Fondi Comuni fallimentari: Costano tanto, rendono nulla e sono gestiti con i piedi

L’annuale ricerca di Mediobanca sul risparmio gestito

 

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Ultima edizione disponibile

pubblicata in Luglio 2007

ISSN 1722 – 4535

Dati di 1200 Fondi e SICAV italiani (1984-2006) (annuale)

http://www.mbres.it/ita/res_pubblicazioni/annuario.htm

I dati riguardano il patrimonio netto, la raccolta netta, il risultato netto, gli utili e perdite su realizzi e rimborsi e da valutazione, gli oneri di gestione, la composizione e la variazione del portafoglio.

 

I dati di Assogestioni sul patrimonio gestito

Dati di 1200 Fondi e SICAV di diritto Italiano

2007


http://www.assogestioni.it/

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Fuga dai fondi


Risparmio Gestito  in calo del –4,79%  (con un deflusso di -53 miliardi di euro) con un patrimonio lordo pari a 1.053 miliardi di euro nel 2007

Fondi comuni d’investimento  (il prodotto maggiormente utilizzato nella gestione del Risparmio)  in calo del -5,8%  (una raccolta netta con un deflusso di -35 miliardi di euro) a  570,427 miliardi di euro nel 2007 

Solo uno su dieci ha battuto il benchmark

7 Gennaio  2008

 

Il Benchmark (parametro di riferimento del fondo) – L’industria del risparmio gestito italiana archivia il 2007 con un altro disastroso primato: negli ultimi 12 mesi solo il 9,4% dei fondi comuni ha fatto meglio del benchmark (parametro di riferimento del fondo). Il minimo storico dal 2000, da quando è stato introdotto il confronto obbligatorio con gli indici di mercato (nel 2006 solo il 14% dei fondi ha battuto il benchmark).

Fondi bilanciati, solo nel 5,2% dei casi hanno vinto nel 2007 la sfida con il mercato

Fondi Azionari – Il 14,7% dei prodotti azionari ha battuto il mercato, con una punta del 23,7% tra gli specializzati sul listino azionario milanese. Un risultato che testimonia come nel complesso i gestori made in Italy non riescono più a far bene anche quando giocano in casa. Soltanto due anni fa il fattore campo era decisivo per vincere la partita contro il benchmark di Piazza Affari nel 60% dei casi

Obbligazionari ancora peggio. E’ arduo battere il mercato anche per i gestori obbligazionari che solo nel 4,3% dei casi hanno vinto nel 2007 la sfida con il mercato

Prodotti di Liquidità / Monetari al palo di rendimenti – Tra i fondi di liquidità, sui quali le spese di gestione possono arrivare anche all’1% (ossia circa un terzo di quanto rende un BoT in un anno), nessuno è riuscito ad andare oltre il parametro di riferimento

Negli anni precedenti le percentuali oscillavano da un minimo del 14% a un massimo del 23%. Cifre comunque molto basse se si pensa che attraverso il servizio di gestione, pagato profumatamente, il sottoscrittore spera di ottenere risultati superiori al mercato, ovvero al meno costoso Etf di riferimento.

Il che è già una vergogna, e tale percentuale scende a livelli infimi estendendo il confronto agli ultimi cinque anni ovvero la percentuale delle probabilità di imbroccare un fondo che batta il suo benchmark per cinque anni consecutivi . Dalla ricerca dell?ufficio studi di Mediobanca si evince infatti che, valutata nel quinquennio 2002-2007, la percentuale dei fondi che hanno battuto il loro benchmark arriva solo al 1.7% dei fondi comuni che ha fatto meglio del benchmark.

Paradossalmente è più facile vincere altrettante volte alla roulette, scommettendo sulle cosiddette chances simples. Chi punta per esempio sul rosso (o sul nero, sul pari, sul dispari ecc.) ha 2,7% di probabilità di vincere cinque volte di seguito. Le probabilità di imbroccare un fondo che batta il suo benchmark per cinque anni consecutivi appaiono minori.

L’esigua minoranza emerge dalla consueta analisi condotta da «Plus24» sui dati diffusi dalle più solerti società, rappresentative del 70% del mercato, che ogni sabato sono pubblicati nella tabella «Fondi comuni a confronto». Nell’ambito dell’analisi sono stati esclusi i fondi esteri visto che non hanno l’obbligo di comunicare il proprio benchmark.

 

 

 

 

 

 

 

Ecco una tabella che indica l’andamento di raccolta e patrimonio gestito in Italia dal 1984 ad oggi.

(ANSA)

FONDI COMUNI D’INVESTIMENTO

ANNI – TOTALE RACCOLTA  (MLD) – PATRIMONIO GESTITO (MLD)

2007 / -35,07 / 570,427

2006 / -9,38 / 605,500
2005 / +21,32 / 640,381
2004 / +0,79 / 569,905
2003 / +29,55 / 548,305
2002 / -5,76 / 496,717
2001 / +2,16 / 546,119
2000 / +34,92 / 574,198
1999 / +88,01 / 537,405
1998 / +167,06 / 395,102
1997 / +78,29 / 202,342
1996 / +33,10 / 108,716
1995 / -4,48 / 69,003
1994 / +12,94 / 69,994
1993 / +16,67 / 59,535
1992 / -0,14 / 33,889
1991 / +2,20 / 31,863
1990 / +0,25 / 27,657
1989 / -4,06 / 29,814
1988 / -6,69 / 31,095
1987 / +0,17 / 35,238
1986 / +19,39 / 39,121
1985 / +8,25 / 14,119
1984 / +0,55 / 2,783

 

Assogestioni sul patrimonio gestito

Industria del Risparmio Gestito

L’industria del Risparmio Gestito è costituita dall’insieme delle attività di investimento delle risorse finanziarie affidate da risparmiatori individuali e da enti ad operatori professionali. Tali operatori sono specificamente disciplinati, vigilati ed autorizzati a svolgere il servizio di gestione collettiva del risparmio o a svolgere attività di gestione su base individuale di portafogli di investimento per conto terzi. L’attività di gestione è svolta, compatibilmente con quanto definito nei contratti di gestione, attraverso l’acquisto e la vendita di attività finanziarie e, nel caso di gestione collettiva, anche di attività reali.

Il Risparmio Gestito è in Italia una realtà rappresentata da un patrimonio di oltre 1.000 miliardi di euro e costituisce circa il 40% delle attività finanziarie delle famiglie italiane.

Il fondo comune d’investimento  è il prodotto maggiormente utilizzato e la sua diffusione è come abbiamo visto pari a 570,427 miliardi di euro nel 2007, poco sopra la meta’ delle gestioni effettuate dall’Industria del Risparmio Gestito

La parte restante è costituita dalle diverse forme di gestioni patrimoniali e da forme di risparmio di matrice previdenziale o assicurativa.

Dal punto di vista dell’origine delle risorse affidate ai gestori, in Italia la parte preponderante è generata dai risparmiatori individuali (retail) mentre solo poco più di un quarto proviene da enti (investitori istituzionali) quali, ad esempio, le imprese di assicurazione, i fondi pensione e le fondazioni bancarie.

Fondi mobiliari, SICAV e Fondi immobiliari

(Organismi di Investimento Collettivo del Risparmio, OICR)

I fondi comuni sono patrimoni collettivi costituiti con i capitali raccolti da una pluralità di risparmiatori, ciascuno dei quali detiene un numero di quote proporzionali all’importo che ha versato. Simili ai fondi nella modalità di raccolta e gestione del patrimonio ma differenti dal punto di vista giuridico e fiscale, le SICAV sono società di investimento a capitale variabile, dotate, di personalità giuridica propria il cui patrimonio è rappresentato da azioni anzichè da quote.

La gestione del patrimonio del fondo è affidata ad un gestore ma il patrimonio che costituisce il fondo è autonomo e separato sia da quello dei singoli partecipanti al fondo sia da quello della Società di Gestione.

Il gestore investe il patrimonio del fondo in un’ampia gamma di titoli (azioni e obbligazioni di diverse emittenti, titoli di stato, strumenti derivati, ecc.). Gli strumenti finanziari e le disponibilità liquide che fanno parte del fondo sono custoditi da una Banca depositaria che accerta la legittimità e la correttezza delle operazioni di emissione e rimborso delle quote del fondo, il calcolo del loro valore e la destinazione dei proventi dei fondi.

A seconda della natura dei titoli in cui il fondo viene investito e delle modalità di accesso/uscita dai fondi si possono individuare alcune macrocategorie di OICR, tra le quali:

Fondi aperti mobiliari
Fondi chiusi mobiliari
Fondi riservati e Fondi speculativi
Fondi immobiliari
Fondi di fondi

Gli OICR sono tenuti ad adempiere nei confronti dei sottoscrittori ad obblighi informativi specificatamente disciplinati dalla normativa vigente (il decreto legislativo 24 febbraio 1998, n. 58 e la delibera della Consob del 14 maggio 1999 n. 11971). L’obbligo informativo si esplicita in particolare nella redazione e consegna al sottoscrittore del prospetto informativo e nell’obbligo di pubblicazione mensile del valore della quota del fondo su almeno un quotidiano nazionale. (vedi Informativa al risparmiatore)

Gestioni patrimoniali

Le Gestioni Patrimoniali sono forme di investimento che permettono al risparmiatore di affidare ad un Gestore (SGR, SIM o banche), tramite mandato, l’investimento del proprio patrimonio. A differenza dei Fondi, la gestione non avviene in monte ma separatamente per ogni cliente del Gestore. Trattandosi di un servizio di investimento personalizzato e non dell’acquisto di un prodotto standard, il portafoglio di ciascun cliente è potenzialmente diverso per ciascun cliente.

In relazione alle caratteristiche del portafoglio gestito è possibile distinguere due servizi di gestione patrimoniale: Gestione Patrimoniale Mobiliare (GPM) – il cui patrimonio viene investito principalmente in strumenti finanziari (azioni, obbligazioni…) – e Gestione Patrimoniale in Fondi/SICAV (GPF/S) – dove il patrimonio è investito prevalentemente in quote di OICR.

Una quota rilevante delle gestioni patrimoniali – circa il 60% – ha ad oggetto patrimoni affidati da investitori istituzionali ovvero è costituita da patrimoni raccolti da imprese di assicurazione e da fondi pensioni e affidati in gestione alle SGR.

 

I dati di Assogestioni sul patrimonio gestito riportati anche dal Sole 24 Ore

 

 

 

Nel 2007 e’ rosso record per raccolta

Risparmio Gestito  in calo del –4,79%  (con un deflusso di -53 miliardi di euro) con un patrimonio lordo pari a 1.053 miliardi di euro nel 2007, rispetto a 1.106 miliardi di euro del dicembre 2006. Sono i dati pubblicati da Assogestioni

Fondi comuni d’investimento  (il prodotto maggiormente utilizzato nella gestione del Risparmio)  in calo del -5,8%  (una raccolta netta con un deflusso di -35 miliardi di euro, i riscatti hanno superato le nuove sottoscrizioni) a  570,427 miliardi di euro nel 2007 rispetto ai 605,5 miliardi di euro del 2006. Sono i dati pubblicati da Assogestioni

Il mercato italiano nel 2007 ha registrato una fuga mai osservata prima dal comparto dei fondi comuni di investimento. Il doppio di quanto perso in tutto il 2006 (-€17,86 miliardi). Una voragine generata esclusivamente dai fondi di diritto italiano, che nel 2007 hanno visto i riscatti superare le nuove sottoscrizioni per oltre 35 miliardi. Mentre i fondi esteri, i cui dati definitivi arriveranno comunque a febbraio, archiviano un +2,9 miliardi di euro. Anche il 2006 si era chiuso con un passivo di 17,86 miliardi di euro, trasformatosi poi in un rosso minore, pari a 9,389 miliardi, grazie all’ausilio dei dati completi dei fondi esteri, comunicati spesso solo su base trimestrale, che negli ultimi anni sono sempre stati in grado di risollevare, anche se parzialmente le sorti del settore.

Un anno su cui, a detta di molti osservatori, sul sistema italiano hanno pesato diversi fattori: oltre all’effetto psicologico dettato dalla crisi dei subprime e dall’andamento altalenante dei mercati finanziari, anche una disparità di trattamento dal punto di vista fiscale con gli altri Paesi europei, dove vige l’imposta sul realizzato e non sul maturato come in Italia. Non solo, come ricordato recentemente da diversi rapporti, il minor apporto di reddito da destinare al risparmio ha inevitabilmente modificato i comportamenti del risparmiatore, che spesso preferisce rivolgersi ad altre tipologie di prodotti, diversi dalle quote di fondi.

Rimane comunque il problema di fondo del costante deflusso di fondi dall’industria, come traspare dal costante declino che, a parte i picchi del 2003 e del 2005, dura ormai dal 2001. Sono infatti lontani gli anni d’oro del comparto della raccolta, quando poco prima del nuovo millennio aveva inanellato 4 anni d’oro dal 1997 al 2000. Soprattutto il 1998, con la raccolta record di 167 miliardi di euro, rappresenta l’apice storico mai raggiunto dal sistema Italia

Il Benchmark (parametro di riferimento del fondo) – L’industria del risparmio gestito italiana archivia il 2007 con un altro disastroso primato: negli ultimi 12 mesi solo il 9,4% dei fondi comuni ha fatto meglio del benchmark (parametro di riferimento del fondo). Il minimo storico dal 2000, da quando è stato introdotto il confronto obbligatorio con gli indici di mercato. L’esigua minoranza emerge dalla consueta analisi condotta da «Plus24» sui dati diffusi dalle più solerti società, rappresentative del 70% del mercato, che ogni sabato sono pubblicati nella tabella «Fondi comuni a confronto». Nell’ambito dell’analisi sono stati esclusi i fondi esteri visto che non hanno l’obbligo di comunicare il proprio benchmark. Negli anni precedenti le percentuali oscillavano da un minimo del 14% a un massimo del 23%. Cifre comunque molto basse se si pensa che attraverso il servizio di gestione, pagato profumatamente, il sottoscrittore spera di ottenere risultati superiori al mercato, ovvero al meno costoso Etf di riferimento

Gli effetti del Fisco – Il mercato è difficile da battere soprattutto in periodi di rialzo. Sulla performance del fondo pesa la tassazione sul risultato maturato, che rappresenta sicuramente un freno nelle fasi positive del mercato ma che diventa un vantaggio in quelle negative. Tuttavia occorre ricordare che quasi tutte le società di gestione, prima di procedere con il confronto, provvedono a rendere la performance del benchmark al netto della ritenuta fiscale del 12,5% prevista per il fondo. Lo spartiacque del benchmark rimane comunque quasi sempre insuperabile. E a rendere più arduo il confronto con il parametro di riferimento, ci ha pensato la Consob. Dal primo gennaio 2006, infatti, i benchmark devono essere per tutti total return: in sostanza è necessario tener conto sempre dei dividendi reinvestiti.

Il fardello dei costi – Sono proprio i costi il capro espiatorio che spesso viene additato dagli stessi gestori come principale responsabile del mancato superamento dell’asticella del benchmark. Le commissioni, che vengono incassate dalle società di gestione, nella loro quasi totalità sono poi girate ai collocatori per un servizio di consulenza che negli anni si è rivelato poco efficiente. Un onere che grava come un macigno, in particolare, sulle già risicate performance ottenibili con un investimento obbligazionario o monetario

Per quanto riguarda le categorie di fondi, Azionari e obbligazionari sono stati i prodotti maggiormente colpiti dalla fuga dal risparmio gestito, mentre per quanto riguarda i rendimenti la latitanza e’ stata generale:

– Fondi Azionari hanno registrato deflussi per oltre 23,6 miliardi di euro, con il patrimonio che è sceso da 154 a 134,9 miliardi di euro

– Fondi Obbligazionari ancora peggio con 46,3 miliardi di deflussi e 204,4 miliardi di patrimonio rispetto ai 247 miliardi di un anno fa. E’ arduo battere il mercato anche per i gestori obbligazionari che solo nel 4,3% dei casi hanno vinto nel 2007 la sfida con il mercato

– Fondi Flessibili hanno registrato la migliore performance: nonostante i -722 milioni di dicembre, archiviano per l’intero 2007 un +10,5 miliardi di raccolta ed un patrimonio in crescita a 66,8 miliardi

– Fondi Bilanciati, solo nel 5,2% dei casi hanno vinto nel 2007 la sfida con il mercato. Ad alzare un po’ la media ci hanno pensato i gestori azionari che possono sfruttare la maggiore volatilità delle Borse per ammortizzare le spese di gestione. Il 14,7% dei prodotti azionari ha battuto il mercato, con una punta del 23,7% tra gli specializzati sul listino azionario milanese. Un risultato che testimonia come nel complesso i gestori made in Italy non riescono più a far bene anche quando giocano in casa. Soltanto due anni fa il fattore campo era decisivo per vincere la partita contro il benchmark di Piazza Affari nel 60% dei casi. Nello specifico c’è da segnalare la frenata dei fondi azionari targati Anima Sgr: ben cinque sono tra i peggiori e uno (Anima Obbligazionario Euro) batte tutti nella propria categoria. Per quelli con focus sull’Italia la maglia nera appartiene a Grifoglobal con un calo di oltre il 10%. Ma nemmeno il migliore tra gli specializzati sull’Italia, il Capitalia Small Cap Italy, è riuscito a chiudere il 2007 con un segno positivo (-2,64% da inizio anno)

– Prodotti di Liquidità / Monetari al palo di rendimenti, sebbene abbiano registrato una raccolta positiva per 7,6 miliardi e un patrimonio di 94,2 miliardi – Tra i fondi di liquidità, sui quali le spese di gestione possono arrivare anche all’1% (ossia circa un terzo di quanto rende un BoT in un anno), nessuno è riuscito ad andare oltre il parametro di riferimento.
gli Hedge Fund, segnano un timido rialzo della raccolta (+112 milioni), ma un balzo del 31% del patrimonio, a 36,5 miliardi

– Roundtrip, positivi fino all’anno precedente, hanno chiuso il 2007 con un passivo di 3,167 miliardi.

 

 

 

 

La beffa dei fondi obbligazionari.
I costi erodono anche il 50% dei già magri rendimenti
di Fabio Pavesi

http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Finanza%20e%20Mercati/2008/01/beffa-fondi-obbligazionari.shtml?uuid=0a86331c-c838-11dc-81ce-00000e251029&DocRulesView=Libero

I Rendimenti netti

Chi ha comprato uno tra gli oltre 50 fondi obbligazionari euro a medio-lungo presenti sul mercato che investe sui titoli di Stato dei Paesi dell’area euro

http://www.ilsole24ore.com/fc?cmd=document&file=/art/SoleOnLine4/Finanza%20e%20Mercati/2008/01/obblig-euro.pdf?cmd=art

FONDI COMUNI DI DIRITTO ITALIANO_RENDIMENTI_6

I segnali c’erano tutti. E ormai da molto tempo. E ora ecco arrivare l’ultima e la più temuta sferzata, quella del Governatore di Bankitalia, Mario Draghi, che ieri l’altro al Forex ha una volta di più criticato le banche sul tema del risparmio gestito, avvertendo che la crisi dei fondi comuni è ormai strutturale e di aver visto finora risposte deludenti dal sistema. Del resto perchè stupirsi di questo ennesimo ammonimento. La crisi profonda è in quell’emorragia nella raccolta che ha visto nel 2007 fuoriuscire dall’universo del risparmio gestito nel suo totale la bellezza di 53 miliardi (nella raccolta netta i riscatti hanno superato le nuove sottoscrizioni).  Una vera e propria fuga dei risparmiatori, magari intempestiva o scellerata, visto che a volte si abbandonano prodotti trasparenti come i fondi con stumenti opachi come le polizze Vita, le unit linked o le obbligazioni strutturate. Ma dietro a questa disaffezione c’è soprattutto un problema di rendimento del capitale investito, cioè dei propri risparmi che in molti casi appare quanto meno imbarazzante.

Il malessere oscuro dei fondi obbligazionari – Immaginate ad esempio di essere uno dei non pochi italiani che diffidano delle Borse o meglio che non vogliono accollarsi troppo rischio sulle spalle. Nessun problema, l’alternativa c’è. Un bel fondo obbligazionario che investe sui titoli di Stato dei Paesi dell’area euro: nessun rischio valutario, nessun rischio di vedere i propri soldi inghiottiti da un crack. Insomma il modo più semplice per non tenere i soldi infruttuosi sul conto e ottenere un rendimento, certo basso, ma pressoché sicuro, tanto almeno da non veder il capitale intaccato dall’inflazione. Nella realtà non è andata affatto così. Chi ha comprato uno tra gli oltre 50 fondi obbligazionari euro a medio-lungo presenti sul mercato non può che rammaricarsi. In genere ha finito lui per pagare le banche anzichè incassare uno straccio di rendimento. Impossibile, direte? Invece no.

E che le cose non siano episodiche lo mostra la striscia dei risultati dell’ultimo triennio.

Nel 2007 i costi medi (gli oneri di gestione) finiranno per mangiarsi in oltre il 66% (due casi su tre) l’intera perfomance che ha oscillato in media tra lo +0,5 ed il +1,7% compresa tra i minimi e massimi di -1,33% e +2,11%.

Nel 2006 ad esempio solo 5 fondi (su 53) hanno avuto un rendimento netto sopra lo zero. Il 90% di questi prodotti è andato in rosso. Si dirà: colpa dell’andamento dei mercati obbligazionari, con i prezzi in caduta sull’onda del forte rialzo dei tassi da parte della Bce a partire proprio dal 2006. Tutto vero, ma non basta. In realtà il bagno di sangue dei fondi obbligazionari che comprano BTp o Bund è determinato da quel peso anti-storico delle commissioni che incamerano le banche. Il costo medio è infatti tra l’1,1 e l’1,2% con punte fino all’1,6% del Ras Obbligazionario T. Vista così sembra poca cosa, ma provate a sottrarre questo costo a un 3-4% (quando va bene) di performance annua o addirittura sotto l’1% (quando va male) e vedrete che l’impatto degli oneri di gestione può tranquillamente superare il 50% del rendimento. Metà del guadagno, detto in soldoni, finisce nelle mani di chi investe per voi sui titoli di Stato.

Solo nel 2005 quando i tassi erano ancora fermi i nostri fondi hanno avuto un rendimento positivo tra il 2 e il 4% medio. Consolante? No davvero, dato che l’indice obbligazionario Jpm sul decennale italiano ha reso nel 2005, il 5,7%. E così sarebbe stato per i fondi comuni senza quell’aggravio del solito costo annuo di gestione che sottrae implacabile, e indipendentemente dai risultati, quel margine dell’1-1,5%.

Che morale trarne? Semplice: gli strumenti dei fondi comuni per chi investe in obbligazioni sicure come quelle di Stato, mostrano ormai la corda in termini strutturali. L’acquisto allo sportello di un semplice BTp o di un Oat francese avrebbe in questi ultimi tre anni reso assai di più ai risparmiatori. Già perché alla fine il vostro gestore di fondi non sa fare molto meglio di voi. Non compra un titolo, ma un paniere variegato, può alzare o abbassare la duration del fondo (ma non più di tanto), dato che non può riempirsi all’infinito di BoT a sei mesi, quando i prezzi dei titoli lunghi vanno in caduta. E allora questo strumento si rivela assai inefficace, quanto meno da quando con l’ingresso nell’euro, i tassi sono entrati in una fase storica di relativo basso livello. Facile fare performance con i tassi sopra il 7 o l’8%, più difficile dare rendimento ai clienti quando i tassi sono quelli della moneta unica e si mantengono però alti i costi di gestione. Peccato che i risparmiatori debbano scoprirlo da soli.

 

 

Analisi e riflessioni

«I fondi sono come la roulette»
di Beppe Scienza

La ricerca passa al vaglio o, meglio, al tritacarne il sistema dei fondi comuni italiani, che ne esce a pezzi. È però una tale miniera di dati che diventa inevitabile concentrarsi su qualche singola conclusione. D’altronde alcune sono così rilevanti da certificare, da sole, il fallimento dell’industria del risparmio gestito. In particolare le conclusioni riguardanti i cosiddetti benchmark, argomento che però richiede alcune premesse, scontate per chi è del settore, ma indispensabili per chi non è esperto della materia.

Primo, la stragrande maggioranza dei fondi comuni ha come obiettivo investire in uno o più determinati mercati. Per esempio nelle azioni italiane o nei titoli di stato in euro. Questo è scritto nel regolamento del fondo, spesso si evince addirittura dal suo nome, e dunque (salvo malintesi o più spesso raggiri) si può supporre che i suoi clienti vogliano proprio quel tipo d’investimento.

Secondo, l’operato del gestore va valutato rispetto ai risultati medi dei titoli in cui investe. Per cui un fondo azionario italiano con una performance del 10% nel 2006 è stata  un vero disastro, visto che le azioni italiane l’anno scorso resero il 20,4% netto.

Terzo, la normativa ha imposto ai fondi di dichiarare nero su bianco qual è il loro parametro oggettivo di riferimento, il cosiddetto benchmark, e deve avere una certa coerenza con la politica d’investimento del fondo stesso.

Contro l’introduzione dell’obbligo del benchmark la principale associazione dei gestori (Assogestioni) fece nel passato fuoco e fiamme, consapevole che con esso sarebbero venute più facilmente alla luce le magagne dei fondi gestiti dai suoi soci. Infatti il benchmark fornisce un riferimento immediato per rispondere alla domanda: il risparmio gestito procura vantaggi o causa danni ai risparmiatori?

È una medicina efficace o un farmaco dannoso? A sensazione molti risparmiatori propendono per la seconda ipotesi, da cui i riscatti dai fondi comuni, per fortuna recentemente intensificatisi, ma ancora troppo limitati. Una conferma documentata arriva però da una considerazione formulata da Fulvio Coltorti, responsabile dell’Ufficio Studi di Mediobanca e una delle menti più fini della ricerca economica in Italia. Egli modestamente lo presenta come un inciso, ma è in realtà un dato della massima rilevanza, tenendo conto che vale per il 91% dell’intera massa di denaro gestita dai fondi comuni italiani. Egli precisa infatti che “nessuno dei gestori esaminati, valutato aggregando tutti i fondi che propone, ha conseguito risultati superiori al benchmark per fondi che costituiscano almeno la metà del patrimonio complessivamente gestito”.

Si tratta di una conclusione interessantissima, che però può non risultare del tutto chiara a una prima lettura. In altri termini ciò significa che tutti i gestori esaminati, compresi quelli noti per le loro continue stucchevoli vanterie, sono in perdita per la maggior parte dei soldi che hanno complessivamente gestito, sempre rispetto ai propri benchmark da loro stessi scelti. Ovvero sono in deficit rispetto ai mercati finanziari. Ossia hanno ottenuto mediamente meno dei risparmiatori che hanno investito da sé. Abbiamo quindi un’ulteriore conferma del fatto che il risparmio gestito è come un farmaco dannoso che nella maggior parte dei casi fa stare peggio chi la prende. Oppure è completamente inutile, volendo comprende i casi marginali di fondi con performance esattamente coincidenti con quelle del loro parametro di riferimento. Peggio che al casinò.

Altro dato interessante della ricerca è che nel 2007 solo il 9,4% dei fondi comuni ha fatto meglio del benchmark (parametro di riferimento del fondo). Il minimo storico dal 2000, da quando è stato introdotto il confronto obbligatorio con gli indici di mercato (nel 2006 solo il 14% dei fondi ha battuto il benchmark). Il che è già una vergogna, e tale percentuale scende a livelli infimi estendendo il confronto agli ultimi cinque anni ovvero la percentuale delle probabilità di imbroccare un fondo che batta il suo benchmark per cinque anni consecutivi . Paradossalmente è più facile vincere altrettante volte alla roulette, scommettendo sulle cosiddette chances simples. Chi punta per esempio sul rosso (o sul nero, sul pari, sul dispari ecc.) ha 2,7% di probabilità di vincere cinque volte di seguito. Le probabilità di imbroccare un fondo che batta il suo benchmark per cinque anni consecutivi appaiono minori. Dalla ricerca dell’ufficio studi di Mediobanca si evince infatti che, valutata nel quinquennio 2002-2007, la percentuale dei fondi che hanno battuto il loro benchmark arriva solo al 1.7%.

Volutamente ho usato il verbo imbroccare. È vero infatti che in particolari periodi, soprattutto brevi, alcuni fondi risultano migliori del proprio parametro di riferimento. Ma in quasi tutti i casi è un risultato puramente causale o addirittura ottenuto con inganni e imbrogli. Comunque si scopre solo dopo quali sono stati quei prodotti, soprattutto, un normale risparmiatore non ha nessuno strumento per prevedere quali saranno da un certo momento in poi. Men che mai gli servono a qualcosa le informazioni che gli spiattella la stampa economica, specializzata nel sommergere i suoi lettori di tabelle completamente inutili, dove ai fondi comuni sono assegnate stelline come fossero ristoranti; e già questo è squalificante.

Ma il problema non è tanto di forma, quanto di sostanza. I vari rating, classifiche, giudizi ecc. e in particolare quelli onnipresenti di Morningstar, sono privi di qualsiasi utilità pratica per un investitore per vari motivi. Quello principale è semplice e lo capirebbe anche un bambino, ma evidentemente non lo capiscono o fingono di non capirlo la stragrande maggioranza dei giornalisti economici italiani. È il fatto che i risultati della gestione non dipendono dal nome del fondo, ma dal gestore o dai gestori, dal direttore degli investimenti e dagli amministratori della società di gestione, dalle decisioni a monte di banche o altre società che la controllano ecc. Tutti questi soggetti e in particolare i gestori cambiano e soprattutto i più bravi hanno facilità a spostarsi da dove sono. Per cui i dati del passato sono di per sé privi di ogni utilità previsiva.

A ciò si aggiungono altri fatti, per esempio la possibilità da parte delle società di gestione di penalizzare fondi grossi e premere l’acceleratore su fondi nuovi e piccoli, in modo da sfoggiare poi le loro performance (di cui pochissimi si erano avvantaggiati) per accalappiare nuovi sfortunati clienti.

Conclusione, solo chi è molto competente e addentro al mondo realtà del risparmio gestito può fare qualche previsione attendibile sulla probabilità che un certo fondo batta (non abbia battuto!) il suo benchmark. Si tratta di poche centinaia di persone in tutta Italia. Per gli undici milioni circa di clienti dei fondi d’investimento la previsione più attendibile è una sola: tutto fa ritenere che otterranno di più e correranno meno rischio disinvestendo i fondi posseduti e soprattutto le oscurissime gestioni patrimoniali in fondi (Gpf). Quindi gli conviene farlo senza indugio, passando ai titoli di stato ed eventualmente agli Etf, magari evitando quelli astrus

Il ministro ha subito diramato una nota in cui s’impegna a far passare rapidamente la legge delega che dovrebbe parificare il trattamento fiscale dei fondi esteri rispetto a quelli italiani, oggi penalizzati. Visco fu lui, come ministro delle Finanze durante l’esecutivo D’Alema nella seconda metà degli anni Novanta, a riformare la tassazione dei fondi italiani rendendola più forte rispetto a quella degli analoghi strumenti esteri. Ma non è neanche tutta colpa sua, perché prima di andarsene creò uno strumento, detto ‘equalizzatore’, con cui di fatto parificò le due tassazioni. Purtroppo per lui e per i gestori dei fondi italiani, il nuovo ministro Tremonti annullò l’equalizzatore (uno strumento per la verità molto macchinoso) in attesa di una riforma globale della tassazione delle rendite finanziarie che poi non arrivò mai.

Ma l’imposizione fiscale sui fondi, se spiega molte cose, non spiega tutto, le notizie negative, per i fondi di diritto italiano, durano ormai da tempo immemorabile.

Basta pensare che tra il 2002 e il 2006  i fondi di diritto italiano hanno perso qualcosa come 55 miliardi, andati tutti a favore di strumenti esteri e ‘roundtrip’, come si chiamano in gergo i fondi di diritto estero (soprattutto lussemburghesi e irlandesi) creati però da banche italiane. Il patrimonio gestito dai fondi italiani, in un periodo florido per le Borse di tutto il mondo com’è quello fra il 2002 e il 2006, è rimasto stabile, circa 374 miliardi.

Nello stesso lasso di tempo i roundtrip hanno raddoppiato il proprio patrimonio, da 100 a circa 200 miliardi. Gli esteri hanno addirittura quadruplicato la propria presenza in Italia da 21 a quasi 80 miliardi.

L’Italia è diventata terra di conquista per tutte le società di gestione del risparmio del mondo. Tanto che nel 2006 l’Italia è diventata il paese che in Europa ha avuto la maggior penetrazione di fondi esteri. E lo sarà ancor di più nei prossimi mesi e anni. Perché ormai oltre all’incompetenza dei gestori italiani gli argini sono rotti, la marea che viene dall’estero inonderà sempre di più la penisola italiana senza incontrare resistenze. Anche le banche italiane hanno ceduto su questo fronte. Ormai sono anni che quasi tutti i nuovi fondi che arrivano sul mercato, anche se creati da banche italiane, sono di diritto lussemburghese o irlandese. «Il Lussemburgo dice Eurizon Capital, l’sgr di Intesa Sanpaolo, oggi il primo gruppo in Italia per asset management è il più grande centro di produzione in Europa accanto all’Irlanda. Se si vuole fare attività cross border bisogna essere presenti».
Un altro problema dei fondi italiani: la mancanza di una piazza finanziaria in grado di supportarli. Ma a spiegare il disastro dei fondi di diritto italiano c’è anche la diversa, e più leggera, fiscalità per le sgr, e la maggiore snellezza e rapidità delle procedure burocratiche per far arrivare sul mercato i nuovi fondi che si trovano all’estero.

Dunque si torna al problema iniziale: la fiscalità sui fondi (e non sulle Sgr) è solo uno dei problemi. Una volta sistemato, come promette fare Visco, non è detto che basti. Al contrario, è molto probabile che non basti perche’ il lento e inesorabile declino dei fondi di diritto italiano è soltanto uno degli aspetti di una vicenda, quella del risparmio gestito, che diventa per l’Italia sempre più drammatica. Infatti nel pessimo dato di gennaio c’è anche qualcosa, se si vuole, di ancora più preoccupante che una perdita di peso dei fondi italiani. C’è un crollo verticale della raccolta di tutti i fondi, anche di quelli roundtrip (per quelli esteri il dato viene elaborato con qualche mese di ritardo). Che cosa significa?

Significa che è finalmente emersa chiaramente, a gennaio, quella che è una linea di tendenza sotterranea degli ultimi anni: lo spostamento dei clienti dai prodotti di risparmio gestito (cioè fondi d’investimento) ad altri prodotti come i certificati o le note strutturate, ovvero a prodotti a gestione passiva e in genere a capitale garantito, che producono per le banche che li vendono ricavi immediati molto più alti, ma che per le banche nel medio periodo non danno un reddito costante come i fondi. Un aspetto che forse gli analisti non hanno ancora focalizzato bene quando giudicano i conti degli istituti di credito.

Ma c’è di più. Questo switch tra fondi e prodotti strutturati non dà ai clienti la possibilità di vedere chiaramente quali sono i costi effettivi, tant’è vero che la questione è stata posta di recente in seno al Cesr, l’associazione delle ‘Consob’ europee, perché la tendenza italiana comincia a essere percepita anche altrove, in Germania per esempio. Né si riesce ad avere, come nel caso dei fondi d’investimento, un monitoraggio in tempo reale di quanti soldi vengano destinati a questi strumenti: Il dato viene elaborato a posteriori con un anno di ritardo, sulla base dei bilanci delle banche. Il tema, insomma, è che a livello italiano ed europeo si va verso forme di risparmio meno trasparenti e meno verificabili di prima.

L’ultimo problema è tipicamente italiano. I risparmiatori hanno investito, in questi anni di boom delle borse, massicciamente in fondi obbligazionari, che sono andati male per la risalita dei tassi. Molti switch tra fondi e prodotti strutturati nascono dalla delusione per i rendimenti bassi da una parte ma anche dalla paura delle borse dall’altra. Ma rinunciare a investire in azioni e puntare su prodotti risk free significa che il Paese s’impoverisce. A livello macroeconomico un Paese che si accontenta di un rendimento del 2,5 / 3,5 per cento invece del 5 come in un portafoglio bilanciato fra azioni e obbligazioni diventa più povero. Gli italiani risparmiano ancora molto ma, a quanto pare, non sanno investire i propri soldi.

Insomma, il governo è chiamato a un intervento immediato per salvare l’industria italiana del gestito. Come ha più volte sottolineato il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi, supportato dal Comitato Piazza Finanziaria (l’organismo presieduto dal viceministro dell’economia Roberto Pinza), bisogna eliminare gli svantaggi fiscali che penalizzano l’italiano rispetto all’estero. Ma è fondamentale farlo subito, con un emendamento alla Finanziaria

Marco Montanari

 

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