Fondi Comuni di diritto Italiano: I perche’ di una debacle senza fine

 

Fondi Comuni di diritto Italiano: I perche’ di una debacle senza fine

COSTANO TANTO RENDONO NIENTE

1995/2006

Ultima edizione disponibile dal Luglio 2007

ISSN 1722 – 4535

Dati di 1200 Fondi e SICAV italiani (1984-2006) (annuale)

  www.mbres.it

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L’annuale ricerca di Mediobanca sul risparmio gestito è un volumetto (“Dati di 1200 Fondi e SICAV italiani (1984-2006)”, ottenibile gratuitamente anche in versione cartacea dall’indirizzo Internet www.mbres.it). I dati riguardano il patrimonio netto, la raccolta netta, il risultato netto, gli utili e perdite su realizzi e rimborsi e da valutazione, gli oneri di gestione, la composizione e la variazione del portafoglio.

Nel 2006 solo il 14% dei fondi ha battuto il benchmark. Valutata nel quinquennio 2002-2006, la percentuale dei fondi che hanno battuto il loro benchmark arriva solo al 2%. I gestori ottengono mediamente meno dei risparmiatori che investono da sé. Inutili anche i rating Morningstar. Se siete uno degli 11 milioni di sottoscrittori, leggete qui, e capirete che il sistema italiano dei fondi ne esce a pezzi.

 

 

La ricerca copre il periodo 1984-2006 e riporta dati sui 1200 principali fondi e SICAV di diritto italiano: 655 fondi comuni aperti (il cui patrimonio al 31 Dicembre 2006 rappresentava il 91% di quello complessivo di tutti i fondi comuni aperti di diritto italiano operanti), 34 fondi riservati – 92% del patrimonio -, 34 fondi di fondi collegati – 94% del patrimonio -, 183 fondi speculativi – 98% del patrimonio -, 34 fondi pensione negoziali – 99% del patrimonio -, 69 fondi pensione aperti – 99% del patrimonio -, 22 fondi chiusi e 32 fondi immobiliari, nonchè tutti i fondi di fondi non collegati e le SICAV e SICAV di fondi, operativi a fine 2006.

 

 

L’EDIZIONE 2007 – saldo negativo record della raccolta netta: i riscatti hanno superato di molto le nuove sottoscrizioni per il terzo anno consecutivo, toccando il record di 39 miliardi di euro; il deflusso netto di capitali nei soli fondi comuni aperti ha superato i 52 miliardi di euro. L’industria italiana è in forte controtendenza rispetto alla dinamica internazionale del risparmio gestito.

– Risultato netto e rendimento (Tab. I, pagg. 2-5). Il coacervo dei bilanci dei 1200 fondi italiani qui censiti si è chiuso con un utile di 11.797 milioni di euro, praticamente la metà del risultato dell’anno precedente. Il forte ridimensionamento è attribuibile, oltre che al deflusso di patrimonio attraverso i riscatti di cui si è già parlato, alla drastica diminuzione delle plusvalenze (sia realizzate che da valutazione), scese da 21,8 miliardi a 5,8 miliardi di euro. La fase dei risultati positivi che ha contraddistinto gli anni più recenti (che ha cumulato 59,7 miliardi di euro di utili dal 2003 al 2006), non è ancora valsa a recuperare le forti perdite del 2000-2002, pari ad oltre 63 miliardi; il divario in negativo è ancora di quasi 4 miliardi di euro che salgono a 12,6 miliardi se si considerano i soli fondi aperti e SICAV.

 

 

  • Il rendimento medio dell’insieme di tutti i fondi nel 2006 è stato pari al 3,3% che si confronta col 6,4% del 2005 e il 3% del 2004. Tutte le categorie dei fondi hanno accusato un calo di performance ad esclusione dei fondi chiusi; dopo aver realizzato risultati poco lusinghieri negli anni precedenti, questi fondi hanno segnato nel 2006 il loro massimo storico con il 10,6%. In calo, ma sempre relativamente elevato, il rendimento dei fondi immobiliari (10%). I soli fondi aperti e SICAV hanno registrato un rendimento medio del 3% (più che dimezzato rispetto all’anno prima), con gli azionari all’8,6% (contro il 18,2% nel 2005) e gli obbligazionari allo 0,4% (2,6% nel 2005). La performance dei fondi azionari è stata influenzata dal calo dei rendimenti borsistici internazionali (l’indice MSCI World espresso in euro è aumentato del 7,5% contro il +26,4% dell’anno prima), mentre sui fondi obbligazionari ha pesato il rialzo dei tassi che ha generato minusvalenze da valutazione. Il rendimento dei fondi pensione (3,6% quelli negoziali, 2,6% quelli aperti) ha superato quello dei BOT per il quarto anno consecutivo; mediamente, negli ultimi otto anni il loro rendimento è stato pari al 3,1% all’anno, a fronte del 2,7% dei BOT a 12 mesi. Il rendimento dei fondi si conferma ancora insoddisfacente rispetto a quello degli impieghi alternativi; il confronto con il tasso risk-free è positivo nel singolo anno 2006, ma significativamente negativo nel medio-lungo termine: negli ultimi 5 anni un impiego in BOT avrebbe reso 0,8 punti annui in più senza tener conto del maggiore rischio insito nei fondi. La performance degli azionari nel 2006 (8,6%) è di poco superiore all’indice azionario mondiale (7,5%) e assai lontana da quella della borsa italiana (indice Mediobanca total return al netto d’imposte +19,5%); anche qui, quando si allunga l’orizzonte di valutazione i rendimenti dei fondi sono sempre inferiori a quelli dei due benchmark.

  • La gestione dei fondi esterovestiti domiciliati in paradisi fiscali (quali Lussemburgo e Irlanda) non è valutabile compiutamente poiché i dati resi pubblici a livello Paese non consentono di stimarne con sufficiente precisione la performance aggregata, né suppliscono le statistiche rese dall’associazione italiana di categoria. Una stima di larga massima porta nel 2006 a rendimenti medi – scontata l’imposta italiana – tra il 4% e il 5%, da valutare considerando un grado di rischio più elevato per la maggiore componente azionaria. Il rendimento medio dei fondi di gestori esteri, anch’esso da valutare con grande cautela, è stimabile intorno al 10% netto.

  • Valutazione del rendimento dei fondi nel lungo periodo (v. tabella e grafici in calce a questa nota). Nell’ottica di lungo periodo, gli alti e bassi dei fondi hanno cumulato rendimenti insoddisfacenti; dalla loro nascita ad oggi i fondi italiani hanno fruttato agli investitori un rendimento medio annuo del 6,7%, inferiore a quello dei Bot a 12 mesi (7,2%) di 0,5 punti, nonostante la più elevata componente di rischio; il minor rendimento accennato si traduce in una perdita di patrimonio nell’ordine del 46%. Se si osservano gli ultimi 10 o gli ultimi 5 anni, il differenziale resta sempre negativo, rispettivamente 0,3 e 0,8 punti (dal 2001 al 2006 il minor patrimonio reso dai gestori è pari al 4,5%). Considerazioni simili valgono per il comparto dei fondi azionari dove il rendimento medio annuo è stato poco più che nullo nell’ultimo quinquennio (0,5%
    contro il 10,9% della Borsa italiana e l’1,5% delle borse mondiali) e assolutamente modesto nell’ultimo decennio (3,9% contro il 15% della Borsa italiana e il 7,2% di quelle mondiali).

 

 

– utili dimezzati: 11,8 miliardi di euro contro i 23,6 miliardi del 2005; il rendimento medio netto del patrimonio è caduto dal 6,4% del 2005 al 3,3% del 2006 soprattutto a seguito di minori plusvalenze e di consistenti perdite su cambi.


 

– modalità di gestione: nel 2006 i costi di gestione sono rimasti elevati segnando una diminuzione (1,6%) sensibilmente inferiore a quella del patrimonio in gestione (7,4% nei saldi a fine anno). L’attività di trading comporta sempre una rotazione del portafoglio molto elevata: l’indice dell’intero patrimonio segnala un rigiro medio ogni 9 mesi che scendono a sette mesi e mezzo per le azioni (la media dei fondi americani supera i due anni).


 

– valutazione di lungo periodo: l’ottica di lungo periodo conferma il livello insoddisfacente dei rendimenti cumulati quando raffrontati con il tasso risk free (Bot a 12 mesi); la distruzione di valore si è arrestata nel 2003, ma i valori positivi accumulati a partire da tale anno (23 miliardi) sono di gran lunga inferiori alla perdita del 2002 (43 miliardi). Su un orizzonte temporale di medio-lungo periodo la stima della distruzione di valore varia tra 18 (ultimi 5 anni) e 91 miliardi di euro (ultimi 7 anni); il bilancio peggiorerebbe se si considerasse anche il rischio insito in questo tipo di investimento.


 

– nel primo semestre 2007: secondo le statistiche ufficiali disponibili, il deflusso di risparmio dai fondi aperti italiani è proseguito nei primi sei mesi cumulando riscatti netti per 28 miliardi circa; il saldo dei roundtrip è positivo in cifra modesta (0,7 miliardi), mentre i fondi esteri hanno segnato una raccolta netta di poco inferiore ai 7 miliardi.

 

 

 

«I fondi sono come la roulette»
di Beppe Scienza

http://www.dm.unito.it/personalpages/scienza/

documenti/Libero-Mercato-2007-09-01.rtf

 

 

La ricerca passa al vaglio o, meglio, al tritacarne il sistema dei fondi comuni italiani, che ne esce a pezzi. È però una tale miniera di dati che diventa inevitabile concentrarsi su qualche singola conclusione. D’altronde alcune sono così rilevanti da certificare, da sole, il fallimento dell’industria del risparmio gestito. In particolare le conclusioni riguardanti i cosiddetti benchmark, argomento che però richiede alcune premesse, scontate per chi è del settore, ma indispensabili per chi non è esperto della materia.

 

Primo, la stragrande maggioranza dei fondi comuni ha come obiettivo investire in uno o più determinati mercati. Per esempio nelle azioni italiane o nei titoli di stato in euro. Questo è scritto nel regolamento del fondo, spesso si evince addirittura dal suo nome, e dunque (salvo malintesi o più spesso raggiri) si può supporre che i suoi clienti vogliano proprio quel tipo d’investimento.

 

Secondo, l’operato del gestore va valutato rispetto ai risultati medi dei titoli in cui investe. Per cui un fondo azionario italiano con una performance del 10% nel 2006 è un vero disastro, visto che le azioni italiane l’anno scorso resero il 20,4% netto.

 

Terzo, la normativa ha imposto ai fondi di dichiarare nero su bianco qual è il loro parametro oggettivo di riferimento, il cosiddetto benchmark, e deve avere una certa coerenza con la politica d’investimento del fondo stesso.

 

Confronti più facili. Contro l’introduzione dell’obbligo del benchmark la principale associazione dei gestori (Assogestioni) fece nel passato fuoco e fiamme, consapevole che con esso sarebbero venute più facilmente alla luce le magagne dei fondi gestiti dai suoi soci. Infatti il benchmark fornisce un riferimento immediato per rispondere alla domanda: il risparmio gestito procura vantaggi o causa danni ai risparmiatori?

 

È una medicina efficace o un farmaco dannoso? A sensazione molti risparmiatori propendono per la seconda ipotesi, da cui i riscatti dai fondi comuni, per fortuna recentemente intensificatisi, ma ancora troppo limitati. Una conferma documentata arriva però da una considerazione formulata da Fulvio Coltorti, responsabile dell’Ufficio Studi di Mediobanca e una delle menti più fini della ricerca economica in Italia. Egli modestamente lo presenta come un inciso, ma è in realtà un dato della massima rilevanza, tenendo conto che vale per il 91% dell’intera massa di denaro gestita dai fondi comuni italiani. Egli precisa infatti che “nessuno dei gestori esaminati, valutato aggregando tutti i fondi che propone, ha conseguito risultati superiori al benchmark per fondi che costituiscano almeno la metà del patrimonio complessivamente gestito”.

 

Si tratta di una conclusione interessantissima, che però può non risultare del tutto chiara a una prima lettura. In altri termini ciò significa che tutti i gestori esaminati, compresi quelli noti per le loro continue stucchevoli vanterie, sono in perdita per la maggior parte dei soldi che hanno complessivamente gestito, sempre rispetto ai propri benchmark da loro stessi scelti. Ovvero sono in deficit rispetto ai mercati finanziari. Ossia hanno ottenuto mediamente meno dei risparmiatori che hanno investito da sé. Abbiamo quindi un’ulteriore conferma del fatto che il risparmio gestito è come un farmaco dannoso che nella maggior parte dei casi fa stare peggio chi la prende. Oppure è completamente inutile, volendo comprende i casi marginali di fondi con performance esattamente coincidenti con quelle del loro parametro di riferimento. Peggio che al casinò.

 

Altro dato interessante della ricerca di Mediobanca è che nel 2006 solo il 14% dei fondi ha battuto il benchmark, che è già una vergogna, e tale percentuale scende a livelli infimi estendendo il confronto agli ultimi cinque anni ovvero la percentuale delle probabilità di imbroccare un fondo che batta il suo benchmark per cinque anni consecutivi . Paradossalmente è più facile vincere altrettante volte alla roulette, scommettendo sulle cosiddette chances simples. Chi punta per esempio sul rosso (o sul nero, sul pari, sul dispari ecc.) ha 2,7% di probabilità di vincere cinque volte di seguito. Le probabilità di imbroccare un fondo che batta il suo benchmark per cinque anni consecutivi appaiono minori. Dalla ricerca dell’ufficio studi di Mediobanca si evince infatti che, valutata nel quinquennio 2002-2006, la percentuale dei fondi che hanno battuto il loro benchmark arriva solo al 2%.

 

Stelline inutili. Volutamente abbiamo usato il verbo imbroccare. È vero infatti che in particolari periodi, soprattutto brevi, alcuni fondi risultano migliori del proprio parametro di riferimento. Ma in quasi tutti i casi è un risultato puramente causale o addirittura ottenuto con inganni e imbrogli. Comunque si scopre solo dopo quali sono stati quei prodotti, soprattutto, un normale risparmiatore non ha nessuno strumento per prevedere quali saranno da un certo momento in poi. Men che mai gli servono a qualcosa le informazioni che gli spiattella la stampa economica, specializzata nel sommergere i suoi lettori di tabelle completamente inutili, dove ai fondi comuni sono assegnate stelline come fossero ristoranti; e già questo è squalificante.

 

Ma il problema non è tanto di forma, quanto di sostanza. I vari rating, classifiche, giudizi ecc. e in particolare quelli onnipresenti di Morningstar, sono privi di qualsiasi utilità pratica per un investitore per vari motivi. Quello principale è semplice e lo capirebbe anche un bambino, ma evidentemente non lo capiscono o fingono di non capirlo la stragrande maggioranza dei giornalisti economici italiani. È il fatto che i risultati della gestione non dipendono dal nome del fondo, ma dal gestore o dai gestori, dal direttore degli investimenti e dagli amministratori della società di gestione, dalle decisioni a monte di banche o altre società che la controllano ecc. Tutti questi soggetti e in particolare i gestori cambiano e soprattutto i più bravi hanno facilità a spostarsi da dove sono. Per cui i dati del passato sono di per sé privi di ogni utilità previsiva.

 

A ciò si aggiungono altri fatti, per esempio la possibilità da parte delle società di gestione di penalizzare fondi grossi e premere l’acceleratore su fondi nuovi e piccoli, in modo da sfoggiare poi le loro performance (di cui pochissimi si erano avvantaggiati) per accalappiare nuovi sfortunati clienti.

 

Conclusione, solo chi è molto competente e addentro al mondo realtà del risparmio gestito può fare qualche previsione attendibile sulla probabilità che un certo fondo batta (non abbia battuto!) il suo benchmark. Si tratta di poche centinaia di persone in tutta Italia. Per gli undici milioni circa di clienti dei fondi d’investimento la previsione più attendibile è una sola: tutto fa ritenere che otterranno di più e correranno meno rischio disinvestendo i fondi posseduti e soprattutto le oscurissime gestioni patrimoniali in fondi (Gpf). Quindi gli conviene farlo senza indugio, passando ai titoli di stato ed eventualmente agli Etf

 

 

Marco Montanari

 

 

 

 

Legge sul risparmio monca su alcuni aspetti fondamentali

https://wallstreetrack.wordpress.com/2006/08/30/22/

 

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