Spulciando il trattamento della fascia superiore, cioè dei dipendenti del cosidetto IV livello, quello dei documentaristi, tecnici e ragionieri (le loro mansioni prevedono”l’istruttoria di elaborati documentali e contabili e attività di ricerca”), ci si imbatte in un balzo prodigioso delle retribuzioni: entrano alla Camera con una paga di 41 mila 432 euro l’anno per andarsene, dopo 35 anni, con 237 mila 560 euro (15.451 euro mensili lordi). Che sono tanti, ma che impallidiscono a fronte dei compensi dei consiglieri parlamentari il gradino più alto dell’ordinamento del personale di Montecitorio.

I compensi dei consiglieri parlamentari, il gradino più alto dell’ordinamento del personale di Montecitorio. Sono tutti laureati, svolgono funzioni di organizzazione e direzione amministrativa, oltre che di supporto giuridico-legale agli organi della Camera e ai suoi componenti. Vero che sono sottoposti a due verifiche di professionalità dopo tre e nove anni di servizio (devono tra l’altro “predisporre un eleborato relativo a temi attinenti all’esperienza professionale maturata”), ma i loro stipendi sono di assoluto riguardo: iniziano con una retribuzione annuale di oltre 68 mila euro lordi per toccare, con il massimo dell’anzianità, 356 mila 788 euro, pari a 23.206 euro lordi al mese.

 

E al Senato? Qui si trattano ancora meglio. Nessuno riesce a spiegarne il motivo, ma le paghe di Palazzo Madama (vedi tabella), per funzioni più o meno analoghe a quelle del personale della Camera, sono da sempre più alte. Pressoché identiche le voci della retribuzione (stipendio tabellare, indennità integrativa speciale, eccetera), unica differenza è lo sviluppo su 36 anni della carriera invece che sui 35 di Montecitorio. Dopodiché è il solito assalto al cielo delle retribuzioni,  a fine carriera:

 

gli assistenti parlamentari (svolgono mansioni di vigilanza, tecniche e manuali) arrivano a riscuotere oltre 141 mila euro lordi l’anno (pari a 5.222 euro netti mensili);

i coadiutori (mansioni di segreteria e archivistica) 170 mila euro lordi l’anno , per uno stipendio netto di 6.194 euro;

i segretari parlamentari (istruiscono “eleaborati documentali, tecnici e contabilili che richiedono attività di ricerca e progettazione”) superano i 227 mila euro lordi l’anno (8.120 euro netti mensili);
gli stenografi (resocontano le sedute e le riunioni degli organi del Senato) saltano a quasi 254 mila euro lordi l’anno (al mese, 9.018 euro netti);

mentre i consiglieri possono arrivare a riscuotere a fine carriera la stratosferica cifra di 368 mila euro lordi l’anno (per un mensile netto di 12.871), oltre 12 mila euro in più dei loro pari grado della Camera.

 

 

I baby nababbi

 

 

 

A retribuzioni tanto ricche non potevano non corrispondere trattamenti pensionistici altrettanto privilegiati. Ma quale riforma Dini, ma quale scalone di Maroni, ma quale innalzamento a 58 anni dell’età pensionabile come predica Prodi. I dipendenti di Camera e Senato non hanno mai temuto tagli per i loro trattamenti. A Montecitorio e Palazzo Madama continuano a prosperare le pensioni-baby soppresse per tutti gli altri dipendenti pubblici: si lascia il lavoro anche a 50 anni e con modalità di calcolo dell’assegno straordinariamente vantaggiose.

 

Cominciamo dalla Camera. Qui, per la pensione di vecchiaia, a partire dal 2000 l’età necessaria è stata progressivamente elevata a 65 anni allineandola a quella richiesta a tutti gli altri lavoratori. Per quanto riguarda invece le pensioni di anzianità dei dipendenti in servizio fino al gennaio 2001 (per quelli arrivati dopo si sta discutendo un diverso inquadramento), la situazione si fa più favorevole: è vero che si richiedono 35 anni di contribuzione e 57 anni di età come per gli altri lavoratori dipendenti, ma aggrappandosi alle pieghe del regolamento si può andare a riposo ben prima (dal 1992 a oggi l’età media di pensionamento per anzianità è di 52,9). Avendo prestato almeno 20 anni di servizio effettivo (il cosidetto scalpettìo), basta pagare una modesta penalizzazione pari al 2 per cento di riduzione del trattamento complessivo (il cosidetto décalage) per ogni anno mancante ai 57 e il gioco è fatto. Tenendo conto che nel calcolo della contribuzione vanno considerati anche i riscatti universitari, quelli per il servizio militare e soprattutto i due bienni contributivi generosamente concessi ai dipendenti in occasione dell’anniversario dell’Unità d’Italia e della presa di Porta Pia (dichiarati validi l’ultima volta nel ’92 per i dipendenti in servizio dall’allora presidente della Camera Nilde Iotti) ecco che è possibile riscuotere la pensione anche a 50 anni . E con criteri di conteggio di sfacciato favore.

 

Al posto del sistema contributivo (pensione commisurata ai contributi effettivamente versati) introdotto a partire dal 1995 per il resto dell’universo lavorativo, alla Camera vige ancora un sistema rigorosamente retributivo: pensione commisurata all’ultimo stipendio riscosso. In quale percentuale? Sicuramente il 90 per cento delle competenze tabellari (gli altri lavoratori pubblici si devono accontentare di circa l’80 per cento). Con una ulteriore, graziosa concessione: la cosidetta clausola d’oro che, sebbene eliminata per i miglioramenti relativi allo stato giuridico del personale in carica, aggancia ancora le pensioni degli ex dipendenti agli altri adeguamenti spettanti ai pari grado in servizio.

 

Ancora più generoso il trattamento di quiescienza riservato ai dipendenti del Senato. A costoro, per andare in pensione, basta raggiungere un parametro denominato quota 109, dietro il quale non si nascondono certo difficoltose asperità, ma piuttosto facilitazioni tanto comode quanto ingiustificate. Cos’è esattamente questa quota? La somma dell’età anagrafica, degli anni di servizio effettivamente svolto, dell’anzianità contributiva che, anche a Palazzo Madama, comprende gli anni riscattati per la laurea, il servizio militare e due bienni figurativi elargiti in passato da vari presidenti del Senato. È proprio applicando questi criteri che qualsiasi dipendente di 53 anni (l’età minima fissata) può chiedere e ottenere l’agognata pensione. Per scalare la fatidica quota 109 gli è sufficente sommare al requisito dell’età 25 anni di servizio effettivo e 31 di contribuzione, facilmente raggiungibili grazie ai riscatti e ai bienni figurativi (non a caso a Palazzo Madama l’età media dei pensionati per anzianità dal ’92 a oggi è di 54,8). Ma non è finita: utilizzando la contribuzione figurativa (tra riscatti e bienni, nove anni in tutto), quello stesso dipendente può ottenere la pensione anche a 50 anni con una irrisoria penalizzazione: l’1,5 per cento di riduzione del trattamento complessivo per ognuno dei tre anni mancanti ai 53. Ma nessuna paura: la riduzione non si applica nel caso in cui si possa contare su una anzianità superiore ai 35 anni. Con la solita, importante garanzia per il futuro: la sicurezza di non vedere mai svalutato l’agognato assegno come il resto dei lavoratori dipendenti. Anche al Senato infatti la clausola d’oro manifesta ancora i suoi magici effetti e, nonostante alcune limitazioni introdotte negli ultimi anni, adegua automaticamente le pensioni agli stipendi dei parigrado in servizio.

 

Privilegiati sì, ma a caro prezzo

 

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Si ricredano gli scettici: “Noi in Parlamento portiamo alta professionalità. E la professionalità si paga. Rapportate a funzioni, responsabilità, qualità del lavoro e metodologia d’ingresso, le retribuzioni dei dipendenti parlamentari sono adeguate alle leggi del mercato”. Silvano Sgrevi, documentarista della Camera e segretario Uil degli organi costituzionali, non ha dubbi: le paghe eccellenti delle due Camere compensano “professionalità e sacrifici”.

 

Quali sono i sacrifici?

 

“Puoi essere richiamato dalle ferie in qualsiasi momento, essere distaccato per mesi all’estero, al Parlamento europeo. E questo a livello familiare comporta grandi problemi. Non sono poche le coppie che hanno problemi di relazione. La più preparate capiscono che il sacrificio viene compensato da un alto livello di vita per i familiari. Ma per il resto si sfiora il disastro. Il sindacato ha tentato di verificare le situazioni relazionali  e matrimoniali dei dipendenti. Non siamo andati in profondità: ci siamo spaventati  per quello che abbiamo trovato”.

 

Cominciamo dall’inizio della carriera, la selezione. Davvero così dura? “Per Camera e Senato è spietata. Concorsi veri, selezione vera: esattamente come la pubblica opinione chiede”.

 

D’accordo, ma le retribuzioni appaiono decisamente esagerate. “Il nostro orario di lavoro è però di 40 ore settimanali e comprende anche gli straordinari. Qui si lavora veramente. Una discussione politica in aula non viene interrotta perché l’orario dei dipendenti è terminato. Si va via solo quando l’attività è esaurita. E poi ci sono le rinunce”.

 

Rinunce? E quali? “Quelle sindacali, per esempio. Noi non abbiamo mai fatto scioperi. E non è che i problemi non ci siano. Nell’85 abbiamo protestato al Senato, ma non abbandonando il posto di lavoro. Semplicemente ci siamo messi un fiore all’occhiello per segnalare la nostra protesta”.

 

E a cos’altro rinunciate? “Per difendere i nostri diritti non possiamo ricorrere al giudice ordinario. I dipendenti parlamentari devono sottostare a un giudizio interno, alle procedure dell’autodichia. In caso di controversie siamo sottoposti al giudizio di una commissione composta da deputati o senatori. E qui si verificano non poche incongruenze. Tu magari sei costretto a fare ricorso contro un provvedimento dell’Ufficio di presidenza, ma è lo stesso organo del secondo grado di giudizio”.

 

Privilegi pensionistici: retributivo per tutti, età d’uscita bassissima. Può durare? “No. Nessun dubbio sulla necessità di passare a una previdenza allineata a quella degli altri lavoratori. Ma sulle modalità vogliamo discutere. Se vuoi personale con grande attaccamento alle istituzioni per le quali lavorano devi per forza dargli dei riconoscimenti”.

 

Braccio di ferro sul contratto

 

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Privilegi a rischio per i dipendenti parlamentari? Sia alla Camera che al Senato si combattono in questi mesi due difficili rinnovi contrattuali. Da una parte ci sono i deputati e i senatori-questori, che gestiscono la materia per conto dei rispettivi Uffici di presidenza; dall’altra la pletora di sigle sindacali (almeno una decina) che rappresentano i dipendenti. In ballo ci sono proprio i trattamenti in vigore per retribuzioni e pensioni. Il riconoscimento della professionalità dei lavoratori è unanime: “Siamo di fronte a una delle migliori amministrazioni della Repubblica”, dice Gabriele Albonetti, uno dei tre questori di Montecitorio. Ma perentoria è anche la volontà di bloccare la folle corsa delle spese provocate dagli automatismi contrattuali. Alla Camera, per esempio, dove si cerca di chiudere le pendenze del triennio 2003-2007, dopo aver già incassato gli aumenti annuali legati all’indice Istat, i sindacati chiedono un altro 0,75 per cento l’anno per siglare il contratto triennale (la sua introduzione farebbe salire di un altro 2,25 per cento le retribuzioni). “Siamo disponibili ad accettare queste richieste”, spiega Albonetti, “ma a condizione che continui la piena disponibilità per gli orari e i servizi; si chiuda con il passato e si introducano altre misure per ridurre le spese future”. Quali? Tra l’altro, la limitazione degli adeguamenti stipendiali alla sola base Istat; l’introduzione del sistema contributivo per le pensioni di tutti i lavoratori assunti dopo il febbraio 2001.

 

Tentativo di linea dura anche al Senato, dove da tempo il questore Gianni Nieddu lancia allarmi sulla tenuta del bilancio per gli insostenibili aumenti del costo del personale che, in base ad un accordo del 2001, oltre agli adeguamenti Istat si vede già riconoscere ritocchi annuali dello stipendio pari allo 0,75 per cento. Per bloccare l’andazzo, alla ripresa autunnale dei lavori Nieddu chiederà al collegio dei questori la disdetta di questo accordo. “Le mezze misure non bastano più”, annuncia, “ci vogliono interventi strutturali”. Quali? La sua idea è di agire subito sulle fasce retributive creando solo due ruoli: uno amministrativo, l’altro per le alte professionalità, cioè consiglieri e funzionari. Il vantaggio? Tutto il personale del ruolo amministrativo avrebbe il contratto del pubblico impiego con notevoli risparmi sia per le retribuzioni che per le pensioni (i dipendenti interessati finirebbero nella gestione Inpdap). Altra novità: il ricorso all’esternalizzazioneper le sedi distaccate. In questi palazzi, del personale del Senato resterebbe solo un commesso alla portineria. Per il resto, pieno ricorso al lavoro esterno. E i privilegi previdenziali? Novità anche su questo fronte: l’obiettivo è di allineare il trattamento dei dipendenti ai nuovi vincoli introdotti per gli altri lavoratori dalle ultime riforme.

 

 

Il caso dell’anno «Costi Camera? Scenderanno nel 2008»

 

La lettera di Gabriele Albonetti, questore anziano della camera 

On Gabriele Albonetti
Questore anziano della Camera dei Deputati
Deputato dell’Ulivo

 

25 settembre 2007

 

 

http://www.corriere.it/

 

 

Capisco che nel grande mare della spesa pubblica questi obiettivi possano sembrare poca cosa e certo molto di più, sia in termini di efficienza della democrazia che in termini di minori oneri, si potrebbe ottenere da riforme che riducano significativamente il numero dei parlamentari e cambino la funzione di una delle due Camere.

 

Tuttavia l’elenco dei provvedimenti che ho minuziosamente riepilogato e altri che, nei prossimi mesi intendiamo mettere in cantiere, come per esempio l’adeguamento ai prezzi di mercato di tutti i servizi interni (dal ristorante, al bar, alla barberia, ecc.) rappresentano un tentativo concreto di ricondurre l’attività parlamentare all’essenziale e di tagliare privilegi e sprechi.

 

Elenco i principali di questi provvedimenti e delle decisioni assunte o in corso, poiché temo sia necessario esser puntigliosi e non vaghi.

  • 1. Esternalizzazione del ristorante interno per deputati e giornalisti con un risparmio di 3.700.000 euro.

  •  2. Riconsiderazione dei contratti nel settore informatico con un risparmio annuo di 2.500.000 (per un totale di 7.500.000 al 2010).

  • 3. Passaggio ovunque possibile dal cartaceo all’on line con un risparmio di 1.000.000 di euro.

  • 4. Eliminazione dal primo gennaio 2008 dei rimborsi spese per i viaggi di studio all’estero dei deputati per un risparmio secco di 2.000.000 già sul primo bilancio.

  • 5. Sospensione e congelamento degli aumenti automatici, legati agli stipendi dei magistrati, per quanto riguarda le indennità dei deputati con un risparmio già per il 2007 di circa 1.500.000 euro (non si vede nel bilancio 2007 perché la legge del 1965 ci fa obbligo di prevederli, tuttavia non li abbiamo erogati).

  • 6. Blocco selettivo del turn over dei dipendenti (che vuol dire assumere solo in casi motivati e palesi), con l’avvio di una nuova fase di contrattazione con i sindacati che porti fin dal prossimo contratto ad introdurre meccanismi di controllo sulla crescita delle retribuzioni e a rivedere da subito per i nuovi assunti le curve retributive portandole a livelli competitivi ma comparabili con il resto del pubblico impiego e facendo partire dal 2001 il nuovo regime pensionistico fondato sul sistema contributivo. In questo caso non è semplice indicare la cifra del risparmio, poiché gli effetti si vedranno in piccola parte subito e in gran parte sul medio periodo.

  • 7. Riforma dei vitalizi dei parlamentari, già deliberata nel luglio scorso, con eliminazione dell’istituto del riscatto (non sarà più possibile percepire il beneficio dopo soli 2 anni e mezzo ma ce ne vorranno almeno cinque e anche in questo caso ci sarà una riduzione al 20% dell’indennità), blocco fino a un massimo del 60% anche per chi farà più legislature, estensione delle non cumulabilità del vitalizio con altre indennità pubbliche nazionali, regionali e locali. Già qualcosa si vedrà sul bilancio 2008, ma molto – circa 40.000.000 di euro – si risparmierà quando il nuovo sistema andrà completamente a regime.

  • 8. Revisione degli affitti con la richiesta già inoltrata al ministero dell’Economia per ottenere dall’Agenzia del Demanio una sede in cui collocare molti degli uffici e servizi oggi operanti in sedi in affitto, con un risparmio quando l’operazione sarà completata, di circa 2.500.000 euro.

 

 

La replica

Tanto tempo buttato via
E ci vuole l’accetta, non la lima 

 

Gian Antonio Stella
Sergio Rizzo

25 settembre 2007
 

http://www.corriere.it/

 

 

Ringraziamo Gabriele Albonetti per il tono cortese della sua replica. Gli diamo atto di essere uno dei pochi che a ridurre le spese del Palazzo ci stanno almeno provando. Ci rallegriamo per il fatto che non rettifichi neppure una delle nostre cifre, peraltro contenute nel bilancio ufficiale di Montecitorio. Prendiamo per buone le sue rassicurazioni circa il fatto che i lodevoli impegni assunti dalla Camera possano produrre effetti concreti nel futuro prossimo. Ma ce lo lasci dire: in nemmeno un anno e mezzo, il tempo già trascorso dall’inizio di questa quindicesima legislatura, l’Assemblea costituente riuscì a stendere la carta fondamentale della Repubblica. Allora forze politiche che pure si combattevano aspramente e che erano divise da alti steccati ideologici avvertirono l’urgenza e la necessità di risollevare il Paese dopo una sanguinosa guerra civile. E in tempi straordinariamente brevi scrissero il patto costituzionale. Lo stesso senso di urgenza non sembra sia avvertito oggi, quasi che la classe politica nel suo complesso non si renda conto fino in fondo di quanto sta accadendo.

 

Eppure proprio su questo giornale un esponente di primo piano della maggioranza ora al governo, come il presidente dei Ds Massimo D’Alema, aveva ammesso allarmato il 20 maggio: «È in atto una crisi della credibilità della politica che tornerà a travolgere il Paese con sentimenti come quelli che negli anni 90 segnarono la fine della prima Repubblica». Da allora i segnali che la situazione si stia facendo sempre più seria e che il fossato fra il Paese reale e la politica (accusata di aver smarrito il senso dell’interesse generale e di non saper dare risposte adeguate) si vada approfondendo sempre di più, si sono moltiplicati. Nemmeno l’estate, cui forse qualcuno aveva affidato le speranze che la marea montante evaporasse sotto il solleone, ne ha attenuato l’impeto, mentre dal Palazzo non arrivavano che reazioni deboli. Contraddittorie. Impalpabili. Un taglietto qua, un aggiustamento là. Si andava dalle alzate di spalle all’annuncio di provvedimenti che poi non riuscivano nemmeno a superare i veti politici degli enti locali, rimanendo sepolti (e lo sono ancora) nei cassetti del governo. Al punto che i pur lodevoli impegni assunti dal Parlamento sui vitalizi e altre marginali voci di spesa (impegni previsti come sempre «dalla prossima legislatura») sono stati spacciati addirittura come svolte epocali. Ci si deve accontentare? No. Tanto più che la loro portata è ancora tutta da valutare. E il Parlamento che li dovrà digerire è lo stesso che il 17 maggio 2006, mentre il governo Prodi prestava giuramento, prendeva come prima decisione (prima!) della nuova legislatura quella di aumentare molto generosamente i contributi per i gruppi parlamentari. Ha detto Fausto Bertinotti, cercando di menar vanto dei ritocchi: «Abbiamo lavorato di lima». Questo è il punto: la gravità della situazione, come è nella convinzione anche dei lettori che hanno scritto ieri al «Corriere» un diluvio di lettere, imporrebbe di lavorare di accetta.

 

 

 

Il caso
Vestiti, auto blu e arredi
I politici costano il 36% in più
Parlamento e istituzioni: così dal 2001 sono cresciute le spese 

 

Sergio Rizzo
Gian Antonio Stella
19 ottobre 2006

 

http://www.corriere.it/

 

 

Che sarti, i sarti del Senato! Facesse una convenzione con Cenci o Caraceni, Palazzo Madama spenderebbe forse di meno. Dal 2001 in qua la spesa per mettere in divisa un commesso, dalla giacca ai calzini, è cresciuta al netto dell’inflazione del 103%. Arrivando a 1.815 euro a testa. Oltre tre milioni e mezzo di lire. L’anno. Ma questo è solo un dettaglio tra i tanti. Il dato centrale è che, mentre chiedeva al Paese di fare sacrifici, il Palazzo della politica ha continuato come prima. Anzi: peggio.

 

I numeri, come dimostrano le nostre tabelle, non lasciano dubbi. L’unica cifra rimasta quasi identica negli ultimi cinque anni è quella scritta nella busta paga annuale del presidente della Repubblica (poco sotto i 220 mila euro, il che significa che in termini reali il capo dello Stato è oggi un po’ meno pagato di ieri). Per il resto, ci costa meno il Cnel (Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro) e di più tutto il resto.

 

Dice l’Istat che il costo della vita, nell’ultimo lustro, è cresciuto complessivamente del 13%? Bene: il peso sulle pubbliche casse degli organi costituzionali è aumentato del 36,56%. Fatta la tara all’inflazione, del 24%. In moneta reale: 343 milioni, 151 mila e rotti euro. Cioè 664 miliardi di lire. In più.

 

Per carità, alla larga dal qualunquismo. Viva la democrazia, viva il Parlamento, viva il Quirinale. Ma possibile che la macchina del Colle proprio non potesse risparmiare un cent dei 64 milioni di euro in più che costa oggi rispetto al 2001? E a Palazzo Madama, sinceramente, non potevano dare una sforbiciatina ai 147 milioni e mezzo di euro supplementari di spese correnti che hanno fatto lievitare i costi fino a 566 milioni l’anno? E a Montecitorio, non potevano limare le stesse spese correnti perché non si impennassero fino alla quota di 980 milioni, con un aumento di 124 milioni?

 

Le percentuali dei rincari (veri, al di là dell’ inflazione) sono lì, sotto gli occhi, dal 2001 ad oggi:

 

la macchina del Quirinale costa il 42% in più,
la macchina del Senato costa il 39% in più,
la macchina della Camera costa il 35% in più,
la macchina della Corte Costituzionale costa il 29% in più,
la macchina del Csm costa il 29% in più.

 

 

 

Colpa della maggioranza di destra e di Berlusconi, che al momento di prendere in mano il Paese aveva promesso che con lui lo Stato e i suoi organismi sarebbero stati più snelli? Sì. Ad esempio il bilancio del Senato di cui parliamo è stato presentato il 9 febbraio e quello della Camera il 15 marzo. Però non sono stati mai seriamente contestati dalla sinistra prima delle elezioni e sono stati poi approvati nelle ultime settimane dalla maggioranza d’oggi. Di più: la stessa finanziaria “lacrime e sangue” voluta da Romano Prodi per il 2007, prevede sventagliate di tagli ovunque, meno che per gli organi costituzionali. Che ci dovrebbero costare (auguri) altri 38 milioni di euro supplementari. Chi è senza peccato scagli la prima pietra.

 

Quanto alle voci che hanno fatto lievitare le spese, del Quirinale non sappiamo (per ora) nulla. Nonostante la battaglia per la trasparenza di isolati donchisciotte, il bilancio della Presidenza della Repubblica (che dieci anni fa prevedeva ad esempio 14 miliardi per mantenere 274 corazzieri e 60 cavalli e la manutenzione di 236 arazzi, 280 orologi e 285 tappeti) è ancora secretato.

 

E i «libri di cassa» dei due rami del Parlamento contengono voci così fumose (un esempio alla Camera: «emolumenti per servizi di segreteria»: 15 milioni di euro) che se li mettesse a bilancio un’azienda privata si vedrebbe arrivare la Finanza: «Cioè?» Ciò che si può capire, però, basta e avanza per farsi un’idea chiarissima: il risparmio «a casa propria» non è il primo obiettivo dei deputati né quello dei senatori. Certo, sulle ricche indennità quotidianamente nel mirino dei giornali e delle tivù non si sono arrischiati. Non era il caso, con Tremonti che si sfogava dicendo «chi me l’ha fatto fare di diventare ministro di un Paese così povero?» e le sinistre che dall’opposizione dipingevano scenari foschi dove, per dirla con Giuliano Ferrara, «mancava il latte per i bambini». Anzi: considerata l’inflazione, le «indennità» (una delle voci dello stipendio vero, cui vanno in realtà sommate tante altre prebende assai succose) sono aumentate di una virgola (più 0,5%) alla Camera e sono addirittura calate (-7,3%) al Senato. Sul resto, però…

 

A Montecitorio, per dire, i rimborsi spese sono cresciuti oltre l’inflazione del 9,5%. I vitalizi agli ex deputati (che pesano per 127 milioni di euro: 35 più delle indennità dei parlamentari in carica, a riprova di come per anni la gestione delle pensioni agli onorevoli sia stata scriteriata) del 10,3%. I «servizi personale non dipendente» (cioè?) del 55%. La «comunicazione e informazione» del 40%. I «servizi igiene e pulizia» del 38%. I «servizi di guardaroba» del 43%. Le «spese di missione» del personale del 57,5%. Per non dire delle impennate più stupefacenti: mentre destra e sinistra, dalla Lega a Rifondazione, ammettevano che andava chiusa la stagione delle autoblù, la voce «noleggio di automezzi» ha visto una impennata da 28 a 140 milioni di euro. Pari a un aumento reale del 357%.

 

Direte: forse usano macchine a nolo per risparmiare sulla più costosa gestione di auto e autisti interni. Può darsi: la voce non è facilmente individuabile. Ma certo se a Montecitorio va come a Palazzo Madama, l’obiezione non regge. Negli ultimi cinque anni, infatti, la spesa per il noleggio di veicoli al Senato si è impennata del 36% oltre l’inflazione mentre, in parallelo, il costo della «gestione autoparco» (da 116 a 220 mila euro) veniva quasi raddoppiato e contemporaneamente erano più che raddoppiati (più 122%) gli «acquisti di autoveicoli». E allora, come la mettiamo? E cosa sono mai i «compensi per prestazioni di carattere professionale» passati da un milione e 291 mila euro a quasi tre milioni? E come si possono spendere 35 mila euro di «tessere di riconoscimento», cioè quasi 25 mila più che nel 2001? E come possono aumentare rispettivamente del 33% e del 90%, sempre al di là dell’inflazione, le spese per «arredi e tappezzerie» e della «rilegatura di libri e periodici»?

 

Le voci più interessanti, però, sono quelle che riguardano il personale. Non ci era stato spiegato, cinque anni fa nel 2001, che gli organici erano troppo gonfi e occorreva avviare una sana politica di riduzione degli addetti? Bene:

 

I dipendenti della Camera (112 mila euro di stipendio medio: 26 mila più del presidente del Consiglio, dopo il taglio di qualche giorno fa) sono passati nel 2006 a 1.897 da 1.757 del 2001: 140 in più, per un costo di oltre 212 milioni di euro di buste paga.

I dipendenti del Senato, (118 mila euro di stipendio medio: 32 mila più del presidente del Consiglio, dopo il taglio di qualche giorno fa) sono passati nel 2006 a 1.096 da 871: 225 in più, per un costo di oltre 129.3 milioni di euro di buste paga. Di cui 358 commessi, benedetti non solo da un nome più chic («assistenti parlamentari») ma anche da uno stipendio medio di 115.419 euro. A prova di vacche magre. Dice l’Istat che in questi anni gli stipendi dei lavoratori dell’industria sono cresciuti del 2,5% rispetto all’inflazione e quelli dei dipendenti del terziario dello 0,6. Agli «assistenti» è andata meglio: ci hanno guadagnato quasi il 10%. Averne, di anni di crisi come questi. Erano talmente tanti allo scoppio della crisi della prima Repubblica da essere drasticamente ridotti, tra il 1992 e il 2001, da 1.028 a 871. C’erano voluti nove anni per tagliarne 157, ne sono bastati cinque per assumerne 225. E salire al record: 1.096.

 

 

 

 

 

 

 

Partiti italiani? I più cari d’Europa – Campagne elettorali sempre più dispendiose – Ogni anno 200 milioni di fondi pubblici, più delle presidenziali Usa

 

PAOLO BARONI

 

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I partiti ogni anno si intascano oltre 200 milioni di euro di rimborsi elettorali (4 euro ogni voto ricevuto per i 5 anni di legislatura, totale 1 miliardo), contro gli 80 scarsi dei francesi ed i 133 di tetto massimo dei tedeschi o i 155 milioni di euro di una campagna per le presidenziali Usa, ma a loro i soldi ancora non bastano. In Senato sono cinque le proposte di legge che battono cassa, una alla Camera. E altre ne arriveranno a breve.

 

I tagliatori  

 

Rari i casi in cui si propone un taglio delle elargizioni (lo fanno solo Valdo Spini ed i Radicali), quasi tutti cercano di introdurre nuovi sistemi di calcolo, nuove forme di finanziamento.

 

Alla Camera due proposte di legge puntano invece ad un deciso taglio: sono quella che stanno preparando i Radicali Turco e D’Elia e quella siglata da Valdo Spini. Che propone di calcolare i contributi elettorali non è più in base al numero degli scritti alle liste per la Camera, ovvero la platea più vasta che si potrebbe individuare, ma su quella dei voti validi espressi nelle differenti tornate elettorali, mentre per passare all’incasso occorre che i partiti siano riusciti ad eleggere almeno un senatore e due deputati alla Camera, la Parlamento europeo o in un Consiglio regionale. E comunque Spini prevede che dal 1° gennaio 2008 tutti i contributi per i rimborsi elettorali vengano comunque ridotti della metà. Anche Maurizio Turco e Sergio D’Elia propongono un bel giro di vite e col pdl che presenteranno a breve propongono l’abolizione dell?attuale sistema dei rimborsi obbligando le forze politiche a documentare le spese effettivamente sostenute. Altrimenti, niente soldi.

 

 

 

 

 

 

 

La giungla dei privilegi

 


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Stipendi folli, auto blu, biglietti gratis, poltrone assicurate, bonus faraonici. Dai politici ai manager, dai religiosi ai sindacalisti, tutti i benefici-scandalo. Che gli italiani vedono crescere sempre di più.

 

Ancora di più. Le caste dei diritti acquisiti non si arrendono e continuano a fare incetta di nuovi privilegi. C’è chi si muove personalmente, con modi tra il piratesco e l’autoritario. E chi marcia compatto nei ranghi delle corporazioni, unica istituzione che sopravvive allo sfascio di partiti e pubblica moralità. Ma tutti puntano a un solo obiettivo: ritagliarsi quell’orticello di vantaggi protetti, svincolati da meriti e risultati. Un po’ per interesse, spinti dalla brama di guadagni sicuri; un po’ per la voglia di emergere ostentando status symbol come l’auto blu; un po’ per una mai sopita vocazione da hidalgo che fa sentire superiori ai comuni mortali e all’obbligo di pagare biglietti. Certo: il vizio è atavico. Ed è sopravvissuto a ogni rivoluzione egualitaria, a ogni processo di razionalizzazione, a ogni ondata di modernità e moralità: particolarismo, egoismo e protezionismo; la sacra trinità di una passione italica immortale. Che nessuna crisi e nessuna stretta riesce a sconfiggere.

 

In generale, il disgusto per questa corsa al tesserino e al piedistallo lascia spazio a una grande rassegnazione. No, la speranza non viene né dai politici, né dai sindacati, percepiti anzi come alfieri del beneficio garantito: c’è il sogno della rivolta di base, animata dalle associazioni dei cittadini (31 per cento) e magari mobilitata da un ruolo più pungente dei mass media (28). Perché il privilegio si allarga e contagia nuove categorie, tutte avide di ritagliarsi una fettina di onnipotenza. Pubblico, privato; laici e cattolici; guardie e ladri; tutti uniti nel difendere la loro isoletta dorata.

 

 

 

Anzi, come dimostra il sondaggio Swg realizzato per conto de ‘L’espresso’, la maggioranza degli italiani è convinta che il fronte dei ‘lei non sa chi sono io’ stia costantemente crescendo. E non si illude di sconfiggerli: per la metà degli intervistati nessuno può far arretrare i sistemisti del benefit a spese altrui. Solo un terzo ritiene che il premier Romano Prodi possa scendere in campo con successo contro il dilagare dei cavalieri dell’indennità facile e ancora meno (il 14 per cento) ripone fiducia nelle capacità del suo predecessore Silvio Berlusconi: insomma, per il 49 per cento entrambi sono impotenti.

 

 

 

Hit parade che oggi restano molto convenzionali:

 

Al primo posto tra i benefici che provocano irritazione ci sono gli stipendi dei politici: detestati dall’83 per cento degli italiani, con una quota che sale fino al 94 tra gli elettori del centrodestra e scende all’80 tra quelli dell’Unione;

Seguono le paghe dei manager pubblici, da sempre sospettati di inefficenza e lottizzazione, invisi al 73 per cento del campione;

i vantaggi diretti, la Bengodi delle auto di servizio, dei passaggi gratis in aereo e dei pranzi a auf di cui approfittano tante categorie tra il pubblico e il privato: il 72 per cento li vorrebbe cancellare;

i posti prioritari da nepotista dei figli dei boiardi-baroni che assieme alle università colonizzano anche il futuro del Paese;

l’ondata di baby pensionati nelle amministrazioni statali ha creato una massa di invidia e malcontento consolidati nel 58 per cento;

le ferie lunghe che vengono attribuite a insegnanti e magistrati, il segno di una scarsa considerazione nella produttività delle due categorie.

Quello che invece finisce nel conto di manager privati non sorprende più di tanto e non sembra scatenare sentimenti particolarmente negativi

 

Intanto però il bestiario si arricchisce di nuove figure:

 

di speculatori squattrinati che vivono da nababbi sulle spalle del risparmiatore. Ne studiano tante e così velocemente da spiazzare la popolazione. Perché le indennità record dei parlamentari, le lunghe vacanze di molti magistrati, i posti prioritari dei figli di boiardi sono vantaggi che tutti comprendono e tutti indignano. Mentre il top manager che con un investimento minimo sale al timone di una holding quotata a piazza Affari e si riempie le tasche di stock option riesce a sottrarsi all’ira delle masse. Come fa? Sfrutta l’ignoranza e la diffidenza per la Borsa: il sondaggio realizzato da ‘L’espresso’ dimostra che quattro italiani su dieci non sanno cosa siano le stock option e quindi non le vivono come un privilegio. Forse se si rendessero conto che con questo escamotage finanziario una pattuglia di capitani d’industria porta a casa milioni di euro extra, allora rivedrebbero le loro hit parade; di procacciatori di prebende federaliste che proliferano nelle regioni.

 

Gli stipendi dei politici e le Camere a cinque stelle

 

Stipendi smisurati e una vita spesata, questo è il bello del rappresentare i cittadini. Forse troppo, tanto che, come dimostra il sondaggio Swg per ‘L’espresso’, gli italiani sarebbero felici di limare questo montepremi. Già, perché deputati e senatori incassano ogni mese più di 14 mila euro tra indennità, diaria e rimborsi vari. Allo stipendio di 5 mila e 500 euro bisogna aggiungere il rimborso di 4 mila euro per il soggiorno a Roma e altre 4 mila e 200 euro per ‘le spese inerenti il rapporto tra il deputato e l’elettore’ ( Al Senato questa voce ‘le spese inerenti il rapporto tra il deputato e l’elettore’ è aumentata di circa 500 euro al mese cosi’ arriva a 4 mila e 700 euro).

 

Il capitolo trasporti, telefono e computer portatile del parlamentare

 

Il parlamentare si muove come l’aria nel territorio nazionale. Infila la porta del telepass in autostrada senza ricevere nessun estratto conto, al check-in prende posto in business senza mettere mano al portafoglio e all’imbarco del traghetto non fa fila né biglietto. E i taxi? Niente paura. È previsto un rimborso trimestrale pari a 3 mila e 323 euro  al netto ( 1.107,9 euro mensile) per il deputato che deve percorrere fino a 100 km per raggiungere l’aeroporto più vicino al luogo di residenza. Mentre per i deputati che abitano a più di cento chilometri dall’aeroporto più vicino, il rimborso sale a 3.995,10 euro (  1.331,7 euro mensile).

 

L’angelo custode del bonus non abbandona il parlamentare nemmeno quando varca i confini nazionali per ‘ragioni di studio o connesse alla sua attività’: gli spettano fino a 3.100 euro all’anno (  258,33 euro mensile). Per avere un’idea del costo degli ‘onorevoli viaggi’ basti un dato: i soli deputati nel 2005 alla collettività sono costati per i soli viaggi 40 milioni.

 

Non paga nemmeno il telefono, fisso o mobile, fino a una bolletta massima  annua di 3.098 euro. (  258,22 euro mensile).

 

E ha diritto a un computer portatile e alla fine della legislatura (per tutelare la riservatezza dei dati) può tenerselo.

 

Il  trattamento pensionistico e la liquidazione del parlamentare

 

 

 

La liquidazione parlamentare, poi, non è meno regale, non quindi al compimento dei 65 anni, ma subito in unica soluzione, e’ l’equivalente del Tfr: 80 per cento dell’importo mensile lordo dell’indennità moltiplicato per gli anni della legislatura, ossia minimo 35 mila euro (  46.812 euro al netto, e’ esattamente la somma che si ricava dalla regola per la quale al termine del mandato parlamentare, il deputato riceve l’Assegno di fine mandato, in unica soluzione, che e’ pari all’80 per cento  (9.362,4  euro ) dell’importo mensile lordo dell’indennità  (11.703,64  euro ) x per ogni anno di mandato effettivo (o frazione non inferiore ai sei mesi), cioe’ normalmente x 5 anni.

 

 

 

Di tutti i privilegi, però quello che costa di più è il dopo. Ossia il trattamento pensionistico. Deputati e senatori, anche se in carica per una sola legislatura, maturano il diritto a una pensione straordinaria. Si chiama vitalizio e dovrebbe maturare al compimento dell’età di 65 anni. In realtà, se ha fatto più legislature il deputato, come un lavoratore usurato, può andare in pensione a 60 anni (che scendono a 50 per quelli delle precedenti legislature). Il vitalizio varia da un minimo del 25 per cento (2.925 euro) dell’importo mensile dell’indennità (11.703,64  euro lordo ) per chi ha versato solo i canonici cinque anni di contributi della singola legislatura. Ma arriva fino a un massimo dell’80/85 per cento (9.362 euro lordo) dell’indennità per chi ha più legislature alle spalle. Comunque, per maturare il diritto alla pensione non è necessario restare in carica cinque anni. In passato bastavano pochi giorni. Ora ci vogliono due anni, sei mesi e un giorno. E gli eletti dal popolo contano doppio: possono sommare la pensione dovuta per la loro attività professionale a quella ottenuta per rappresentare i cittadini.

 

Ottimi Consiglieri

 

Lo stipendio di consigliere regionale è circa 7 mila euro netti al mese.
Evviva il federalismo, evviva le regioni: ogni capoluogo si sente capitale, ogni assemblea vuole imitare Montecitorio.

 


Ma che bel mestiere fare il consigliere: Lombardia, Lazio, Abruzzo, Emilia Romagna, Calabria gli elargiscono il 65 per cento ( 7.606,9 euro lordi al mese ) dell’Indennità mensile riconosciuta al deputato ( 11.703 euro lordi al mese ).

 

E più si sentono autonomi, più si premiano. I sardi, infatti portano a casa l’80 per cento  ( 9.362,4 euro lordi al mese ) dell’indennità nazionale. A  cui vanno aggiunte tutte le voci previste alla Camera: la diaria, i rimborsi, la segreteria. A conti fatti si superano i 10 mila euro. E non è finita qui. I consiglieri isolani hanno inventato anche i fondi per i gruppi: 2 mila e 500 euro per ogni consigliere più altri 5 mila al gruppo di almeno cinque persone. Inoltre, quando sono a Roma, hanno diritto a un auto blu con autista. In passato la Sardegna si distingueva anche per le sue generose buonuscite: 117 mila euro per consigliere. La chiamavano ‘indennità di reinserimento’, come si fa con i tossici usciti da San Patrignano. Ora è stata ridotta a 48 mila euro, speriamo che non ricadano nel vizio.

Quella del reinserimento è una moda diffusa. Il Molise ha appena varato un sostanzioso “premio di reinserimento nelle proprie attività di lavoro” a tutti i consiglieri trombati o non ricandidati: così l’onorevole Aldo Patricello dell’Udc, dimessosi per diventare europarlamentare, si prende più di 72.700 euro ed è primo della speciale classifica, al pari dei diessini Nicolino D’Ascanio (attuale presidente della Provincia di Campobasso) e Antonio D’Ambrosio e a Italo Di Sabato di Rifondazione.

 

Ai privilegi infatti ci si affeziona. L’ex governatore pugliese Raffaele Fitto di Forza Italia aveva ottenuto l’auto blu per alleviare i primi cinque anni senza carica. La delibera è stata cambiata dopo le contestazioni, ma la giunta di sinistra non si è dimenticata degli ex: le pensioni sono state ritoccate. Al rialzo. Perché in Puglia il benefit è ecumenico: anche alcune delle 19 Lancia Thesis noleggiate dalla Regione sono a disposizione dei 12 assessori uscenti.

 

Le strade del bonus sono infinite.

 

Un’altra veste giuridica per coprire l’ennesima erogazione va sotto il nome di indennità di funzione per i vertici di giunte e commissioni su misura. Per questo ogni giorno ne nasce una nuova. La Campania deteneva il record nazionale: l’anno scorso le commissioni erano 18. Ognuno dei presidenti intasca 1.650 euro in più al mese, oltre allo stipendio di consigliere regionale (circa 7 mila euro netti al mese).

 

Poi ci sono le spese di rappresentanza (in media 400 euro mensili) e quelle per il personale distaccato (9.550 euro al mese per un massimo di sei dipendenti a organismo): totale, 180 mila euro. La settimana scorsa, dopo un’ondata di indignazione, la Regione  Campania ne ha abrogate sei. Ma dal 2000 al 2005 le indennità dei consiglieri sono passate da 18 milioni a 30 milioni di euro all’anno mentre i benefit sono saliti da 18 a 30 milioni. Nella regione dell’emergenza perenne quei fondi potevano trovare impiego migliore.

 

Vizi privati

 

 

 

I bilanci aziendali grondano utili e il titolo vola in Borsa? Complimenti ai manager: si meritano un bell’aumento di stipendio. Profitti in calo e quotazioni in ribasso? La musica non cambia: i compensi di amministratori delegati e direttori generali crescono comunque. In Italia, quasi sempre, funziona così. Le retribuzioni dei massimi dirigenti delle società quotate in Borsa si muovono a senso unico: verso l’alto. Stock option, bonus o incentivi vari corrono a gran velocità se l’azienda fa faville. In caso contrario aumentano più lentamente, ma aumentano comunque. Prendiamo l’esempio di Mediaset. L’anno scorso il titolo ha perso lo 0,3 per cento e gli utili sono aumentati del 9 per cento. Difficile definirla una performance brillante. Eppure il presidente Fedele Confalonieri ha visto raddoppiare il suo compenso a 4,7 milioni grazie anche a un bonus di 2 milioni. Telecom Italia, che ha chiuso l’ultimo esercizio con utili di gruppo in aumento del 77 per cento, ha invece deluso in Borsa con un calo del 17,6 per cento tra gennaio e dicembre del 2005. Insomma, per i soci c’è poco da festeggiare, ma i compensi del presidente (dimissionario dal 15 settembre scorso) Marco Tronchetti Provera sono comunque aumentati del 66 per cento: da 3,1 a 5,2 milioni.

 

Se non bastassero premi e incentivi vari, i manager italiani sono riusciti a cavalcare alla grande anche il gran rialzo di Borsa che dura ormai da quasi tre anni. Come? Grazie alle stock option, cioè le azioni a prezzi di favore assegnate ai manager come forma di retribuzione. Con la riforma fiscale varata dal governo in piena estate questo strumento è diventato molto meno conveniente per i dirigenti, obbligati a inserire nella dichiarazione dei redditi i guadagni derivanti dall’esercizio delle opzioni. Nel frattempo, però, qualcuno era già passato alla cassa. Ai primi posti nella speciale classifica dei super compensi da stock option troviamo così un paio di banchieri protagonisti di grandi operazioni societarie varate in questi mesi. Corrado Passera di Banca Intesa, prossima sposa di Sanpaolo Imi, ha guadagnato 9,9 milioni e poi li ha reinvestiti in titoli del suo istituto. Scelta quanto mai azzeccata, visto che dall’inizio del 2006 le quotazioni di Banca Intesa sono cresciute del 25 per cento. Anche Giampiero Auletta Armenise numero uno di Bpu (Banche Popolari Unite) si prepara alla prossima fusione con Banca Lombarda forte di un guadagno extra di 7,5 milioni realizzato nel 2005 grazie alle sue stock option.

 

Il gran rialzo del listino azionario ha finito per creare anche un altro gruppo di privilegiati. Banchieri, avvocati, consulenti d’immagine e pubblicitari: sono loro i veri vincitori della grande lotteria delle matricole di Borsa. Una febbre da quotazione che ha portato sul listino una ventina di nuove società negli ultimi mesi, coinvolgendo migliaia e migliaia di risparmiatori. Solo che gli investitori si sono presi il rischio di bidoni e ribassi. I banchieri invece guadagnano comunque. Come è puntualmente successo anche per lo sbarco in Borsa della Saras, l’azienda petrolifera della famiglia Moratti. L’operazione ha fruttato circa 2 miliardi alla famiglia di industriali milanesi. Ai risparmiatori è andata molto peggio, visto che in meno di sei mesi dalla quotazione il titolo ha perso quasi il 30 per cento. Un disastro, ma i banchieri del consorzio di collocamento guidato dalla banca d’affari americana Jp Morgan, affiancata da Caboto (Banca Intesa), hanno comunque incassato la loro provvigione: quasi 40 milioni di euro. A cui vanno aggiunti altri 12 milioni da dividere tra consulenti legali, d’immagine e altri ancora. Mica male per un flop.

 

Servizi extra

 

Il 16 dicembre, quando lasceranno i vertici dell’intelligence, avranno già distrutto molti segreti. Qualche carta, invece, la porteranno con sé a futura memoria. Niente di strano: funziona così in tutto il mondo. Emilio Del Mese, Nicolò Pollari e Mario Mori stanno facendo le valigie e si preparano al passaggio di consegne con i loro successori. Ma i conteggi della loro pensione, con relativa buonuscita, sono già pronti. Così, secondo quanto risulta a ‘L’espresso’, ai tre illustri pensionandi il governo avrebbe riconosciuto una liquidazione che sfiora quota un milione e 800 mila euro. Una somma che forse farà alzare qualche sopracciglio, ma che sarà certamente stata costruita nel pieno rispetto di leggi e contratti e che, in ogni caso, riguarda tre persone che hanno servito lo Stato ad alto livello per oltre 40 anni. Più anomala l’entità della pensione: ogni mese 31 mila euro lordi. A questo importo-monstre si è arrivati cumulando lo stipendio con l’indennità di funzione, che nei servizi chiamano ‘indennità di silenzio’. Chi presta servizio al Sisde o al Sismi, infatti, di solito guadagna il doppio rispetto al parigrado che è rimasto in divisa. E l’avanzamento nei servizi è molto discrezionale e rapido. Quando la barba finta va in pensione, però, non si porta dietro quella ricca indennità: il privilegio dei privilegi riconosciuto solo ai capi. Per il resto, chi fa il militare o il poliziotto, di privilegi veri ne ha pochi. Gli stipendi sono bassi e spesso poco rispettosi dell’alto grado di rischio o di stress. Con il tesserino si può viaggiare gratis sui mezzi pubblici e, spesso, godersi gratis la partita di calcio. Ma definirli privilegi sarebbe un po’ ardito.

 

La via Nazionale

 

Non ci sono più gli affitti agevolati negli immobili di proprietà della banca. Né il caro-legna, un sussidio alle spese per il riscaldamento, o la speciale indennità per gli autisti della sede di Venezia, che guidano il motoscafo invece dell’auto blu. Così come sono un ricordo del passato gli straordinari benefici pensionistici di quando si poteva andare a casa con 20 anni di servizio e un assegno che restava ancorato alle retribuzioni. Anche nell’era di Mario Draghi la Banca d’Italia continua però a dispensare un trattamento ultra-privilegiato ai suoi dipendenti. Basta pensare che gli stipendi dei magnifici quattro del Direttorio di palazzo Koch (il governatore, il direttore generale e i due vice) sono segreti. Scavando un po’ si può scoprire che oggi i funzionari generali hanno un lordo annuo di 110 mila euro. Gli oltre 200 direttori di filiale stanno a quota 64 mila; i funzionari di prima a 49 mila e 200. Ma allo stipendio-base si aggiunge una giungla di altre voci che arrotonda la cifra finale. Siccome lavorare stanca, c’è per esempio uno stravagante premio di presenza: chi va in ufficio per almeno 241 giorni in un anno si porta a casa una sorta di quattordicesima: il premio Stachanov. A dicembre c’è la cosiddetta gratifica di bilancio: vale circa 35 mila euro per i funzionari generali; 18 mila per i direttori e oltre 6 mila per i funzionari. Siccome poi la banca ha un suo decoro, i più alti in grado incassano anche un’indennità di rappresentanza, una specie di buono-sarto, che è semestrale, forse per rispettare il cambio di stagione: poco meno di 8.500 euro per i funzionari generali; 4 mila per i direttori; 1.200 per i funzionari.

 

Onorati baroni

 

In teoria i professori universitari non dovrebbero godere di chissà quali privilegi, ma in realtà la loro posizione è unica. Perché da noi i controlli di produttività non esistono e una volta conquistata la cattedra i prof restano incollati ritardando pure la pensione. Per arrivare sulla poltrona, poi, fanno di tutto; ma nell’immaginario collettivo e negli atti di parecchie indagini penali domina la catena del nipotismo. Si ereditano posti da ordinario o li si scambia, creando intrecci o addirittura facendo nascere nuove facoltà per gemmazione. La summa del ‘tengo famiglia’ viene registrata a Bari dove nell’ateneo prosperano tre clan principali: uno vanta ben otto parenti-docenti, gli altri due si attestano a sei. Insomma, l’ateneo è cosa nostra. Il discorso non cambia quando in cattedra sale il medico, che di sicuro dovrà rispondere della sua produttività clinica, ma che rappresenta anche la vetta di una categoria molto corteggiata. Soprattutto dalle case farmaceutiche, prodighe di viaggi per convegni e presentazioni di mirabolanti macchinari: prodotti che poi vengono pagati dalle Asl. Una casta sono sempre stati considerati anche i giornalisti, soprattutto quelli stipendiati per far poco o imbucati in qualche meandro della tv di Stato. Il tesserino rosso, in realtà, si è molto scolorito. Gli sconti delle Fs non sono più automatici, ma richiedono l’acquisto di card annuali (60 euro per avere il 10 per cento in meno sui treni), Alitalia e Airone invece tagliano del 25 per cento i biglietti a prezzo intero. L’unico vero privilegio è l’ingresso gratuito nei musei statali e in numerose gallerie comunali. È chiaro che le eccezioni non mancano. Alcune sono frutto di operazioni di public relation: viaggi, show, vetture in prova, riduzioni su acquisto di auto, sconti su alcuni noleggi. Altre sono concessioni ad personam, come i cadeaux natalizi.

 

Partecipazioni interessate

 

Un vero e proprio Carnevale di privilegi è stato per anni il contratto di lavoro dei dipendenti dell’Alitalia. In un’azienda dove la definizione di giorno di riposo sembrava scritta da Totò & Peppino (“Deve avere una durata di almeno 34 ore”) e dove i dirigenti riuscivano a farsi infilare nella mazzetta dei giornali i fumetti di Topolino per (si spera) i pupi di casa, alla fine i soldi sono davvero finiti. I piloti hanno così perso via via dei benefit, come il buono-sarto per farsi confezionare la divisa su misura, il diritto all’autista da casa all’aeroporto, o la cosiddetta indennità Bin Laden, istituita dopo l’11 settembre 2001 sulle tratte mediorientali. Sono rimasti, però, i ricchi sconti al personale sui voli: i dipendenti (e i pensionati) hanno diritto ad acquistare (anche per figli e coniugi o conviventi) i biglietti con una riduzione del 90 per cento sulla tariffa piena se rinunciano al diritto di prenotazione. Altro capolavoro di sindacalismo all’italiana è il contratto dei ferrovieri. Quando un macchinista guida un treno da solo come in tutto il resto del mondo, invece che in coppia secondo la procedura made in Fs, ha diritto a incamerare anche la paga del compagno assente. Tutti i dipendenti dispongono inoltre di una carta di libera circolazione, che consente di viaggiare gratis (con coniugi e figli) su treni regionali, interregionali e Intercity.

 

Carriere insindacabili

 

Sono decine di migliaia alla Cisl. Altrettanti alla Cgil. Un po’ meno alla Uil. Nel complesso, si parla di ben 200 mila persone a fronte di oltre 10 milioni di iscritti: un folto esercito comunque di distaccati, delegati, quadri e dirigenti che mantengono saldi nelle proprie mani privilegi e facilitazioni che riguardano soprattutto la possibilità di contrattare direttamente condizioni preferenziali con le controparti; di sedere nei consigli di amministrazione di enti e banche e assicurazioni; di gestire le attività legali, assistenziali e fiscali tramite patronati e sportelli di servizio; di curare un patrimonio immobiliare di non poco conto. Privilegi e facilitazioni che, in particolare, partono dalla fine della carriera. E soprattutto dalla garanzia di arrivare all’età pensionabile con un buon livello economico. In tempi di incertezze previdenziali, infatti, i sindacalisti si trovano in una botte di ferro. Prima la legge Mosca del ’74 e poi un provvedimento approvato dall’Ulivo nel ’96 (e promosso dall’ex ministro del Lavoro, Tiziano Treu, uomo di area Cisl) prevedono una contribuzione che vale doppia e la possibilità di beneficiare di un ulteriore versamento da parte del sindacato. Inoltre, nello statuto dei lavoratori è previsto che ai dipendenti in aspettativa per lo svolgimento di incarichi sindacali vengano riconosciuti e versati contributi figurativi a carico dell’Inps, che sono calcolati sulla base dello stipendio che non viene più versato dall’azienda o dell’ente di provenienza. Stessa situazione viene riconosciuta ai sindacalisti che usufruiscono del regime di distacco per attività sindacale e che percepiscono lo stipendio di un’azienda privata o di un ente pubblico anche se lavorano a tempo pieno solo per il sindacato. Secondo alcuni dati, sono diverse migliaia di persone a godere di questo regime speciale di doppia contribuzione. Tra distacchi, diarie e rimborsi, un sindacalista di medio profilo porta a casa circa 2.500 euro al mese, ma per i dirigenti la retribuzione supera i 5 mila.

 

 

 

Gli stipendi crescono. Ma solo per i politici

 

http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=155774

 

di Giuseppe Salvaggiulo

 

sabato 10 febbraio 2007, 07:00

 

 

 

A qualcuno le buste paga di gennaio non sono andate di traverso. Mentre i contribuenti pagano la stretta fiscale del governo, c’è chi ci guadagna. Si tratta dei 945 parlamentari della Repubblica, dei 1.200 consiglieri e assessori regionali, delle migliaia di ex parlamentari ed ex consiglieri. I quali, inflessibili nel predicare rigore e sacrifici, ora si godono stipendi e vitalizi più alti. Il beneficio è variabile: per i parlamentari circa 6mila euro all’anno, per i consiglieri un po’ meno. Costo totale: decine di milioni.

 

L’aumento non è stato deliberato con una legge, altrimenti il Parlamento sarebbe stato preso d’assalto dai cittadini infuriati. Dunque non se ne trova traccia negli atti normativi. L’hanno fatto scattare in silenzio, grazie a un meccanismo bizantino e diabolico. Una specie di catena di Sant’Antonio: per ricostruirla, bisogna andare a ritroso fino a una legge del ’65. Secondo questa norma, lo stipendio dei parlamentari è agganciato a quello dei magistrati. E lo stipendio dei consiglieri regionali è agganciato a quello dei parlamentari. Dunque se tocchi uno, tocchi tutti. Stessa regola per i vitalizi. Poi la legge (un’altra) prevede adeguamenti triennali delle retribuzioni dei magistrati. Chi li decide? Che domande, governo e Parlamento. Il cerchio si chiude e tutti – loro, magistrati e politici – ci guadagnano.

 

È proprio quello che è accaduto in questi mesi. Da un lato il governo varava il salasso fiscale, dall’altro attribuiva ai magistrati l’aumento di stipendio di cui hanno beneficiato a cascata anche i politici. E per di più in modo retroattivo, poiché l’adeguamento scatta dal 1° gennaio 2006. Vanificando, tra l’altro, il taglio delle indennità del 10% imposto a fine 2005 dall’ultima Finanziaria del governo Berlusconi. Prima, sia pur parziale, misura concreta di contenimento dei costi della politica. Cancellata nel breve volgere di un anno. Scandalo? Macché. Non una voce si è levata. Né a sinistra, né a destra, né al centro.

 

A fine dicembre la Camera e il Senato hanno aggiornato le tabelle retributive dei parlamentari. E poi hanno informato le Regioni della buona novella, invitandole a fare altrettanto per i consiglieri. Così, da nord a sud, migliaia di politici (in carriera e in pensione) hanno visto gonfiarsi improvvisamente stipendi e pensioni.

 

La novità ha costretto le Regioni che avevano già approvato il bilancio per il 2007 a correre ai ripari. È il caso dell’Abruzzo, dove la giunta di centrosinistra in questi giorni prova a reperire 900mila euro per gli aumenti di stipendio dei consiglieri, dopo aver alzato le aliquote di Irpef e Irap.

 

Contraddizione insostenibile, che ha fatto scattare lo scaricabarile: i consiglieri regionali, anziché provvedere direttamente a bloccare l’aumento, hanno votato una risoluzione bipartisan «che impegna i parlamentari eletti in Abruzzo ad intraprendere o sostenere iniziative per ridurre il costo della politica e tra cui l’indennità di carica dei consiglieri regionali». In altre parole «una presa per il culo», come l’ha definita l’Italia dei Valori, che non l’ha votata con due dissidenti di An e Forza Italia.

 

Paradossale anche il caso del Lazio. Il governatore Piero Marrazzo aveva sbandierato una riduzione del 10% dell’indennità dei consiglieri come dimostrazione di «rigore e risanamento». Peccato che il taglio incida solo su una voce dello stipendio e si aggiri sui 50 euro. Di gran lunga meno dell’aumento automatico.

 

Risultato: lo stipendio dei consiglieri è il più alto degli ultimi due anni e il capogruppo di An Antonio Cicchetti accusa: «È un gioco di prestigio degno di Mago Zurlì».

 

 

L’isola del tesoro

In Sicilia la Regione paga un’armata di 2.200 dirigenti con compensi annui che possono variare dai 50 mila sino ai 200 mila euro

(30 novembre 2006)

 

http://espresso.repubblica.it/

 

 

In Sicilia la Regione paga un’armata di 2.200 dirigenti. E riserva ai politici stipendi e benefit da sogno. In cima alla lista dei privilegi ‘made in Sicily’ c’è il nome di Felice Crosta. Dirigente delle Regione in pensione, è stato chiamato dal governatore Totò Cuffaro alla guida dell’agenzia regionale per l’Acqua e i Rifiuti. La sua indennità annua ammonta a più di 567 mila euro.

 

In pratica più di 1.500 euro al giorno. È seguito a ruota da Patrizia Bitetti, sulle cui spalle poggia il peso della sanità siciliana. Per tentare di far quadrare i conti della salute (a giudicare dal deficit di un miliardo, andrebbe escluso che sia riuscita ad assolvere il suo compito), il compenso previsto arriva quasi al mezzo milione. Al loro livello si colloca anche la retribuzione di Gabriella Palocci, capo dipartimento della Programmazione. Sono loro, tutti e tre dirigenti ‘esterni’ e quindi liberi di contrattare il loro onorario, la punta apicale di una macchina regionale da 16 mila dipendenti. Duemila e 200 di loro hanno la qualifica di dirigente con compensi annui che possono variare dai 50 mila euro sino ai 200 mila assegnati ai responsabili dei 32 dipartimenti dell’amministrazione regionale.

 

L’area dirigenziale della Regione siciliana è un’idrovora che costa ai contribuenti 162 milioni di euro l’anno: per capire, la Lombardia spende poco meno di 19 milioni. Ma di privilegi si può parlare anche per i 90 inquilini di Palazzo dei Normanni, la sede del parlamento siciliano. In nome dell’Autonomia – l’assemblea regionale è nei fatti equiparata al Senato – i consiglieri possono fregiarsi del titolo di deputato. L’Ars costa quasi 400 mila euro al giorno, nonostante una paralisi legislativa che ha prodotto una stasi di nove mesi. Ogni deputato percepisce uno stipendio annuo di 145 mila euro. A questa somma vanno aggiunti alcuni benefit: viaggi e trasferte contribuiscono a far lievitare il costo della politica in Sicilia per quasi 3 milioni, mentre sono 5 i milioni a disposizione dei deputati per ‘studio, ricerca, consulenza e documentazione’. E siccome ogni deputato vuole i suoi privilegi (auto blu, come minimo), uno dei primi atti di questa quattordicesima legislatura regionale ha assicurato ulteriori prebende per tutti. Così, le poltrone delle commissioni parlamentari sono aumentate da 13 a 15. E sei commissioni per 15 commissari fa 90, guarda caso il numero esatto dei deputati. I diritti dei deputati non si esauriscono con il finire del mandato: 19 milioni vanno in vitalizi. E per i trombati? Mamma Regione quasi sempre non li dimentica. Come nel caso di Alberto Acierno, fedelissimo di Gianfranco Miccichè (ex viceministro oggi presidente dell’Assemblea regionale). Acierno è stato deputato nazionale e regionale. Per non intralciare la corsa di Miccichè gli è stato chiesto di non candidarsi all’Ars. Sacrificio ben ricompensato: oggi Acierno dirige la Fondazione Federico II, braccio operativo delle attività culturali del parlamento siciliano. Ma un’agenzia non si nega a nessun ex: c’è una poltrona per tutti, destra e sinistra, con una pioggia di gettoni di presenza.

 

Magari la si crea apposta: come si sospetta nel caso dell’agenzia per le Politiche mediterranee: affidata a Fabio Granata, ex deputato di An e già presidente della commissione regionale antimafia.


Conti a quota stratosferica
Senza grazia e senza giustizia

 

Quando Silvio aveva le ali
di Francesco Bonazzi
e Gianluca Di Feo

 

Il primato di Berlusconi: 220 milioni di spese. La stretta di Prodi: jet solo per impegni istituzionali. E solo quando non siano disponibili voli di linea.
Regole che Mastella e Rutelli non hanno rispettato 

 

http://espresso.repubblica.it

 

 

 

 

 

AAA offresi due jet Falcon perfetti per voli vip. La prima mossa concreta per prendere le distanze dall’abuso di aerei di Stato arriverà nei prossimi giorni. La presidenza del Consiglio ha deciso di vendere due dei velivoli executive della flotta dei Servizi segreti. Da Palazzo Chigi è arrivato l’ordine di farla finita con le escursioni sugli aeroplani della Cai, la riservatissima compagnia degli 007 italiani che con i suoi Falcon ha segnato la storia parallela degli ultimi vent’anni: dalle missioni veramente segrete in Medio Oriente ai viaggi di piacere sotto copertura.

 

L’uso della flotta d’ora in poi sarà riservato al Sismi e al Sisde: vietato l’ingresso a bordo di ministri e sottosegretari in cerca di un passaggio dell’ultima ora. I politici avevano ipotecato più dell’80 per cento delle partenze top secret: per questo adesso due dei cinque jet sono stati dichiarati superflui e messi sul mercato. Il beneficio per le casse pubbliche sarà limitato: i bireattori prodotti dalla Dassault, anzianotti ma ancora ambiti come status symbol, permetteranno di raggranellare al massimo una decina di milioni.

 

Ma i risparmi per i mancati decolli a sbafo saranno consistenti. E soprattutto sarà significativo il segnale di austerity per i privilegiati del volo blu. Dopo la vicenda della gita al Gran Premio di Monza sull’Airbus presidenziale dei ministri Mastella e Rutelli, rivelata da “L’espresso”, il governo Prodi ha deciso di rendere ancora più severe le regole per l’imbarco dei politici sugli aerei di Stato. La squadriglia dei turboelica Piaggio P180, le “Ferrari dei cieli”, è stata restituita integralmente all’attività dell’Aeronautica militare: nel 2004 un quarto dei decolli erano destinati ad accontentare le pretese dell’esecutivo berlusconiano, con un andazzo proseguito fino alle elezioni.

 

Quanto alla flotta della presidenza del Consiglio, poi, i criteri per autorizzare le missioni sono diventati molto rigidi. Perché, ribadiscono da Palazzo Chigi smentendo molte delle argomentazioni invocate in questi giorni, non esistono “voli di sicurezza”: una cosa è la scorta garantita alle personalità a rischio, che viene fornita anche sugli aerei di linea o sui treni, altro sono le “ragioni istituzionali” che giustificano l’impiego degli Airbus o dei Falcon. Solo viaggi di alta rappresentanza, diretti verso sedi disagiate o condizionati da particolari appuntamenti di governo. Insomma, un’eccezione. Per tutto il resto bisogna muoversi come i normali cittadini.

 

Già il 13 settembre 2006, pochi mesi dopo l’insediamento del centrosinistra, la presidenza del Consiglio diffuse una dettagliata circolare. Con una premessa inequivocabile: “Il monitoraggio sistematico degli impieghi dei velivoli di Stato evidenzia il sostenuto andamento delle richieste di voli per le esigenze di ministri, viceministri e sottosegretari. Il fenomeno ha dimensioni tali da indurre, in assenza di correttivi urgenti e incisivi, a una grave crisi… L’andamento, se confermato, richiederebbe un consistente aumento della dotazione finanziaria incoerente con l’attuale quadro di finanza pubblica”.

 

Il documento esaminato da “L’espresso” parla poi degli “aggravi non di rado determinati da ritardi, ripensamenti o cambiamenti di programma” che mettono a dura prova l’Aeronautica “determinando un avvertibile stato di disagio degli operatori” alle prese con i capricci del politico di turno. Ed ecco le regole. Anzitutto chi ha diritto a salire: capo dello Stato, i presidenti delle Camere, il presidente della Consulta e gli ex presidenti della Repubblica. Ministri e delegazioni ufficiali possono farlo “ma solo in presenza di determinate condizioni”. Quali?”Inderogabili esigenze in connessione con l’esercizio di funzioni istituzionali”. Per le trasferte in Italia, però, bisogna documentare “l’indisponibilità di mezzi alternativi e di voli di linea compatibili anche se non strettamente coincidenti”. Criteri ancora più vincolanti sono previsti poi per i sottosegretari.

 

Il 30 maggio 2007 Palazzo Chigi ha diramato una seconda circolare ribadendo la necessità di fornire documentazione che dimostri “inderogabilità, urgenza, presenza di motivazioni istituzionali, mancanza di mezzi di trasporto alternativi”. Tutti devono presentare una relazione, chiamata con disprezzo “il compitino”, che in caso di contenzioso poi finisce sul tavolo del sottosegretario Enrico Micheli. Che, ironia della sorte, dopo la laurea fu assunto dall’Alitalia per fare il controllo di qualità sui primissimi aerei a reazione. I “compitini” bocciati non mancano: negli ultimi mesi sarebbero stati il 15 per cento. E ormai nessuno tenterebbe più di prenotare un Falcon sulla rotta Roma-Bruxelles o un Roma-Milano: il no sarebbe sicuro.

 

Alla luce di tanti scrupoli, viene da chiedersi quanto fosse legittima la gita domenicale al Gran Premio di Monza. Una questione che verrà esaminata anche dalla Corte dei conti, che ha aperto un’istruttoria sulla vicenda. Sia Clemente Mastella che Francesco Rutelli avevano domandato un volo di Stato. Il primo aveva ipotizzato un gruppo di cinque persone: assieme a lui il figlio, un collaboratore e due agenti di scorta. Sulla lista del vicepremier 12 nomi: tra loro la moglie Barbara Palombelli, almeno quattro uomini dello staff, tre agenti di scorta. Entrambi avevano indicato la partenza dall’aeroporto di Salerno-Pontecagnano, con arrivo a Linate. Entrambi si trovavano in Campania per motivi non istituzionali. Rutelli chiudeva la festa della Margherita; Mastella era a casa per “motivi di famiglia”.

 

Stando alla versione ufficiale, Palazzo Chigi avrebbe riconosciuto come istituzionale solo l’impegno del vicepremier, chiamato a premiare il vincitore della gara di Formula Uno, assegnandogli un aereo. Poiché la pista di Salerno-Pontecagnano è chiusa al traffico da mesi, la partenza è stata dirottata su Napoli. A quel punto, però, invece di destinare al compito un Falcon 900 – capienza di 14 posti, quindi sufficiente per la comitiva Rutelli – si è fatto partire da Ciampino il lussuoso Airbus 319 CJ presidenziale da 48 posti: quanto bastava per dare uno strappo in tutta comodità anche a Mastella & friends.

 

Al ritorno, poi, il Guardasigilli è rimasto in Lombardia mentre il figlio e il misterioso collaboratore sono stati fotografati da “L’espresso” mentre salivano a bordo. E al gruppo Rutelli si è aggiunto il coordinatore della Margherita Renzo Lusetti con il figlio, l’adolescente di spalle nelle foto: Lusetti ha spiegato di avere rinunciato ai biglietti già acquistati da Alitalia perché il ragazzo si era sentito male durante il Gran Premio. Anche nel suo caso, “solo un passaggio”. E i “voli di linea compatibili” invocati dalla circolare della presidenza del Consiglio? Air One e Alitalia li offrivano negli identici orari dell’Airbus presidenziale con prezzi da low cost. Ma l’alternativa non è stata presa in considerazione.

 

Nonostante questo, la gita domenicale del vicepremier e del guardasigilli è stata criticata da pochi esponenti della maggioranza (tra gli altri Diliberto, Brutti, Mussi) e da pochissimi dell’opposizione (Fini e Mussolini). Nelle stesse ore in cui Prodi usava l’Eurostar per il weekend, l’esecutivo è intervenuto con un comunicato in cui si qualificava come ufficiale il volo di Rutelli e si definiva “un passaggio” quello di Mastella. Compatta invece la difesa dei vertici delle Camere: una solidarietà che non sorprende, visto l’uso frequente dei Falcon ministeriali da parte di Bertinotti e Marini evidenziato anche nella “Casta” di Gianantonio Stella e Sergio Rizzo. Non sorprende nemmeno la telefonata affettuosa di Silvio Berlusconi a Mastella, sia per l’interesse politico, sia per la passione del Cavaliere per i voli blu.

 

Gli anni del centrodestra per le squadriglie di Stato sono stati logoranti. “Le limitate risorse di velivoli e di personale sono sottoposte ormai da lungo tempo a un carico di lavoro che non è ulteriormente sopportabile”, recita il documento di Palazzo Chigi del settembre 2006. Nel corso dei due anni precedenti 11 tra Falcon e Airbus più una decina di Piaggio 180 dell’Aeronautica hanno consumato i motori. C’erano poi i viaggi con i cinque Falcon della Cai, la compagnia degli 007. E come se non bastassero le flotte di Stato, si sono noleggiati pacchetti viaggio da Eurofly e dalla squadriglia vip dell’Eni. Infine si è persino ricorso eccezionalmente ai Piaggio in dotazione a Esercito, Protezione civile e Finanza.

 

La campagna elettorale del 2006 sarà ricordata come un incubo negli hangar di Ciampino, con tripli turni di piloti e tecnici per far fronte alle telefonate di Palazzo Chigi. Gettonatissima la rotta Roma-Olbia, per i frequenti soggiorni sardi del premier. È durante questi spostamenti che il Cavaliere ha apprezzato le comodità dell’Airbus presidenziale, con salottini e zona letto silenziata. Un lusso di cui ha sentito la mancanza dopo la sconfitta elettorale, correndo subito ai ripari: ha acquistato un Airbus 319 CJ personale. Non uno a caso, ma lo stesso di Eurofly che veniva affittato a spese del contribuente negli anni del governo.

 

Di sicuro, la bolletta finale dei voli di Stato è scioccante. Nel quinquennio del Cavaliere d’alta quota sono stati bruciati oltre 200 milioni solo per i jet dell’Aeronautica. A questi vanno aggiunti 4 milioni per il noleggio degli aerei di Eni ed Eurofly, una quindicina di milioni per quelli dei servizi segreti e qualche manciata di milioni per le “Ferrari dei cieli” della Piaggio destinate alle escursioni dei sottosegretari. Nell’epoca Prodi si sostiene di avere frenato i decolli nel secondo semestre 2006 e tagliato ancora quest’anno: il conto del 2007 dovrebbe essere di “soli” 28 milioni. Poco, rispetto ai 52 di tre anni fa. Ma alla fine in sette anni dalle tasche degli italiani voleranno via 300 milioni. “Nel blu dipinto di blu, felici di stare lassù”.

 

La casta e la rabbia 

La mobilità sociale è ostacolata e bloccata dalle caste professionali e dal loro potere di perpetuazione, ma, nella grande maggioranza dei casi, solo le rendite, le pensioni e le cure dei padri e persino dei nonni consentono ai giovani di poter campare, sia pure a fatica.Solo l’eredità consentirà ai figli il possesso di quella abitazione che i loro genitori avevano conquistato mediamente già dopo 10-15 anni di lavoro. Ecco perché il circolo di mutua assistenza che garantiva la sopravvivenza della famiglia borghese italiana, dalla nonna-baby sitter alla figlia badante dei vecchi genitori, rischia di spezzarsi in uno stato, magari dignitoso e silente, ma di vera disperazione.

 

 

LUIGI LA SPINA

 

 

 

 

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Perché gli italiani sono così furibondi nei confronti della loro classe politica? Perché quando Grillo parla, su Internet, in tv o nelle piazze, l’adesione è così entusiastica e contagiosa? Perché il libro di Stella e Rizzo, La casta, ha avuto un così meritato successo? Queste domande hanno già avuto molte risposte, alcune convincenti, altre meno, ma certamente non tali da esaurire il mistero per cui, in apparenza all’improvviso, i nostri concittadini sono diventati così intolleranti di fronte all’arroganza del potere, ai privilegi del ceto politico, alle piccole e grandi furbizie di chi li governa.

 

Eppure, il popolo italiano è stato abituato, da secoli, a sbuffare ma a pazientare davanti ai soprusi di chi li comanda. Le classi dirigenti italiane, inoltre, al di là delle nostalgie di chi, per età o per smemoratezza, tende a edulcorare il passato in una mitica «età aurea» del costume pubblico, non si sono mai distinte per alto senso civico. La domanda, perciò, ritorna insistente: perché la demagogia di un bravo comico, la capacità investigativa e la piacevolezza della scrittura di due ottimi giornalisti hanno trovato una così pronta e incendiaria accoglienza nell’opinione pubblica?

 

Le indagini sociologiche subito avviate dai principali centri di ricerca hanno colto un motivo «politico» sicuramente fondato: la delusione per gli effetti della cacciata di Berlusconi da Palazzo Chigi ha suscitato un acuto malessere in chi si era illuso che un cambio di maggioranza bastasse a risolvere almeno alcuni dei problemi che affliggono gli italiani.

 

La plausibilità di questa interpretazione non sembra sufficiente, però, a motivare una indignazione così estesa e profonda, l’urgenza di uno sfogo così violento, speriamo solo negli eccessi verbali, un’ipersensibilità che non ammette reazioni proporzionate ai fatti, tali da omologare, per esempio, una infrazione stradale, sia pure grave, come quella del presidente della Regione Liguria Claudio Burlando, alla più infamante motivazione di immediate dimissioni. Ecco perché la ricerca delle cause meno superficiali di questo pesante disagio italiano, forse, dovrebbe indirizzarsi anche sulle condizioni economiche, sociali, ma anche psicologiche, di due grandi categorie del nostro Paese: i giovani e la piccola e media borghesia, soprattutto quella che vive di reddito fisso. Una attenzione che, tra l’altro, alla vigilia della Finanziaria, il governo Prodi dovrebbe privilegiare per non sbagliare clamorosamente l’indirizzo dei provvedimenti di aiuto alle classi veramente in difficoltà in questo momento.

 

Queste parti della nostra società,  i giovani e la piccola e media borghesia, innanzi tutto, costituiscono la sezione «mobile» dell’elettorato, quella che non vota sempre allo stesso modo, per fedeltà ideologica o per abitudine familiare. Quella più sensibile ai cambiamenti di umore collettivo, più abituata a esprimere, anche politicamente, la protesta. Giovani e piccola-media borghesia, inoltre, sono le vittime quasi esclusive della «grande illusione» del secolo scorso: quella per cui una maggiore istruzione dei figli avrebbe garantito una migliore condizione di vita rispetto ai genitori. Ormai il Duemila ha svelato il grande inganno: non solo la mobilità sociale è ostacolata e bloccata dalle caste professionali e dal loro potere di perpetuazione, ma, nella grande maggioranza dei casi, solo le rendite, le pensioni e le cure dei padri e persino dei nonni consentono ai giovani di poter campare, sia pure a fatica.

 

Alla frustrazione dei figli, nell’ultimo decennio, si è aggiunta, ora, la paura dei genitori, perché quelle risorse che consentivano alla piccola-media borghesia italiana di integrare l’affitto e la spesa dei figli, si sono paurosamente assottigliate: rispetto al reale costo della vita, l’impoverimento delle classi medie è stato drastico. È una constatazione che si fa tutti i giorni, a partire dalle esigenze più elementari, quelle della casa, per esempio. Solo l’eredità consentirà ai figli il possesso di quella abitazione che i loro genitori avevano conquistato mediamente già dopo 10-15 anni di lavoro. Ecco perché il circolo di mutua assistenza che garantiva la sopravvivenza della famiglia borghese italiana, dalla nonna-baby sitter alla figlia badante dei vecchi genitori, rischia di spezzarsi in uno stato, magari dignitoso e silente, ma di vera disperazione.

 

 

È questo lo stato d’animo, esteso e profondo, che rende intollerabile ogni ingiustizia, ogni privilegio. Uno stato d’animo acuìto, poi, dal ricordo di recenti abitudini di vita più confortevoli, da piccoli lussi una volta considerati normali e ora divenuti proibitivi. Finché erano possibili la speranza di un futuro migliore, l’attesa del dovuto riconoscimento dei sacrifici fatti, la verifica di una competizione sociale non completamente truccata dai «jolly» che possono mettere sul tavolo coloro che sono già privilegiati, l’indulgenza poteva essere ammessa. Finché sopravviveva l’illusione «protoleghista» di poter far da soli, di poter fare a meno dello Stato, si poteva essere meno esigenti nei confronti di chi rappresenta il nostro Stato. Ora che il cortocircuito di queste speranze le ha improvvisamente spente, l’urlo di Grillo si confonde, minacciosamente, con quello disperato di tanti giovani e di tanti loro genitori. Peccato che il primo faccia tanto rumore e il secondo si estingua nell’indifferenza di tutti.

 

 

La Casta predica bene ma razzola malissimo

 

Politici locali, 33mila posti in meno – I risparmi sono risibili: 230 milioni di euro a regime, appena il 5,75% dei costi totali della politicacirca 4 miliardi di euro l’anno

 

 

 

In una forma riveduta e corretta, che abbassa qualche obiettivo, resuscitato dall’effetto-Grillo il Ddl Santagata entra in Finanziaria.

 

Scompariranno 8mila assessorati (su 31mila) – Più colpiti i micro-municipi

 

Le 23 città italiane sopra i 250mila abitanti vedono uscire i propri consigli comunali indenni dalla sforbiciata

 

Gianni Trovati

 

ROMA

 

01-10-2007

 

Rassegna Stampa

http://www.senato.it/notizie/

 

 

L’ondata contro i costi del la politica si abbatte su Comuni e Province, e cancella 33mila posti da consigliere e assessore. Per più di un politico locale ogni cinque (il 21,1%per l’esattezza) arriva quindi la certezza matematica che la fine del mandato coinciderà con l’addio all’esperienza politica (pagata). Il suo posto, infatti, non verra’ messo in palio alle prossime elezioni.

 

 

 

I nuovi limiti: Nato in primavera dall’effetto «Casta» e poi continuamente rinviato fino a essere bloccato dalla rottura dei rapporti istituzionali fra Governo e Autonomie dello scorso luglio, resuscitato dall’effetto-Grillo, il Ddl Santagata entra in Finanziaria. In una forma riveduta e corretta, che smussa qualche angolo e abbassa qualche obiettivo, ma mette a dieta stretta la politica locale e il mondo che le orbita attorno.

 

 

 

I risparmi sono consistenti ma non clamorosi (230 milioni di euro a regime, di cui 212 milioni dai Comuni), ma in queste cose conta anche il segnale, che senza dubbio è forte e chiaro. E per il politico escluso dal tratto di penna che cancella il suo posto sarà più difficile anche riciclarsi negli organi delle società partecipate, anche loro oggetto di una nuova sfoltita dopo quella prodotta dalla Finanziaria dello scorso anno (che proprio in queste settimane dovrebbe tradursi in pratica). La gomma per cancellare passa anche sui consigli circoscrizionali, che diventano obbligatori solo per le (12) città sopra i 250mila abitanti (oggi la soglia è a 100mila abitanti).

Per tutti gli amministratori locali, poi, scompaiono le indennità di missione, che lasciano il campo solo a un più magro «rimborso delle spese di viaggio effettivamente sostenute». Per i consiglieri, poi, è abrogata anche la possibilità di chiedere l’aspettativa.

Colpiti i più piccoli – A pagare il prezzo più alto sono le Giunte, soprattutto comunali, che sull’altare dell’alleggerimento della politica locale lasciano un quarto dei propri membri; più di 8mila assessorati su 31mila scompariranno con le prossime elezioni. In particolare la sforbiciata colpirà le città medie, fra 30mila e 50mila abitanti (se non sono capoluoghi di Provincia), dove gli assessori passano da nove a sei e i consiglieri da 30 a 22.

L’esercito più consistente fra quelli destinati alla scomparsa, invece, è naturalmente quello impegnato nei micro Comuni sotto i 3mila abitanti, che devono dire addio a 12.541 posti da consigliere o assessore. Una misura maldigerita nei piccoli enti, che hanno appena concluso la loro assemblea nazionale e ricordano che «la riduzione di qualche consigliere regionale o qualche parlamentare» sarebbe sufficiente a generare risparmi analoghi. Ma non è tempo di distingui o «benaltrismi» e del resto gli stessi amministratori comunali e provinciali avevano proposto una riduzione del 25% degli organi nella fase preparatoria delle misure contro i costi della politica.

Nelle città – Quando si sale la scala demografica dei Comuni, però, il testo “trasferito in Finanziaria si fa meno ambizioso rispetto alla versione originaria del Ddl Santagata, al punto che le 23 città italiane sopra i 250mila abitanti vedono uscire i propri consigli comunali indenni dalla sforbiciata (secondo lo schema presentato a luglio, invece, i grandi centri avrebbero dovuto rinunciare a 8-12consiglieri a seconda delle dimensioni). I posti, in questo caso, scompaiono solo dalla Giunta, dove il tetto ai componenti provoca un netto appiattimento verso il basso: città come Novara o Pescara, secondo la norma, potranno contare sullo stesso numero di assessori di Milano e Roma.

Le circoscrizioni – La spinta alla razionalizzazione non risparmia nessun livello della politica locale» e affonda il colpo anche sui consigli circoscrizionali. Ad essere divise in circoscrizioni per legge saranno solo le 12 città sopra i 250mila abitanti (e non più sopra i 100mila), mentre i centri compresi fra 100mila e 25omila cittadini (e non più fra 30mila e 100mila) «possono» istituire le circoscrizioni.

Una volta a regime, sopravviveranno solo 291 degli attuali 612 consigli circoscrizionali, con 5.636 posti da consigliere (oggi sono 10.493). Ed a scomparire sarà anche un paradosso della legislazione attuale, che obbligava grossi centri (ad esempio Sesto San Giovanni) a istituire i consigli circoscrizionali senza gettone di presenza (che può essere riconosciuto solo nei capoluoghi dopo la Finanziaria 2007), e concedeva centinaia di consiglieri remunerati a piccoli capoluoghi come Gorizia (36mila abitanti), Lodi (40mila), Vercelli o Biella (entrambe 45mila).

 

 

Palazzo d’ingiustiziaIl rafforzamento degli uffici giudiziari calabresi voluto dal governo e’ affidato a personaggi vicini a Saladino. Proprio l’indagato del pm De Magistris. Che Mastella vuole trasferire

 

di Riccardo Bocca

ha collaborato Paolo Orofino
(04 ottobre 2007)

 

 

http://espresso.repubblica.it/

 

 

 

Lunedì 8 ottobre il Consiglio superiore della magistratura deciderà se trasferire il sostituto Luigi De Magistris dalla Procura di Catanzaro. Nell’attesa, l’atmosfera è pesante per tutti. E lo sarà ancora di più per una vicenda che vanta tra i protagonisti sia il ministro della Giustizia Clemente Mastella (cioè colui che ha chiesto di allontanare De Magistris), sia l’ex capo della Compagnia delle opere in Calabria Antonio Saladino: principale indagato del pm De Magistris nell’inchiesta ‘Why not’ sullo scippo dei fondi pubblici, ma anche manager smaliziato che al telefono si rivolge a Mastella con un amichevole “Clemente”, ricevendo in cambio un affettuoso “Tonì”.

 

Adesso, il guardasigilli Clemente e l’indagato Tonì si ritrovano in una storia delicatissima. Tema: il sostegno da parte delle istituzioni alla lotta contro la ‘ndrangheta. È questo il fulcro della convenzione firmata il 14 maggio scorso dai ministeri della Giustizia e dell’Interno. Un documento che ha concretizzato nel migliore dei modi il ‘Patto Calabria sicura’, siglato a febbraio da ministero dell’Interno, presidente della Regione Calabria e altre autorità locali. Nel testo si parla di “interventi urgenti nelle zone di Lamezia, Gioia Tauro e della Locride” per potenziare “le risorse umane e tecnologiche dell’apparato di prevenzione e contrasto anticrimine”. Si annuncia l’assunzione con “contratto di lavoro interinale di dieci mesi di 60 unità”. E si dice che i nuovi arrivi aiuteranno uffici giudiziari e procure varie “nell’archiviazione, formazione e predisposizione degli atti”.

 

Fin qui, tutto bene. Anzi benissimo, perché la convenzione di maggio indica anche i requisiti per gli aspiranti operatori. I candidati, si legge, devono avere almeno “il diploma di istituto di istruzione professionale, equipollente a quello di istruzione secondaria superiore”. Non devono essere stati “destituiti o cacciati per motivi disciplinari da una pubblica amministrazione”. E devono avere tenuto “una condotta irreprensibile come previsto per l’accesso alla magistratura”. Viceversa, non si fa cenno alle caratteristiche dell’agenzia di lavoro che sarà incaricata delle selezioni. E non si trova un rigo sulle procedure che la stessa azienda dovrà seguire. Si dice solo che la selezione dovrà avvenire con una procedura ispirata al “massimo dell’oggettività e della trasparenza”. Il che significa tutto e niente.

 

Anche per questo c’era curiosità, lo scorso 7 settembre. Quel giorno la Prefettura di Reggio Calabria ha annunciato la stipula del contratto con l’agenzia di lavoro Worknet spa. Ma non ha cancellato tutte le perplessità. Ad esempio: come si è giunti all’assegnazione? C’è stata una gara pubblica? E che condizioni sono state fissate dallo Stato? A rispondere è Luisa Latella, vice prefetto vicario a Reggio. La quale spiega che non c’è stata alcuna gara pubblica. Anzi: seguendo il decreto 163/2006, “la Prefettura ha attuato la trattativa privata plurima”. Ha cioè convocato a sua discrezione una serie di ditte. “Selezionate su Internet”, dice Latella. Dopodiché ha scelto soltanto “in base all’offerta più bassa”. Che era appunto quella di Worknet spa: un’azienda della filiera Gi Group, il cui amministratore delegato è Stefano Colli Lanzi, docente di Economia alla Cattolica di Milano.

 

Da parte sua, la direzione business di Worknet spa conferma. E va oltre. Per vincere, dice, ha presentato un ribasso del 22,77 per cento, con un’offerta finale di 1 milione 258 mila 816 euro. Il che sarebbe perfetto se la storia finisse qui. Invece la storia inizia qui. Nel momento in cui telefoniamo alla filiale di Reggio Calabria della Worknet spa, e poniamo due domande: chi è il capo di questa sede? E chi ha seguito, giorno per giorno, le selezioni dei 60 operatori giudiziari finite il 26 settembre? Le risposte sono esplosive. L’uomo forte della sede, spiega un dipendente al registratore, si chiama Bruno Idà. Un nome noto, in Calabria, da quando lo scorso inverno è stato arrestato in un’inchiesta sui traffici di carne avariata della cosca di ‘ndrangheta Iamonte. Lo stesso Idà, sostengono i lavoratori di Worknet spa, ha seguito le selezioni del ‘Patto Calabria sicura’ a Reggio. E sempre Idà è citato nell’inchiesta ‘Why not’ di De Magistris: in una telefonata tra Saladino e un’impiegata, dove si parla di un appuntamento a Milano con “Daniele e Dario alla Compagnia delle opere, venerdì”.

 

Riassumendo: l’assunzione di 60 elementi anti ‘ndrangheta, obiettivo della convenzione tra il guardasigilli Mastella e il sottosegretario agli Interni Marco Minniti (firmata anche dall’ex prefetto di Reggio Calabria Luigi De Sena, attuale vice capo della Polizia, e dal direttore generale del personale al ministero della Giustizia Carolina Fontecchia), sarebbe stata gestita in parte da un arrestato per sospetta mafiosità, in contatto con la Compagnia delle opere e quindi con Saladino. Ma c’è di più. Sempre alla Worknet avrebbe lavorato al ‘Patto Calabria sicura’ un’altra figura, femminile. “A coordinare le selezioni”, spiega un dipendente, “c’era anche Nadia Di Donna, del settore commerciale. Idà seguiva l’area di Reggio, lei quella di Lamezia e Catanzaro”. Una versione confermata dalla stessa Di Donna, la quale contattata dice: “È vero, ho seguito le selezioni. Però non posso rispondere ad altre domande. Devo chiedere l’autorizzazione al superiore… Scusi, ma sono stata assunta da un mese”.

 

A prima vista, una dipendente rispettosa del capo. Ma solo a prima vista. Gli investigatori la descrivono in tutt’altro modo: “(Di Donna) gestisce per conto di Antonio Saladino tutti i contratti del lavoro in affitto fra la Regione Calabria e la società Piazza del lavoro”, si legge negli atti, “con i vantaggi economici che vengono quantificati da loro stessi in un’altra conversazione”. Addirittura, mostrano le carte, “le attività decisionali (di varie società, ndr), a dispetto degli statuti e degli amministratori in carica, sono assunte di fatto dal Saladino, che amministra tutto avvalendosi della collaborazione e della consulenza di Nadia Di Donna. (Ad esempio), le dimissioni dei vari soci e facenti parte dei direttivi sono decise da questi due”.

 

Non deve stupire, quindi, se Saladino al telefono chiama Di Donna “Nadiuccia”. Ed è comprensibile che lei scivoli nel confidenziale “Tonino”. Funziona così, in terra di Calabria. Gli amici si aiutano, si alleano. A volte creano comitati d’affari. Comandano con massonerie coperte, come secondo l’accusa avrebbe fatto Saladino. E quando lo Stato italiano assume 60 collaboratori giudiziari, chi finisce a gestire la partita? Persone che in un modo o nell’altro compaiono nell’inchiesta ‘Why not’. Quella che tante rogne sta causando a De Magistris. E che rendono surreali le parole del deputato Ennio Morrone (Udc): “Il ministro della Giustizia Mastella”, ha detto il 24 settembre, “ha siglato una convenzione (.) per assumere 60 unità di personale amministrativo per gli uffici giudiziari di Lamezia, Palmi, Locri e delle Procure di Catanzaro e Reggio (.). Lo stesso Mastella si sta poi adoperando per rafforzare la magistratura delle parti della Calabria in cui ce n’è più bisogno (.). Sono iniziative di primaria importanza, che lanciano un chiaro segnale alla criminalità organizzata”. La speranza è che sia vero.

 


 

 

Annozero, Mastella al contrattacco

 

Il Guardasigilli rivela di essere minacciato e dice al cda Rai: “O stabilite regole certe o chiederemo
la sfiducia”. Il premier critica la trasmissione ma spiega: “Non voglio restringerne la libertà”
Prodi: Santoro né serio né appropriato
Cappon: “Del caso si occuperà il prossimo consiglio di amministrazione”
Replica del conduttore: “Accetto anche gli insulti, ma il vittimismo mi sembra eccessivo”

 

http://www.repubblica.it/

 

Clemente Mastella convoca i giornalisti per replicare alla trasmissione Annozero di ieri sera, e spara pesanti accuse: “E’ in atto un linciaggio permanente contro di me”. Poi rivela: “Ho ricevuto minacce molto serie alla mia persona”. Prima di lanciare un chiaro messaggio politico: il cda Rai si occupi del caso Santoro, o il suo partito, l’Udeur, ne chiederà la sfiducia in Parlamento. Una presa di posizione contemporanea alla parole pronunciate da Romano Prodi, che attacca anche lui il programma di RaiDue: “Non è stato né serio né appropriato”, dice con chiarezza.

 

La puntata di Annozero. Il Guardasigilli definisce “stravagante” la piazza del programma di Michele Santoro. “Non ho mai fatto schifezze – prosegue – e non ho scheletri nell’armadio”. E poi dice, a nome del governo, di “dover pensare a quei sette milioni e mezzo di poveri che, al contrario della signorina Beatrice Borromeo, non hanno famiglie che possiedono ville sul lago”.

 

Le accuse dei magistrati. Il ministro della Giustizia, a proposito della sua richiesta di trasferimento del pm di Catanzaro De Magistris, dice di “non aver mai compiuto alcuna intimidazione”; anzi, è stato proprio De Magistris “a intimidire il Csm” (e intanto, contro il magistrato, lo stesso Mastella ha già inviato un supplemento d’accusa al Consiglio superiore). “Se un magistrato va in tv e attacca la politica in quanto tale, questa è la fine della giustizia”, conclude.

 

Le accuse all’Espresso. Oggi il settimanale pubblica un servizio in cui si parla di una convenzione firmata da Mastella, dal sottosegretario all’interno Marco Minniti e dal prefetto Luigi De Sena, grazie alla quale sarebbero state assunte presso il tribunale due persone legate al principale indagato dell’inchiesta di De Magistris. “Ho pronta una querela che costerà qualche miliarduccio – attacca il Guardasigilli – perché quelle 60 assunzioni interinali nei tribunali della Calabria sono state decise dal prefetto e non da me”. L’Espresso però conferma il contenuto dell’articolo, e dichiara di aspettarsi che il ministro “mantenga l’impegno preso in conferenza stampa” di dimettersi, se le notizie che lo riguardano risultassero veritiere.

 

 

 

L’espresso risponde alle accuse di Mastella
Dopo le dichiarazioni del ministro Clemente Mastella, in relazione all’articolo di Riccardo Bocca “Palazzo d’ingiustizia”, ecco le precisazioni de L’espresso

(05 ottobre 2007)

 

 

http://espresso.repubblica.it/

 

Il ministro della Giustizia Clemente Mastella ha dichiarato questa mattina, nel corso della sua conferenza stampa, che se le notizie che lo riguardano nell’articolo “Il palazzo dell’ingiustizia” sono veritiere, si dimetterà da deputato. In caso contrario, ha chiesto che si dimetta da giornalista Riccardo Bocca, autore dell’articolo.

 

“L’espresso” ribadisce i seguenti punti:

 

1) Nell’articolo si spiega che il ministro Mastella ha controfirmato con il ministero dell’Interno una convenzione nel “Patto Calabria sicura” per l’assunzione di 60 operatori per gli uffici giudiziari e le Procure delle zone di Lamezia Terme, Gioia Tauro e della Locride.

 

2) “L’espresso” ha spiegato che senza gara pubblica, ma con una trattativa privata multipla, l’incarico di selezionare il personale è stato affidato alla società Worknet Spa.

 

3) “L’espresso” ha svelato che il responsabile della filiale di Reggio Calabria, che ha svolto parte delle selezioni, si chiama Bruno Idà, arrestato lo scorso febbraio all’interno delle indagini sul traffico di carne infette del clan di ‘ndrangheta Iamonte, e presente nelle intercettazioni che riguardano il manager Antonio Saladino, indagato dal pm Luigi De Magistris nell’inchiesta Why not.

 

4) “L’espresso” ha specificato che le selezioni nelle filiali di Lamezia Terme e Catanzaro sono state seguite dall’ufficio commerciale della Worknet e da Nadia Di Donna, secondo gli investigatori braccio operativo di Antonio Saladino (che nelle intercettazioni la chiama «Nadiuccia»)

 

5) L’espresso” ha ricordato che in un’intercettazione il ministro Mastella chiamava amichevolmente Antonio Saladino «Tonì», e veniva da lui chiamato «Clemente».

 

Tale è la gravità dei fatti, che il prefetto di Reggio Calabria, Francesco Musolino, dopo l’anticipazione dell’articolo, ha dichiarato: «Le notizie recentemente acquisite mi inducono a prevedere immediatamente una radicale verifica delle procedure seguite per l’appalto in questione, non escludendo l’adozione anche di provvedimenti drastici fino alla rescissione del contratto». Quanto al ministro Mastella, ci aspettiamo che mantenga l’impegno preso in conferenza stampa.

 

28 settembre 2007
Sì unanime alla Finanziaria. Ires e Irap aliquote più basse
Ecco una sintesi del contenuto della manovra per il 2008.

 

Previsto anche un taglio del personale ministeriale del 5%, del 10% per i dirigenti. Il ministro per i Rapporti con il Parlamento Giulio Santagata ha anche sottolineato che il Consiglio dei ministri, con una dichiarazione si é «impegnato a ridurre il numero dei parlamentari: 315 alla Camera e 200 al Senato».

 

di Nicoletta Cottone

http://www.ilsole24ore.com

 



Il Quirinale “congela” le spese

Ma i costi del Colle restano altissimi: 241 milioni di euro nel 2007, una ventina in più del 2006, l’89 percento di essa è destinato alle retribuzioni del personale, la Corona britannica 57 milioni scarsi. Il costo medio annuo lordo di un dipendente del Quirinale è pari a 74.500 euro. Un dipendente della Corona costa quasi la metà: 38.850 euro.

 

Click here: [url=http://www.repubblica.it/2007/09/sezioni/economia/conti-pubblici-51/bertinotti-polemico-costi/bertinotti-polemico-costi.html]link-Ma i costi del Colle restano altissimi: 241 milioni, una ventina in più del 2006  [/url]

Costi della politica: tutti vogliono fare qualcosa e alla fine scatta anche la gara, con relativa polemica, a chi fa di più e prima degli altri. Così dopo gli annunci di Camera e Senato a luglio (un risparmio di 60 milioni di euro quando le misure saranno a regime) e i provvedimenti in Finanziaria che nei fatti stoppano gli aumenti di pensioni, stipendi e rimborsi dei parlamentari, il Quirinale fa altrettanto e congela tutti gli stipendi. Poi vedremo, tra qualche mese, passata l’eco delle parole cosa resterà nero su bianco nei bilanci. Quanto veramente sarà stata risparmiato. Intanto però le intenzioni sono buone. E tra Palazzo Chigi e la Camera scatta anche la polemica su chi è più zelante, efficace e veloce nel decidere i tagli.

 

Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ordina dieta ferrea per il personale del Quirinale: organici ridotti, stipendi congelati e inchiesta di una “commissione per la riorganizzazione dell’Amministrazione”. Quando questa concluderà i lavori le nuove (e per nulla scontate) assunzioni avverranno per pubblici concorsi. Una procedura finora trascurata visto che al Quirinale si è assunti solo per chiamata diretta.

 

La cura dimagrante ha toccato per prima cosa il numero dei dipendenti. Solo gli addetti alla sicurezza sono 1038, una cinquantina in meno. Appena un anno e mezzo fa erano, Corazzieri inclusi – spiega in una lettera il segretario generale della Presidenza della Repubblica Donato Marra -, 1086. Il restante personale è stato portato ad un numero ben inferiore agli organici previsti: da 1145 a 979. Fine del turn-over, drastico ridimensionamento del personale comandato o a contratto.

 

Soprattutto, però, “con un decreto presidenziale a partire dal 1 gennaio 2008 cessa il meccanismo di allineamento automatico delle retribuzioni al 90 per cento di quelle del personale del Senato”. Mittente della missiva è l’ex presidente della Camera Luciano Violante, oggi a capo di una apposita commissione per studiare come ridurre i costi della politica.

 

Il Quirinale nel 2006 è costato 217 milioni di euro, la Corona britannica 57 milioni scarsi. Con questi tagli , si legge nella circolare “il volume della spesa complessiva si assesterà quest’anno attorno a 241 milioni di euro”. Tutta colpa, si spiega, di “elementi forte rigidità, in quanto oltre l’89 percento di essa è destinato alle retribuzioni del personale”. Citando il libro “La casta” sappiamo che il costo medio annuo lordo di un dipendente del Quirinale è pari a 74.500 euro. Un dipendente della Corona costa quasi la metà: 38.850 euro.

 

 

Dalla prossima Finanziaria, dunque, gli stipendi dei parlamentari rimarranno bloccati per 5 anni a partire dal 1° gennaio del 2008. E per lo stesso periodo viene cancellato l’aggancio delle retribuzioni di deputati e senatori al 100 per cento di quelle dei magistrati. Stando così le cose a Palazzo Madama l’ultimo scatto è stato già percepito dai Senatori prima dell’estate, mentre la Camera resterà a bocca asciutta fino al 2012.

 

La politica? TAGLI SVANITI

Nonostante promesse, impegni e giuramenti costa 53 milioni di euro in più.

Con un aumento del 2,74%.

Nel disegno di legge del bilancio dello Stato per il prossimo anno che accompagna la legge finanziaria gli «oneri comuni di parte corrente» vale a dire le spese di Camera, Senato, Quirinale, Corte costituzionale, Cnel e Consiglio superiore della magistratura ammonteranno l’anno prossimo a 1.998.914.863 euro, che nel 2007 sono pesati sulle pubbliche casse per un totale di 1.945.560.992 euro.

 

Sergio Rizzo
Gian Antonio Stella
13 ottobre 2007

http://www.corriere.it/politica/07_ottobre_13/spese_politica.shtml

 

Bastava tagliare un euro. Soltanto un piccolo, insignificante euro e per la prima volta nella storia dell’Italia repubblicana il costo degli organi costituzionali avrebbe avuto davanti il segno meno. Invece no: aumenterà anche nel 2008. Di oltre 53 milioni di euro. A dispetto di tutte le promesse, gli impegni e i giuramenti spesi per rassicurare un’opinione pubblica in fibrillazione.

Lo dice, spazzando via mesi di pensosi bla bla, la tabella a pagina 279 dell’Atto Senato 1818, cioè il disegno di legge del bilancio dello Stato per il prossimo anno che accompagna la legge finanziaria. Lì c’è una bella sorpresa. In quella tabella si spiega che gli «oneri comuni di parte corrente» a carico del ministero dell’Economia per gli organi costituzionali, vale a dire le spese di Camera, Senato, Quirinale, Corte costituzionale, Cnel e Consiglio superiore della magistratura ammonteranno l’anno prossimo a 1.998.914.863 euro. Poco più che un milioncino sotto la soglia fatidica dei due miliardi. Una scelta dovuta forse al pudore. O al tentativo di seguire le vecchie regole raccomandate dai maghi della pubblicità per far digerire al cliente una cifra indigesta: molto meglio appiccicare una targhetta di 9,99 dollari piuttosto che 10,1. Certo, la differenza è minima. Ma psicologicamente…

Eppure i numeri, si sa, sono impietosi. E dicono appunto che i sei organi citati, che nel 2007 sono pesati sulle pubbliche casse per un totale di 1.945.560.992 euro, ne peseranno l’anno entrante 53.353.871 in più. Cento miliardi delle vecchie lire. Con un aumento del 2,74%. Un punto in più rispetto all’inflazione, ferma all’1,7%. Il che significa che, al momento di fare l’addizione, la spesa supplementare sarà tre volte superiore a quei miseri 18 milioni di euro che il ministro dell’attuazione del programma Giulio Santagata diceva di essere riuscito a tagliare faticosamente nella scorsa primavera con un giro di vite su convegni, pubblicità, enti e commissioni inutili e qualche spesa dei ministeri. E superiore alla somma che lo Stato spende ogni anno per l’«integrazione sociale» degli immigrati (50 milioni). O a quella (ancora 50 milioni) che dovrebbe essere stanziata per le vittime dell’amianto.

A una prima lettura, a dire il vero, il quadro sembrerebbe ancora più nero. L’anno scorso, alle stesse voci, c’erano infatti 1.774.024.973 euro. Il che farebbe pensare a una mostruosa impennata nei costi delle principali strutture ai vertici del Paese di oltre duecento milioni di euro. Ma il confronto, che sarebbe disastroso agli occhi dei cittadini, è improponibile: le voci messe a bilancio sono state infatti spostate, riscritte, accorpate, ridisegnate fino al punto che da non potere essere messe sullo stesso piano. Altrettanto ingiusto sarebbe caricare l’aumento dei costi, alcuni dei quali crescono per forza d’inerzia, sulle sole spalle del centrosinistra: i numeri dicono che nei cinque anni della scorsa legislatura, quando il centrodestra aveva una maggioranza larghissima, i costi degli stessi organi costituzionali di cui parliamo ora aumentarono del 24% oltre l’inflazione. Per non dire dei casi specifici del Quirinale (più 41,9%) o del Senato: più 38,9%. Il nocciolo della questione, però, resta: nel momento di massima spinta a tagliare, i costi dei «Palazzi» principali crescono ancora.

 

Le voci principali della «macchina», vedono aumenti, aumenti, aumenti:

 

  • Il «fondo per il funzionamento della Presidenza del Consiglio» passa dai 399.316.327 di quest’anno a 433.882.000, con una crescita di quasi 35 milioni.

  • Le spese per mantenere la Camera salgono da 961.800.000 a 990.500.000: più 28 milioni.

  • Quelle per il Senato da 503 milioni a 519 milioni: più 16 milioni.

  • Quelle per la Corte Costituzionale da 51 a 53 milioni: più due.

  • Restano quasi al palo il Quirinale. Dove i costi sono sì aumentati da 224 a 241 milioni (il quadruplo di Buckingham Palace, otto volte più della Presidenza tedesca, 27 volte più di quella finlandese, anche se si tratta di un paese «appena» dieci volte meno popoloso dell’Italia). Ma quei 17 milioni di euro in più non saranno chiesti al Tesoro bensì recuperati autonomamente. Quest’anno. Perché il prossimo, invece, la dotazione statale aumenterà ancora di 6,5 milioni (compresi 3.568 euro che serviranno a portare l’assegno personale del presidente da 222.993 a 226.561 euro lordi). E’ il 2,97%, in più, anche in questo caso ben oltre l’inflazione. Direte: non si tratta sempre e comunque, a prenderli di qua o di là, di soldi pubblici? E’ così. Ed è qui che, dopo avere visto quanto sia difficile fermare la corsa di una macchina impazzita, per quanta buona volontà possa essere impiegata nel risanamento, che Giorgio Napolitano si trova a dover gestire un passaggio delicato.

  • Restano quasi al palo la Corte dei Conti, che però quest’anno è costata 299 milioni di euro e cioè 26 in più rispetto al 2006 (un aumento dell’8%: e meno male che i magistrati contabili invitano gli altri a tagliare, tagliare, tagliare)

  • Ma sicuro, nelle tabelle disaggregate qualche taglio c’è. Calano un pochino i costi del Consiglio di Giustizia Amministrativa della Regione Sicilia e di altre cose di secondo piano.

  • Il ministero di Rosy Bindi dovrebbe perdere 40 milioni (da 320 a 280) dei fondi di sostegno alla famiglia. Gli stanziamenti a favore dell’editoria dovrebbero scendere da 79 a 34milioni. Quelli per le pari opportunità da 52 a 45. E per risparmiare qualcosa vanno a raschiare anche nei conti della Protezione Civile: il fondo per fare funzionare il dipartimento sarà dimezzato: da 78 a 39milioni.

 

Aprire o no i libri alla totale trasparenza, nonostante la Corte Costituzionale abbia già offerto in passato la sua copertura alla scelta di mantenere un velo di riservatezza? Una decisione non facile. Soprattutto in un momento come questo. Ma è qui che verrebbe voglia di parafrasare Primo Levi: se non ora, quando?

 

 

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Click here: [url=https://wallstreetrack.wordpress.com/2007/03/10/giustizia-e-la-riforma-dell%e2%80%99ordinamento-giudiziario-ecco-i-veri-problemi-parte-seconda/]link-la riforma dell’Ordinamento Giudiziario e’ indecente [/url]

 

Click here: [url=https://wallstreetrack.wordpress.com/2007/02/23/processi-lenti-e-non-sempre-chiari-who-judges-the-judges/]link-Giustizia Civile e Fallimentare e la dolosa lentezza dei processi[/url]

 

Click here: [url=https://wallstreetrack.wordpress.com/2007/03/24/cosi-la-pubblica-amministrazione-getta-i-soldi-on-line/]link-Sperpero e ruberie della pubblica amministrazione [/url]

 

 

 

 

Conti economici nazionali

 

Statistiche sulle amministrazioni pubbliche

trovi tutto in:

 

 

Click here: [url=https://wallstreetrack.wordpress.com/2007/

03/03/levasione-fiscale-causa-primaria-dellaumento-

della-spesa-della-pa-e-della-pressione-fiscale/]

 

link-Spesa PA e L’Evasione Fiscale[/url]

 

Click here[url=http://www.istat.it/dati/catalogo/20070227_01/

ann0604statistiche_amministrazioni_pubbliche03.pdf]

link-Istat – Retribuzione annua media lorda complessiva e per settore –

Statistiche sulle amministrazioni pubbliche [/url]

Click here[url=http://www.gesuiti.it/csarrupe/pdf/statali.pdf#search=
%22Pubblici%20dipendenti%2Bnumero%22
]

 

link-Eurispes-Retribuzione annua media lorda complessiva  e per settore –

Statistiche sulle amministrazioni pubbliche [/url]

 

Click here:[url=http://www.istat.it/salastampa/comunicati/in_

calendario/continaz/20070301_00/testointegrale.pdf]

 

link-Spesa PA 2006 ultima tabella in particolare [/url]

 

 

Click here:[url=http://www.istat.it/salastampa/comunicati/

non_calendario/20060630_00/]

 

link-Spesa PA 1980/2005 [/url]

 

 

Click here:[url=http://www.istat.it/salastampa/comunicati/non_
calendario/20060630_00/testointegrale.pdf
]

 

link-Spesa PA 1980/2005 [/url]

 

 

Click here: [url=http://www.istat.it/salastampa/comunicati/non_

calendario/20061214_00/testointegrale.pdf]

link-Economia sommersa ed evasione [/url]

 

 

Click here: [url=http://www.istat.it/salastampa/comunicati/non_

calendario/20070227_01/testointegrale.pdf]

 

link- Statistiche Personale PA [/url]

 

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