Rivoluzioni contro la Precarieta’ del Reddito e del Lavoro

Rivoluzioni contro la Precarieta’ del Reddito e del Lavoro

 

 

 

 

Sono le retribuzioni e le future pensioni del lavoro dipendente privato che vanno tutelate ed aumentate (sia sul fronte dei precari sia per i dipendenti di piccole aziende) non le retribuzioni e le pensioni del dipendente pubblico o di quello  dei grandi gruppi insustriali (ne’ le pensioni dei lavoratori gia’ ritirati del settore pubblico o privato). Ma il sindacato e la politica dove sono?

 

Poi se licenziassero almeno 360.000 pubblici dipendenti fannulloni e corrotti potrebbero anche trovare le risorse necessarie per una seria politica di ammortizzatori sociali ed un intervento reale a sostegno delle famiglie come nucleo.

 

L’intervento a sostegno delle famiglie previsto nella Finanziaria si concentra esclusivamente sulla casa. Senza occuparsi invece della razionalizzazione degli aiuti al costo dei figli o dei servizi sociali ed educativi. Questo governo, come quelli precedenti, continua a utilizzare la leva fiscale per effettuare una distribuzione tra famiglie, dimenticando che nel nostro sistema fiscale l’imposta è a base individuale. E prendere a criterio di una prova dei mezzi il reddito familiare può produrre iniquità e redistribuzioni inverse. Ignorare la famiglia, come avviene sempre in Italia quando dai dibattiti ideologici si passa alle politiche concrete, può fare danni seri.

 

 

 

Italia senza paga: Abbiamo gli stipendi (del settore privato non anche del settore pubblico ndr) più bassi d’Europa

 

FONTE: EUROSTAT

 

Tabelle: la busta paga 2002

 

Retribuzione netta Single senza figli

 

Nazione  1996  2002  Var.%

Italia  16.393 16.426 0,2

 

La categoria dei “single” 2002 busta paga è rimasta a 16.426 euro. Pressoché lo stesso di quanto prendeva nel 1996, ovvero 16 mila e 393 euro l’anno

 

 

Busta paga: come è cambiata la busta paga dei single senza figli in Europa

Click here: [url=http://miojob.repubblica.it/notizie-e-servizi/dossier/dettaglio/busta-paga-come-cambiata-la-busta-paga-dei-single-in-europa/2640196]link- Tabelle: la busta paga dei single senza figli [/url]

 

 

Retribuzione netta Single senza figli in Europa

 

Nazione  1996  2002  Var.%

Irlanda 13.665 17.971 31,5
Finlandia 12.642 16.190 28,1
Paesi Bassi 16.983 21.622 27,3
Francia 12.979 16.021 23,4
Regno Unito 17.212 20.926 21,6
Grecia 9.739 11.580 18,9
Lussemburgo 20.496 23.887 16,5
Portogallo 7.864 9.084 15,5
Belgio 15.805 18.236 15,4
Svezia 12.759 14.677 15,0
Spagna 13.581 15.369 13,2
Danimarca 16.152 18.149 12,4
Germania 17.174 18.887 10,0
Austria 15.846 17.141 8,2
Italia  16.393 16.426 0,2

FONTE: EUROSTAT

 

 

Retribuzione netta calcolata a parità di potere di acquisto, a parità di prestazione lavorativa e a parità di tipologia professionale

 

 

 

 

Ma non solo per i single non è andata bene. Dal confronto europeo esce fuori anche che le retribuzioni complessive di una coppia con due figli perdono il confronto con quelle dei partner europei .

 

 

 

Tabelle: la busta paga 2002

Retribuzione netta di una Coppia con due figli

 

Nazione  1996  2002  Var.%

 

Italia  33.026  34.249 3,7

 

 

 

 

Retribuzione netta di una Coppia con due figli in Europa

 

 

Click here: [url=http://miojob.repubblica.it/notizie-e-servizi/dossier/dettaglio/busta-paga-come-cambiata-la-retribuzione-di-una-coppia-con-due-figli-in-europa/2640211]link- Retribuzione netta di una Coppia con due figli [/url]

 

 

 

Nazione  1996 2002 Var.%

Irlanda 28.242 37.690 33,5
Paesi Bassi 35.887 45.243 26,1
Finlandia 27.396 34.408 25,6
Francia 28.356 34.805 22,7
Regno Unito 36.295 44.478 22,5
Grecia 21.386 25.395 18,7
Portogallo 16.354 19.081 16,7
Svezia 26.962 31.342 16,2
Spagna 27.497 31.500 14,6
Lussemburgo 48.867 55.935 14,5
Belgio 34.567 39.425 14,1
Germania 36.862 41.680 13,1
Danimarca 34.206 38.347 12,1
Austria 34.993 38.633 10,4
Italia  33.026 34.249 3,7

FONTE: EUROSTAT

 

 

ITALIA: TAX

 

(Attuali e vecchie Aliquote IRPEF )

 

http://borsa.corriere.it/CalcFin/Finanziaria.html

 

 

 

 

 

 

Retribuzione Pubblici dipendenti

Anno 2003

ITALIA Spesa PA,  Pubblici Dipendeti, Pressione fiscale e l’Evasione Fiscale

Statistiche sulle amministrazioni pubbliche

Conti economici nazionali

Dati 2003 resi pubblici in febbraio 2007 dall’Istat 

Tavola 2.17 e’ il Costo del lavoro in senso ampio
 Tavola 2.23 e’ la Retribuzione annua media lorda complessiva pubblici dipendenti

Totale Costo del lavoro in senso ampio relativo al personale effettivo in servizio è di oltre 128,5 miliardi di euro.

Retribuzione media lorda annua dei dipendenti pubblici single  non considerando il reddito dell’eventuale partner ammonta a 28.186 euro

Retribuzione media netta annua dei dipendenti pubblici single  non considerando il reddito dell’eventuale partner ammonta a 21.799 euro

 
REDDITO Pubblici Dipendenti compreso lo 0.59% dei Dirigenti : Retribuzione lorda annua media di 28.186 euro ( dai 21.167 euro ai 157.000 mila euro): 37.000 euro nelle Universita’, 33.000 Corpi di Polizia, Forze Armate 31.500, Ministeri 30.000, Enti Pubblici non economici 31.500, Carriera diplomatica e prefettizia , Regioni e Autonomie Locali 28.000, Aziende Autonome 25.000 , Servizio Sanitario 31.500, Scuola 28.000)

Lavoratori 23.349.496

Autonomi  6.172.000

Dipendenti 17.177.496

Privati dipendenti 13.637.000

Pubblici dipendenti  3.540.496

A tempo Indeterminato  3.103.294
A tempo determinato        400.646
Non attribuibile                   36.556

Amministrazioni Centrali 1.986.209
Amministrazioni locali      1.496.732
Enti Nazionali di Previdenza  57.915

9.976 enti pubblici

Click here[url=http://www.istat.it/dati/catalogo/20070227_01/ann0604statistiche_amministrazioni_pubbliche03.pdf]link-Istat – Retribuzione annua media lorda complessiva e per settore – Statistiche sulle amministrazioni pubbliche [/url]

Click here: [url=http://www.istat.it/salastampa/comunicati/non_calendario/20070227_01/testointegrale.pdf

]link- Statistiche Personale PA [/url]

 

 

Dati 2005

 

Conto economico consolidato delle amministrazioni pubbliche

Istat

Click here:[url=http://www.istat.it/salastampa/comunicati/non_calendario/20060630_00/testointegrale.pdf]link-Spesa PA 1980/2005 Tabella 1 Costo del lavoro in senso ampio in particolare [/url]

 

Pubblici Dipendenti sono 3.630.000

Totale costo del lavoro  del personale pubblico 148,7 miliardi di euro, a  155,53 miliardi di euro se calcoliamo anche gli aumenti retributivi determinati dal rinnovo dei contratti per il biennio 2004-2005, sottoscritti in massima parte nel 2006

Retribuzioni lorde  del personale pubblico 101,7 miliardi di euro

 


 

 

 

 

 

Dati 2006

 

resi pubblici in marzo 2007

Conto economico consolidato delle amministrazioni pubbliche

 

Istat

Pubblici Dipendenti sono 3.630.000

 

 

 

Costo del lavoro in senso ampio relativo al personale effettivo in servizio è di oltre 162,9 miliardi di euro.

 

Retribuzione media  lorda annua dei dipendenti pubblici single non considerando il reddito dell’eventuale partner ammonta a 30.666 euro

 

Retribuzione media netta annua dei dipendenti pubblici single non considerando il reddito dell’eventuale partner ammonta a 23.231 euro

 

 

Click here:[url=http://www.istat.it/salastampa/comunicati/in_calendario/continaz/20070301_00/testointegrale.pdf]link-Spesa PA 2006 Tavola 18 e’ il Costo del lavoro in senso ampio in particolare [/url]

 

 

Totale costo del lavoro  del personale pubblico delle Amministrazioni pubbliche (all’interno del cd CONTO DELLE AMMINISTRAZIONI PUBBLICHE relativi ai DIPENDENTI PUBBLICI) voce contenuta nelle spese correnti per consumi finali delle Amministrazioni pubbliche, nel 2006 hanno registrato un aumento del +4,8%  a  162,999 miliardi di euro ( Retribuzioni lorde  del personale pubblico pari a 111,32 miliardi di euro + Contributi e Spese per la formazione del personale pari a 51,67 miliardi di euro) rispetto ad una crescita del +4,5% a  155,53 miliardi di euro dell’anno precedente che contiene, anche gli aumenti retributivi determinati dal rinnovo dei contratti per il biennio 2004-2005, sottoscritti in massima parte nel 2006. Alla crescita hanno contribuito alcuni rinnovi contrattuali, tra cui quelli delle regioni e degli enti locali, della sanità, degli enti di ricerca e dell’università.

 

 

Il costo dei dipendenti pubblici pari al 162,99 miliardi rappresenta l’11.05% (dal 10,4% sul Pil del 2005) dell’intera’ produttivita’ del Paese ( PIL = 1.475,0 miliardi di euro nel 2006) nonche’ il 21.88% dell’intera spesa pubblica della PA  nel 2006 ( 744,7 miliardi di euro ).

 

In Germania tra il 2000 e il 2006 I costi totali del pubblico impiego nel 2006 in percentuale del Pil sono scesi al 7,2% dall’8,1%, ovvero circa 17 miliardi di euro in meno. In Italia ci sono 61 dipendenti pubblici ogni mille abitanti, mentre in Germania sono 54 ogni mille.

 

Altrettanto impietoso e’ il risultato che emerge dal confronto sulla distribuzione tra i vari livelli istituzionali dei lavoratori pubblici. Se in Italia il 56% e’ alle dipendenze dello Stato centrale (e l’altro 44% e’ impiegato tra Regioni ed Enti locali), in Germania solo l’11% lavora per lo Stato centrale e l’altro 89% e’ distribuito tra i Lander e le amministrazioni locali.

 


Queste tabelle dimostrano chiaramente il meccanismo del tax push: quando le entrate tributarie aumentano, si finisce sempre per trovare un modo di spendere queste risorse aggiuntive anziché utilizzarle per tagliare il debito. È questo il semplice motivo per cui un aggiustamento dei conti pubblici incentrato sull’incremento delle entrate non potrà mai essere duraturo. Per risanare i conti pubblici bisogna ridurre la spesa pubblica, che invece viaggia come un treno in corsa: continua ad aumentare del 2 per cento in termini reali ogni anno, quale che sia il colore politico del governo in carica!

 

Se lo stato spende meno i conti pubblici migliorano, il cittadino e’ maggiormente soddisfatto, e, quindi, l’evasione fiscale diminuisce: lo sottolinea la nota mensile Isae. L’istituto spiega che “tra le tipologie di spesa scrutinate, e’ il numero dei dipendenti pubblici a provocare la maggiore reazione tra gli operatori in nero”. Per questo, si legge nella nota mensile, “una soluzione al dilemma di politica fiscale potrebbe venire dal lato della spesa”. Un dilemma che nasce dall’impossibilita’ di agire soltanto sulle aliquote

 

 

Marco  Montanari

 

 

 

 

 

STATALI: CORTE CONTI, STIPENDI PUBBLICI IN 5 ANNI +12,8% SPESA RETRIBUZIONI

AI MAGISTRATI GLI AUMENTI PIU VISTOSI

I dati elaborati dalla Corte provengono in massima parte dai conti annuali della Ragioneria generale dello Stato e riguardano oltre 10 mila enti.

 

Click here: [url=http://www.rgs.mef.gov.it/VERSIONE-I/Servizi-e-/SICO/Pubblicazi/index.asp

]link- STATALI: CORTE CONTI, STIPENDI PUBBLICI IN 5 ANNI +12,8% [/url]

 

 

 

Povera Italia senza paga
Gli stipendi più bassi d’Europa

 

 

di FEDERICO PACE

 

 

 

Click here: [url=http://miojob.repubblica.it/notizie-e-servizi/notizie/dettaglio/povera-italia-senza-paga-stipendi-pi-bassi-d-europa/2640257]link- Povera Italia senza paga [/url]

 

 

Mentre negli altri paesi europei le retribuzioni continuano a crescere, in Italia rimangono al palo. A rimetterci sia i single che le coppie con figli. I dati dell’analisi di Eurostat. Tabelle: la busta paga dei single senza figli, la busta paga di una coppia con due figli. Strumenti: calcola lo stipendio netto.

 

 

Gli stipendi italiani sono quasi una miseria. Ciascuno ne ha da tempo una sensazione chiara. La busta paga di molti non basta a quel che dovrebbe. Ora la conferma, a quella che era qualcusa di più di una sensazione, l’ha offerta Mario Draghi, il governatore di Bankitalia, che ha chiesto che le retribuzioni riprendano a crescere. “I livelli retributivi – ha detto il governatore in occasione di una lezione all’Università di Torino – sono in Italia più bassi che negli altri principali paesi dell’Unione europea”. E a supporto ha fatto riferimento ai dati di un’indagine di Eurostat che confronta le retribuzioni dei paesi europei tenendo conto anche dell’evoluzione dei prezzi.

 

 

 

L’analisi effettuata del centro di studi statistico dell’Unione è la più recente comparazione dell’evoluzione degli stipendi in Europa. Prende in considerazione gli anni compresi tra il 1996 e il 2002 e si riferisce ai dipendenti dei comparti dell’industria manifatturiera. E l’Italia non ne esce affatto bene.

 

Dal 1996 al 2002 le retribuzioni italiane sono rimaste al palo acuendo in qualche mondo le distanze dagli altri paesi. Nessun miglioramento di alcun tipo. Mentre infatti da noi la busta paga rimaneva “congelata”, in altri paesi le retribuzioni invece si muovevano. In Francia, Germania o Regno Unito, il potere d’acquisto degli addetti dei settori coinvolti ha avuto una andamento nettamente migliore.

 

Per quanto riguarda la categoria dei “single” nel 2002 la sua busta paga è rimasta a 16.426 euro. Pressoché lo stesso di quanto prendeva nel 1996, ovvero 16 mila e 393 euro l’anno (vedi tabellahttp://miojob.repubblica.it/notizie-e-servizi/dossier/dettaglio/busta-paga-come-cambiata-la-busta-paga-dei-single-in-europa/2640196).

 

Nel Regno Unito, nello stesso intervallo di tempo si è registrata una crescita pari al 21,6 per cento. Cos, in Olanda (+27,3%) e in Francia (+23,4%). Senza parlare dell’Irlanda dove lo stipendio netto del single è cresciuto del 31,5%.

 

Ma non solo per i single non è andata bene. Dal confronto europeo esce fuori anche che le retribuzioni complessive di una coppia con due figli perdono il confronto con quelle dei partner europei (vedi tabellahttp://miojob.repubblica.it/notizie-e-servizi/dossier/dettaglio/busta-paga-come-cambiata-la-busta-paga-dei-single-in-europa/2640196).

 

In questo caso a incidere sulla busta paga netta ci sono anche le politiche di sostegno alle famiglie attraverso gli assegni famigliari e gli sgravi fiscali. Anche qui l’Italia ha la maglia nera dove la retribuzione complessiva è cresciuta tra il 1996 e il 2002 solo del 3,4%.

 

Senza contare che in questi anni in Italia, la disparità retributiva è cresciuta più che in altri paesi al pari solo di Giappone e Regno Unito. Senza contare che i salari d’ingresso – come ha messo in evidenza Draghi – sono sempre più magri

 

 

 

TRE RIVOLUZIONI CONTRO LA PRECARIETA’:

 

abbandonare l’idea che il posto fisso possa continuare a essere la normalità,
istituire un reddito minimo garantito a tutti i cittadini
e tutelare la contrattazione collettiva come base contrattuale.

 

È intollerabile la precarietà, non dell’impiego, ma del reddito. È sotto gli occhi di tutti: negli anni l’Italia ha generato un forte dualismo nel mercato del lavoro. Chi è dentro è dentro, e ha tutte le tutele, chi è fuori è fuori, e non ne ha nessuna.

 

di Carlo D’Ippoliti 24.10.2007

 

http://www.lavoce.info/

 


Per uscire dal dualismo del mercato del lavoro sono necessarie tre rivoluzioni:

 

  • abbandonare l’idea che il posto fisso possa continuare a essere la normalità – CU: l’istituzione di un contratto unico garantito a tutti i cittadini,

  • istituire un reddito minimo garantito a tutti i cittadini – SU: l’istituzione di un salario minimo garantito a tutti i cittadini,

  • e tutelare la contrattazione collettiva come base contrattuale.

 

L’Italia si prepara a decenni di rilevanti cambiamenti strutturali, in quel che produciamo e in come e dove lo produciamo. Controproducente illudersi che la flessibilità del salario permetta di sopravvivere alla produzione di merci a basso contenuto tecnologico. È sotto gli occhi di tutti: negli anni l’Italia ha generato un forte dualismo nel mercato del lavoro. Chi è dentro è dentro, e ha tutte le tutele, chi è fuori è fuori, e non ne ha nessuna. La divisione rispecchia in parte le sorti di due generazioni: da un lato i lavoratori più anziani, tranquilli e tutelati, dall’altro i giovani, flessibili e preoccupati. I primi, blindati da contratti più stabili di matrimoni, hanno fatto crescere una generazione di figli e nipoti pensando, “sapendo”, che la normalità è il posto fisso.

 

Stabili e flessibili

 

La stabilità completa dell’impiego implica per i lavoratori anche stabilità del reddito, grazie al predominante ruolo della contrattazione collettiva. Questa seconda importante stabilità non è data invece a chi il posto fisso non ce l’ha: sussidi di disoccupazione o sostegni generalizzati al reddito sono previsti solo come eccezionalità, nel caso estremo di crisi aziendale, e solo delle grandi aziende, per la verità. Per molti anni questa tutela limitata non è stata un problema: la normalità, si è detto, è il posto fisso.

 

Possiamo rappresentare la stabilità dell’impiego e quella del reddito con una semplice tabella: la situazione “dei padri” è la casellina in alto a sinistra (bonariamente chiamata “corporativismo”), quella “dei figli” in basso a destra.

 

 

Reddito   Impiego 
Stabilità Flessibilità
Stabilità Corporativismo SU
Flessibilità CU Precarietà

 

SU: l’istituzione di un salario minimo garantito a tutti i cittadini

 

CU: l’istituzione di un contratto unico garantito a tutti i cittadini

 

Come si è arrivati alla flessibilità estrema sia dell’impiego che del reddito? Semplicemente, a fronte del fallimento della società nel trovare un posto fisso a ognuno (e soprattutto a ognuna) si è pensato che la completa flessibilità del mercato avrebbe garantito una spontanea convergenza verso la piena occupazione. Lasciamo che ogni lavoratore sia retribuito per quel che vale, e che ogni azienda paghi quanto può e vuole: la concorrenza tra lavoratori e tra aziende farà il resto. Tale proposta si accompagna al consenso crescente, anche da parte dei sindacati, sul ruolo sempre maggiore da attribuire alla contrattazione aziendale, al fine di garantire che le imprese più dinamiche e produttive offrano salari migliori, stimolando così il trasferimento dei lavoratori verso i settori in crescita. Questa soluzione, prima ancora di conoscerne l’effettiva efficacia, si è ormai dimostrata socialmente e politicamente insostenibile.

 

CU: l’istituzione di un contratto unico garantito a tutti i cittadini

 

Si parte, tutti indistintamente, precari, nel senso di lavoratori temporanei in prova, e ai diversi rinnovi contrattuali si aumentano in via automatica le tutele, fino a giungere all’agognato posto fisso

 

Meno chiara è la via di uscita. Il problema è come non abbandonare i giovani nelle fauci della casellina “precarietà”, senza tornare in quella altrettanto insoddisfacente della disoccupazione e dipendenza dagli anziani, quando vigeva la casellina “corporativismo”.

 

Una soluzione allo studio in Francia, proposta in Italia da Tito Boeri e Pietro Garibaldi su lavoce.info, è il contratto unico (nella tabella, casellina CU in basso a destra, più o meno).  Si parte, tutti indistintamente, precari, nel senso di lavoratori temporanei in prova, e ai diversi rinnovi contrattuali si aumentano in via automatica le tutele, fino a giungere all’agognato posto fisso. Tale proposta avrebbe il vantaggio di superare i “timori”che le aziende hanno ad assumere, quando costrette a farlo in forme più vincolanti di un matrimonio. Si garantisce così un certo periodo di fidanzamento, per conoscersi reciprocamente e capire se si è fatti l’uno per l’altra. La normalità, in questa visione, rimane comunque l’impiego stabile e a tempo indeterminato, il posto fisso.

 

I limiti del “contratto unico”

Il problema di questa proposta è però la visione statica dell’economia che implica. Nelle condizioni attuali l’Italia si prepara a decenni di rilevanti cambiamenti strutturali: in quel che produciamo, e in come e dove lo produciamo. E non solo a causa dell’incessante progresso tecnologico cui occorre rimanere “agganciati” se si vuole restare tra le più ricche e competitive nazioni al mondo; ma anche per i rilevanti cambiamenti geo-politici, e nella divisione internazionale del lavoro, che stanno seguendo la fine della guerra fredda e l’emersione di grandi economie tra i cosiddetti paesi in via di sviluppo. È controproducente illudersi che la flessibilità del salario permetta di sopravvivere alla produzione italiana di merci a basso contenuto tecnologico, ed è stupido cedere la sfida del lancio di nuove produzioni ad alto contenuto tecnologico.

Una visione dinamica dell’economia impone dunque l’abbandono dell’illusione che un lavoratore possa oggi “nascere e morire” nella stessa azienda, se non per puro caso. Evito di chiamare tale caso una “fortuna” perché sin dai tempi di Adam Smith si discute di quanto svilente (“alienante”) possa essere ridurre una persona e un cittadino a lavoratore che ripete da sempre lo stesso mestiere. Scriveva, il padre dell’economia, che così si rischia di diventare “stupidi come un essere umano può diventare” (La Ricchezza delle Nazioni).

 

 

 

È sotto gli occhi di tutti: negli anni l’Italia ha generato un forte dualismo nel mercato del lavoro. Chi è dentro è dentro, e ha tutte le tutele, chi è fuori è fuori, e non ne ha nessuna. La divisione rispecchia in parte le sorti di due generazioni: da un lato i lavoratori più anziani, tranquilli e tutelati, dall’altro i giovani, flessibili e preoccupati. I primi, blindati da contratti più stabili di matrimoni, hanno fatto crescere una generazione di figli e nipoti pensando, “sapendo”, che la normalità è il posto fisso. Per uscire dal dualismo del mercato del lavoro sono necessarie tre rivoluzioni:

 

  • abbandonare l’idea che il posto fisso possa continuare a essere la normalità – CU: l’istituzione di un contratto unico garantito a tutti i cittadini,

  • istituire un reddito minimo garantito a tutti i cittadini – SU: l’istituzione di un salario minimo garantito a tutti i cittadini,

  • e tutelare la contrattazione collettiva come base contrattuale.

 

 

SU: l’istituzione di un salario minimo garantito a tutti i cittadini

 

 

 

La prima rivoluzione – l’abbandono dell’idea che il posto fisso possa continuare a essere la normalità – ne implica una seconda, per evitare di rimanere nella casellina della precarietà e spostarsi invece in alto, nella più equa casellina SU: l’istituzione di un salario minimo garantito a tutti i cittadini (Per la verità, anche questa proposta è stata inizialmente appoggiata da Tito Boeri proprio su questo sito), che ne sradichi alla radici la precarietà, non dell’impiego, ma del reddito, questa sì, intollerabile.

 

Infine, tale visione implica un’ultima rivoluzione: premiare sì l’impegno e la produttività individuale, e non aziendale, ma tutelare la contrattazione collettiva come base contrattuale. Le imprese più produttive e in crescita pagheranno forse salari meno elevati di quanto avrebbero fatto con la contrattazione aziendale, ma potranno riservare più fondi alle retribuzioni individuali, agli investimenti, o – perché no – ai profitti, invitando così a investire in quel settore altre imprese e nuovi capitali alla ricerca di alti profitti. Le imprese a bassa crescita della produttività avranno invece più difficoltà a tenere il passo, rispetto al regime di contrattazione aziendale che nel loro caso sarebbe “calmierata” dalla bassa crescita dell’azienda: saranno dunque più velocemente e con più facilità espulse da un mercato in cui evidentemente non devono più stare. Finiranno a Est? Forse, ma non è su loro che una nazione può fondare un avvenire tra le più ricche e competitive economie mondiali.

 

La prima rivoluzione – l’abbandono dell’idea che il posto fisso possa continuare a essere la normalità – ne implica una seconda, per evitare di rimanere nella casellina della precarietà e spostarsi invece in alto, nella più equa casellina SU: l’istituzione di un salario minimo garantito a tutti i cittadini (Per la verità, anche questa proposta è stata inizialmente appoggiata da Tito Boeri proprio su questo sito), che ne sradichi alla radici la precarietà, non dell’impiego, ma del reddito, questa sì, intollerabile.

 

 

Infine, tale visione implica un’ultima rivoluzione: premiare sì l’impegno e la produttività individuale, e non aziendale, ma tutelare la contrattazione collettiva come base contrattuale. Le imprese più produttive e in crescita pagheranno forse salari meno elevati di quanto avrebbero fatto con la contrattazione aziendale, ma potranno riservare più fondi alle retribuzioni individuali, agli investimenti, o – perché no – ai profitti, invitando così a investire in quel settore altre imprese e nuovi capitali alla ricerca di alti profitti. Le imprese a bassa crescita della produttività avranno invece più difficoltà a tenere il passo, rispetto al regime di contrattazione aziendale che nel loro caso sarebbe “calmierata” dalla bassa crescita dell’azienda: saranno dunque più velocemente e con più facilità espulse da un mercato in cui evidentemente non devono più stare. Finiranno a Est? Forse, ma non è su loro che una nazione può fondare un avvenire tra le più ricche e competitive economie mondiali.

 

 

 

Lo schiavismo italiano condannato dall’ONU

 

6 Novembre 2007

http://www.beppegrillo.it/

 

Chi è la ILO

 

Sito della ILO

 

 

 

 

La legge Maroni, o legge 30, doveva essere subito abolita da questo Governo. Nel programma dell’Unione la legge Maroni è citata 28 volte ai fini di emendarla o abolirla. L’Unione si era impegnata a cambiarla radicalmente con i suoi elettori. Non ha mantenuto le promesse. Ora anche gli organismi internazionali cominciano a chiederci perchè stiamo trasformando gli italiani in Schiavi Moderni. La ILO, Agenzia delle Nazioni Unite per i Diritti del Lavoro ha convocato Damiano. Il ministro ha preferito non farsi impallinare e ha mandato la sua direttrice generale che ha dato la colpa al precedente Governo.
Il professor Mauro Gallegati mi ha inviato una lettera sull’argomento.

 

 

“Con il pretesto della flessibilità per modernizzare il mercato del lavoro, la legge 30 ha creato una situazione di precarietà preoccupante. Per le statistiche ufficiali, i contratti a termine sono diventati quasi l’unico modo che hanno i giovani di trovare un impiego ma poi è raro che questi si traducano in lavori stabili, con un rapporto di 1 a 25. Stanno aumentando le distorsioni del mercato del lavoro, specialmente nel Sud del Paese dove la diminuzione del tasso di occupazione ha raggiunto livelli allarmanti”.

Non sono le considerazioni note della sinistra radicale o dei metalmeccanici Fiom, critici sul Protocollo del governo perché conserva gran parte della legge 30, ma le osservazioni della Commissione di esperti dell’International Labour Organisation, ILO, Agenzia delle Nazioni Unite per i diritti del lavoro.

È passata inosservata la notizia che il nostro Governo, tramite il ministro Damiano, è stato convocato in un’audizione speciale nel corso della 96° Conferenza internazionale del lavoro, a giugno a Ginevra, per discutere della situazione in Italia e degli effetti della legge 30, che ha suscitato non poche perplessità nella comunità internazionale. L’ILO ha un ruolo normativo e di controllo sull’applicazione delle norme internazionali, oltre che di sostegno ai governi nel perseguimento del “Lavoro dignitoso” contro la deregolamentazione dell’occupazione e la negazione dell’intervento pubblico di protezione sociale. Dai verbali dell’audizione italiana emerge con chiarezza “l’incompatibilità” delle riforme del governo Berlusconi rispetto alla Convenzione 122 sulle politiche del lavoro. La Convenzione, ratificata dall’Italia nel 1971, impone agli Stati membri l’adozione di “programmi diretti a realizzare un impiego pieno, produttivo e liberamente scelto” e in generale “l’elevazione dei livelli di vita, attraverso la lotta alla disoccupazione e la garanzia di un salario idoneo”.

Per la Commissione composta da 20 giuslavoristi di tutto il mondo, “l’unico fine perseguito dal vecchio governo è la liberalizzazione del mercato del lavoro secondo un modello di contrattazione sempre più individualizzata, a discapito di politiche territoriali di sviluppo nell’industria e nella ricerca, fondamentali per assicurare competitività nei settori innovativi, anziché cercare di competere con le economie emergenti sul costo del lavoro”. La Commissione ha chiesto di rispettare la Convenzione 122 con “un ritorno alla centralità del rapporto di lavoro a tempo indeterminato come forma tipica di occupazione”, attraverso una concertazione che vada a beneficio dei lavoratori, in termini di condizioni salariali e di vita, e non solo delle imprese.

All’audizione dell’Ilo non ha partecipato il ministro Damiano, seppure convocato formalmente, ma Lea Battistoni, che al ministero è direttore generale del mercato del Lavoro. Dopo avere premesso che il nuovo esecutivo è in carica da troppo poco tempo per mostrare già i risultati delle proprie politiche, Battistoni ha rassicurato la Commissione spiegando che le richieste dei sindacati erano state prese in considerazione e che non c’è motivo di preoccuparsi per il mancato rispetto delle convenzioni internazionali da parte dell’Italia: “Questa discussione – ha detto – sembra appartenere al passato, a un altro governo”.

 

 

 

 

 

 

 

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