Fondi Comuni fallimentari: Costano tanto, rendono nulla e sono gestiti con i piedi

martedì, gennaio 8, 2008

Leggi il seguito di questo post »

Annunci

Lo sporco Capitalismo Italiano ed il c.d. LBO ( Leverage buyout ) acquisto e/o fusione a debito

domenica, luglio 1, 2007

LO SPORCO CAPITALISMO ITALIANO E il c.d. LBO  ( LEVERAGE BUYOUT )  ACQUISTO e/o FUSIONE A DEBITO

INDEBITAMENTO_1

 

 

 

 

 

 

Anche Telecom faceva parte di quella tabellina del Sole 24 Ore; ci meravigliamo che questo capitalismo da strapazzo italiano stia fallendo giorno dopo giorno oltre che come immagine nei suoi primi 5 gruppi industriali? Io no come sapete dalla premessa del mio web-site; uno dei tanti mali di chi fa’ impresa in Italia e’ la mancanza oltre che di etica ( quindi sono persone che cercano solo di fregare il risparmiatore) di cultura di fare impresa, la’ dove anche gli imprenditori ed industriali si mettono a fare i finanzieri per giunta con pessime basi di studio e preparazione di economia finanziaria, su tutte il pessimo utilizzo della leva finanziaria in sede di acquisto o fusione con altra societa’ che poi ha ripercussioni sulla vita intera della societa’ proprio in quel rapporto tra debiti finanziari netti e capitale netto: mi riferisco al c.d. LBO ( LEVERAGE BUYOUT /  ACQUISTO O FUSIONE A DEBITO), cosi’ sara’ piu’ chiara la situazione di Telecom, Autostrade, Fiat e Alitalia (sebbene per quest’ultima non si tratta di pessimo uso della leva finanziaria ma di pessimo management, pessimo uso dei soldi regalati dallo Stato, cioe’ da noi, e di una valanga di personale in esubero (di terra uffici amministrativi compresi) incapace, scortese e raccomandato).

 

 

 

 

LEVERAGE BUYOUT che e’ cosa diversa dalla normale LEVA FINANZIARIA, ovvero dal contrarre debiti in proprio per fare investimenti di mezzi, ricerca e personale, proprio perche’ e’ usata  (societa’ acquirente) senza indebitarsi in proprio ma per far indebitare la societa’ acquisita che presta allo stesso tempo le garanzie patrimoniali con i propri assets. Apparentemente diverso il caso di acquisizione con fusione, in quanto i debiti contratti per il merger risultano dal bilancio consolidato unico e quindi anche in capo all’acquirente, ma sono sempre e solo garantiti nella gran parte dalla societa’ acquisita con assets suoi, non dell’incorporante. Normalmente in Italia tali operazioni di acquisto o fusione avvengono facendo indebitare la societa’ target ,che al contempo fornisce le garanzie patrimoniali , per un importo pari circa al 70% del valore dell’intera operazione! Purpose of leveraged buyouts is to allow companies to make large acquisitions without having to commit a lot of capital. In an LBO, there is usually a ratio of 70% debt to 30% equity  in Europe and in the U.S. there is usually a ratio of 30% (maximum 50%) debt to 70% equity .

 

 

 

 

Trattasi di societa’ che hanno insomma immensi debiti se rapportati al capitale netto, non a caso tutte queste societa’ (tranne Alitalia come detto ,in rosso sgorgante di debito ed inefficienza per altri motivi ) hanno fatto uso, in sede di acquisizioni o merger , di una grossa leva finanziaria di debito, spesso garantita per giunta con i beni della societa’ acquisita e non con i propri, della societa’ acquirente, quindi lasciando intatto il pregresso livello di debito della societa’ target, anzi peggiorandolo, e loro (acquirenti o incorporanti) non si sono fatti carichi ne’ di esborsi di capitale per investimenti ne’ per ripianare i debiti, e “con 2 euro e 2 azioni” hanno controllato e gestito finanziariamente questi gruppi industriali in maniera scellerata, ed oggi, come non mai perche’ indifferibili, i nodi vengono al pettine.

 

 

 

Tutto cio’ e’ la conseguenza di un intollerabile, illegittimo e spesso illegale  filo di continuità che ha legato  e lega da decenni l’autarchia lobbistica, e corporativa, italiana (nella gestione aziendale) con la politica (in evidente conflitto d’interessi con il bene del paese) che nulla ha fatto per creare delle regole severe e volte ad un vero libero ed efficiente mercato finanziario ed industriale, ma che al contrario ha garantito, in cambio di voti, poltrone e altri benefits, un assistenzialismo indecente ( dai governi democristiani, alla illegalita’ evidente del governo Berlusconi, alla scarsa cultura di mercato della sinistra), con la logica conseguenza di produrre  insieme al conflitto d’interessi endemico, tutto questo capitalismo sporco che oggi sta crollando perche’ e’ vissuto in un paese senza regole finanziarie.

 

 

Come ho fatto per la Ford, GM, e Fiat (presto anche Alitalia) vediamo il rapporto tra l’indebitamento finanziaro netto ed il Capitale Netto o mezzi propri di Telecom che, ricordo, non deve mai superare 1 ovvero il 100% del capitale netto (massimo 2 ma e’ gia’ un elemento non positivo) ed e’ buona cosa che sia compreso tra 0,0 e 0,7,  infatti se un gruppo ha debiti superiori a circa 2 volte il Capitale Netto puo’ dirsi che il suo  livello di rating presumibilmente sara’ al disotto di Baa3 o BBB- ed e’ a rischio di perdere lo status di investment grade.

Total Debt/Equity (MRQ) e LT Debt/Equity (MRQ) di  Telecom Italia, capitalizzazione di $ 72.9 billion , e’ pari a 1.775 ovvero il 177.5% dal 239.5% al 31 marzo 2005. Cio’ significa che il debito finanziario netto  or NET DEBT  della societa’ ($ 57.3 billion) rappresenta il 177.5% del capitale netto della stessa.

http://www.investor.reuters.com/business/BusCompanyBenchmarks.aspx?ticker=TI.N&target=%2fbusiness%2fbuscompany%2fbuscompcpfake%2fbuscompbench

 

 

 

SENSO POSITIVO DI LEVA FINANZIARIA E LEVA OPERATIVA

 

 

 

 

 

Nel 2001 le societa’ americane in particolare erano in crisi perche’ non potevano adoperare i 2 strumenti tipici di politica aziendale per ridurre i costi ed aumentare la redditivita’, ovvero:

 

 

 

LA LEVA FINANZIARIA : indebitarsi per fare investimenti infrastrutturali e nuova tecnologia, e per acquisizioni e merger, indebitamento quasi mai oltre il 30% in America per tali operazioni (QUINDI AUMENTARE COSTI FISSI DA AMMORTIZZARE); normalmente una societa’ si indebita in investimenti infrastrutturali e nuova tecnologia quando l’interesse a debito e’ inferiore all’interesse di produttivita’ di quell’investimento o merger nel ciclo produttivo; Borrowing costs for takeovers has declined since 2002 till 2004.

 

 

 

LA LEVA OPERATIVA : diminuire o aumentare i costi variabili (TRA CUI il costo lavoro licenziando o assumendo personale nell’aumentare pero’ al contempo il fatturato il piu’ possibile) e ammortizzare meglio i costi fissi in un ciclo economico espansivo; tutto cio’ non era possibile, cioe’ le societa’ non riuscivano oggettivamente ad agire con la leva operativa assumendo personale perche’ non potevano aumentare il fatturato, gli utili, non potendo agire con la LEVA FINANZIARIA, ovvero investire ( non potendo usare gli impianti a pieno regime perche’ prima dovevano smaltire le scorte consistenti). Fino al marzo 2000 le societa’ hanno investito in nuova tecnologia, in infrastrutture piu’ del dovuto, e piu’ del dovuto hanno acquisito altre societa’ (Leva Finanziaria) oltre il normale ciclo produttivo; dopo lo scoppio della bolla si son trovate con un esubero di scorte e di personale e nell’impossibilita’ di fare nuovi investimenti, non potendo quindi diluire i costi fissi, dovevano limitarsi ad agire sui costi variabili licenziando (Leva Operativa), ma mai indebitandosi ancor di piu’ aumentando per l’appunto le operazioni di acquisto o di fusione a debito come invece avviene in Italia con percentuali ribaltate. Naturalmente ogni cittadino ha 2 strumenti fondamentali per far si’ che le regole vengano fatte per tutti e per bene, il voto politico ed il potere commerciale di scelta; bene non fate contratti con la Telecom ne’ con la Tim, o date disdetta di quelli attuali, vendete tutte le azioni ed obbligazioni Telecom e Tim se le perdite sono contenute nel 3/4%, e passate a Fastweb, Vodafone etc; fastweb ha un invidiabile rapporto debiti/capitale sotto al 35% mi pare. Stesso discorso con Alitalia, Fiat etc…volate con altre compagnie che costano la meta’ e non scioperano, comprate una macchina giapponese, vanno meglio e costano meno.

 

 

 

 

Marco Montanari

 

 

 

Termini inglesi utili al caso di acquisto o fusione a debito esterno.

 

 

 

A leveraged buyout (or LBO, or highly-leveraged transaction (HLT), or “bootstrap” transaction) occurs when a financial sponsor gains control of a majority of a target company’s equity through the use of borrowed money or debt often on the back of the target company.

 

 

A leveraged buyout is essentially a strategy involving the acquisition of another company using a significant amount of borrowed money (bonds or loans) to meet the cost of acquisition. Not so much in U.S. , but often in Europe and mainly in Italy, the assets of the company being acquired are used as collateral (garanzia) for the loans in addition to the assets of the acquiring company. The purpose of leveraged buyouts is to allow companies to make large acquisitions without having to commit a lot of capital. In an LBO, there is usually a ratio of 70% debt to 30% equity  in Europe and in the U.S. there is usually a ratio of 30% (maximum 50%) debt to 70% equity .

 

 

Debt is that which is owed; usually referencing assets owed, but the term can cover other obligations. In the case of assets, debt is a means of using future purchasing power in the present before a summation has been earned. Some companies and corporations use debt as a part of their overall corporate finance strategy.

 

 

A debt is created when a creditor agrees to loan a sum of assets to a debtor. In modern society, debt is usually granted with expected repayment; in many cases, plus interest. Historically, debt was responsible for the creation of indentured servants. A more common form in modern society of indentured servants, or bonded labour, in which workers are paid only with accommodation and sustenance, no money, as they have to pay their employers for previous debt and so obtaining a cancellation of the debt, or for transportation to a desired country. (Debt bondage or debt slavery is a well-known form of indenture; this is sometimes known as peonage in the USA. However, the word peon is used more generally in Latin American history, and may in some cases imply free labour.) In some cases, indentured workers may receive small cash payments or other benefits. Indenture is still common in developing countries. An Indentured Servant is a bonded labourer – a labourer under contract to work for an employer for a specific amount of time. Typically the employer provided little or no monetary pay, but was responsible for accommodation, food, other essentials, training and when applicable passage to a new country. Upon completion of the term of the contract the labourer sometimes received a lump sum payment such as a parcel of land and was free to farm or take up trade of his own. In other words indentured servants are very poor people obligated to forced labor for a fixed number of years, often in exchange for passage to the New World or other benefits. The term comes from the medieval English “indenture of retainer” — a contract written in duplicate on the same sheet, with the copies separated by cutting along a jagged (toothed, hence the term “indenture”) line so that the teeth of the two parts could later be refitted to confirm authenticity.

 

 

Corporate finance is a specific area of finance dealing with the financial decisions corporations make and the tools as well as analyses used to make these decisions.

 

 

The discipline may be divided among long-term and short-term decisions and techniques. Capital investment decisions comprise the long-term choices about which projects receive investment, whether to finance that investment with equity or debt, and when or whether to pay dividends to shareholders. Short-term corporate finance decisions are called working capital management and deal with the balance of current assets and current liabilities; the focus here is on managing cash, inventories, and short-term borrowing and lending (e.g., the credit terms extended to customers).

 

 

The primary goal of Corporate finance is to enhance corporate value, without taking excessive financial risks. This is achieved by ensuring that return on capital, a function of working capital management, exceeds cost of capital, a function of previous capital investment decisions. Corporate finance is closely related to managerial finance, which is slightly broader in scope, describing the financial techniques available to all forms of business enterprise, corporate or not.

 

 

Return on capital, also known as Return On Invested Capital (ROIC) is defined as NOPLAT / INVESTED CAPITAL, usually expressed as a percentage.

 

 

INVESTED CAPITAL represents the total investment, i.e. cash, that shareholders and debtholders have made in a company. It is calculated as: Invested capital = Operating Net Working Capital + Net PP&E + Capitalized Operating Leases + Other Operating Assets + Operating Intangibles – Other Operating Liabilities – Cumulative Adjustment for Amortization of R&D

 

 

 

 

NOPLAT = Net Operating Profit Less Adjusted Tax – used to normalise effects of company’s capital structure. It’s the net profit with a few costs backed out (alcuni costi non sono considerati , TIRATI INDIETRO), cost of interest and depreciation (accrual accounting of capital expenditures).

 

 

Capital expenditures (“CAPEX”) are expenditures used by a company to acquire or upgrade physical assets such as equipment, property, industrial buildings. In accounting, a capital expenditure is added to an asset account (i.e. capitalized), thus increasing the asset’s basis (i.e. the cost or value of an asset as adjusted for tax purposes).

 

 

An ongoing question of the accounting of any company is whether certain expenses should be capitalized or expensed. Costs that are expensed in a particular month simply appear on the financial statement as a cost that was incurred that month. Costs that are capitalized, however, are amortized over multiple years. Most ordinary business expenses are clearly either expensable or capitalizable, but some expenses could be treated either way, according to the preference of the company

 

 

NOPLAT is Used in preference to Net Income as it normalises the effects of capital structure (debt vs. equity). Though an analyst should make thorough adjustments to account for amortization, intertemporal tax differences, taxes on nonoperating income, and other adjustments, sometimes the following simple back-of-the-envelope formula is employed to show de-levered profits by removing the effects of a debt tax shield: Operating earnings before interest = After-tax operating profit + [ Interest paid * (1 – tax rate)]

 

 

 

When the ROIC is greater than the cost of capital (usually measured as weighted average cost of capital), the company is creating value. When it is less than the cost of capital, value is destroyed.

The cost of capital for a firm is a weighted sum of the cost of equity and the cost of debt (the financing decision). Firms finance their operations by three mechanisms: issuing stock (equity), issuing debt (and so typically issuing bonds and notes, borrowing from a bank is equivalent for this purpose  ) (those two are external financing), and reinvesting prior earnings (internal financing).

The weighted average cost of capital (WACC) is used in finance to measure a firm’s cost of capital. It has been used by many firms in the past as a discount rate for financed projects, since the cost of the financing seems like a logical price tag to put on it. Corporations raise money from two main sources: equity and debt. Thus the capital structure of a firm comprises three main components: preferred equity, common equity and debt (typically bonds and notes). The WACC takes into account the relative weights of each component of the capital structure and presents the expected cost of new capital for a firm

 

 

 


Le liberalizzazioni” del centro sx, meglio di niente, ma la ciccia come sempre e’ altrove!

venerdì, gennaio 26, 2007

 

 

 

I 3 VERI INTERVENTI DI LIBERALIZZAZIONE OMESSI

 

LIBERE PROFESSIONI ABOLIZIONE DEI NOTAI                  

SERVIZI PUBBLICI ENERGIA,GAS, LUCE                     

PUBBLICO IMPIEGO LICENZIAMENTO COLLETTIVO NULLAFACENTI       

 

 

 

Legge 4 agosto 2006, n. 248

“Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 4 luglio 2006, n.

223, recante disposizioni urgenti per il rilancio economico e sociale, per il

contenimento e la razionalizzazione della spesa pubblica, nonche’ interventi

in materia di entrate e di contrasto all’evasione fiscale”

 

http://www.attivitaproduttive.gov.it/pdf_upload/documenti/phpZJAzVO.pdf

http://www.sviluppoeconomico.gov.it/

 

 

Art. 1.

Finalità e ambito di intervento

 

 

Le norme del presente titolo, adottate ai sensi degli articoli 3, 11, 41 e 117, commi primo e secondo, della Costituzione, con particolare riferimento alle materie di competenza statale della tutela della concorrenza, dell’ordinamento civile e della determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale, recano misure necessarie ed urgenti per garantire il rispetto degli articoli 43, 49, 81, 82 e 86 del Trattato istitutivo della Comunità europea ed assicurare l’osservanza delle raccomandazioni e dei pareri della Commissione europea, dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato e delle Autorità di regolazione e vigilanza di settore, in relazione all’improcrastinabile esigenza di rafforzare la libertà di scelta del cittadino consumatore e la promozione di assetti di mercato maggiormente concorrenziali, anche al fine di favorire il rilancio dell’economia e dell’occupazione, attraverso la liberalizzazione di attività imprenditoriali e la creazione di nuovi posti di lavoro.

 

1-bis.

 

Le disposizioni di cui al presente decreto si applicano alle regioni a statuto speciale e alle province autonome di Trento e di Bolzano in conformità agli statuti speciali e alle relative norme di attuazione.

 

 

Il pacchetto Bersani sulle liberalizzazioni consentira’, secondo i calcoli dell’Adusbef, un taglio ai costi da 1.330 euro lordi l’anno a famiglia (di 4 componenti). Per l’associazione di difesa dei consumatori, il pacchetto varato dal Governo ‘va nella giusta direzione’ e corregge il tiro dopo una Finanziaria lacrime e sangue. Secondo l’Adusbef la misura che incidera’ maggiormente sulle tasche dei cittadini sara’ l’abrogazione della clausola di massimo scoperto, con risparmi medi di 550 euro all’anno.

 

E’ sicuramente meglio di niente, ma non basta abolire le tariffe minime ed il divieto di pubblicità per i liberi professionisti, se non si rendono più trasparenti i costi delle prestazioni professionali. Nel caso degli avvocati, ad esempio, è bene imporre che le tariffe siano di tipo forfettario, anziché continuare ad essere legate alla lunghezza dei procedimenti, cosa che ha spesso favorito l’allungamento della durata dei processi. Ma la cosa più importante è liberalizzare i percorsi di ingresso nelle professioni. Basta con gli albi chiusi, che oggi impongono che in città come Torino ci siano solo 498 (dicasi 498) notai o che impediscano a molti giovani farmacisti di esercitare la loro professione. Se si liberalizzano davvero i percorsi di ingresso, i benefici per i consumatori di queste misure, in termini di prezzi e di qualità dei servizi, saranno ancora più alti e vi saranno ricadute importanti per l’economia.

 

Va da se che perché questa rivoluzione sia davvero portata a compimento, è non solo opportuno, ma assolutamente necessario che l’approccio del Governo sia adottato anche e soprattutto verso gli altri settori critici del caso italiano che fanno lievitare la spesa pubblica, mi riferisco in primis alla corporazione della politica e alla piu’ potente lobby italiana collusa con i sindacati, quella del pubblico impiego in uno con i dipendenti amministrativi spesso raccomandati dei grandi gruppi industriali. Per liberalizzare il mercato occorre quindi fare molto ma molto di piu’, ovvero sfoltire il numero dei dipendenti pubblici di almeno 500.000 unita’ in 5 anni e rendere concorrenziale ed efficiente la Pubblica Amministrazione (Magistratura Civile e Fallimentare compresa), dall’abolire i Notai come ordine, al liberalizzare i servizi primari oggi sotto monopolio ( luce, energia, gas, trasporti, servizi bancari e assicurativi, telefonia) tranne 3 a mio avviso che devono rimanere di custodia pubblica dato l’altissimo valore per la salute e a causa del forte inquinamento e sconfinamento nella malavita organizzata; servizi sanitari, acqua e rifiuti.

Tutto cio’ chiama in causa (oltre la solita inetta politica che protegge le lobbies) Confindustria da una parte, Cgil-Cisl-Uil dall’altra. Interessi devianti e devastanti per il paese, ben più protetti e dannosi, nei grandi numeri macro, di quelli coinvolti dalla liberalizzazione dei taxi, delle farmacie o degli avvocati.Nei grandi numeri, le riforme relative ai taxi, alle farmacie o agli avvocati, come ricordava Luca Ricolfi, e come avevo inteso io riferito a tutte le regioni senza distinzione, interessano e rappresentano 1 elettore ogni 1.000.

Gli altri settori critici, sopra ricordati, tra pubblici dipendenti, imprese (monopoli elettrici, energetici, bancari o telefonici) e sindacati , fino ad oggi purgati da ogni riforma di efficienza e liberalizzazione , esprimono all’incirca 350 elettori ogni 1.000. Buona parte dell’elettorato dell’Unione. Ecco la grave colpa della finanziaria del centro sinistra, era da qui che doveva partire, con coraggio, sparigliando le carte con Bertinotti, i Sindacati, etc.

Problemi strutturali gravi. Il rischio è attuale. L’Italia non puo’ permettersi il lusso di non cercare soluzioni, occorre in particolare puntare il dito sulla PA, un settore autoreferenziale (magistratura compresa) che deve essere riportato all’etica, alla competenza ed alla trasparenza, nonche’ sfoltito e di brutto, perché l’etica della concorrenza non lascia spazio a sprechi e inefficienze. Liberalizzare e privatizzare quindi il ‘back office’ che impiega il 43% dei dipendenti della PA: va ridotto, snellito anche per creare un nuovo mercato e nuovi posti. L´Italia è cresciuta meno della media dell´Unione europea in 14 degli ultimi 15 anni. I pubblici dipendenti e la spesa della PA sono devastanti,  il deficit pubblico è elevato e la popolazione invecchia.  Se si mettono insieme queste 4 cose c´è un rischio elevato per la permanenza del sistema economico italiano dentro al sistema monetario Ue.

 

Queste osservazioni e prese di posizione sono alla base del malcontento generale, implicito nella domanda di tanta gente , e cosa fa’ la Politica? Esiste una politica seria nel nostro paese?

 

Il sistema politico italiano sta vivendo una fase di trasformazione di portata storica, derivante sia dal veloce cambiamento del mondo-sociale-economico internazionale , sia dalla necessita’ di colmare il ritardo politico derivato da una mala-gestione degli ultimi 50 anni. Il sistema politico e i politici in particolare , dovrebbero avvalersi di circuiti e rapporti diretti ed efficienti con i cittadini.

 

 

Per essere definiti interlocutori preparati nella gestione dei processi di trasformazione occorre conoscere a fondo il paese italiano e il contesto in cui operano i cittadini per anticipare l’insorgere di problematiche legate al sociale, saper creare rapporti di fiducia con le varie comunita’, nonche’ offrire una varieta’ di strumenti per la risoluzione dei problemi e saper costruire e comunicare un’elevata professionalita’.

 

La struttura politica di maggioranza di coalizione esprime , dopo le ultime vicende, un rischio di instabilita’ elevato perche’ le visioni e i programmi sono assolutamente non omogenei e non condivisi. La credibilita’ dei politici e’ a zero, proprio per l’enorme distanza di visioni per l’enorme differenza in termini di scelte e di competenze/professionalita’, non corre in maniera parallela con etica ed equita’ ed è modesta per i politici della coalizione di maggioranza radicati in un sistema oramai datato, non piu’ efficace, scadente. Ci si trova oggi nella necessita’ di gestire con grande attenzione la cosa pubblica, ma in molti casi l’amministrazione non è in condizione di esprimere comunicazioni razionali e sensate verso i cittadini, vi e’ una scarsa conoscenza delle esigenze del paese da parte della maggioranza.

 

Posta la suddetta crescente forma di pessimismo e sfiducia, sarebbe molto importante sviluppare con i cittadini una logica non di leadership (tesa a prevaricare le volonta’ formulate dal popolo) ma sarebbe invece necessario condividere con i cittadini le loro osservazioni che originano dalle loro analisi del paese svolte ogni tre mesi. Da queste nuove forme di collaborazione ed interazione dei cittadini con i politici o con noti membri del jet set attivi sul campo, potrebbero e dovrebbero nascere i nuovi politici senza passare per le svilenti censure della carriera dirigenziale dei partiti.

 

Quattro i capitoli: consumatori, libertà d’impresa, semplificazioni e authority

 

 

http://www.repubblica.it/2007/01/sezioni/politica/liberalizzazioni/nuovo-pacchetto/nuovo-pacchetto.html

http://www.corriere.it/Primo_Piano/Politica/2007/01_Gennaio/23/governo.shtml

 

  1. salvaguardia del cittadino-consumatore, è il cuore del ddl con una serie di micro-interventi sui vari settori: benzinai, tabaccai, parrucchieri, edicole, cinema, ricariche telefoniche. L’idea di fondo è eliminare ogni vincolo quantitativo o divieto di apertura di un’attività che non sia giustificato da interesse pubblico o da motivi di sicurezza. Per cui via alle distanze minime tra esercizi dello stesso tipo, eliminati i quozienti che definiscono il numero di cinema in base ai residenti, così come i vincoli per vendere sigarette o giornali. Stessa filosofia per gli orari e giorni di apertura (il classico caso dei parrucchieri). A questo si aggiunge anche il preannunciato taglio della commissione fissa nelle ricariche telefoniche su cui è già a lavoro l’Autorità per le comunicazioni;

  2. libertà d’impresa, sarà dedicato l’unico decreto legge. Per rendere concreto lo slogan “Un’impresa in un giorno” verranno tagliati tempi, certificazioni, adempimenti notarili necessari per poter aprire una nuova azienda. Si aggiungono proposte del viceministro per l’Economia, Vincenzo Visco, di incentivi fiscali per chi migliora la patrimonializzazione e per chi apre il capitale a nuovi soci;

  3. semplificazione amministrativa,  punta a “disboscare” le leggi che limitano la libertà d’impresa come le autorizzazioni obbligatorie per aprire una scuola guida o per diventare una guida turistica o agente immobiliare. L’idea è di limitarsi a verificare requisiti professionali piuttosto che vincolare l’accesso alle meccaniche tipiche degli ordini professionali. In discussione anche l’abolizione del Pra (pubblico registro automobilistico);

  4. e intervento di riorganizzazione delle Authority, Palazzo Chigi ha preparato un altro ddl che riorganizza le Autorità indipendenti con la nascita dell’Autorità dei trasporti. Inoltre quella sull’Energia si occuperà anche di acqua e rifiuti, mentre l’Isvap (assicurazioni) sparirà per essere assorbita dalla Consob e la Covip (fondi pensione) lascerà le sue competenze alla Banca d’Italia.

 

 

Le liberalizzazioni fatte

 

  • Telefonini. Saranno aboliti i costi di ricarica Spariscono così i relativi costi aggiuntivi (5 euro sulle ricariche da 50, 2 su quelle da 10). Inoltre, il credito telefonico non “scade”, delle carte prepagate anche se non viene utilizzato entro il limite di tempo previsto finora dagli operatori, in genere 12 mesi. Liberta’ di recedere in ogni momento e senza vincoli di tempi o spese,da tutti i contratti con operatori di telefonia, reti tv, servizi internet. Gli attuali contratti dovranno pertanto tenerne conto ed essere adeguati entro 60 giorni

  • Benzina. Più pubblicità ai prezzi della benzina. Nella bozza è previsto che le società che gestiscono i distributori dovranno informare i cittadini sui prezzi di vendita praticati dai distributori su strade e autostrade. I benzinai dovranno avvertire i clienti delle ”’condizioni di grave limitazione del traffico”. Inoltre il carburante potrà essere venduto anche negli esercizi commerciali e non solo nei distributori.

  • Poste. In caso di ritardata o mancata consegna della posta, al cittadino spetterà un risarcimento, un bonus di valore equivalente alle spese sostenute o una cifra maggiore nel caso in cui la corrispondenza sia andata smarrita.

  • Rc Auto. Addio esclusiva per gli agenti di assicurazione. Sarà introdotto il divieto di esclusiva nella distribuzione di prodotti assicurativi del ramo danni e una serie di tutele a favore dei titolari di polizze Rc Auto. Inoltre le assicurazioni, in caso di nuova polizza, non potrà assegnare una classe di merito più sfavorevole rispetto a quella risultante dall’ultimo attestato di rischio. Prevista una maggiore informazione. Sarà il ministero dello Sviluppo a realizzare il servizio, anche tramite il proprio sito, sulla base dei dati Isvap, con l’obiettivo di consentire la comparazione tra le diverse proposte. In caso di nuovo contratto, all’utente dev’essere attribuita la stessa classe di merito risultante dall’ultimo contratto. Si interviene anche sulla durata del contratto: nel caso in cui sia poliennale, l’assicurato ha la facoltà di recedere annualmente senza oneri con un preavviso di 60 giorni.

  • Motori truccati. Una multa che potrà partire da un  minimo di 375 euro fino ad un massimo di 1.433 euro. E’ quanto viene previsto per chi “trucca” l’auto, la moto o il motorino. Alla sanzione pecuniaria sarà accompagnato anche il ritiro del libretto di circolazione.

  • Chi produce componenti e ricambi per auto non dovrà più avere l’ok da parte delle case automobilistiche.

  • Abolizione del Pra, il pubblico registro dell’auto, un’innovazione fortemente voluta dal ministro dello Sviluppo Pierluigi Bersani. modifica del regime giuridico di auto e mobili: saranno beni mobili e non più beni mobili registrati.

  • Esclusiva delle autolinee e sulla portabilità personale della targa degli autoveicoli.

  • Voli low cost. I prezzi dei biglietti low cost dovranno essere pubblicizzati nella loro interezza, al lordo cioe’, compresa l’indicazione di spese, tasse e oneri aggiuntivi. “Sono vietate le offerte e i messaggi pubblicitari di voli aerei recanti l’indicazione del prezzo al netto di spese, tasse e altri oneri aggiuntivi”. Vietati anche i messaggi che segnalo biglietti scontati limitati nel numero “legati a periodi di tempo delimitati o a modalità di prenotazione non chiaramente indicate nell’offerta”. Messaggi di quesrto genere saranno sanzionati come “pubblicità ingannevole”.

  • Liberalizzazione dei servizi a terra degli aeroporti civili;

  • Trasporti. Piena apertura alle autolinee interregionali che potranno fare concorrenza a chi opera per concessione statale. Si propone ai comuni di incentivare il car sharing, i taxi collettivi e gli autobus a chiamata. Prevista, infine, la revoca delle concessioni per la Tav non ancora partite e per le quali non siano state ancora fatte le gare previste dalla legge Merloni. L’articolo 11 del decreto sulle liberalizzazioni prevede, per le ferrovie, la revoca di “concessioni per la progettazione e costruzione di linee ad alta velocità”. E’ la strada individuata per consentire, per progetti relativi a cantieri non ancora aperti, nuovi criteri di affidamento dei lavori in linea con le nuove normative nazionali e comunitarie e “tempi e limiti di spesa compatibili con le priorità ed i programmi di investimento delle infrastrutture ferroviarie”. In pratica, il decreto predispone tutti i passaggi necessari per arrivare alla revoca, nei casi indicati, delle convenzioni tra la Tav ed i general contractors

  • Ipoteca. Sarà più rapido cancellare l’ipoteca su un mutuo immobiliare. “Il creditore – si legge nella bozza – è tenuto a comunicare entro 30 giorni l’avvenuta estinzione del mutuo alla conservatoria che provvede d’ufficio alla immediata cancellazione dell’ipoteca”. Una procedura che eliminerà “l’autentica notarile”.

  • Cinema. La bozza prevede più flessibilità per l’apertura di sale cinematografiche che non potrà essere subordinata “al rispetto della distanza minima fra più strutture”.

  • Agenti immobiliari. Scompare il “ruolo” specifico presso la Camera di Commercio nel quale debbono iscriversi gli agenti immobiliari per esercitare la loro professione. Un modo per snellire l’attività di intermediazione commerciale, dagli agenti immobiliari agli spedizionieri, dai raccomandatari marittimi ai rappresentanti di commercio. Queste attività potranno essere svolte presentando una dichiarazione di inizio attività alla Camera di commercio e alla Questura”

  • Alimenti. In campo alimentare la data di scadenza di un prodotto alimentare dovrà essere messa più in evidenza sulla confezione.

  • Giornali. Le edicole perdono l’esclusiva sulla vendita dei giornali e saltano anche tutti i paletti che finora regolamentavano l’apertura di nuovi esercizi.

  • Parrucchieri. Diventà più facile per parrucchieri ed estetisti aprire un’attività visto che non saranno più vincolari dalla ‘distanza minima’ e nemeno dal numero di abitanti del comune.

  • Nascita impresa. L’interessato presenta al registro delle imprese, in via telematica o mediante la Camera di commercio competente, la comunicazione unica per gli adempimenti che riguardano i fini previdenziali, assistenziali, fiscali e per l’ottenimento del codice fiscale e della partita iva. Il registro delle imprese rilascia la ricevuta che costituisce titolo per l’immediato avvio dell’attività imprenditoriale. Procedura semplificata dichiarazione unica e procedure accentrare in un unico sportello comunale (proposta Capezzone)

  • La “Borsa del gas”. Nasce una sorta di Piazza Affari per regolamentare le contrattazioni del combustibile. Nel decreto legge che fa parte del pacchetto Bersani sulle liberalizzazioni nasce la ‘borsa del gas’, una sorta di Piazza Affari che punta a regolamentare le contrattazioni del combustibile. E’ quanto riferiscono fonti ministeriali, che invece escludono la presenza, sia nel decreto legge che nel disegno di legge, di una norma relativa alla discesa di Eni al 20% nel capitale di Snam Rete Gas.

  • Conti correnti. Sono nulle le clausole di massimo scoperto previste nei contratti di conto corrente, e tutte le clausole che prevedono una remunerazione accordata alla banca per la messa a disposizione di fondi a favore del correntista indipendentemente dall’effettivo prelevamento della somma.

  • C’è, poi, una norma che prevede la portabilità dei mutui immobiliari ed un’altra che stabilisce il divieto di inserire clausole penali per l’estinzione anticipata dei mutui sulla prima casa che avvenga dopo tre anni dalla conclusione del contratto. La norma si applicherebbe solo ai nuovi mutui, ma l’associazione delle banche e quelle dei consumatori dovranno concordare la soppressione delle clausole dei vecchi contratti compensandole con un aumento del tasso di interesse.

  • Scuola. Addio riforma Moratti. Tornano gli istituti tecnici e gli istituti professionali e nascono i poli tecnico professionali.

  • Fisco. Nuovi sgravi per favorire la capitalizzazione delle imprese. Prevista una delega al governo per introdurre norme dirette a favorire l’intervento nel capitale di rischio delle società da parte di organismi di investimento collettivo in valori mobiliari e l’ammissione alla quotazione dei titoli di partecipazione. Per le società di capitali viene introdotta un’aliquota ridotta non inferiore al 20% da applicare alla parte di imponibile riferibile al capitale di nuova formazione.

  • Autocertificazione. Si semplifica il rapporto tra pubblica amministrazione e imprese, che potranno sostituire alcuni certificati con l’autocertificazione.

  • Via libera anche all’impianto generale del disegno di legge sul riordino delle Authority, Riduzione a tre delle cinque autorità che regolano il risparmio; 1- soppressione Isvap (Istituto vigilanza assicurazione private), Covip (Commissione vigilanza fondi pensione) fondendole nella Autorità dei mercati finanziari, ovvero competenze che passano a Banca d’Italia e Consob;  bene purché non si colga questa occasione per fare un po’ di spoils system di tipo clientelare; 2- soppressione Ufficio italiano cambi e Cicr (Comitato interministeriale credito e risparmio). 

  • Cambieranno ancora le regole sull’azionariato di Bankitalia, attualmente distribuito tra diversi istituti di credito. La legge sulla riforma del risparmio del 2005 aveva stabilito che la proprieta’ dell’istituto sarebbe diventata pubblica. Sul valore da attribuire alle quote ci fu subito battaglia. Ora la legge sul riordino delle authority prevede nuove disposizioni. Il Governo entro un anno dovra’ ridefinire i criteri di partecipazione al capitale.

  • Non uno, ma almeno tre progetti di disegno di legge. Più la bozza di un decreto legge. La famosa lenzuolata del ministro dello Sviluppo, Pier Luigi Bersani, il pacchetto predisposto dal vicepremier, Francesco Rutelli, poi la riforma delle Autorità di garanzia curata dal sottosegretario Enrico Letta, con l’abolizione del Cicr e la nascita del Comitato di Stabilità Finanziaria, e la nuova Agenzia per i Trasporti. Poi, ancora, le agevolazioni fiscali del viceministro dell’Economia, Vincenzo Visco. Ci sarà anche da mettere un po’ d’ordine perché in alcuni casi, come sul gas e le ferrovie, i testi di Bersani e di Rutelli paiono ancora sovrapporsi.

     

    Rutelli il leader della Margherita, ieri sarebbe sbottato: «Non possiamo fare soltanto provvedimenti che colpiscono le piccole categorie mentre non si toccano i santuari». Santuari sono per esempio quelli che hanno in mano i rubinetti del gas, cioè l’Eni. Ma anche i potentati politici locali che controllano i servizi pubblici locali: i Ds in Emilia, certamente, come pure Forza Italia a Milano (sindaco l’ex ministro Letizia Moratti), dove finora di liberalizzazioni si è soprattutto parlato.

     

    ELETTRICITA’: UE, IN ITALIA BOLLETTE TRA PIU’ ALTE EUROPA PRIMO POSTO TRA 25 PER PREZZO INDUSTRIE- I dati relativi al gennaio scorso indicano che l’Italia è in testa alla classifica Ue del prezzo più alto dell’energia elettrica destinata ai consumi industriali, mentre per quelli domestici si piazza al secondo posto dopo la Danimarca. In Italia 100 kilowattora per uso domestico, nel gennaio scorso, sono costati, comprese le tasse, 21,08 euro, contro una media europea di 14,16, considerando la fascia media di consumo annuo pari a 3.500 kilowattora. Quanto ai consumi industriali invece il prezzo (escluso le tasse) in Italia è risultato di 12,08 euro per 100 kilowatt/ora contro la media Ue di 8,63. Complessivamente, sottolinea Eurostat, il prezzo dell’elettricità nell’Ue a 25 tra il gennaio 2005 e il gennaio 2006 ha visto un aumento del 5% per le famiglie e del 16% per le industrie. L’aumento relativo alla bolletta delle famiglie ha riguardato 21 paesi, mentre i prezzi sono rimasti invariati solo in Lettonia e Lituania e sono diminuiti in Austria e Belgio. In crescita anche i prezzi per le industrie di 19 stati membri

     

    TLC: IN ZONA OCSE ABBONATI A BANDA LARGA +33% IN UN ANNO DANIMARCA AL PRIMO POSTO; ITALIA AL DICIANNOVESIMO – I paesi scandinavi hanno la parte del leone, con Danimarca, Finlandia, Norvegia e Svezia nei primi 10 in classifica. A fine giugno, erano 6 i paesi dell’Ocse con un quarto della popolazione collegata alla banda larga, e cioé Danimarca, Olanda, Islanda, Corea, Svizzera e Finlandia, tutti con oltre 25 abbonati per 100 abitanti.

     

    La media Ocse è così salita al 15,5 abbonati per cento abitanti contro gli 11,7 del giugno 2005. Alla fine di giugno il numero degli abbonati di internet a banda larga nella zona Ocse era di 136 milioni, il 33% in più rispetto all’anno prima. 

    Danimarca – Dei 30 paesi industrializzati che fanno parte dell’organizzazione internazionale  vanta il numero più alto di abbonati, con 29,3 per 100 abitanti,

    Olanda (28,8) e Islanda.

    Finlandia, 28, per 100 abitanti,

    Svizzera 27.5, per 100 abitanti,

    Corea, 27.0, per 100 abitanti

    Islanda,  26, per 100 abitanti,

    Canada con 22,4 abbonati per 100 abitanti, quello più informatizzato  Dei G7. Regno Unito (19,4), Usa (19,2), Giappone (19)Francia (17,7), Germania (15,1) , e infine Italia, l’unico con una media inferiore a quella dell’Ocse.

    Belgio  20,4 abbonati per 100 abitanti

    Regno Unito (19,4),

    Usa (19,2), 11/mo posto .

    Giappone (19)

    Francia (17,7),

    Germania (15,1).

    Spagna (13,6)

    L’Italia si deve accontentare del 19/mo posto con 13,2 abbonati, cioé l’unico con una media inferiore a quella dell’Ocse

    Turchia (3)

    Slovacchia (2,9)

    Messico (2,8)

    Grecia con 2,7.

     

     

     

     

    Marco Montanari

     

     

     

     

    Liberalizzazioni: Bersani partorì il topolino

    di Alberto Mingardi

     

    http://www.brunoleoni.com/nextpage.aspx?codice=4641

     

     

    La montagna ha partorito il topolino. Sono settimane che Pierluigi Bersani annuncia una “lenzuolata” di liberalizzazioni. Il termine è improprio, lenzuolata lascia immaginare commi su commi, righe su righe, regole su regole. Le liberalizzazioni si fanno semplificando e abolendo.  Una riedizione del “suo” decreto estivo. Stavolta più in grande. Prendere di petto gl’ intrallazzatori monopolisti che ancora oggi abitano, e comandano, il Paese. Beate illusioni, poveri illusi noi che, pur vaccinati, cadiamo puntualmente nella vecchia trappola: aspettarci qualcosa di buono, dalla classe politica.

    • La “lenzuolata” di Bersani, in consiglio dei ministri, passa di rinvio in rinvio. Però, non perché sia pericolosa, o sfiori interessi intoccabili che per definizione stanno fuori dal mirino della politica. È robetta. Una copia carbone del decreto di luglio, baci a chi veniva premiato allora (i supermercati), schiaffi a chi aveva cominciato a prenderle (le assicurazioni)? Peggio. Non siamo davanti ad un clone, ma ad una caricatura.Cominciamo da quanto c’è di buono, in questo Bersani-due-la-vendetta.

    • Si parla, finalmente, di aprire la vendita di carburanti alla grande distribuzione. È giusto? È comodo. Non si capisce perché, dopo aver fatto la spesa, non si debba poter fare il pieno. È una liberalizzazione vera, fa piazza pulita di restrizioni assurde. Ma è una liberalizzazione incompleta. Carlo Stagnaro osserva che la rete di distribuzione dei carburanti in Italia è assai inefficiente e costituisce uno dei fattori dell’eccessivo prezzo di benzina e diesel. Tuttavia, se “occorre rimuovere i vincoli che impediscono l’apertura di punti di rifornimento presso i supermercati”, è altrettanto importante “consentire ai gestori delle stazioni la possibilità di potenziare le loro attività sul fronte non oil”. Cioè: bene la benzina al supermercato, ma perché non anche il “supermercato” dal benzinaio? Nel resto del mondo è la regola. Sarebbe del resto un modo per perseguire una liberalizzazione “equa”. Cioè non aumentare il giro d’affari di tizio a spese di caio. Piuttosto invece permettere a tizio e a caio di farsi serenamente concorrenza, e poi vinca il migliore.

    • Veniamo ora ai barbieri. Bersani è la faccia del governo più apprezzata da Confindustria. Il presidente di Confindustria è Luca Cordero di Montezemolo dalla folta chioma. Non stupisce, allora, la captatio benevolentiae del ministro, che vuole consentire ai parrucchieri di stare aperti da mane a sera, pure il lunedì, nonché abolire l’obbligo di licenza. Che cento fiori sboccino, che cento forbici taglino. Fuor di battuta, un “bravo” a Bersani. Chi riduce le barriere al libero commercio se lo merita. E poi, spesso basta poco per ridare vigore ad un’economia ingessata. Be’, non così poco.

    • Capitolo telefonini. S’insiste sull’abolizione del costo di ricarica. A parte il fatto che un’eventuale richiamo di questo tipo dovrebbe partire semmai dall’Autorità, cui spetta d’indagare su pratiche ed accordi restrittivi alla concorrenza (in un settore in cui i gestori sono sì concessionari di licenze di trasmissione, ma operano sul mercato). A parte il fatto che l’Autorità ha stigmatizzato non tanto il costo di ricarica in sé e per sé, ma la poca trasparenza dei prezzi delle schede. Qui c’è una questione sostanziale: le liberalizzazioni dovrebbero ridurre, non introdurre, l’intervento dello Stato in economia. Regolare i prezzi, voi come lo chiamate?

    • Ultima perla, le assicurazioni. Settore odioso. Strangolarlo porta consenso. Per questo il governo sembra intenzionato a fare propria una raccomandazione antitrust che spinge verso “un sistema distributivo tendenzialmente unico, abolendo l’esclusiva per tutte le tipologie di polizza assicurative”. È la seconda puntata dell’abolizione del monomandato per l’RC auto. Due considerazioni. Uno, non è detto che serva ad abbassare i prezzi. Due, le assicurazioni sostengono sia in conflitto con la normativa comunitaria, e hanno aperto un fronte a Bruxelles. Più importante di ogni altra cosa, però, è che si tratta di una palese violazione della libertà contrattuale di assicuratori ed agenti. Che viene strizzata ben più di quanto già non fosse. Mozione d’ordine. Va bene la confusione delle lingue, ma mettiamoci d’accordo almeno su un principio di base: se introduce vincoli, non è una liberalizzazione

    • C’è solo da sperare che non finiscano nel mirino di Bersani i soli barbieri e c’è da attendere fino all’ultimo. Le più recenti mosse dei ministri hanno mostrato una preoccupante dose di opportunismo: lo stop and go di Luigi Nicolais sulla mobilità degli statali e le ambiguità del collega di partito Cesare Damiano sull’età pensionabile hanno sconcertato la parte più moderna dell’opinione pubblica, quella che non apprezza il riformismo con la retromarcia.

     

     

     

    E’ TORNATO IL SOCIALISMO REALE ALL’ ITALIANA

    di *Antonio Polito

     

    Su carta intestata Palazzo Chigi. La rivoluzione liberale sta finendo in soffitta, e un riformista non sarà mai abbastanza infuriato con Berlusconi per averla screditata, predicandola senza farla. Le delusioni generano illusioni: il paese ha ripreso a credere alla favola che più stato e meno mercato possano darci l’Eldorado. Che alibi, per chi a sinistra non ha mai smesso di pensarlo. La gloriosa battaglia dei taxi rischia di restare nei libri di storia come un atto di eroismo isolato e sfortunato, cui fece seguito la controrivoluzione.

     

     

     

     

    1. Le situazioni in cui l’infrastruttura costituisce una sorta di monopolio naturale: sicché l’intervento pubblico sarebbe opportuno e conveniente. Ma è proprio in quest’affermazione che emerge l’errore ideologico del progetto per la politica pubblica di un’economia di mercato. Infatti, mentre nel sistema dirigista, per le situazioni di monopolio lo stato interviene attraverso imprese pubbliche, nell’economia di mercato lo stato fa un passo indietro e promuove la concorrenza con le autorità di regolamentazione. La gestione delle reti da parte della burocrazia pubblica dà luogo a inefficienze che può facilmente accertare chiunque abbia un po’ di familiarità con le ferrovie o con l’autostrada Salerno-Reggio Calabria. D’altra parte, l’eventuale acquisizione della rete fissa di Telecom Italia da parte dello stato, via Cassa depositi e prestiti, appare un non senso finanziario, dato che essa è stimata ad un valore fra i 20 e i 30 miliardi di euro. Anche l’acquisto di un 50 per cento comporterebbe per lo stato, un esborso di circa un punto del prodotto nazionale (14 miliardi).

    2. Il socialismo, almeno nell’accezione occidentale, è alta spesa pubblica e più elevata redistribuzione. Come lo chiama Salvati, “keynesismo-welfarismo”. Ha funzionato, eccome se ha funzionato, fino alla metà degli anni Settanta, garantendo all’Europa una lunga stagione di prosperità e di coesione sociale.

    3. Solo che Il socialismo, alta spesa pubblica e più elevata redistribuzione, è finito da un quarto di secolo. Per una ragione molto semplice: i paesi europei non riescono più a produrre la ricchezza necessaria a finanziare il miracolo. Perché l’energia non è più a buon mercato, perché gli ex poveri del mondo si sono messi a farci la concorrenza, e perché la tassazione ha raggiunto livelli non sopportabili dalle classi medie. Infatti, da un quarto di secolo, nessun paese riesce più ad avere insieme forte crescita, grande welfare e basso deficit.

    4. Bisogna scegliere. E bisogna scegliere la crescita. Politicamente parlando, bisogna scegliere tra libertà, uguaglianza e solidarietà. I liberali sono per la libertà, i socialisti per l’uguaglianza e i cristiani per la solidarietà. L’Ulivo,  dice di voler fondere alla pari le tre tradizioni politiche con i relativi valori. Invece è impossibile, senza stabilire una gerarchia adatta ai tempi: prima la libertà.

    5. Dalla Finanziaria alla Telecom, la scelta è sempre obbligata. Ed è la scelta tra “pubblico” e “statale”.

    6. L’interesse pubblico non è la proprietà privata di Telecom, ma l’efficienza del servizio telefonico e il suo basso costo. La moderna giustizia sociale è il low cost. Far rispettare le regole: di altro lo Stato non deve occuparsi, meno che mai su carta intestata della presidenza del Consiglio.

    7. Il “pubblico” non è la Cassa depositi e prestiti, ed è davvero un paradosso che a riconsegnarcela sotto forma di stato-imprenditore siano stato Tremonti (keynesiano di complemento). L’azienda “pubblica” per eccellenza in Italia c’è già: l’Alitalia. Lì è tutto pubblico: debiti, disservizi e sfascio. Grazie, abbiamo già dato.

    8. Pubblico è la “public company”, non una nuova Iri delle reti. Di interesse pubblico non è come ripianare i debiti di Tronchetti, che di Telecom possiede il 1.2 per cento, ma come non farli pagare a chi possiede il restante 98.8 per cento del capitale. Il pubblico è là fuori, nel famigerato mercato.

    9. Il fatto è che la sinistra non può cavarsela aggiungendo semplicemente un po’ di libertà al suo cavallo di battaglia dell’uguaglianza. Perché senza la libertà oggi ti scordi pure l’uguaglianza. Lo stato non è più la soluzione dei problemi, è sempre più spesso il problema.

     

    Cito solo qualche dato per il confronto con un paese , UK, che ha scelto il mercato. Ognuno di loro produce 36.590 dollari di ricchezza all’anno contro i nostri 31.400: siamo ormai sotto la media degli europei occidentali e prossimi al sorpasso spagnolo. Se faccio la somma per 4 persone, una famiglia italiana perde ogni anno 20 mila dollari rispetto a una inglese. Vuoi vedere che il mercato è di sinistra?

     

    Rispettandone le regole, la Gran Bretagna l’anno scorso ha attratto 165 miliardi di dollari di investimenti stranieri contro i 16 dell’Italia: dieci volte tanto. Non stupisce, in un paese in cui le trattative private con potenziali investitori stranieri finiscono in un comunicato del pres-del-cons!

     

     

     

    FT: CON IRONIA SPIEGA LE 8 REGOLE D’ORO PER INVESTIRE IN ITALIA

     

     

     

    Le detta il Financial Times all’interno del suo speciale sulla corporate Finance, in cui spiega ironicamente ma realisticamente le “cose da fare e da non fare” a tutti coloro che stanno pensando di entrare nel mercato italiano, prendendo come spunto la vicenda che coinvolge Abertis ed Autostrade. Il quadro che ne esce e’ svilente ma assolutamnete corrispiondente all’Italia. “State pensando di presentare un’offerta per qualche infrastruttura italiana? – si legge sul quotidiano britannico – Allora tenete presente queste linee guida”. Ed ecco gli otto consigli che, ironicamente, rappresentano i problemi in cui possono incorrere gli investitori esteri in Italia:

     

    1. 1. Siate disposti a sopravvivere ai politici locali, che potrebbe diventare prima o poi pericolosi ;

    2. 2. deve essere cosciente che “la procedura può richiedere molto tempo”, Impara dal comportamento paziente che Abertis sta mettendo in campo nella sua offerta per Autostrade, nel limbo da sei mesi a questa parte;

    3. 3. Fatti dare buoni consigli legali. Voleranno minacce di cause legali ed iniziative legislative, visto il rischio di contenziosi giuridici, quindi avrai bisogno di sapere quando ignorarle e quando tenerne conto;

    4. 4. Sii pronto a giocare da solo. Il fondo britannico Stirling Square si è trovato isolato per mesi, mentre i funzionari milanesi e il management di Aem erano invischiati in discussioni (sul destino di Metroweb, asset di fibra ottica di Aem, ndr);

    5. 5. Sii gentile. Abertis ha ridotto molte delle difficoltà rimanendo sempre rispettosa e di poche parole;

    6. 6. Fai concessioni politiche. Uno dei modi in cui Stirling Square alla fine ha vinto le resistenze del sindaco di Milano su Metroweb è stato grazie alla promessa di fibra gratis per l’area municipale;

    7. 7. Le conoscenze contano ancora molto in Italia, quindi prova a trovarti un consulente locale o una banca internazionale con un ottima serie di accordi già fatti in Italia;

    8. 8. Ricordati che l’accordo non è chiuso fin quando il contratto non è firmato. I politici spesso rimettono “tutto in gioco all’ultimo momento”.

     

     

    Nel reportage da Milano, Ian Limbach, l’autore, spiega che nel nostro Paese “numerosi investimenti privati sono stati fatti deragliare da opposizioni politiche giudiziarie e legali, creando uno stato di incertezza per gli investitori stranieri”.

     

    Un grande giornalista fece alcune osservazioni, non ricordo il nome ora:

     

    Adam Smith. “Non è dalla benevolenza del macellaio, del birraio e del fornaio che ci aspettiamo il nostro pranzo, ma dal fatto che essi abbiano cura del proprio interesse”, scriveva nella Ricchezza delle Nazioni. Oggi nessuno si aspetta corse gratuite dai tassisti né cause gratis dagli avvocati. Ma quando gli stessi aggrediscono un ministro o paralizzano una città, ci si chiede quale sia la “mano invisibile” che li guida. Probabilmente quella dell’egoismo sociale e oligopolistico, che li spinge a difendere comunque, senza se e senza ma, l’interesse particolare della corporazione. Non certo quella della società aperta e del libero mercato che, come insegnava lo stesso Smith, consentiva alle categorie produttive di promuovere comunque, anche “senza saperlo e senza volerlo, l’interesse generale della società”. Sul piano etico, chiunque lavori ha il diritto pieno e incontestabile di difendere i propri interessi. Qui non c’entra la tessera di partito, ma conta solo l’esercizio della democrazia. Ma questo è il punto. La democrazia non nega, contempla il conflitto. Purché il dispiegarsi del conflitto avvenga secondo le regole, e la difesa di un interesse soggettivo non si traduca in un danno intollerabile per l’interesse collettivo. In questo sclerotizzato Sistema-Paese, che ci costa almeno 22 miliardi di euro all’anno in termini di mancata deregulation, ci sarà sempre qualcuno (piccola lobby o Potere Forte, ordine professionale o sindacato confederale) pronto a spiegare al governo di turno che qualunque modifica del suo status quo è un maleficio.

     

    Il fatto che il socialismo irreale. Con manovre da veri illusionisti, questo governo distrugge ricchezza ed estende l’area del parassitismo di Stato – Il metodo-Silvan è in atto per quel che riguarda il pubblico impiego, al quale il governo ha risposto appostando i 2,8 miliardi per il nuovo contratto che inizialmente non erano previsti, ma testualmente riservandoli al biennio che scade al 2008: la commedia finirà con un nuovo regalo alla Fiat, oltre alla mobilità lunga a spese nostre per alcune migliaia di suoi dipendenti, e cioè con la reintroduzione degli incentivi alla rottamazione dei vecchi veicoli non di standard Euro4,e dunque più inquinanti. La parabola migliore del socialismo irreale è quella disegnata ieri dalle parole di Visco riservate all’Alitalia. Non solo abbiamo dilapidato 14 miliardi di euro sull’altare della compagnia di Stato negli ultimi vent’anni. Oggi Visco ci dice che l’unico rimedio è fonderla con AirOne, cioè l’unico concorrente italiano nato in questi anni. Grazie alle follie dispendiose della compagnia pubblica, invece di farla fallire come hanno fatto svizzeri e belgi dovremo ora farle mangiare il concorrente e tornare al monopolio. Le Ferrovie dello Stato si sono ieri prenotate per analogo trattamento, chiedendo altri 6 miliardi di euro dalle nostre tasche.

     

     

    Basta con le corporazioni!  Ad iniziare, ovviamente, da quelle rappresentate dai partiti, dai sindacati, dai giornalisti, dai notai, ecc., e, ovviamente, da quella casta burocratica che alberga negli uffici pubblici e che sembra abbia come scopo quello di complicare la vita ai comuni mortali.

    Le “pratiche” burocratiche costano alle aziende 10 miliardi di euro l’anno; secondo il Censis avviare una impresa in Italia costa 17 volte di piu’ che in Gran Bretagna, il che significa 17 euro contro 1 euro; moltiplicato per 10, 100 o 1000, si ha la cifra indicata complessivamente: 10 miliardi di euro. Per mettersi in proprio in Italia, servono oggi dalle 58 alle 80 autorizzazioni; soltanto per ottenere una concessione edilizia si impiegano dai nove ai ventisette mesi. C’e’ una proposta di legge, a firma del presidente della Commissione Attivita’ Produttive della Camera dei Deputati, Daniele Capezzone, che ridurrebbe a 7 giorni i tempi per l’apertura di una impresa: si tratterebbe dunque di una sorta di rivoluzione per il Belpaese.

     

     

     

     

    MANCATE INFRESTRUTTURE COSTANO 200 MLD AL 2020 ONERI PER COLLETTIVITA’ SU RIFIUTI, ENERGIA E VIABILITA’ – Non realizzare alcune infrastrutture e impianti strategici per l’Italia nei settori dei rifiuti, dell’energia e della viabilità, funzionali ad un disegno di sviluppo al 2020, costa quasi 200 miliardi di euro, più che farle. E’ la stima contenuta nel rapporto 2006 stilato da ‘Agici Finanza di impresa’ su “I costi del non fare” in termini di oneri che gravano sulla collettività a causa di mancate o ritardate realizzazione di opere. In particolare, ammontano a 28 miliardi i costi per mancate opere nel settore dei rifiuti, a circa 40 miliardi nell’energia e a 130 miliardi nella viabilità autostradale. In alcuni casi, si legge nel rapporto, i costi totali (economici, ambientali, sociali) sono assai superiori agli investimenti necessari:

     

     

    Nelle autostrade e tangenziali a pedaggio, per esempio, il non fare investimenti per 34 miliardi può costarne al nostro Paese ben 133, mentre per portare l’Italia alla media europea sono necessari 1.300 chilometri di autostrade a pedaggio.

     

     

    Affrontando il comparto ambientale, lo studio spiega che per i rifiuti urbani, “pur ipotizzando non facili livelli di raccolta differenziata (65%) sono necessari cento termovalorizzatori di medie dimensioni e 80 impianti di compostaggio. Non realizzare questi impianti, oltre a far sopportare costi per 28 miliardi di euro, renderebbe non raggiungibile l’obiettivo di discarica zero. Per quanto riguarda i rifiuti industriali del settore cartario, due termovalorizzatori darebbero benefici per un miliardo”.

     

     

    Riguardo all’energia, 40 miliardi nell’energia , “essenziali appaiono da 2 grandi a 5 medie centrali a carbone; non farle costerebbe al Paese dai 4 ai 7 miliardi di euro; 16 centrali a gas sono necessarie e non farle costa da 2 a 10 miliardi; gli investimenti nella rete elettrica sono fondamentali per utilizzare le strutture esistenti. Gli sbottigliamenti ottenuti con le nuove linee sono cruciali anche per evitare nuovi investimenti in capacità generativa. Il non fare costerebbe 15,6 miliardi di euro. Tre impianti di rigassificazione sono necessari e la loro assenza costerebbe al Paese 5,9 miliardi di euro”.

     

    I  nostri problemi non dipendono da un ammontare inadeguato di risorse pubbliche destinate all’istruzione scolastica». «Pesano carenze nell’organizzazione e nella motivazione del personale». «Nell’università i tassi di abbandono sono pari al 60%, ossia a quasi il doppio della media dei Paesi Ocse». «…parte del problema sta nelle elevate rendite di cui godono alcune professioni, rendite che distorcono le scelte delle famiglie, e nella insufficiente domanda di qualifiche tecnico-scientifiche alte da parte delle imprese».

     

     

     

     

    ITALIA ULTIMA RUOTA DEL CARRO.
    E CIGOLIAMO PURE

    O si smantella la “vecchia Italia” o il nostro destino collettivo è già scritto:

    di Giuseppe Turani

    http://www.wallstreetitalia.com/articolo.asp?ART_ID=422772

     

    Non si va da nessuna parte. Per questo si dovrà mettere mano allo smantellamento della “vecchia Italia”, di quell´Italia, cioè, dove ognuno si è scavato una posizione di rendita e dentro quella campa (in molti casi pagando poco o niente tasse) – Tutti sono contenti perché finalmente è arrivata la crescita. La si aspettava da tanto e ci siamo. Manca ancora un mese alla fine del 2006 e di mezzo c´è l´importante (per i consumi e la produzione) scadenza del Natale, ma i conti possono già essere fatti senza timore di sbagliare.

     

    Quest´anno la crescita sarà dell´1,7-1,8 per cento. Un bel colpo, non c´è dubbio, rispetto allo zero o quasi zero fatto segnare negli anni scorsi. Le aziende lavorano un po´ di più. E gli italiani, nel loro complesso, pagano una montagna di tasse in più (un po´ perché c´è la ripresa, un po´ perché forse hanno davvero paura di Visco). Insomma, la nave Italia ha ripreso il mare e naviga. Tutti contenti, come si diceva.

     

     

     

    Ma naturalmente c´è anche l´altra faccia della medaglia. Non si può dimenticare, nemmeno in un momento tutto sommato felice come questo, che se l´Italia quest´anno fa segnare una crescita dell´1,7-1,8 per cento, la media europea è significativamente più alta: 2,7 per cento. Si torna a crescere insomma (insieme agli altri), ma siamo sempre gli ultimi della classe.

     

     

    E qui vengono a galla tre problemi: due pratici e uno politico.

     

     

    I due pratici sono appunto che siamo ancora molto lenti e che, se si fa la media degli ultimi sette anni, si scopre che siamo cresciuti al ritmo di poco più dell´1 per cento anno. Esiste cioè un ritardo di competitività da recuperare (siamo ultimi) e esiste un ritardo per la strada che si è fatta fino a oggi (1 per cento di media per sette anni di fila). Insomma, finalmente si è vista un po´ di ripresa, ma siamo sempre l´ultimo vagone del convoglio e abbiamo accumulato rispetto agli altri un ritardo intollerabile.

     

    La questione politica riguarda le due appena accennate. E può essere riassunta come segue: è vero che l´Italia ha svoltato (finalmente c´è la crescita), ma è anche vero che è ancora lì che zoppica, che arranca faticosamente dietro al resto dell´Europa. Non siamo nel gruppo di testa e nemmeno in quello di mezzo. Tutto questo comporta che la politica cambi rapidamente registro. Qui non si tratta di fare grandi dibattiti su come distribuire la poca ricchezza che si riesce a produrre. Qui si tratta di trovare la maniera di riportare l´Italia se non nel gruppo di testa, almeno in quello di mezzo.

     

    Insomma, trovare il modo di imprimere alla nave Italia una velocità di crociera decente. Trovare il modo (politico) di slegare un po´ di più il paese. Paese che risulta ancora schiacciato e soffocato da una serie di fenomeni che potremmo definire come “oneri impropri” (ma pesanti):

    1. Abbiamo un debito pubblico accumulato che ogni anno divora risorse come un gigante affamato.

    2. Abbiamo una scuola che costa un occhio della testa in cambio di un prodotto finale (i laureati) miserevole.

    3. Abbiamo grandi comparti del paese (dall´energia alle telecomunicazioni) che impongono ancora al consumatore tariffe troppo elevate o servizi modesti.

    4. Abbiamo alcune strutture fondamentali (come Alitalia e Ferrovie) che costano un patrimonio e funzionano malamente.

    5. Abbiamo una vasta schiera di professionisti e artigiani che, forti delle loro posizioni di quasi monopolio (o di corporazione), godono di ricavi di rendita assurdi.

    6. Abbiamo un apparato di dipendenti pubblici fuori dalla norma, che ogni anno divora risorse come un gigante affamato

    7. Abbiamo Infine, una burocrazia tremenda, se è vero che ci vogliono più di 70 autorizzazioni per aprire una carrozzeria.

     

     

    Un paese con tutti questi “oneri impropri” non va da nessuna parte. Lo abbiamo visto anche nel corso di questo 2006. Anche in presenza di una forte ripresa mondiale e di un robusta ripresa europea, alla fine non si è arrivati nemmeno al 2 per cento di crescita. E questa era un´occasione, sulla carta, di volare vicino al 3 per cento, come del resto ha fatto l´Europa nel suo complesso.

     

    In sostanza, quindi, nel 2007, a meno che non ci si voglia rassegnare a essere l´ultimo vagone del convoglio, si dovrà mettere mano allo smantellamento della “vecchia Italia”, di quell´Italia, cioè, dove ognuno si è scavato una posizione di rendita e dentro quella campa. In molti casi pagando poco o niente tasse.

     

    Sono abbastanza consapevole che tutto questo comporta una serie di conflitti spaventosi con buona parte del paese. Come sono consapevole che la politica non è fatta da marziani arrivati ieri sera e dotati di superpoteri. Ma veramente siamo arrivati a un momento cruciale. O si smantella la “vecchia Italia” o il nostro destino collettivo è già scritto: si andrà avanti sempre con una crescita di un punto di un punto e mezzo (a seconda degli anni) sotto lo standard europeo.

     

    Si rischia, in parole semplici e comprensibili a chiunque, di finire ai margini dell´Europa e diventare, davvero e per sempre, una sorta di palla al piede dell´Europa. Una sorta di parente malato e un po´ tonto. I numeri del 2006 stanno lì a dimostrarlo.

    La strada, quindi, è segnata e chiara: bisogna procedere con una certa crudeltà a smontare tutte le posizioni di rendita, grandi e piccole. Tutto questo comporterà infiniti conflitti. Ma la politica esiste appunto per questo.

     

     

    TORNAIL PALAZZO

    di Ezio Mauro

     

    http://www.wallstreetitalia.com/articolo.asp?ART_ID=428597

     

     

     

    Da ieri, con la denuncia del Capo dello Stato Napolitano, la questione è posta, e non è più possibile eluderla. Le parole sono chiare: preoccupazione per il “distacco” tra politica, istituzioni e cittadini;  allarme per la “tenuta” dello stesso sistema democratico. È dunque una questione di democrazia, quella che pone il Presidente. Potremmo dire che siamo davanti al rischio conclamato di una regressione democratica.

     

     

     

    1. Guidando il governo, la sinistra ha la responsabilità del disincanto nel paese, e la legge finanziaria ne è il detonatore, mentre l´impopolarità del governo rischia di essere la nuova cifra del rapporto tra i cittadini e lo Stato, tornato Palazzo trent´anni dopo. La Finanziaria ha senz´altro un elemento di rigore positivo. Ma il senso generale che si è depositato nel Paese è fortemente negativo, e questa negatività che separa Stato e cittadini sovraesponendo la leva delle tasse è il nocciolo della questione politica di oggi.

    2. La destra sbaglia però cercando un lucro immediato di questa crisi.

    3. Epifani e Montezemolo? Non contano.

     

     

    Nella distanza tra Stato e cittadini, nel disincanto, persino nella protesta che Berlusconi ha portato in piazza c´è, evidente, qualcosa di più generale, di sistemico, che intacca le istituzioni e corrode lo stesso discorso pubblico, senza distinzioni.

    È la fine di ogni intermediazione riconosciuta e accettata, sia di tipo organizzativo sia di sistema culturale, che genera solitudine politica. Ed è la percezione di un mancato riconoscimento di pezzi di società ribelli ad un modello concertativo asfittico, se pensa di racchiudere l´Italia del nuovo secolo in un accordo con Montezemolo ed Epifani. È, ancora, la coscienza di un´esclusione dalla dimensione primaria della politica, perché la partecipazione semplicemente non è prevista, a destra come a sinistra: e la campana di Mirafiori suona per tutti, come richiesta estrema, finale di rappresentanza.

     

    La differenza tra destra e sinistra è che Berlusconi può fingere di interpretare il risentimento democratico come politica, perché in realtà l´antipolitica è una forma di espressione primaria del populismo, mentre Prodi non può. Prodi e i leader della sinistra devono giocare il tutto per tutto puntando subito sulla carta del partito democratico come apriscatole di un sistema bloccato, come nuovo linguaggio politico, baricentro di una cultura di riforme che oggi l´Unione non ha. Non c´è un´altra strada. Anche perché governare in nome della sinistra e assistere a questo sentimento progressivo di perdita della cittadinanza prima ancora che un´impossibilità numerica è una contraddizione concettuale, culturale e politica.

     

     

    2007 Rapporto dell’Eurispes

     

    Italia un paese che oscilla tra spinte innovative e la conservazione dei privilegi acquisiti

     

    Italia a rischio “deriva feudale”
    Ma uscire dal declino è possibile

     

    Emerge un maggiore ottimismo sulle istituzioni e sull’economia
    Criminalità minaccia più grave: 1 su 5 ha subito un reato nel 2006

     

    di ROSARIA AMATO

     

    http://www.repubblica.it/2007/01/sezioni/economia/eurispes-rapporto/eurispes-rapporto/eurispes-rapporto.html

     

    http://www.eurispes.it/

    http://www.eurispes.it/indiceRapportoItalia.asp?val=4

     

    http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Attualita%20ed%20Esteri/Attualita/

     

    http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Attualita%20ed%20Esteri/Attualita

     

    Il 68 per cento degli italiani dice sì all’eutanasia. A dirlo è il ‘Rapporto Italia 2007’ redatto dall’Eurispes e presentato oggi a Roma, precisando che la percentuale dei favorevoli in 20 anni è più che raddoppiata. Coloro che si esprimono in maniera contraria rappresentano invece il 23,5 per cento del totale, mentre l’8,5 non ha saputo o voluto rispondere. Nel sondaggio dell’Eurispes del 1987 la situazione era ribaltara: in quell’anno il 40,8 per cento era contrario all’eutanasia; il 24,5 era favorevole e il 18,3 si dichiarava favorevole solo in casi disperati

     

    La società complessa sembra opporre forte resistenza al lavoro di ricerca sociale: ogni lettura ideologica forte è destinata ad essere in breve falsificata dall’altissimo numero dei fattori in gioco e dall’inestricabile rete che li intreccia e li organizza su piani diversi. Ciò non significa, tuttavia, che si debba rinunciare a priori ad una lettura macro-sociologica della realtà, ad una lettura per blocchi di fenomeni e per grandi processi di trasformazione.

    Alla base del Rapporto Italia c’è la consapevolezza e la conseguente capacità di non cedere al fascino di un punto di osservazione forzosamente unificante. Il nostro lavoro è, piuttosto, il tentativo di compenetrare fra loro prospettive diverse, di seguire, finché‚ le tracce lo rendano plausibile, diversi percorsi, di costituire provvisori piani di comprensione e spiegazione dei fatti. Come strumenti di lavoro e di orientamento (ma solo in quanto tali) ogni anno isoliamo sei polarità sociali che, per ragioni diverse, ci sembrano decisive nell’attualità del caso-Italia, benché‚ in nessun caso «decisivo» voglia dire «unico» o «insostituibile».

    La prima cosa che bisogna dire circa la struttura del Rapporto riguarda, dunque, la scelta metodologica e culturale di individuare quella che abbiamo chiamato «la dialettica degli opposti». La scelta merita una qualche spiegazione. Nella difficoltà di rappresentare la complessità, abbiamo operato sui luoghi «estremi» dei processi sociali, nella convinzione che ai confini le logiche sociali si decantino e mostrino con maggiore evidenza la loro forza o la loro debolezza.

    La dialettica degli opposti ha questo innegabile vantaggio che, abbandonando il sogno statistico della media, mostra le polarità e gli intrecci fra i termini estremi. Ovviamente c’è anche un limite: quello di tenere in minore considerazione il corpo centrale della problematica, ma questo è il prezzo che il Rapporto ha deciso di pagare allorché‚ ha fatto la sua scelta metodologica e culturale.

    I diversi saggi operano al proprio interno un taglio di lettura, disegnano un percorso di riflessione e considerazioni. Si può dire che essi stanno, rispetto al tema considerato, tanto in una relazione di carattere generale che in una di carattere specifico e particolare. Questo carattere parziale e, quindi, di proposta dei singoli saggi ha richiesto che la struttura del Rapporto venisse arricchita da ulteriori elementi: le schede. Le diverse schede realizzate sono tutte riconducibili ai saggi base, ne costituiscono, per così dire, il prolungamento fenomenologico, ma al tempo stesso rappresentano il punto di partenza concreto per una lettura critica dei saggi stessi

     

    Un Paese neofeudale governato da un premier che, “come gli imperatori tedeschi, regna ma non governa”. Una società che riflette la logica dei reality televisivi, dove per eccellere possono bastare “un’infarinatura di tutto e una conoscenza di niente”, purché si abbia “grinta” o si vada “al di sopra delle righe o delle regole”. Una grande voglia “di lasciarsi alle spalle quell’atmosfera di declino” che grava sull’Italia ormai da diversi anni, e che deve però fare i conti con “ritardi, con le fragilità strutturali ma soprattutto con una classe dirigente inadeguata”. E’ così che l’Italia appare nel Rapporto 2007 presentato stamane a Roma dall’Eurispes.

    Spinta all’innovazione e desiderio di conservazione . Se nell’edizione del 2006 del Rapporto si parlava di declino quasi inesorabile, quest’anno si segnala invece la “spinta interiore” del Paese, intesa come “il desiderio cosciente di guarire da una affezione”, spiega il presidente dell’Eurispes Gian Maria Fara, citando Spinoza. Però si riscontra anche “una spinta altrettanto forte alla conservazione”, alimentata dalle “resistenze di coloro che considerano l’innovazione, le riforme e il cambiamento come un pericoloso nemico capace di mettere in discussione i vantaggi e le rendite di posizione acquisite nel tempo”, osserva Fara.

    Italiani leggermente più ottimisti per il 2007.I sondaggi Eurispes sulla fiducia degli italiani nelle istituzioni hanno rilevato un leggero miglioramento rispetto all’anno precedente. Se infatti nel 2005 il 49,2 per cento aveva dichiarato una “sfiducia generalizzata” nelle istituzioni, tale percentuale nel 2006 scende al 46,7 per cento. Raddoppia inoltre, passando dal 4,1 al 9,9 per cento, la percentuale di coloro che si dichiarano maggiormente fiduciosi. In dettaglio, gli italiani si fidano molto del presidente della Repubblica (63,2 per cento), poco (38,1 per cento) o niente (28,6 per cento) del governo (ma anche in questo caso si registra un miglioramento di pochi punti percentuali), poco del Parlamento e della magistratura. Si fidano molto delle associazioni di volontariato (78,5 per cento), delle forze dell’ordine (73,5), della Chiesa e delle altre istituzioni religiose (60,7 per cento, in calo tuttavia rispetto al 66,1 per cento del 2006).Il ceto medio tra indebitamento e scelte low cost . Nell’analizzare le difficoltà del ceto medio, schiacciato dal declino economico del Paese e da quella che viene descritta come “una struttura a deriva feudale”, il Rapporto Eurispes evidenzia però anche dei tentativi di “emersione”. Innanzitutto è leggermente migliorata la percezione della propria situazione economica: a definirla stabile è il 56 per cento degli intervistati, ed è la prima volta in cinque anni che tale percentuale non cresce rispetto all’anno precedente, segnala il Rapporto.

    Questo non significa che ci siano miglioramenti, significa soprattutto che il ceto medio ha elaborato alcune strategie di sopravvivenza. Da un lato il credito al consumo, in costante aumento (solo quello erogato dalle banche è cresciuto tra il 2002 e il 2006 del 77 per cento): l’Eurispes stima che il ricorso delle famiglie a questo tipo di prestiti aumenterà nel 2007 dell’11,9 per cento, e il ricorso ai mutui dell’11,6 per cento.

    Dall’altro, si fa sempre più spesso ricorso a scelte che l’Eurispes definisce in blocco ‘low cost’, citando Ryanair per i viaggi aerei, Ikea per l’arredamento, Skype per la telefonia. E segnalando fenomeni in crescita, come quello del ‘couchsurfing’, che permette di viaggiare a costo zero dando in cambio la propria disponibilità per “lavori di casa, preparazione di piatti tipici della propria nazionale e la promessa di ricambiare l’ospitalità”.

    La criminalità temuta più delle difficoltà economiche . Per la prima volta dopo molti anni, rileva l’Eurispes, al primo posto tra le preoccupazioni degli italiani non c’è più l’elevato costo della vita ma la criminalità organizzata. Infatti un italiano su cinque (il 19 per cento degli intervistati) è stato vittima di almeno un realto nel 2006: nel 21,7 per cento dei casi si tratta di furti in casa o furti dell’automobile o del motorino, seguiti da scippi e borseggi e minacce. In testa ci sono però (27 per cento) le truffe, dalle clonazioni di carta di credito o bancomat alle truffe su Internet.

    E’ tramontata l’idea della legalità . A rendere più minacciosa la criminalità per gli italiani è la percezione che l’Italia sia un paese nel quale “è tramontata un’idea condivisa di legalità”. Il 22 per cento degli intervistati ritiene che questo sia dovuto al deterioramento del tessuto socio-economico.  Fa sempre più paura inoltre la criminalità organizzata: un quinto degli omicidi in Italia è “mafioso”. L’Eurispes ha anche elaborato un “indice di penetrazione mafiosa”, che vede al primo posto Napoli, al secondo Reggio Calabria e al terzo Palermo.

    Una rivoluzione culturale per uscire dal declino. Di cosa ha bisogno l’Italia per uscire da quello che l’Eurispes definisce senza mezzi termini come “un quinquennio di declino vero”? Il Rapporto dà alcune indicazioni: una maggiore equità fiscale, “scoprendo tutte le carte truccate del meccanismo impositivo nazionale, fatto non solo di sommerso ed evasione fiscale, ma anche di forme elusive sfruttate con grande maestria e sapienza da singoli e società”. L’Eurispes ha calcolato che nel 2007 “il maggior carico per gli onesti sarà tra 9,5 e 10 punti percentuali in più rispetto alla pressione consueta”. Cioè chi paga le tasse le pagherà ancora di più per chi non lo fa e non lo farà.

    Ancora, l’Istituto suggerisce un efficace riordino del sistema pensionistico, un nuovo patto tra famiglie e imprese che passi anche attraverso una netta divisione tra flessibilità (vera) e precarizzazione, e una valorizzazione del capitale professionale e umano. E ancora, una maggiore efficienza della Pubblica Amministrazione e della giustizia, e una efficace politica dell’immigrazione. “Una rivoluzione culturale e politica nello stesso tempo di cui l’Italia ha un enorme bisogno”, conclude Fara. Per non sprofondare ancora di più in “un declino economico, sociale e morale che a qualcuno fa paventare il pericolo di una deriva populista e demagogica

     

     

    Eurispes: due italiani su tre bocciano l’indulto. Due italiani su tre sono contrari all’indulto, più della metà lo ritiene un provvedimento non indispensabile. Dalle prime anticipazioni dei contenuti del « Rapporto Italia 2007» dell’Eurispes, che sarà presentato a Roma il 26 gennaio, emerge che il provvedimento di clemenza ha rappresentato nel comune sentire una lesione profonda del sistema di giustizia nazionale. «La legge sull’indulto – spiega Gian Maria Fara, presidente dell’Eurispes – ha sicuramente fornito un contributo non irrilevante alla disaffezione istituzionale avvertita da gran parte dell’opinione pubblica». Per il 59,7% del campione il provvedimento ha influito negativamente sulla fiducia dei cittadini nella giustizia, il 59,2% ritiene che il provvedimento di clemenza, mettendo in libertà un alto numero di detenuti, abbia generato seri problemi di sicurezza per i cittadini. La sfiducia nella giustizia e il crescente senso di insicurezza riguardano gli elettori di tutti gli schieramenti politici con una oscillazione che va dall’80% degli elettori di destra e di centro al 60% di quelli di sinistra. Il condono ha riscosso più consensi nel Centro Italia (20,3%) e nelle isole (17,4%), piuttosto che al Sud (9,5%) e al Nord (13 per cento).

    Mentre il Guardasigilli Clemente Mastella annuncia dal seminario di Caserta l’impegno per la riforma dell’ordinamento giudiziario entro il 31 luglio 2007, la giustizia appare al collasso: la durata media dei processi è pari a 35 mesi per il giudizio di primo grado e a 65 per quello di appello. Nel periodo 2001-2004 le cause civili dinanzi ai giudici di pace sono aumentare del 64%, quelle in Corte d’appello del 122%, quelle in Corte di cassazione del 33 per cento. Le cause penali sono aumentate del 16% in istruttoria, del 60% in prima istanza, del 24% in appello e del 4% in Cassazione. Dieci milioni i processi pendenti, 4 milioni civili e 6 milioni penali, 700mila le condanne definitive non eseguite. Dai dati emerge che la macchina della giustizia è fortemente indebitata, i mezzi finanziari a disposizione sono inadeguati al fabbisogno ordinario delle procure, il debito complessivo del ministero della Giustizia ammonta a 250 milioni di euro.

    Nel 2005 oltre l’80% delle condanne sono risultate pari o inferiori a 3 anni o a 10mila euro di pena pecuniaria, dunque circa 4/5 dei processi pendenti per reati commessi entro il 2 maggio 2006 si concluderanno in caso di condanna con la formula «pena interamente condonata». Lo studio dell’Eurispes precisa che la mole dei provvedimenti che rientrano nell’indulto non potrà essere definita prima dei 5 anni. Fra il 1996 e il 2006 la popolazione carceraria ha avuto un incremento del 25,3 per cento. Il giorno prima dell’entrata in vigore dell’indulto la popolazione carceraria registrava 60.710 detenuti, il 33% stranieri, il 27,1% tossicodipendenti, a fronte di una capienza di 43.213 unità.

    A distanza di un mese erano stati scarcerati 16.568 detenuti, compresi un migliaio in semilibertà. Altri 7.178 erano stati scarcerato essendo in custodia cautelare nei mesi di applicazione dell’indulto. Altri 17.423 erano già fuori dal carcere per misure alternative, cessate per effetto dell’indulto. Inoltre 4.757 hanno usufruito del provvedimento di clemenza per uno o più titoli di detenzione, ma sono rimasti in carcere per altre condanne. Sono stati, inoltre, 480 i detenuti ammessi a misure alternative per effetto del provvedimento.

    Gli effetti positivi del provvedimenti sono stati quelli di alleggerire la pressione sull’apparato carcerario, riportando la popolazione carceraria al di sotto di circa 4mila unità rispetto alla capienza regolamentare, accanto a quelli economici, visto che ogni detenuto costa allo Stato circa 120 euro al giorno. Alla data del 9 novembre 2006 sono risultati rientrati in carcere il 6,5% di coloro che avevano usufruito dell’indulto, pari a 1.570 persone, cifra ritenuta fisiologica dagli esperti.

    Nell’intero territorio nazionale è stata registrata una lieve flessione dei reati nel trimestre successivo all’indulto, mentre nelle 4 metropoli più critiche dal punto di vista della criminalità urbana è stato registrato un aumento (da 82.770 reato a 100.344). Flessione a Milano, aumenti non allarmanti a Roma e Palermo, aumento forte a Napoli: nel capoluogo campano i reati sono aumentati da 24.394 del periodo agosto-ottobre 2005 ai 44.034 del periodo corrispondente del 2006.

    Sette italiani su dieci sono favorevoli all’eutanasia: lo segnala un sondaggio Eurispes presentato al Senato come anticipazione del Rapporto Italia 2007, che avverte già dai primi anni Ottanta il cambiamento di tendenza. I contrari rappresentano invece il 23,5% del totale, mentre uno su dieci (8,5%) non ha saputo o non ha voluto dare una risposta. Rispetto allo scorso anno i favorevoli sono aumentati, facendo registrare un incremento di ben 26 punti percentuali. Il 74,7 per cento degli italiani (tre su quattro) esprimono parere favorevole all’introduzione del testamento biologico, previsto da un recente disegno di legge.
     

     

    Rapporto Eurispes 2006

     

     

    L’Italia non cresce più
     

     

    http://www.rassegna.it

     

    http://www.rassegna.it/2006/attualita/articoli/eurispes.htm

     

    Un paese di nuovi ricchi con intere fasce di popolazione impoverita, messe in ginocchio da un tasso d’inflazione arrivato a una crescita complessiva del 23,7% negli ultimi 4 anni e da un’erosione del potere d’acquisto che non si rimargina. Un paese che produce sempre meno (la produttività del lavoro, nell’ultimo decennio, è calata del 10,8%). E che (lo sanno anche i bambini, ormai) investe briciole in ricerca. Questo il cupo ritratto dell’economia italiana che emerge dal Rapporto 2006 Eurispes presentato oggi a Roma. Per il Presidente dell’istituto di ricerca, Gian Maria Fara, l’Italia «non riesce a trasformare la propria potenza in energia. E’ un paese dalle grandi risorse e dalle grandi potenzialità che non riesce a esprimere e ad affermare un progetto di crescita e di sviluppo. Che non riesce ad individuare un percorso originale al quale affidare il proprio futuro, afflitto dalla difficoltà di attuare un’aristotelica trasformazione della potenza in atto».

     

    La ricerca segna il passo «L’aspetto più macroscopico dell’andamento negativo della nostra economia negli ultimi anni – sottolinea l’Eurispes nel Rapporto – è l’allargamento del divario tra l’Italia e il resto del mondo e il peggioramento del paese nella gerarchia della competitività nazionale sullo scenario mondiale». L’istituto calcola che nel decennio 1994-2004 la spesa per la ricerca in Italia si è attestata su valori intorno all’1% del Prodotto interno lordo annuo. Senza considerare i paesi extra europei (il Giappone ha speso il 3,1% del Pil e gli Stati Uniti il 2,6%), la Svezia (4%) e la Finlandia (3,5%), spendono in Ricerca e Sviluppo più del triplo di quanto spende l’Italia. Oltre il doppio, invece, spendono Danimarca e Germania (rispettivamente 2,6% e 2,5% del Pil).

     

    E la produttività cala da dieci anni In 10 anni la produttività del lavoro è calata del 10,8%. E l’Eurispes evidenza che si prevede un andamento decrescente anche per il 2006 e il 2007. «Nel periodo 2000-2005 – sottolinea il Rapporto – si è registrato in Italia un clima generale di stagnazione e di decremento dei valori dell’apparato industriale, con particolare riferimento ai settori del cuoio e pelle (-31% in termini di valore aggiunto rispetto al 2000), della produzione di macchine elettriche (-28,7%) e quello dei mezzi di trasporto (-21,3%). Di pari passo, si è assistito al calo generalizzato del numero degli addetti nel settore industriale a livello nazionale con una riduzione del 2,7% dal 1999 al 2004 (-139.400 addetti)». Nel 2005, il tasso di crescita del Pil italiano soprattutto a causa della negativa performance industriale si è attestato su valori compresi tra lo 0,1% e lo 0,2%.

     

    Consumi e potere d’acquisto Le famiglie italiane hanno sperimentato nel corso del 2005 una rilevante riduzione del proprio potere d’acquisto, un fenomeno che si protrae ormai dal 2001. «Infatti – ricorda l’Eurispes -, sul fronte dei consumi familiari in soli dodici mesi il credito al consumo ha avuto una crescita del 23,4%, pari quasi a 47 miliardi di euro, nel 2005 e accentuando una tendenza già manifestata negli anni passati. Se, da una parte, si è registrata un’impennata dell’indebitamento delle famiglie italiane, dall’altra, non si è riscontrata una altrettanto visibile crescita dei consumi pro capite che hanno segnato, nell’ultimo biennio, incrementi modesti dell’ordine dell’1% annuo».

     

    Nel periodo 2001-2005 l’Eurispes ha calcolato una crescita complessiva dell’inflazione del 23,7% con una perdita di potere d’acquisto delle retribuzioni pari al 20,4% per gli impiegati, al 14,1% per gli operai, al 12,1% per i dirigenti e all’8,3% per i quadri.

     

    Aumentano le famiglie povere e a rischio povertà In Italia, secondo l’Istat, vivono in condizioni di povertà relativa ben 2 milioni e 674mila famiglie (l’11,7% delle famiglie residenti), pari ad un totale di 7 milioni e 588mila persone (il 13,2% della popolazione italiana). Oltre all’incremento del numero delle famiglie povere (+ 300mila) l’Eurispes stima che circa 2.500mila nuclei familiari siano a rischio povertà, l’11% delle famiglie totali, ben 8 milioni di persone. Il totale delle persone a rischio povertà e di quelle già comprese tra gli indigenti è allarmante: si possono stimare circa 5.200.000 nuclei familiari, all’incirca il 23% delle famiglie italiane e più di 15 milioni di individui, di questi quasi 3 milioni sono minori di 18 anni (circa 1.700mila minori sono già poveri e i restanti a serio rischio povertà).

     

    Prove tecniche di sopravvivenza. Per oltre il 58% degli italiani i soldi a propria disposizione non bastano ad arrivare a fine mese. Questo ha significato negli ultimi anni un profondo cambiamento degli stili di vita e comportamenti di consumo dei cittadini, costretti ad attuare delle vere e proprie tecniche di sopravvivenza e riducendo il livello di spesa per alcune voci. Per fronteggiare la carenza di risorse, la stragrande maggioranza degli italiani ha operato tagli non solo alle spese per il tempo libero (61,5%) e per viaggi e vacanze (64%), ma anche alle spese destinate ai regali (72%) o ai pasti fuori casa (oltre il 66%). Se il 74,4% ha limitato le uscite, molti hanno cercato di trasferire all’interno del proprio microcosmo privato i momenti di loisir solitamente consumati all’esterno: circa il 73%, ad esempio, ha sostituito la pizzeria o il ristorante con cene a casa di amici, il 63% ha rinunciato al cinema ed ha affittato un film da vedere a casa, il 50,4% ha visto/acquistato in Tv la partita che avrebbe voluto invece vedere allo stadio.

     

    La mappa dei nuovi ricchi.  L’Eurispes ha analizzato la distribuzione della ricchezza in Italia individuando quali categorie si sono maggiormente arricchite e quali hanno subito i maggiori contraccolpi della crisi economica. I nuovi ricchi si devono cercare soprattutto nei settori finanziario, assicurativo, immobiliare e dei servizi alle imprese: medi e grandi azionisti, brokers e consulenti delle società finanziarie e assicurative; medi e grandi azionisti delle società di telefonia fissa e mobile, concessionari e rivenditori di servizi telefonici; medi e grandi azionisti e manager delle aziende erogatrici di public utilities; concessionari/rivenditori di spazi pubblicitari televisivi e radiofonici e agenti pubblicitari del settore privato della comunicazione. Ma anche commercianti all’ingrosso e al dettaglio; imprenditori del settore dell’edilizia, immobiliaristi e agenti immobiliari; produttori e rivenditori di beni di lusso; titolari di centri estetici e beauty farm.

     

    Anche diverse tipologie di liberi professionisti come avvocati e consulenti legali dei settori finanziario, assicurativo e immobiliare, medici specialisti e dentisti, commercialisti e tributaristi hanno potuto sfruttare il ciclo economico di elevata inflazione adeguando verso l’alto in maniera pesante onorari, tariffe e parcelle professionali.

     

    Tra chi ha perso bisogna annoverare innanzitutto i piccoli risparmiatori, travolti da vere e proprie truffe finanziarie, alcune componenti del piccolo artigianato e della piccola distribuzione, i piccoli e medi imprenditori agricoli che non sono stati in grado di consorziarsi per ridurre i costi e aumentare il loro potere contrattuale nei confronti dei grossisti e dei rivenditori. La crisi del manifatturiero tradizionale, ha coinvolto oltre agli imprenditori di aziende non sufficientemente strutturate sul piano organizzativo, anche le maestranze specializzate e le piccole imprese contoterziste a conduzione familiare. Anche gli operatori dello spettacolo sono stati colpiti dalla crisi economica e nell’ultima Finanziaria hanno visto ridursi in maniera drastica il Fondo unico destinato a questo settore.

     

    La difficile congiuntura – si legge ancora nel Rapporto – ha investito in maniera rilevante ampie fasce di lavoratori dipendenti (impiegati e operai), che in molti casi attendono da anni il rinnovo del contratto nazionale di lavoro e, soprattutto, i lavoratori atipici e parasubordinati, il cui numero è fortemente aumentato negli ultimi anni grazie alle nuove riforme nel campo del diritto del lavoro. Tra quanti hanno perso vi sono i pensionati che, oltre a subire una forte perdita del potere d’acquisto, hanno dovuto farsi carico del sostentamento di figli e nipoti che a causa della precarizzazione dei rapporti di lavoro non riescono a far quadrare il proprio bilancio familiare

     

     

    Click here: [url=https://wallstreetrack.wordpress.com/2007/03/03/levasione-fiscale-causa-primaria-dellaumento-della-spesa-della-pa-e-della-pressione-fiscale/]link-Spesa PA e L’Evasione Fiscale[/url]

     

     

    Click here: [url=https://wallstreetrack.wordpress.com/2007/03/15/i-costi-dellevasione-della-inefficienza-della-pa-e-della-corruzione-tra-la-politica-e-le-lobbies-criminalita/]link-Costi dell’evasione, della inefficienza della P.A. e della corruzione tra la Politica e le lobbies-criminalita’ [/url]

     

     

    Click here: [url=https://wallstreetrack.wordpress.com/2006/10/09/litalia-tra-i-peggiori-paesi-al-mondo-per-la-corruzione-anche-nellexport-bribe-payers-index-bpi-2006/]link-La corruzione fuori dall’agenda politica [/url]

     

     

     

    Click here: [url=http://wallstreetrack.wordpress.com/2006/12/10/stipendi-dei-parlamentari-1523702-euro-netti-al-mese/]link-Stipendi dei Parlamentari [/url]

     

    Click here: [url=https://wallstreetrack.wordpress.com/2007/02/04/pensioni-dei-parlamentari-e-uno-schifo-reset/]link-Pensioni dei Parlamentari [/url]

     

     

     

    Click here: [url=https://wallstreetrack.wordpress.com/2006/10/20/italia-debito-pubblico-rating-problema-dei-dipendenti-pubblici-e-degli-enti-inutili-ovvero-della-spesa-della-pa/]link-declino Italia [/url]

     

     

    Click here: [url=https://wallstreetrack.wordpress.com/2006/08/30/lenorme-buco-del-debito-pubblico-italiano-di-cosa-si-tratta-e-di-chi-e-la-responsabilita-primaria/]link-debito pubblico [/url]

     

     

     

    Click here: [url=https://wallstreetrack.wordpress.com/2006/10/24/perche-litalia-bilanci-alla-mano-e-un-paese-allo-sbando/]link-declino Italia [/url]

     

     

     

    Click here: [url=https://wallstreetrack.wordpress.com/2006/10/19/crollo-dei-consensi-per-il-governo-18-in-3-mesi-e-intanto-le-agenzie-di-valutazione-finanziaria-declassano-litalia/]link-declino Italia [/url]

     

     

     

     

    Click here: [url=https://wallstreetrack.wordpress.com/2006/10/03/litalia-in-mano-a-bertinotti-ed-ai-sindacati-e-soltanto-apparentemente-diversa-non-anche-migliore-di-quella-di-berlusconi/]link-sindacati e bertinotti Italia [/url]

     

     

     

    Click here: [url=https://wallstreetrack.wordpress.com/2006/12/06/il-declino-dellitalia-che-viaggia-con-il-ciuccio-e-la-scoppola/]link-declino parametri internazionali [/url]

     

     

     

    Click here: [url=https://wallstreetrack.wordpress.com/2006/12/20/the-governments-policy-is-missingits-coming-soon-like-one-of-our-tourism-portal-web/]link-conflitto d’interessi [/url]

     

    Click here: [url=https://wallstreetrack.wordpress.com/2006/12/17/in-italia-abbiamo-una-grossa-fetta-della-classe-politica-allo-sbaraglio-e-cieca-con-o-senza-connivenza/]link-evasione e altri nodi del paese [/url]

     

     

     

    Click here: [url=https://wallstreetrack.wordpress.com/2006/12/21/i-5-simboli-del-doloso-sottosviluppo-italiano-la-politica-tutta-o-quasi-i-sindacati-la-chiesa-l%e2%80%99informazione-e-alcuni-giudici-di-alcuni-tribunali-fallimentari-e-civili-in-uno-con-i-lo/]link-I 5 simboli del doloso sottosviluppo Italiano: su tutti la Chiesa! [/url]

     

    Click here: [url=https://wallstreetrack.wordpress.com/2006/08/30/giustizia-e-la-riforma-dellordinamento-giudiziario-ecco-i-veri-problemi//]link-Giustizia Civile e Fallimentare e la dolosa lentezza dei processi[/url]

     

     

    Click here: [url=https://wallstreetrack.wordpress.com/2007/03/10/giustizia-e-la-riforma-dell%e2%80%99ordinamento-giudiziario-ecco-i-veri-problemi-parte-seconda/]link-la riforma dell’Ordinamento Giudiziario e’ indecente [/url]

     

    Click here: [url=https://wallstreetrack.wordpress.com/2007/02/23/processi-lenti-e-non-sempre-chiari-who-judges-the-judges/]link-Giustizia Civile e Fallimentare e la dolosa lentezza dei processi[/url]

     

    Click here: [url=https://wallstreetrack.wordpress.com/2006/11/12/i-vasi-comunicanti-tra-la-magistratura-la-politica-e-la-finanza/]link-Corruzione e Giustizia Civile e Fallimentare [/url]

     

    Click here: [url=https://wallstreetrack.wordpress.com/2007/03/24/cosi-la-pubblica-amministrazione-getta-i-soldi-on-line/]link-Sperpero e ruberie della pubblica amministrazione [/url]

     

     

     

     

    Click here: [url=https://wallstreetrack.wordpress.com/2007/01/30

    /indicatori-internazionali-quadro-generale/]

    link-La corruzione fuori dall’agenda politica [/url]

     

     

    Click here: [url=http://www.osservatoriosullalegalita.org

    /06/acom/10ott3/2300marcofin.htm]

    link-Finanziaria e 4 nodi [/url]

     

    Click here: [url=https://wallstreetrack.wordpress.com/

    2006/09/29/185/]

    link-declino Italia [/url]


     

     

     


  • Tassazione dei fondi comuni:Risparmio gestito: una tassazione vale l’altra, Assogestioni mente.

    domenica, novembre 5, 2006

    BEPPE SCIENZA

    Università di Torino

    www.beppescienza.it

     

     

    Tassazione dei fondi comuni:Risparmio gestito: una tassazione vale l’altra,

    Assogestioni mente.

     

    Assogestioni invia una lettera aperta al Presidente del Consiglio sul sistema di tassazione dei fondi comuni italiani. A leggerla risulta evidente che i sindacalisti dei gestori ritengono Romano Prodi così tonto da bere qualunque bufala. Non solo viene infatti gonfiata all’inverosimile una questione del tutto marginale. Insieme alle solite sparate sul ruolo – in realtà parassitario – svolto dal risparmio gestito, la lettera contiene anche una serie di tesi totalmente infondate.

     

    Da qualche tempo l’industria del risparmio ha individuato la causa di tutti i mali. Che non sarebbero i suoi costi, le sue inefficienze, le sue opacità ecc., bensì il particolare metodo di tassazione dei fondi comuni italiani. La normativa in vigore da metà 1998 prevede infatti che quotidianamente vengano conteggiati il guadagno o la perdita complessivi, nel primo caso con una tassazione e nel secondo con un credito d’imposta del 12,5%. Su tale normativa l’associazione di categoria dei gestori sta sollevando un polverone incredibile.

     

     

     

     

    Fumus boni juris. A prima vista la critica parrebbe motivata. Assogestioni chiede che i fondi comuni di diritto italiano siano tassati come per es. le azioni, ciò solo al momento del disinvestimento sul guadagno o la perdita. Ciò sembrerebbe conveniente, perché ritardare un’imposta è in generale vantaggioso. Essendo però in ballo fatti economici, non basta quello che in diritto si chiama fumus boni juris, ovvero l’apparente fondatezza della richiesta. Bisogna valutare in soldoni come davvero stanno le cose.

     

    Uno sguardo al passato. Per cominciare abbiamo calcolato l’incidenza dell’attuale tanto vituperato sistema di tassazione dalla sua introduzione a metà 1998 sino a fine giugno scorso. Se una medicina fa male, in otto anni qualche danno dovrà ben procurarlo. Ragioniamo poi pure sull’ipotesi estrema e peggiorativa, cioè che nessun abbia mai cambiato fondo. Ma la performance annua media dei fondi comuni negli ultimi 8 anni è stata dello +0,5% (minus di gestione procurati dai fondi italiani ai loro clienti nel 2005 vanno circa da un -1,5% per i fondi obbligazionari a un -5% annuo per molti fondi azionari. ). Un paio di conti dimostra che il sistema di tassazione chiesto a gran voce avrebbe comportato quindi una riduzione d’imposta dello 0,001% l’anno. Cioè una miseria impercettibile.

     

     

    Quindi è falso che la tassazione sul maturato abbia nel complesso danneggiato i risparmiatori italiani. Semmai è vero il contrario. A chi ha perso è stato infatti immediatamente riconosciuto il credito d’imposta del 12,5%. È stato dunque avvantaggiato rispetto a chi aveva azioni, obbligazioni o fondi esteri, che s’è trovato invece con un credito d’imposta da utilizzare entro il quarto anno solare dopo quello in cui sono stati generati (SFRUTTARE LE MINUSVALENZE    i crediti di imposta sono recuperabili entro il quarto anno solare dopo quello in cui sono stati generati)

     

    Con la conseguenza che molti gli anni scorsi hanno visto sfumare gl’ingenti crediti per perdite del 2000 e 2001. E parecchi quest’anno 2006 rischiano di dover dire addio a quelli relativi a minusvalenze del 2002, anno ugualmente negativo per azioni estere e fondi comuni.

     

    Un discorso per il futuro. Ma per gli anni a venire vogliamo essere ottimisti. Ammettiamo che i fondi non continuino a rendere quasi niente, ma invece fruttino per es. un 4% lordo l’anno. Ebbene, sull’arco di cinque anni il vantaggio della tassazione finale, ovvero al momento del disinvestimento, ammonterebbe allo 0,03% con l’attuale aliquota sulle rendite finanziarie e allo 0,05%, se l’imposta passa al 20%. Sono variazioni irrisorie e soprattutto molto inferiori ai minus di gestione procurati dai fondi italiani ai loro clienti nel 2005. Essi vanno circa da un -1,5% per i fondi obbligazionari a un -5% annuo per molti fondi azionari. Con la cosiddetta tassazione sul realizzato al momento del disinvestimento tali minus passerebbe a –1,45% o rispettivamente –4,95%. Una meraviglia.

     

    Fatti innegabili. Ovviamente Guido Cammarano di Assogestioni può ritenere enorme una differenza anche solo dello 0,03% annuo. Qui siamo nell’ambito dell’opinabile. Non è invece sostenibile che non sia equo il sistema introdotto da Vincenzo Visco. Semmai voleva essere troppo equo, con il complesso meccanismo dell’equalizzatore, poi soppresso.

     

    Così come è falso che la tassazione all’atto del disinvestimento “genererebbe importanti benefici fiscali per le casse dello Stato” e invece col passaggio a fondi di diritto estero “lo Stato perde un potenziale gettito fiscale”, come ha scritto il 28 settembre 2006 in una lettera aperta a Romani Prodi. In Italia i risparmiatori clienti di fondi esteri pagano e pagheranno comunque le imposte sui loro guadagni all’Erario italiano, che non ci rimette neanche un euro.

     

    Guido Cammarano dovrebbe piuttosto ringraziare Visco per l’attuale sistema di tassazione dei fondi. Esso ha infatti permesso ai gestori italiani di fare sfoggio di tutte le loro capacità. Vedi il caso di Ducato Geo Europa Alto Potenziale che dal marzo 2000 al marzo del 2003 è riuscito a perdere tanto quanto il 101,3% lordo delle somme avute in gestione. Senza il credito d’imposta tutte le attività in un fondo possono al massimo azzerarsi, ma nessuno riuscirebbe a perdere più del 100% dei soldi affidati dai risparmiatori.

     

     

    http://www.dm.unito.it/personalpages/scienza/documenti/Repubblica-2006-10-30.htm

     

    http://www.dm.unito.it/personalpages/scienza/documenti/Repubblica-2006-10-30-lettera-Assogestioni.pdf

     

    BEPPE SCIENZA


    Il collateralismo e l’attività di lobbing dei professionisti americani ( longa manus dei grandi Gruppi Industriali) cerca di distruggere la Sarbanes-Oxley Act

    lunedì, ottobre 30, 2006

     

     

     

     

    Un articolo di oggi su Bloomberg, nonche’ alcuni dei maggiori quotidiani americani, pongono in evidenza come alcuni Comitati volti al miglioramento delle regole del mercato dei capitali (apparentemente formati da comuni cittadini, in realta’ formati dai professionisti americani, la longa manus dei Gruppi Industriali, che sino al 2001, prima della Sarbanes-Oxley Act, si dedicavano all’attività di lobbing, cioè  pagavano i senatori e i deputati affinché facessero scelte convenienti per i loro clienti), oggi stiano cercando di reintrodurre  in America la corruzione fra la finanza e la politica, tentando di smontare la massima legge anti-scandali finanziari, contro le truffe, la Sarbanes-Oxley Act, varata nel 2002 dopo  i crac Enron e WorldCom, che tra le altre cose ha inasprito la pena massima per il falso in bilancio, passata da 5 a 20 anni e che ha recentemente portato anche all’intensificazione dell’attivita’ di controllo sull’oscura attivita’ posta in essere dagli hedge funds. 

    Una breve cronistoria sara’ utile a capire il perche’ e da chi sono mossi i fili di questi comitati di professionisti del collateralismo e del conflitto d’interesse, sintomo della vecchia corruzione.

    La Sarbanes-Oxley Act  impone ai revisori dei conti delle imprese scambiate sul mercato la certificazione della propria attività e la verifica del proprio operato con gli organi di controllo. Tutti gli amministratori delegati delle società vengono obbligati a “rifirmare” i bilanci delle loro imprese per garantirne la correttezza. Può sembrare superfluo, in realtà questa nuova firma aggiunge un particolare peso di responsabilità personale alla luce della Sarbanes-Oxley. Dopo aver rifirmato nessuno può dire “non sapevo”, nessun chief executive può tentare di sottrarsi alla sanzione penale e patrimoniale in caso di irregolarità nei conti e tale responsabilita’ si estende anche alla societa’ di appartenenza.

     

    Sino al 2001 il mondo della revisione societaria è sempre stato regolamentato in via autonoma, pertanto ecco che la Sarbanes-Oxley Act , la legge sulla governance, tutela al massimo i risparmiatori. I reati e Le sanzioni inflitte in america per i reati finanziari contro il risparmio pubblico, a seguito delle inchieste condotte soprattutto dal Distretto meridionale di New York della Procura degli Stati Uniti ,  dalla Sec, ha avuto sviluppi molto positivi ai fini repressivi e di refusione del maltolto. Prima dell’entrata in vigore della Sarbanes-Oxley, i cittadini vittime di azioni irregolari da parte delle società in cui avevano investito denaro potevano presentare azione legale entro un anno dalla scoperta della frode e entro tre anni dal compimento delle violazioni: con la nuova legge i termini sono stati allungati, rispettivamente, a due anni e cinque anni. La Sec, l’organo di vigilanza della Borsa americana, ha aiutato moltissimo i risparmiatori investitori colpiti dalle frodi aziendali emerse negli ultimi anni, chiedendo financo all’autorità giudiziaria di rendere retroattiva la legge anti-mele marce Sarbanes-Oxley applicando il regime temporale della norma Sarbanes-Oxley, facendo retroagire la sua entrata in vigore in modo da parmettere loro di avanzare cause nonostante i termini scaduti.

    La Sarbanes-Oxley, restringe fortemente i cordoni dei controlli contabili e impone ai senior executive di certificare in prima persona i documenti finanziari della società. Ed ha avuto l’eccellente risultato che il numero delle cause degli azionisti per frodi e irregolarità di bilancio è drasticamente diminuito. Secondo uno studio condotto dalla facoltà di legge dell’Università di Stanford, nel 2005, il numero delle securities-fraud class action, vale a dire le cause collettive rivolte contro gruppi accusati di imbrogliare le carte in tavola a danno dei soci, sono diminuiti del -17% rispetto al 2004. Un dato che è inoltre inferiore di ben -10% rispetto alla media del periodo 1996-2004 e inferiore di ben il -70% rispetto al 2001. Negli Stati Uniti nel 2005 sono state intentate 176 securities-fraud class action, contro le 213 che hanno visto la luce nel 2004 e le 800 circa del 2001.

     

    In soldoni, le perdite segnalate dalle querele di gruppo sono scese lo scorso anno del -33% a quota 99 miliardi di dollari, contro i 147 miliardi del 2004 e contro i 600 miliardi del 2001. I bersagli storici di questo tipo di querele sono le aziende farmaceutiche le industrie del tabacco e quelle automobilistiche,   le società di telecomunicazioni e tecnologiche in genere.

     

    Dal Giugno 2005 direttiva n. 123 , inoltre la Financial Accounting Standards Board, l’agenzia americana che si occupa di stilare i principi contabili seguiti dalle aziende, ha deciso di imporre alle società americane l’obbligo di spesare le ‘stock-option’ emesse a favore di manager e dipendenti. Questa nuova norma ha permesso agli investitori e agli altri utilizzatori dei numeri di bilancio di ottenere comunicazioni finanziarie più complete e di vedere preservata, con maggiore efficacia, la regolarità delle scritture contabili. Ora, grazie alla direttiva n. 123 del Financial Accounting Standards Board,  le imprese Usa hanno avuto l’obbligo di riconoscere per intero il valore delle stock option come spese alla data di emissione e per tutto il periodo di validità dell’opzione. Una svolta per la trasparenza e la redditività delle imprese. L’esclusione sistematica delle stock option dal calcolo dei costi delle società è stata infatti, negli anni Novanta, uno dei tratti determinanti dei cosiddetti utili pro forma, non veritieri sui reali conti societarim ed e’ stato uno dei fattori che han portato all’esplosione della bolla speculativa della fine del 2000/2001/2002. La pubblicazione degli utili pro forma ha indubbiamente contribuito a nascondere le frodi che hanno coinvolto alcuni colossi Usa (da Enron in poi). Lo dimostra una previsione di Standard & Poor’s. Gli analisti dell’agenzia di rating hanno calcolato per le aziende dell’S&P 500 (in riferimento al biennio 2000-2001) che la differenza tra gli utili pubblicati pro forma e i core earnings (cioè gli utili comprendenti la quota di stock option assegnate) è risultata «ragguardevole». Quando la differenza fra il prezzo di esercizio di una stock option e il prezzo corrente dell’attività sottostante è a favore del titolare, le probabilità che quest’ultimo eserciti il suo diritto d’opzione, com’è naturale, salgono alle stelle. Le nuove norme contabili hanno  lasciato il segno sul mercato azionario statunitense che, ha visto l’incremento delle operazioni di acquisto di azioni proprie.

     

    2000 : Nasdaq a 5.060 (10 marzo)    Il Dow Jones a 11.582   (13 gennaio)   L’S&P 500 a 1.527 (27 marzo)  SOX 1,290 ; a fine anno 2000 inizio lo scoppio della bolla : Nasdaq a 2.407     Il Dow Jones a 10.400    L’S&P 500 a 1.270  SOX 540 

     

    2001 : Nasdaq a 1.984    Il Dow Jones a 10.136    L’S&P 500 a 1.161

    2002:  Nasdaq a 1.335    Il Dow Jones a   8.341    L’S&P 500 a    879

     

     

    Una delle norme più recenti, del filone ‘anti melemarce’ , la ‘Fin 46′ , e’ stata introdotta all’inizio del 2006, ed e’ destinata a ridurre ulteriormente le truffe, prevedendo una riduzione dell’entità dei debiti che un’azienda può sgravare, in via legittima, dai propri libri contabili; molte societa’ che tendevano ad eluderla sono entrate in crisi .

     

    Sempre nel 2006, quale ulteriore rafforzamento della trasparenza delle società Usa, sono state introdotte altre regole di corporate governance più aperte all’ influenza e alla partecipazione dei soci sull’ attività dei consigli di amministrazione ai fini di una maggiore e piu’ solida partecipazione alla vita societaria da parte di  altri investitori. E’ la conseguenza del progressivo allineamento delle regole di governo societario a quelle previste dal Sarbanes-Oxley Act del 2002. Ad esempio, 120 delle principali società della Corporate Usa tra le quali figurano anche Hewlett-Packard, pari al 7% del campione totale, hanno introdotto il voto di maggioranza dei soci per la nomina dei componenti del board, prima limitata solo a una pluralità di consensi, spesso solo una minoranza. In continuo aumento, inoltre, anche il numero di consiglieri indipendenti spesso espressione dei grandi investitori. 

     

    Tali Comitati (appprentemente formati da comuni cittadini) in realta’  formati da professionisti, che, prima della Sarbanes-Oxley Act, si dedicavano all’attività di lobbing , longa manus dunque dei grandi Gruppi Industriali americani e delle Grandi Banche, oggi  tentano in sostanza di reintrodurere la corruzione politico/finanziaria. A Washington lavoravano infatti sino al 2001 più di 10 mila professionisti dediti all’attività di lobbing, cioè  pagare i senatori e i deputati affinché facessero scelte convenienti per i loro clienti. Nel 1997 il Center for Responsive Politics stimò, con un calcolo molto parziale, che i politici Usa incassassero dalle aziende 1 miliardo e 200 milioni di dollari all’anno. In cima ai donatori le aziende farmaceutiche, la Camera di Commercio, le industrie del tabacco e quelle automobilistiche.

     

    Cio’ che mirano ad ottenere questi Comitati, e’ il collateralismo, la contiguita’ tra la Politica e la Finanza, visto che la Sarbanes-Oxley Act ha eliminato i grossi inciuci e gli illeciti guadagni truffa dei dirigenti delle societa’ stesse, e di contro ha invece aumentato alcuni costi aziendali in osservanza alle nuove rigide disposizioni. Ulteriore scopo e’ poi quello di porre dei paletti alla legge sostenendo in pratica che prima viene la produttivita’ e la competitivita’ del paese america e poi le ragioni degli azionisti risparmiatori; quindi come dire piu’ rilievo all’interesse materiale del paese che non a quello etico e patrimoniale dei risparmiatori che la Sarbanes-Oxley Act ha mirato di preservare. Tali Comitati mirano infine a ripristinare l’esclusiva responsabilita’ personale dei singoli  amministratori delegati che non si estenda anche alla societa’ per la quale lavorano, siano esse le societa’ di beni e servizi tradizionali siano esse le societa’ di revisione che cosi’ grosso peso hanno avuto nei crack del 2001 ( PricewaterhouseCoopers, Accenture, Arthur Andersen, KPMG, Reconta-Ernst&Young, e Deloitte & Touche).  Il tutto con il celato fiancheggiamento del nuovo segretario al Tesoro, Henry M. Paulson Jr , ex CEO del Gruppo Goldman Sachs. Non a caso uno dei Comitati si chiama “Comitato Paulson”.

    PricewaterhouseCoopers ( la divisione di consulenza del gruppo PricewaterhouseCoopers) venne acquistata da IBM per $3,5 miliardi in contanti e azioni. Questa operazione segui’ altre operazioni simili che hanno visto coinvolte le altre societa’ di consulenza distaccatesi dalla societa’ madre di auditing e quotate dopo uno spin off o vendute a terzi al fine di ottemperare alle nuove disposizioni della Sarbanes-Oxley Act . Accenture (divisione consulenza della Arthur Andersen) e’ stata scorporata e quotata separatamente . KPMG consulenza (KCIN) e’ stata venduta alla Cisco con  spin off e successiva quotazione . Ernst & Young (Reconta) ha venduto a Cap gemini il ramo consulenza.

     

    Proprio la Ernst & Young e’ stata accusata di aver proposto pratiche di frode fiscale ai propri clienti industriali, certificando bilanci falsi, e praticando operazioni di tax shelter, vale a dire operazioni di accantonamento fiscale ritenute illecite dal Fisco. Oltre a questo  Ernst & Young  viene chiamata in causa nei crack , insieme agli studi legali Jenkens & Gilchrist e Brown & Wood,  per aver  proposto tipi di transazioni ai clienti che, grazie ad operazioni sulla valuta, han consentito loro di evadere il Fisco per quasi 1 miliardo di dollari.

     

    Ma grazie alla Sarbanes-Oxley Act i componenti dell’aristocrazia finanziaria hanno varcato i cancelli delle prigioni, non spinti dalla folla urlante ma trascinati in manette dai loro stessi poliziotti.

     

    Sono certo che in prossimita’ delle elezioni mediane di novembre, i Democratici aumenteranno il loro peso con i propri delegati al Congresso degli Stati Uniti, quindi sia al Senato che alla Camera dei Rappresentanti, e son sicuro che mai la Sarbanes-Oxley Act verra’ da loro abolita. Le  societa’ non avranno piu’ la connivenza occulta dell’ amministrazione Bush.Mai più Enron, Tyco o WorldCom. 

     

     

    Marco Montanari

     

     

    Uno scorcio; Fonte Bloomberg:

    Alarm Bells – Paulson, who was Goldman’s CEO for eight years until he became Treasury secretary in July, said in an interview last week that Sarbanes-Oxley created an atmosphere that has made it more burdensome for companies to operate’ and he plans to address some of these issues.’

    Sarbanes-Oxley Act, Brings American Firms Record IPO Earnings Abroad — For all the hand-wringing over the Sarbanes-Oxley Act, the accounting and governance law driving companies away from U.S. stock exchanges, America’s biggest securities firms are doing a record overseas business arranging initial public offerings.  The surge in IPOs from London to Hong Kong has enabled New York-based Goldman Sachs Group Inc., Morgan Stanley, Merrill Lynch & Co., JPMorgan Chase & Co. and Citigroup Inc. to collect $1.33 billion of fees from new share sales outside the U.S. so far in 2006, a third more than in any prior year. That’s because the same chief executive officers who are determined to avoid compliance with Sarbanes-Oxley are turning to American financiers to raise money in Europe and Asia. U.S. investment banks have earned $3.4 billion in IPO fees worldwide, a 17 percent increase from the same period in 2005, making this year the best since they netted a record $4.2 billion in 2000. The cost of being a public company is lower by more than a third in the U.K. It would cost us as much as $3.5 million a year to comply with the vigorous reporting requirements in the U.S. For a $100 million company, that’s 3 to 4 percent of gross revenue.

     

    President George W. Bush signed Sarbanes-Oxley into law in July 2002 after Enron Corp. and WorldCom Inc. collapsed in the two biggest bankruptcies in U.S. history. Enron’s decline wiped out $68 billion of market value, 5,000 jobs and at least $1 billion in retirement funds. WorldCom’s $11 billion accounting fraud prompted investors in 110 countries to file 450,000 claims. Senator Paul Sarbanes, a Maryland Democrat, and Republican Representative Michael Oxley of Ohio sponsored the bill that obliges companies to hire auditors to assess their internal controls every year, forces CEOs to certify the accuracy of financial statements and mandates that certain board committees have a majority of independent directors.

     

    The average public company pays $3.8 million a year to comply with the requirements, according to Financial Executives International, an association of 15,000 chief financial officers and other corporate officials. Before Sarbanes-Oxley, completing an IPO in the U.S. used to be worth the hassle for a foreign company. Access to the world’s biggest capital pool compensated for tighter securities rules and the risk of shareholder lawsuits, said William Carney, a law professor at Atlanta-based Emory University and author of “Corporate Finance: Principles and Practice,” published by Foundation Press in 2004. Now, the law even discourages some U.S. companies from going public, he said.

     

    In 2000, the record year for IPOs, $13.2 billion, or 33 percent, of the $40.3 billion raised in initial sales of shares, units and depositary receipts on U.S. exchanges was by foreign companies. Petroleo Brasileiro SA, Brazil’s state-controlled oil company, listed on the New York Stock Exchange in a $4.3 billion sale of stock.

     

    This year, foreign issuers account for only $5.24 billion, or 13 percent, of the U.S. IPOs, Bloomberg data show. Of the 25 largest companies to go public outside their home markets this year, six chose U.S. exchanges. That compares with 22 in 2000.

     

    Alarm Bells – The shift is setting off alarm bells from the New York Stock Exchange to the White House. Paulson, who was Goldman’s CEO for eight years until he became Treasury secretary in July, said in an interview last week that Sarbanes-Oxley “created an atmosphere that has made it more burdensome for companies to operate” and he plans to “address some of these issues.”

     

    U.S. Securities and Exchange Commission Chairman Christopher Cox, who supports Sarbanes-Oxley, said at a Congressional hearing last month that the business-practice audits required by the law are too expensive.

     

    NYSE Group Inc. CEO John Thain said in September that the stampede (fuggi fuggi) of IPOs to foreign markets is a “major problem.”

     

    The Committee on Capital Markets Regulation, a private-sector lobbying group backed by Paulson, wants to roll back portions of Sarbanes-Oxley because “U.S. public markets are losing ground.” The self-formed committee includes John Thornton, who together with Thain was a co-president of Goldman until 2003.

     

    Go Abroad Thain isn’t counting on a quick fix. In May, NYSE Group agreed to buy Euronext NV, Europe’s second-largest stock exchange, for about $11 billion. The deal would create the first transatlantic stock exchange. NYSE Group also is discussing a potential alliance with the Tokyo Stock Exchange that may see the two companies swap minority stakes. Nasdaq, the second-largest stock market in the U.S., owns 25 percent of the London Stock Exchange and is considering an offer for more. Completing a listing on the LSE’s alternative market can take 12 months to 18 months less than on a U.S. exchange, according to Steve Schmidt, a London-based banker for Piper Jaffray Cos. who has managed four IPOs on AIM in the past year. If the regulatory environment in the U.S. isn’t conducive to do certain type of business, they just go abroad,” said Benn Steil, director of international economics at the Council on Foreign Relations in New York and an expert on exchanges. Diversifying internationally is an effective strategy for dealing with problems such as Sarbanes-Oxley. AIM also helps small companies stand out better than they might on the NYSE, whose stocks have a combined $21 trillion of market value, or Nasdaq. The average size of 1,590 issuers listed on AIM is $89 million. Nasdaq has 3,200 stocks with an average market value of $1.2 billion. 

     


    Beppe Scienza e Il risparmio tradito

    lunedì, ottobre 30, 2006

     

     

     

     

    Beppe Scienza e Il risparmio tradito

     

    www.beppescienza.it

    http://www.dm.unito.it/personalpages/scienza/tesi-Barzaghi.htm#

     

     

    “Il risparmio tradito”, uno studente si è laureato a Padova in Scienze della Comunicazione mettendo in luce gravi carenze, colpe e piaggerie del giornalismo economico italiano. I casi “il Mondo” e “Milano Finanza. Si veda per esempio:

     

    • il cap. 2 “Espedienti per disinformare sui fondi d’investimento”,

    • il cap. 5 “Informazione affidata solo a gestori e venditori”,

    • il cap. 6 “Commistione fra informazione e pubblicità” ecc.

     

     

    In risposta alle osservazioni di alcuni lettori, preciso che su alcune questioni non centrali anch’io ho rilevato qualche imprecisione o eccessiva semplificazione. Esse non pregiudicano però il valore del lavoro, che è (ripeto) una tesi di laurea e non un testo definitivo da dare alle stampe.

     

     

     

    Il risparmio tradito

     

     

    Prova finale La mancata tutela del risparmiatore nell’informazione finanziaria. I casi de Il Mondo e di Milano Finanza

    I N D I C E:

    Capitolo 1  Risparmio e informazione finanziaria pag. 3 
    Capitolo 2 Espedienti per disinformare sui fondi di investimento pag. 7
    Capitolo 3 Contraddizioni nell’informazione sul risparmio gestito pag.19
    Capitolo 4 Omissioni di informazioni fondamentali ed eccesso di informazioni inutili pag.25
    Capitolo 5 Informazione affidata solo a gestori e venditori pag. 33
    Capitolo 6 Commistione tra informazione e pubblicità     pag.38
    Conclusioni pag.45
    Bibliografia  pag.49

     

     

    Conclusioni

    Ritengo che, nel periodo da me esaminato, l’impostazione finanziaria dei due settimanali non si sia mantenuta, in linea generale, su elevati standard di qualità, affidabilità e coerenza.

    In primo luogo le cause possono essere rintracciate quasi esclusivamente nel campo di forze costituenti i giornali, che sono stati influenzati in modo sensibile sulle scelte editoriali. In particolare ne Il Mondo la proprietà, nella quale hanno un notevole peso banche e assicurazioni, ha spinto verso la promozione di attività da esse sostenute, come i prodotti finanziari appena segnalati. D’altro lato, e questo vale per entrambi i giornali, chi compra i copiosi spazi pubblicitari (e anche qui compaiono banche e società finanziarie) non gradisce troppo le critiche e ha anzi interesse a spostare la politica del giornale a favore delle proprie iniziative.

    Come ho cercato di dimostrare la conseguenza è che il linguaggio e le tecniche usate nel descrivere la gestione dei fondi e di altri strumenti finanziari dalla convenienza dubbia, sono chiaramente condizionati da questo stato di cose e si può notare una prevalenza di termini, confronti, grafici e tabelle che spesso sembrano costruiti in modo da non evidenziare i difetti del prodotto esaminato.

    Anche quando i settimanali assumono un atteggiamento critico lo fanno in modo molto più dolce e sfumato, e soprattutto non utilizzano la stessa ridondanza. Non è, infatti, fondamentale solo il testo nel veicolare un certo messaggio, ma i grafici e le tabelle sono altrettanto importanti e hanno forse maggiori implicazioni, dato che è più difficile che un lettore si fermi a osservarli con occhio critico, poiché le statistiche e i dati hanno sempre il sapore di vero e incontestabile. In altri casi credo che siano stati commessi degli errori imputabili a una superficialità diffusa nelle analisi e a un’eccessiva fiducia nell’affidarsi esclusivamente ai pareri dei responsabili del risparmio gestito.

    In definitiva Il Mondo non contribuisce in modo significativo a chiarire le idee del lettore e sicuramente ha delle ricadute negative per il proprio target, scelto soprattutto tra chi non è particolarmente esperto di finanza e necessita quindi di informazioni più semplici, nelle quali trovare affidabili indicazioni operative.

    Milano Finanza invece si rivolge a una platea di maggiore competenza ed infatti i suoi articoli risultano più elaborati e ricchi di dati, ma non per questo privi di deformazioni pericolose per il lettore. In particolare gli ampi spazi dedicati alla descrizione delle tecniche di trading possono certamente attrarre un investitore che si ritiene smaliziato, ma sarebbe stato opportuno mettere in guardia il lettore citando le statistiche che comprovano come il 90% dei traders perde denaro, il 5% raggiunge il pareggio e solo il 5% riesce a guadagnare. 

    Il trading, d’altro lato, comportando un grande aumento delle operazioni, ha così l’inevitabile effetto di moltiplicare le commissioni e i guadagni delle banche. Ad esempio la Deutsche Bank nel 2000 era una classica banca tradizionale i cui proventi derivavano in maniera diversificata da una grande quantità di prodotti e servizi, ma ha preferito concentrarsi sui più remunerativi servizi di trading, tanto che oggi ottiene da essi ben il 75% del proprio reddito. In sostanza è evidente come questa grande attenzione di Milano Finanza all’informazione sul trading risulta più utile agli interessi degli intermediari finanziari che a quelli del comune investitore.

    A questo proposito Laura Pugliesi, segretario dell’Ordine dei giornalisti della Toscana, ha giustamente fatto rilevare che “il ruolo del giornalista è strategico perché ha a che fare con i diritti fondamentali dei cittadini e che stanno alla base della costruzione moderna della società e dello stato”. Queste responsabilità credo non siano sempre state assolte dai giornali da me esaminati e che perciò il risparmiatore in alcune occasioni non sia stato adeguatamente tutelato.

    Occorre però far rilevare anche un’importante nota positiva riguardo le scelte editoriali. Analizzando e osservando la realtà senza posizioni preconcette ho potuto constatare che, in questi ultimi tempi, i due settimanali, e in particolare Milano Finanza (l’inserimento di The Wall Street Journal è sicuramente un aspetto positivo), sembrano volersi allontanare da analisi parziali sulla gestione del risparmio per andare verso un’informazione più completa e meno reticente lasciando intravvedere uno spiraglio di ottimismo sul miglioramento della loro qualità e imparzialità.

    Esiste tuttavia il fondato timore che questa sia una scelta determinata da nuove spinte commerciali che desiderano allontanarsi dalla promozione del risparmio gestito per andare a posizionarsi su altri prodotti o altri metodi finanziari quali, oltre al già citato trading, le obbligazioni strutturate e le polizze vita, verso cui le banche e le assicurazioni stanno ora concentrando i loro interessi e i loro sforzi di vendita. Miglioramenti, speranze e dubbi potranno essere chiariti solo alla luce di come Il Mondo e Milano Finanza decideranno di farsi portavoce dei risparmiatori o di proteggere invece gli interessi forti descritti.

    La situazione appena espressa è tuttavia solo un esempio del cattivo funzionamento di tutta l’editoria finanziaria italiana, tanto che ritengo che anche per altri giornali valgano le stesse considerazioni fatte sinora. Eclatante è ad esempio la circostanza che i grandi bestsellers americani di finanza, tra i quali “The intelligent investor” di Benjam Graham o “Beating the street” di Peter Linch, in cui gli autori, che sono tra gli investitori di maggior successo di ogni tempo, spiegano al lettore le loro chiare strategie per gestire in modo autonomo e accorto i propri risparmi, non siano mai stati tradotti in italiano e risultino quindi del tutto sconosciuti, a differenza di altri paesi europei, ove godono di una buona diffusione. In Italia evidentemente un’informazione finanziaria veramente indipendente, fondamentale strumento di democrazia, fatica ancora a trovare il giusto spazio.

    Lo studente  laureato a Padova in Scienze della Comunicazione

     

     

     

     

     

     

    Vedi anche:

     

    https://wallstreetrack.wordpress.com/2006/09/25/il-risparmio-dolosamente-tradito-dalla-politica-la-class-action/

    https://wallstreetrack.wordpress.com/2006/08/30/il-paese-dei-furbetti-crack-banche-finanziarie-e-vittime/

    https://wallstreetrack.wordpress.com/2006/08/30/22/

     

     

    Some of My articles

    http://blogsearch.google.com/

    https://wallstreetrack.wordpress.com/

    T

    ag: 1_finanza_analisi Macro

    http://wordpress.com/tag/1_finanza_analisi-macro/

    Tag: 2_Finanza_Bulls & Bears 

    http://wordpress.com/tag/2_finanza_bulls-bears/

    Tag: 3_il Risparmio Tradito

    http://wordpress.com/tag/3_il-risparmio-tradito/

    Tag: 4_Debito & Evasione 

    http://wordpress.com/tag/4_debito-evasione/

    Tag: E_Lavoro & Pensioni 

    http://wordpress.com/tag/e_lavoro-pensioni/

    Tag: 6_giustizia Ed Etica

    http://wordpress.com/tag/6_giustizia-ed-etica/

    Tag: 7_politica Ed Etica

    http://wordpress.com/tag/7_politica-ed-etica/

    Tag: 8_Sanita’ ed Etica

    http://wordpress.com/tag/8_sanita-ed-etica/

    Tag: 9_Libera Informazione 

    http://wordpress.com/tag/9_libera-informazione/

    Tag: A_Tutela degli animali 

    http://wordpress.com/tag/a_tutela-degli-animali/

    Tag: B_Tutela dell’Ambiente

    http://wordpress.com/tag/b_tutela-dellambiente/

    L’etica in politica e in finanza deve essere un must
    17 agosto 2005

    http://www.osservatoriosullalegalita.org/05/interventi/041eticapolitica.htm

    Bancopoli : lettera ai politici del centrosinistra
    09 gennaio 2006

    http://www.osservatoriosullalegalita.org/06/acom/01gen1/0955marcobancopoli.htm

    E ora le priorita’ : legalita’ competitivita’ e conflitto d’interessi

    25 aprile 2006

    9 marzo 2008

    https://wallstreetrack.wordpress.com/2008/03/09/e-ora-le-priorita-legalita-competitivita-e-conflitto-dinteressi/#more-25

    http://www.osservatoriosullalegalita.org/06/interventi/04apr/24votopriorita.htm

    Finanziaria : ma l’Italia necessita di etica e legalita’
    23 ottobre 2006

    http://www.osservatoriosullalegalita.org/06/acom/10ott3/2300marcofin.htm

    Legge sul risparmio monca su alcuni aspetti fondamentali
    21 dicembre 2005

    http://www.osservatoriosullalegalita.org/05/acom/12dic3/2101marcorisparmio.htm

    Il Risparmio dolosamente tradito dalla politica : la Class Action
    25 maggio 2006

    http://www.osservatoriosullalegalita.org/06/acom/09set3/2525marclassaction.htm

    Class action : facile , veloce , gratuito
    25 settembre 2006

    http://www.osservatoriosullalegalita.org/06/docum/varie/010marcoclassaction.htm

    U.S.: Le Lobbies contro la Legge che protegge i risparmiatori
    31 ottobre 2006

    http://www.osservatoriosullalegalita.org/06/acom/10ott3/3100marcousa.htm

    Il Paese dei furbetti : crack , banche , finanziarie e vittime
    18 dicembre 2005

    http://www.osservatoriosullalegalita.org/05/inchieste/012marcomanipul2.htm

    Crack in Italia e in America : sentenze e numeri a confronto
    22 dicembre 2005

    http://www.osservatoriosullalegalita.org/05/acom/12dic3/2244marcocrack.htm

    Calciopoli , bancopoli , crack : Italia Argentina 1 a 1 ?
    22 maggio 2006

    http://www.osservatoriosullalegalita.org/06/acom/05mag3/2200marcofurbetti.htm

    Index of economic freedom : Italia agli ultimi posti
    17 gennaio 2007

    http://www.osservatoriosullalegalita.org/07/acom/02gen2/1722marcomanipul.htm

     

    Marco Montanari


    Alitalia , Storia di un Crack all’Italiana – Parte seconda

    mercoledì, ottobre 11, 2006

     

     

    Alitalia , la politica della Meretrice,o, la meretrice della Politica ?

    Parte seconda

     

     

     

    Giugno 2005

     

     

     

    Ricavi per posto/pax 184 (compared with 48 of Ryanair), Costo per posto/pax 204 (compared with 39 of Ryanair), Margine netto/Net Profit Margin -11.3%  (compared with 20.1% of Ryanair ) riferiti al periodo terminato in giugno 2005 ( 3.5% oggi giugno 2006) dati riportati in una classifica europea delle compagnie aeree stilata da Ryanair, tabella ripresa da Grillo:

     

    Giugno  2006

     

     

     

    Alitalia – Linee Aeree Italiane S.p.A. (Alitalia Servizi, società partecipata da Fintecna e operativa dal 1° maggio 2005, scorporata e’ invece concentra sulle attività di manutenzione, servizi aeroportuali, servizi informatici e di telecomunicazioni, e le cui prestazioni che fornisce ad Alitalia sono regolate da specifici contratti che non hanno garantito la qualità del prodotto finale offerto alla clientela):

     

    • Sector: Transportation Industry: Airline

    •  

  • Margine del mercato Italiano 50% dall’80% del 1998, il tutto a beneficio soprattutto di Air One

  • Capitalizzazione:  1.141 milioni di euro

  • 52 weeks Min Max: (0,71 / 2,12) last price 0,813  / massimo del 2006 1,31 ;

  • Al di’ 11 Ottobre 2006 performance: 

  • Alitalia Performance a 1 mese, 6 mesi,  12 mesi: -11.71%,  -28.18%, -56.22%;

  • Mibtel  Performance a 1 mese, 6 mesi, 12 mesi: +3.54%; +0.87%,+15.71%

     

    In Italia gli scandali politico-economico-giudiziario-finanziario-sociali della Federconsorzi, Parmalat, Cirio, Bond argentini, Antoveneta, Bnl, Banca d’Italia, Calciopoli, sono stati gestiti per far si’ che tutto cambiasse solo in apparenza, ma che nulla cambiasse poi nei fatti! Cosi’ e’ stato anche per l’Alitalia fino ad oggi, perche’ da anni stiamo parlando di un morto (Alitalia) che cammina !

     

     

    Sono basito nel leggere che ancora oggi si possa trovare sul sito della Borsa Italiana un consiglio di buy (Axia Financial Research) con Rating etico A+ per Alitalia riportando per giunta dati e grafici che dire che sono da brividi e montagne russe e’ dir poco (18/07/06: Rating economico Finanziario Buy; Rating etico A+ !!).

  •  

    Dopo questi numeri da capogiro  il consiglio della societa’ Axia Financial Research che ha redatto il documento e’ di BUY (fair value del titolo a 1,06 euro per azione), ma ci dice che l’ha calcolato con il sistema DCF e dei multipli…ecco allora siamo a posto. Capite la commistione tra finanza e Politica cosa fa dire??!! Io vi dico, visto che siamo tutti piccoli investitori, e non certo Istituzionali che possono muovere miliardi di euro dietro le soffiate della politica, sell, sell, sell and sell  anche se oggi doveste riportare perdite dell’ordine del 15/30% !!!

     

    Vi allego uno studio molto piu’ accurato e realistico  elaborato dalla Reuters da cui  l’ho ricevuto:

     

    ALITALIA

     

     

    Prima di fare altre considerazioni da integrare con quelle della prima parte

     

    ( https://wallstreetrack.wordpress.com/2006/09/20/alitalia-la-politica-della-meretriceo-la-meretrice-della-politica/)

     

    guardiamo alcuni numeri di Alitalia – Linee Aeree Italiane S.p.A., ovvero quella comunemente definita Alitalia Fly, il resto li troverete nel file elaborato dalla Reuters o nei links riportati.  La formula di questi indicatori di lettura dei bilanci li troverete in calce:

     

    Il costo del lavoro tout court ha pesato per 1.239 milioni di euro sul bilancio 2004 del Gruppo Alitalia e una riduzione a 1.127 nel 2005,  mentre la stima contenuta nella previsione del conto economico 2006-2008 elaborata dall’azienda, prevede una riduzione a 1.005 nel 2006, ed una crescita a 1.035 milioni nel 2007 ed a 1.071 milioni nel 2008; circa il 30% dei ricavi;

    Il costo di spostamento ed organizzazione del personale costa pero’ tre volte tanto rispetto ai competitor; e cio’ deprime fortemente l’efficienza e la produttivita’;

    2006 Semestrale ante imposte : La gestione fallimentare dell’Alitalia, vedra’ un disavanzo lievitato nel 2006 a 450 milioni di euro circa rispetto ai 167,5  per l’intero anno 2005, tanto per dire bruscolini,  dato gia’ emerso con evidenza comunque nella semestrale ante imposte che ha mostrato perdite superiori all’intero 2005, con una perdita netta pari a 221,4  milioni di euro rispetto ai 124,7 milioni di euro  di rosso (peggioramento di 97 milioni) del pari semestre del 2005. La perdita operativa consolidata del primo semestre 2006 e’ pari a 132 milioni di euro, salita rispetto agli 83,8 milioni di rosso dell’anno prima. I ricavi del traffico del primo semestre 2006, pari a 2 miliardi di euro, sono risultati in aumento (+2,8%) rispetto al precedente esercizio, ma i ricavi netti dei primi sei mesi del 2006, pari a 2,239 miliardi di euro, sono stati in calo di circa 33 milioni di euro (-1,45%) rispetto al 2,272 miliardi del precedente esercizio. Quindi e’ evidente che non solo non sarà raggiunto l’obiettivo dell’utile netto e operativo per il 2006 ma neppure per i prossimi 2 anni almeno; si osservi che la Compagnia ha chiuso in rosso per ben 14 volte negli utlimi 15 anni;

    Indebitamento netto / The Total Debt includes long-term debt and short term debt, del Gruppo al 1 semestre 2006 era pari a 909 milioni di euro, in aumento di 13 milioni rispetto allo scorso 30 giugno. Nel 2005 l’indebitamento attestandosi a 830 milioni di euro circa si era ridotto del 53% circa, rispetto al 2004,  avendo la compagnia utilizzato tutto il fiume di danaro ( frutto di prestiti) in cassa per ripianare l’enorme debito pregresso del 2004 pari al 343% del capitale netto ( l’indebitamento a medio-lungo termine era arrivato infatti a 1.793,7 milioni di euro, dopo il prestito-ponte di 400 milioni di euro, soldi prestati dallo Stato e prelevati dalle ns tasse); nel 2005 quindi Alitalia ha utilizzato questo danaro prestato dallo Stato ( l’intero prestito-ponte di 400 milioni di euro  ) , e dalle Banche a seguito di un prestito di 485 milioni di dollari, 397,7 milioni di euro al cambio di allora di 1.2195 dollari (prestito ricevuto nell’ottobre 2005 per aver ipotecato una parte della propria flotta); a cio’ si aggiungevano altri 250 milioni di euro che il gruppo nel 2005 aveva in cassa e frutto di una penale ricevuta nel 2002 a seguito della condanna di KLM rea di aver rotto unilateralmente nel 2000 la previa alleanza.

    Patrimonio netto o capitale proprio / Total Common Equity al 1 semestre 2006  e’ pari a 683 milioni di euro ;

    Total Net Debt/Equity (MRQ) o LT Total Net Debt/Equity (MRQ) / The Total Debt includes long-term debt and short term debt: Total Net Debt/Equity di  Alitalia al 1 semestre 2006 era pari a 1.33

    . Cio’ significa che il debito finanziario netto totale  pari a 909 milioni di euro  e’ 1.33 volte il Patrimonio o capitale netto della stessa, vale a dire che il debito finanziario netto  e’ il 133% del capitale netto pari a 683 milioni di euro . Nel 2004, il debito finanziario netto totale  era 1.793,7 milioni di euro pari al 343% del capitale netto;

    Il traffico alla fine del 1 trimestre 2006, misurato in passeggeri chilometro trasportati, è aumentato dello 0,9% malgrado una diminuzione della capacità offerta (misurata in posti chilometro offerti) dello 0,9%. Il coefficiente di occupazione è cresciuto di 1,5 punti percentuali attestandosi al 79,3 %. Sempre a luglio l’attività cargo (misurata in tonnellate chilometro trasportate) è cresciuta del 12,1%. Il coefficiente di riempimento si è ridotto di 5,3 punti percentuali attestandosi al 59,9%. 

     

     

    Le compagnie aeree europee avevano chiuso il 2005 all’insegna della ripresa dai dati diffusi dall’associazione delle compagnie aeree europee (Aea) secondo cui il numero dei passeggeri trasportati dalle 30 aviolinee del Vecchio continente è aumentato, tra il 2004 e il 2005, del 4,4% raggiungendo quota 320 milioni, a fronte di un traffico merci in progresso del 2,3% a 35.576 tonnellate complessive.

    Positivo anche l’andamento dei ricavi ‘passeggero per chilometro’ (rpk), cresciuti nel 2005 del 6,3%, cioe’ a un ritmo definito ‘normale’ dall’Aee ”dopo la serie di shock di mercato iniziati l’11 settembre del 2001”. Sul fronte delle singole societa’, a guidare ancora una volta la classifica di piu’ grande vettore europeo (sia passeggeri che merci) e’ la Lufthansa, che nel 2005 ha trasportato quasi 50 milioni di persone, seguita da Air France (47,1 mln), British Airways (35,5 mln), Iberia (26,9 mln), Scandinavian Airlines (25 mln) e Alitalia (24 mln).

    Il coefficiente di riempimento, l’importante indicatore che indica la percentuale di sedili occupati, si e’ attestato in media al 76%, con un picco dell’83,5% all’olandese Klm, seguita da Air France (78,8%), Lufthansa (78,5%), mentre Alitalia ha registrato un coefficiente del 71,3%. A livello geografico, i voli europei hanno fatto la parte del leone (77,5%), All’11,8% del totale si attestano i voli al di la’ dell’Atlantico, verso Usa e Sudamerica, mentre il 7% dei passeggeri si e’ mosso verso il middle e il far East. Particolarmente vigorosa la crescita del numero dei passeggeri (+12,2%) che hanno fatto rotta sul far East, con picchi del 26% verso la Cina e del 20% verso l’India. Nel 2005 si e’ confermato positivo, inoltre, anche l’andamento dei conti delle compagnie aeree europee. Le 30 societa’ hanno segnato, complessivamente, un utile operativo pari a 800 milioni di dollari, circa il doppio del risultato 2004, anno in cui il settore e’ tornato per la prima volta al profitto nei sei anni precedenti.

     

    Sono diminuiti i dipendenti di Alitalia – Linee Aeree Italiane S.p.A., ovvero quella comunemente definita Alitalia Fly, passati a 10.052 unità grazie al deconsolidamento del residuo personale in  Alitalia Servizi (7.985 unità).

    Osservazione di un parametro molto importante per chi osserva e analizza le compagnie aeree, è il rapporto tra i costi operativi e il numero di posti offerti rispetto ai chilometri percorsi. In sostanza questo dato indica il costo per chilometro di ogni posto che la compagnia offre al pubblico: più alto è il costo, meno sana è la compagnia.  Alitalia ha un rapporto del 12% circa, mentre British Airways ha un rapporto pari al 7,5% e Klm pari all’8%. Tanto per dare un’idea dell’efficienza, se andiamo a vedere Ryanair, cioè la prima compagnia europea a basso costo, scopriamo che ha un rapporto costi rispetto ai posti per chilometro pari al 3,5%, migliore della sua concorrente easyJet che sfiora il 5%.

    I costi operativi di Alitalia rispetto al suo fatturato superano abbondantemente il 100%. Cioè la società non sta in piedi da sola, con il ricavato dalla propria attività. Tanto per fare un raffronto serio e concreto, British Airways ha costi operativi pari al 95% del proprio fatturato e Klm si avvicina al 98%. La differenza tra questi numeri e 100, dà il margine che rimane a disposizione del management, il quale potrà decidere se investirlo oppure pagare dei dividendi, sempreché eventuali debiti non si mangino tutto. Il mercato dei voli aerei dal 2004 ad oggi  è cresciuto significativamente anno su anno, il traffico è salito del 10% , e per esempio la British Airways è la compagnia che ne ha tratto i maggiori benefici, in particolare nella fascia più alta di passeggeri, quelli che viaggiano in business class, dove ha visto crescere del 24% il numero dei propri clienti. E la nostra compagnia come ha reagito in questa competizione internazionale? Malissimo. Alitalia ha tentato di difendere le proprie posizioni nel mercato domestico aumentando i posti offerti al pubblico. Ottima idea. Risultato? Ha avuto meno passeggeri di prima. Un disastro, che oggi si cerca perfino di tacere. E questa è la drammatica conseguenza della inadeguatezza dei servizi e delle tariffe che la società propone. Infatti, in Italia hanno guadagnato mercato i vettori a costi inferiori oppure quelli, come British Airways, che offrono i migliori servizi.

    Solo negli ultimi anni sono spuntate come funghi le società Italiane del settore fallite sotto il peso dei debiti:

     

    1. Minerva

    2. Azzurra (oggi rinata sotto nuove spoglie)

    3. Gandalf

    4. Air Sicilia

    5. Volare – Il caso di Volare – ha fatto cosmesi di bilancio “barando” sugli interventi di manutenzione.

     

     

    Quasi tutte le compagnie aeree in Europa si sono salvate dalla crisi, si è salvata l’Iberia, si è salvata l’Aer Lingus. Sono fallite, ma poi sono state risanate, Sabena fallita nel 2001 e Swissair fallita nel 2002. Così capita qualche volta alle aziende. Il problema è che l’Alitalia, sottoscala del potere, in fondo non è mai stata una vera azienda!

    Durante il 1 semestre 2006 : L’agenzia di rating Fitch, stimava maggiori possibilità di default nel 2006 per i bond speculativi (giudizio Non Investmente Grade BB- o inferiore); gli analisti sono unanimi nel ritenere Alitalia priva di un credibile progetto di risanamento e rilancio, ed i mercati internazionali non vogliono finanziarla.

    Obbligazione Alitalia convertibile Codice ISIN: IT0003331888 / Scadenza 22 luglio 2007 / Valore nominale: 0.37 Lotto minimo (le convertibili lo hanno ancora): 37 (corrispondente 100 obbligazioni da 0.37 nominali). Ricordo che le obbligazioni quotano a “corso secco” in percentuale rispetto al nominale (pertanto 89.35 vuol dire 89.35% del nominale di 0.37), prezzo a cui si deve aggiungere il rateo di cedola maturato (al momento, circa 0.66). Rapporto di conversione: 1 obbligazione per 1 azione, sempre possibile fino al 7 luglio 2007. Il premio di conversione è circa del 25%, vale a dire che, comprandola al prezzo di 89.35 , la conversione sarà conveniente se, da qui al 7/7/07, il prezzo di mercato dell’azione dovesse salire del 25% o più. In tal caso, si otterrebbe un extra-rendimento rispetto al rendimento della componente obbligazionaria.

     

     

     

    Dati 2005, la formula di questi indicatori di lettura dei bilanci li troverete in calce :

    •  

  • EBITDA 259.3 milioni di euro;

  • Enterprise Value/EBITDA  7.61 ;
  • P/E Price-Earnings Ratio   Prezzo/Utili  -7.58;

  • Operating Margin  0.99 ; 

  • Net Profit Margin  o Return on Sales Ros -1.13% . Al13/09/06 il Net Profit Margin e’ leggermente migliorato a  +3.5% ;

  • ROE  Return on Equity   -11.5%;

  • ROA (Return On Assets) 3.52%;

  • Cash Flow  0.09;

  • Price/CashFlow  9.57 ;

  • Ricavi per posto/pax   185;

  • Costo per posto/pax   210 ;

  • Quick ratio;1.66;

  • Current ratio; 1.69 ;

     

     

    Conclusioni che si traggono da questi numeri? Che il problema della compagnia sta nella sua struttura colposamente e dolosamente posta in essere dalla Politica. Che Alitalia non può abbassare le tariffe per via del personale in esubero che non glielo consente, ma anche che così non riesce a sopravvivere da sola neppure se qualcuno le cancellasse tutti i debiti e tutte le perdite che ha cumulato negli anni.

    Alitalia racchiude in sé il peggio di cio’ che una compagnia aerea privata quotata dovrebbe fare. Una squadra privata di oltre 20.000 persone (addetti alla manutenzione o di scalo, personale navigante o di staff, e di logistica d’impiego a terra, in volo, in Italia, e all’estero, molte delle quali raccomandate e  accomunate da un unico obiettivo, quello di non offrire al cliente un servizio di qualità e fregandosene di conquistare  ogni giorno la sua fiducia) da noi cittadini mantenute per quasi 40 anni, rappresenta per gli Italiani  motivo sufficiente per dire basta al carrozzone Politica/Alitalia. 

    Aeroporti privatizzati da terzo mondo per efficienza, enti di controllo lottizzati da partiti,  come l’Enac e l’Enav, come Vitrociset (lascito del defunto tangentaro Camillo Crociani alla moglie ) società controllante del sistema dei radar che dovrebbe garantire la sicurezza dei viaggiatori e il funzionamento del sistema ora rivenduta allo Stato, guerre municipali come quella ormai decennale tra i due hub di Roma – Fiumicino e Milano – Malpensa.

    Camerieri e cameriere glorificate vadano a lavorare nei ristoranti e negli alberghi e i signori piloti (c.d. half beer) si dovrebbero vergognare di percepire stipendi e trattamenti principeschi per lavorare 500 ore l’anno. Siamo stanchi di farci sfruttare e di mantenere con i nostri soldi e con le nostre tasse una banda di arroganti fannulloni superpagati per lavorare  500 ore l’anno meno l’11,5% di malattia perché tutti dalla salute malferma.

     

    I sindacati poi altro male di questo paese, fanno assemblee e scioperi ogni 3 per 2, e per ottenere il rinnovo dei contratti, e per bloccare vendite e dismissioni (Alitalia ha comunque già comunicato che intende mantenere il 51% nelle società di informatica con Eds e di gestione amministrativa con Accenture).

  • Il piano industriale (ma quale?!?) di Cimoli non ha funzionato e non poteva funzionare perche’ era un progetto esclusivamente politico/d’immagine e non un progetto industriale-finanziario, retribuzioni e premi elargiti per fantomatici obiettivi mai raggiunti.  I rapporti fatti di sovvenzioni Statali ad alcune imprese (Alitalia) o di legislazione protesa a creare dei monopoli di fatto (Fiat, Telecom, Enel, Eni, Autostrade etc.) ha, hanno da sempre , oltre che svuotato le nostre tasche di contribuenti/consumatori, anche rovinato nel medio lungo periodo la produttivita’ stessa del sistema paese,  com’e’ del resto sotto gli occhi di noi tutti, nonche’ l’immagine del sistema Italia come modo di fare industria e di gestire le societa’, in cio’ allontanando gli investitori stranieri. Il problema di Alitalia, è, come sempre in Italia, fonte di egoistiche, corporative difese ad oltranza sia da parte degli incompetenti managers, sia di molti politici, sia di chi vi lavora non sempre con meriti e laboriosita’; tutto cio’ e’ cosi’ miope verso quello che dovrebbe essere l’interesse principale, quello del paese. Da sempre la Politica gestisce l’Alitalia e , negli ultimi anni, tutti sappiamo che sono nati due movimenti politici: il partito di Fiumicino, capitanato da Storace e dal sindaco di Roma Veltroni che vogliono difendere e allargare il traffico nell’aeroporto di Roma; il partito di Malpensa (capitanato da Formigoni, Lega, e da Letizia Moratti) che invece punta a valorizzare l’hub dello scalo milanese.  

     

     

    L’Alitalia da quando è quotata in Borsa, tra ripiani delle perdite registrate e aumenti di capitale da parte delle casse pubbliche, è sin qui costata oltre 13 miliardi di euro di esborsi prelevati dalle tasche dei contribuenti.  E negli 10 anni, l’Alitalia è costata allo Stato, cioe’ sempre a noi , 5 miliardi di euro.

     

     

    Io dico che un  governo di un paese serio avrebbe ovviamente  il dovere di chiudere questa baracca inefficiente e ruba soldi, diamola ai cinesi, perche’ diversamente so’ che non ci sara’ mai quanto in seguito provero’ a prospettare per salvarla, e meno che mai un management della compagnia effettivamente efficiente, libero dalla politica e responsabile dei risultati di gestione, in quanto finche’ l’Alitalia esistera’ si manterra’ in vita quell’intollerabile, illegittimo ,non etico e cosi’ dannoso filo di continuità , nella sua gestione aziendale, che ha legato  e lega da decenni l’autarchia lobbistica imprenditoriale e manageriale italiana  ( ai vertici delle aziende controllate dallo Stato) con la politica, in evidente conflitto d’interessi con il bene del paese; politica che nulla ha fatto per creare delle regole severe e volte ad un vero libero ed efficiente mercato finanziario ed industriale, ma che al contrario ha garantito, in cambio di voti, poltrone e altri benefits, un assistenzialismo indecente ( dai governi democristiani, al governo Berlusconi/Lega, alla scarsa cultura di mercato della sinistra), con la logica conseguenza di produrre,  insieme al conflitto d’interessi endemico, tutto questo schifo di societa’ gestite con i piedi e che  rubano soldi ai contribuenti, due volte, una prima sui bilgietti aerei che sono molto piu’ cari della concorrenza e la seconda ripianando con i ns contributi  i debiti di Alitalia .

     

     

    In Italia spesso il management (cosi’ come la classe politica) fa operazioni orientate al profitto di breve periodo per acquistare prestigio in modo rapido e veloce, per il suo fine principale, il POTERE, e non per il bene del paese. 

     

    In Italia Non esistono visioni strategiche forti. Quando le società fanno investimenti in settori a concorrenza globale, senza un settore ricerca e sviluppo consolidato, senza un piano strategico di lungo periodo “SENSATO”, al fine di creare una competitività forte a livello globale, e senza capitali adeguati a sostenerne la crescita nel modo giusto, prima o poi (solo questione di tempo) qualsiasi azienda diventa un flop! E un flop equivale a distruzione di ricchezza collettiva (occupazione, riduzione della domanda globale, ecc.). Quindi una c….o  di  società diventa un drammatico problema per tutti!

     

    Fate un conto terra terra inoltre: La flotta Alitalia è costituita da 179 aerei, il personale Alitalia è costituito da  circa 20.000 persone; dividete il numero dei dipendenti per il numero di areomobili , fa’ esattamente 111,73 , ogni areomobile ALITALIA ha quasi 112 DIPENDENTI tra terra e aria! In pratica per far quadrare i conti di questa societa’ bisognerebbe pagare un volo MILANO-ROMA  (gia’ stra caro a €430 , e rapportato poi a quel che basta per andare a New York con altre Compagnie) migliaia di euro. Non ci domandiamo quindi perche’ l’Alitalia e’ fallita e deve fallire formalmente, o dovremmo regalarla con amore a chi si prende sul gobbo tutti i debiti e tutti i tagli del personale! E se si divide il numero di dipendenti per RPK (i passeggeri paganti) il valore trovato indica quante persone servono mediamente per far volare un cliente Alitalia, ovvero quasi 2 dipendenti per ciascun cliente ( 1,9).

     

    Dei 20.000 dipendenti circa ce ne sono almeno 6.000/6500 di troppo tra Alitalia Fly cioe’ Alitalia – Linee Aeree Italiane S.p.A. (10.052 ) e Alitalia Service ( 7.985 ), e Alitalia Express e cargo (altri 2.000 circa). Questi sono gli organici dai quali, in sostanza, dovranno essere tagliate almeno altre 6.000/6500 persone. Queste a mio avviso le necessarie riduzioni di personale allorche’ la Politica decida di non voler portare in Tribunale i Libri contabili, e sperare di renderla un minimo produttiva :

     

    1.500 esuberi nelle flight operation: 400 piloti, 1.000 Assistenti di volo, 100 unità nel personale di terra;

    1.500 esuberi nel settore manutenzione;

    1.000 esuberi nelle ground operation (nelle operazioni a terra di fatto i dipendenti di alitalia airport);

    1000  esuberi nell’area marketing e in quella vendite;

    1000  esuberi nell’area corporate e information technology;

    200    esuberi nell’area cargo

     

    E sempre in forza dello stesso presupposto che la Politica decida di non voler portare in Tribunale i Libri contabili, e sperare di renderla un minimo produttiva, io dico che data la enorme pressione competitiva delle compagnie low cost Alitalia dovrebbe inventarsi qualcosa che sia una via di mezzo, mi spiego meglio: intanto eliminare le troppe diverse tipologie di aerei nella sua flotta che impongono costi di gestione maggiori, quindi dalle attuali 7 tipologie circa credo, ridurle a 3 per esempio; poi ordinare nuovi aerei , alcuni dei quali dedicarli per intero solo alla classe economica per il corto e medio raggio (fino a 3 ore diciamo) ma con maggiori spazi tra un sedile e l’altro, quindi un deciso maggior comfort  che nesuna compagnia offre in questa categoria, bilanciato dal taglio drastico del personale di bordo ai minimi, e da servizi totalmente a pagamento ma di qualita’; di contro ordinare altri aeromobili nei quali sia prevista anche la first class, o business, ma sempre migliorando la classe economica sia come rendita di spazio tra una poltrona  e l’altra sia come servizi anche qui di assoluta qualita’ ma a pagamento, contenuto diciamo nell’ordine massimo di 20 euro per un pasto completo di vino e acqua. Ove fosse possibile, dedicare anche alcuni posti di first class per fumatori con costi maggiori. Quindi graduale rinnovo della flotta di breve-medio-lungo raggio come detto prima, e installazione di nuove basi operative in Italia per favorire i collegamenti punto a punto, quindi rafforzarsi nel mercato domestico, e per i collegamenti medio-orientali e dell’Europa dell’Est, nonche’ ristrutturare la propria presenza sul lungo raggio.

     

    Oltre questo per non farla fallire ma sperare di renderla un minimo produttiva occorre un insieme di interventi radicali a partire da nuovi limiti innalzati sia per le ore di volo che per quelle di servizio, e rimodulare tutti i costi di spostamento ed organizzazione del personale che attualmente costa tre volte tanto rispetto ai competitor e cio’ deprime fortemente l’efficienza e la produttivita’, cominciando con lo scegliere uno dei 2 hub, ed eliminando l’altro, preferibilmente sarebbe auspicabile mantenere quello romano vista la forte concorrenza sul mercato del Nord degli aeroporti Londinesi, di Francoforte, Parigi, Amsterdam e Dublino; poi l’azzeramento del contratto in vigore per piloti e assistenti abbassandolo di almeno il 50% nella sua parte fissa, mentre il resto sostituirlo con incentivi, in uno con una drastica riduzione delle ferie da 42 nominali (30 quelle reali) a 35 nominali (24 reali). Cambi anche per la diaria, i pranzi e le sospensione della contribuzione al fondo di previdenza che potrebbe contribuire a ridare ossigeno (circa 15 milioni di euro l’anno) alla compagnia.

     

    Infine, interventi radicali sul network, sul prodotto, sulla politica tariffaria e il revenue management, sulle vendite e sulla distribzione onde rilanciare l’attività del Gruppo sui suoi mercati di riferimento, in particolare sul Nord Italia, onde garantire la competitività del prodotto Alitalia e di assicurare così la creazione di valore. Il tutto portera’ ad un maggiore rispetto della puntualità, fruibilità e speditezza del servizio, riqualificandolo sia a terra sia a bordo.

     

     

    Fino a quando il nostro sistema economico/sociale sarà pieno zeppo di conflitti di interesse, a tutti i livelli, compresi quelli che uniscono la Politica con la Finanza e la Magistratura Fallimentare, fino a quando il nostro sistema economico/sociale sarà pieno zeppo  di aziende fallite ma aiutate dallo stato, e fin quando non ci sara’ un ricambio dirigenziale dei politici con gente nuova e giovane che sappia dare un cambiamento forte e che al contempo sappia tutelare il basso sociale,  il nostro sistema economico/sociale sarà pieno zeppo di illegalita’ perpetrate a danno del parco buoi consumatori-risparmiatori-pensionati ex lavoratori-cittadini. Ma  come vediamo anno su anno le cose vanno sempre peggio, anche quando al governo c’e’ il centro sx! Le obiezioni al fallimento dell’Alitalia sono il risultato di una visione che accomuna la cultura marxista, cattolica e destra sociale, le tre componenti che rappresentano il 95% delle radici della nostra classe politica. Tanto di guadagnato per assistenti di volo, piloti e dirigenti Alitalia; tutto da perdere per viaggiatori e contribuenti. Ecco tutto cio’ ha contribuito a portare a questi risultati di totale paralisi del Gruppo.

     

     

    Vi riporto in calce un poco di dati e commenti raccolti negli anni da vari economisti specializzati nel settore di cui non ricordo i nomi purtroppo.

     

    Marco Montanari

     

     

     

     

    10 Ago. 2004

     

    “Una società che ha forma giuridica privata ed è presente sui mercati finanziari con azioni, obbligazioni e debiti bancari, come per l’appunto l’Alitalia, dovrebbe rispondere dei suoi risultati, in primis proprio al suo primo azionista, lo Stato, con scadenze e condizioni che dovrebbero essere note a tutti i cittadini. Ma come sappiamo c’è stata, c’e’ e, sempre , ci sara’  una garanzia del Governo di turno di coprire qualunque perdita futura, per ragioni di bottega politica e di lavoro dei raccomandati vicini ai 2 poli opposti, i sindacati e AN, e queste sono ragioni estranee alla convenienza economica, ed e’ un vero e proprio debito pubblico implicito da sempre ripianato con i ns soldi, debito che e’ cresciuto, cresce e, crescera’ al ritmo di  mezzo miliardo di euro all’anno. Come dire che in Italia i ns governanti se ne fregano delle regole europee che oltre ad esigere un rispetto dei conti del bilancio statale vietano atti e fatti distorsivi della concorrenza allorche’ siano l’effetto degli aiuti di Stato.

     

    Questa tabella mostra i dati di cui sopra relativamente a quattro compagnie aeree europee, i dati si riferiscono all’anno 2002/2003 (ad eccezione di Air France per cui ho trovato solo i dati del 2004, ma non fa molta differenza per il tipo di confronto che andremo ad operare):

     

    Compagnia      Dipendenti    Passeggeri           Cargo

             

    ASK RPK L.F. CTK RTK L.F.

     

     

    Alitalia 22.536 42.390 30.025 70.8% 2.055 1.378 67.1%
    British Airways 53.440 139.172 100.112 71.9% 21.328 14.213 66.6%
    Lufthansa 34.021 119.900 88.600 73.9% 10.748 7.158 66.6%
    Air France 71.654 134.444 101.644 75.6% 8.487 5.432 64.0%

     

     

     

    Da questi dati come facciamo a vedere l’efficienza di una compagnia? Bhe, molto semplicemente si divide il numero di dipendenti per RPK (passeggeri paganti) o per RTK (cargo trasportato). Il valore trovato indica quante persone servono mediamente per far volare un cliente (Alitalia 1,9) o trasportare una tonnellata di cargo. È ovvio che più basso è il valore meglio è; ecco dunque i risultati per le quattro compagnie, per semplicità di lettura i dati sono stati normalizzati (il valore più piccolo è 1);

     

    Compagnia Dipendenti/Passeggeri Dipendenti/Cargo
    Alitalia 1,9 4,3
    British Airways 1,4 1,0
    Lufthansa 1,0 1,3
    Air France 1,8 3,5

     

     

    Nel caso dei passeggeri ad esempio, possiamo dire che per fare il lavoro di un dipendente Lufthansa servono due dipendenti Alitalia (1,9 per l’esattezza: uno guida l’aereo e l’altro guarda). Per il trasporto merci servono quattro dipendenti Alitalia per fare il lavoro di un dipendente British Airways o Lufthansa (ossia uno carica il pacco, il secondo gli asciuga il sudore, il terzo li guarda mentre il quarto va a prendere i caffè per tutti). Di tutte le compagnie, la più simile ad Alitalia è Air France (i cui parametri sono in ogni caso migliori), che comunque è grande il doppio di Lufthansa ed il triplo di Alitalia, e con le grosse dimensioni una certa inefficienza è fisiologica. (Air France è anche, a differenza di Lufthansa e British Airways, statale)

     

    Ora non si vuole addossare tutta la colpa solo ai dipendenti non tutti efficienti e corretti nell’esercizio del loro lavoro, se ci sono tali macroscopiche inefficienze è colpa innanzitutto della politica e dei dirigenti, che anziché cercare di rendere produttiva una ditta hanno contato tutti insieme sugli aiuti statali, e dei politici che ci infilano dentro migliaia di lavoratori improduttivi.”

     

     

     

    Glossario utile nella lettura dei dati di Bilancio:

     

     

     

    La redditività di una società è la sua capacità di produrre reddito, cioè di remunerare il capitale grazie a un buon equilibrio tra i ricavi e i costi. Già, ma quale capitale? Quello versato dai soci? Quello complessivamente investito nella società? E quale reddito? Quello complessivo? Quello dell’attività tipica? O il ricavato delle vendite? La definizione di redditività non è univoca, come può sembrare in un primo momento. Per questo esistono diversi indici per misurare la redditività, a seconda dell’aspetto da approfondire. Come utilizzare questi indicatori? Non esiste un valore ideale, bisogna invece confrontare tra loro varie società. È però importante che le società siano omogenee: se operano in settori diversi, ad esempio, le differenze nel gross margin possono non indicare una maggiore o minore efficienza ma una diversa struttura di costi legata al tipo di attività svolta (materie prime più o meno costose, necessità di utilizzare un numero superiore di macchinari o personale. Vediamo quali sono i principali, e come si legano tra loro. Gli indicatori fondamentali più importanti e noti sono:

     

     

     

    Price/Earnings ratio (P/E) Rapporto Prezzo/Utili Price-Earnings Ratio  INDICA QUANTE VOLTE E’ VALUTATO IL TITOLO IN RAPPORTO AGLI UTILI CHE HA CONSEGUITO E CHE CONSEGUIRA’.

    PEG Ratio Formula: P/E Ratio / 5-Yr Expected EPS Growth. Forward-looking measure rather than typical earnings growth measures, which look back in time (historical). Used to measure a stock’s valuation against its projected 5-yr growth rate.

    Earnings per share (EPS)  Earnings Per Share  = Adjusted Income Avail. to Common Shareholders / Diluted Weighted Average Shares. The most important Per-Share Data item is Earnings Per Share. That’s because ultimately, the price of your stock is related in some way to the value of the stream of earnings attributable to that share. This section also includes the amount of Cash Per Share the company had at the time of its most recent quarterly or annual report. Most of the time, this number will be far below the stock price. In a healthy industrial company, a Cash Per Share figure that is close the stock price might suggest that investors are underestimating the worth of the company’s ongoing business, thereby creating an interesting investment opportunity for you.

    Dividend yeld  The annual dividend is the total amount (C) of dividends you could expect to receive if you held the stock for a year (assuming no change in the company’s dividend policy).

    Payout ratio   Payout Ratio The ratio of Earnings paid out in Dividends, expressed as a percentage. Payout Ratio (%)  = Dividends Per Share / Primary EPS x 100. Primary EPS . The dividend yield is the indicated annual dividend rate expressed as a percentage of the price of the stock, and could be compared to the coupon yield on a bond. The Payout Ratio tells you what percent of the company’s earnings have been given to shareholders as cash dividends. A low payout ratio indicates that company has chosen to reinvest most of the profits back into the business.

    Price/Sales Ratio Formula: Current Market Price / Total Revenues Per Share. A valuation ratio calculated by dividing the current market price by trailing twelve-month (ttm) Total Revenues. Often used to value unprofitable companies.

    Price/Book Ratio Formula: Current Market Price / Book Value Per Share. A valuation ratio calculated by dividing the current market price by the most recent quarter’s (mrq) Book Value Per Share.

    Cash Flow ; flussi di risorse finanziarie, la liquidita’ disponibile, al netto di ogni spesa ( gli ammortamenti , le perdite etc)

     

    L’UTILE NETTO o Il profitto . L’utile netto è un  indicatore di redditività  decurtato degli interessi passivi (la remunerazione dei creditori) a diffrenza dell’EBIT. Viene usato l’Ebit (e non l’utile netto) perché è un risultato non decurtato degli interessi passivi (la remunerazione dei creditori). Il profitto è l’utile (o la differenza tra il valore del prodotto ed il suo costo di produzione, ovvero P=Rt-Ct dove P è il profitto,Rt sono Ricavi totali e Ct sono Costi totali ) che si ottiene da un’attività economiche (commerciale, finanziaria o produttiva). La parola deriva dal latino e significa “andare oltre”. 

    Il Profitto lordo è il profitto prima degli interessi e delle svalutazioni (o rivalutazioni) delle attività. Nel senso contabile del termine, il profitto netto (prima delle tasse) è il risultato delle vendite di un’azienda meno i costi come stipendi, affitti, carburante, materiali grezzi, interessi sui prestiti e le svalutazioni.

    Il Profitto netto dopo le tasse è il profitto dopo il pagamento delle imposte di competenza: in Italia sono due le principali imposte, una di carattere nazionale (che per ora si chiama IRES) ed una di carattere regionale (che prende il nome di IRAP). Il profitto netto dopo le tasse, opportunamente depurato dal costo opportunità e dal costo del rischio specifico del settore, fornisce un costo ponderato del capitale. Quest’ultimo è all’incirca paragonabile – ma qualche economista avrebbe da puntualizare – alla definizione economica di profitto.

    Il Risultato Operativo è una misura del potere di una impresa di produrre profitti dalle operazioni di gestione caratteristica (il cosiddetto Core Business, o attività principale): è pari agli utili prima della gestione finanziaria/patrimoniale e della gestione straordinaria (plusvalenze/minusvalenze) e della gestione fiscale (pagamento delle imposte). In Contabilità il profitto economico è definito come metrica di singlolo periodo per determinare il valore crato da un’impresa in un periodo – tipicamente l’anno. Più recentemente, a causa dell’accelerazione del processo economico e di creazione del valore, le aziende modernamente organizzate utilizzano come periodo base il Trimestre detto anche con anglicismo tipico di queste imprese Quarter, ovvero quarto di anno.Il termine profittabilità si riferisce all’ammontare di profitto relativo all’ammontare investito ed è spesso misurato come tasso di profitto o tasso di ritorno dell’investimento (ROI).

    ROE (return on equity) è il principale indicatore di redditività utilizzato. Indica la redditività del capitale proprio, cioè del capitale di competenza dei soci; è calcolato dividendo l’utile netto per il valore del patrimonio netto. ( Return on Equity Formula: [(Earnings from Continuing Operations) / Total Common Equity] * 100. rapporto tra l’utile netto ed il capitale netto , ovvero il tasso di rendimento del capitale netto di un’impresa. E’ un indicatore molto importante nelle banche dove è fissato come obiettivo di redditività. This is a measure of the return on money provided by the firms’ owners. This ratio represents Earnings from Continuing Operations divided by average Total Equity and is expressed as a percentage. ROA It is a better measure of operating efficiency than ROE, which only measures how much profit is generated on the shareholders equity but ignores debt funding. Per calcolarlo in maniera precisa, non si dovrebbe considerare il patrimonio netto a fine anno ma quello medio durante l’anno;  può bastare l’utilizzo del valore finale, più veloce da reperire. Il ROE è un indice sintetico che permette di valutare in un “colpo d’occhio” la redditività della società, per poterla confrontare con investimenti alternativi. Tenete però presente che il ROE di una società non indica quanto potete guadagnare in un anno investendo nelle sue azioni! Quest’ultimo elemento, infatti, è legato al prezzo dei titoli in Borsa, che è sì influenzato dalla redditività della società ma non vi è correlato in modo automatico. E’ un indicatore molto importante nelle banche dove è fissato come obiettivo di redditività .

     

    La redditività per gli azionisti, quindi, può derivare da tre elementi: l’attività tipica (ROI), l’attività non caratteristica e “l’effetto leva” sui debiti. Questo permette di giudicare non solo l’ammontare del ROE ma anche la sua qualità.

    Prendete ora carta e penna e moltiplicate le formule dei tre indici (ROI, grado di incidenza della gestione non caratteristica, rapporto di indebitamento) come se fossero delle frazioni algebriche: “semplificando” i numeratori e i denominatori in comune, otterrete come risultato il rapporto tra utile netto e patrimonio netto… cioè il ROE! Potete arrivare allo stesso risultato anche moltiplicando direttamente il valore prcentuale dei tre indici.

    Return on investment (ROI) Il ROI (return on investment) è calcolato rapportando l’Ebit (o risultato operativo) al totale dell’attivo. Indica il rendimento generato dalla società non solo per i suoi azionisti, ma per l’insieme di chi ha finanziato l’attività, compresi i creditori. Viene usato l’Ebit (e non l’utile netto) perché è un risultato non decurtato degli interessi passivi (la remunerazione dei creditori). Per lo stesso motivo, viene usato il totale attivo (e non il patrimonio netto) perché è l’insieme dei mezzi raccolti dalla società, sia a titolo di capitale proprio sia a titolo di debito.

    Il grado di incidenza della gestione non caratteristica (interessi, tasse, elementi straordinari) è invece calcolato rapportando l’utile netto al risultato operativo (Ebit). Indica in che misura gli elementi non legati all’attività tipica (interessi, tasse, elementi straordinari) sono stati in grado di influenzare il risultato finale. Se ad esempio una società ha un utile netto di 80 e un Ebit di 100, il grado di incidenza della gestione non caratteristica (80/100=0,8) indica che le componenti non “tipiche” hanno decurtato del 20% il risultato operativo.

    Il rapporto di indebitamento finanziario netto, indice di solidità, cosa c’entra con la redditività? La società può sfruttarlo come “effetto leva”: se gli interessi pagati sui debiti sono inferiori al rendimento ottenuto dalla propria attività, la società può amplificare i risultati indebitandosi e investendo appunto nella propria attività. Questo “trucco”, però, non funziona all’infinito: un eccessivo indebitamento compromette la solidità della società, perciò all’aumentare dell’indebitamento aumenta il rischio per i finanziatori, che quindi chiederanno interessi più elevati. E più gli interessi sono elevati, più si riduce “l’effetto leva”, fino ad annullarsi

    EBIT(o risultato operativo) Earnings before interests and Taxes, e’ il reddito operativo lordo PRIMA DI INTERESSI IMPOSTE E TASSE. Se cresce vuol dire che l’azienda produce piu’ utili.  l’Ebit (e non l’utile netto) è un risultato non decurtato degli interessi passivi (la remunerazione dei creditori). Reddito, cioè remunerare il capitale grazie a un buon equilibrio tra i ricavi e i costi

    EBIT MARGIN: Earnings Misura l’incidenza percentuale del reddito operativo EBIT sul fatturato della societa’. Piu’ alto e’ piu’ significa che la societa’ e’ in grado di produrre utili in proporzione al fatturato.

    EBITDA (Formula: stands for Earnings Before Interest, Tax, Depreciation, and Amortization) o MOL SONO GLI UTILI PRIMA DELLE IMPOSTE/INTERESSI/ SVALUTAZIONI/AMMORTAMENTI

    Return on investment (ROI) Il ROI (return on investment) è calcolato rapportando l’Ebit (o risultato operativo) al totale dell’attivo. Indica il rendimento generato dalla società non solo per i suoi azionisti, ma per l’insieme di chi ha finanziato l’attività, compresi i creditori. Viene usato l’Ebit (e non l’utile netto) perché è un risultato non decurtato degli interessi passivi (la remunerazione dei creditori). Per lo stesso motivo, viene usato il totale attivo (e non il patrimonio netto) perché è l’insieme dei mezzi raccolti dalla società, sia a titolo di capitale proprio sia a titolo di debito.

    Anche il ROI, può essere diviso in due “sottoindici”: il ROS e il turnover.

    Il ROS (return on sales) è detto anche margine sui ricavi ed è calcolato rapportando il risultato operativo (l’Ebit) al fatturato. È un parametro di efficienza della società perché indica quanto riesce a “risparmiare” una volta pagate le spese più strettamente legate alla produzione, nonché i costi per la struttura (gli ammortamenti).

    Il turnover (o indice di rotazione del capitale investito) è invece calcolato rapportando il fatturato al totale attivo. Indica quindi quanti euro di ricavi è stato in grado di generare ogni euro investito nella società.

    Sempre utilizzando il metodo delle frazioni, provate a moltiplicare le formule del ROS e del turnover: otterrete il rapporto tra Ebit e totale attivo, cioè… il ROI. La redditività del capitale investito, quindi, dipende da due elementi: quanti ricavi sono stati generati con i capitali investiti, e quanto si riesce a guadagnare su queste vendite.

    Return on sales (ROS) Il ROS (return on sales) è detto anche margine sui ricavi ed è calcolato rapportando il risultato operativo (l’Ebit) al fatturato. È un parametro di efficienza della società perché indica quanto riesce a “risparmiare” una volta pagate le spese più strettamente legate alla produzione, nonché i costi per la struttura (gli ammortamenti).

    Il ROA (Return On Assets): altro indice per valutare quanto una società sia redditizia, è calcolato rapportando l’utile al “totale attivo”, cioè al valore complessivo delle attività detenute dalla società (immobili, impianti, attività finanziarie, crediti, merci in magazzino…). Indica quindi qual è il rendimento medio del complesso dei beni utilizzati dalla società.

    ROA (Return On Assets) (%)  = Income After Taxes /Average Total Assets  x 100 . ROA (Return On Assets) is the ratio of a company’s net profit to its total assets, expressed as a percentage.

    A company’s ability to operate profitably can be measured directly by measuring its return on assets. ROA measures how well a company’s management uses its assets to generate profits. ROA It is a better measure of operating efficiency than ROE, which only measures how much profit is generated on the shareholders equity but ignores debt funding. This ratio is particularly relevant for banks which typically have huge assets.

    L’operating profit : è la “traduzione” in inglese del rapporto tra Ebit e fatturato. L’Ebit, o risultato operativo, è l’utile prima degli interessi, delle tasse e degli elementi straordinari. Indica perciò quanto la società riesce a guadagnare dalla parte più “tipica” della propria attività.

    Il gross margin: è calcolato dividendo un utile “parziale” per il fatturato. Questo utile “parziale” (gross profit) esclude tutti i costi non caratteristici già esclusi dall’Ebit (interessi, tasse, elementi straordinari) ma anche alcuni costi “tipici” (quelli amministrativi e quelli legati alla vendita). Per calcolare il gross profit occorre ripartire i costi che si trovano nel conto economico in base alle informazioni che si trovano nella nota integrativa; occorre, ad esempio, dividere il costo del personale addetto alla produzione da quello del personale addetto all’amministrazione o alla vendita. Il gross margin è quindi un parametro di efficienza più che di redditività, perché tiene in considerazione solo i costi direttamente legati alla produzione (materie prime, macchinari, costo del personale addetto alla produzione…).

    Operating Margin; totale ricavi meno totale costi operativi / totale ricavi,  per cento, danno un indicatore percentuale importante, il margine operativo, che misura l’efficienza operativa della societa’ [Operating Margin Formula: (Total Revenues – Total Operating Costs) / (Total Revenues)] * 100. This item represents the difference between the Total Revenues and the Total Operating Costs divided by Total Revenues, and is expressed as a percentage. Total Operating Costs consist of: (a) Cost of Goods Sold (b) Total (c) Selling, General & Administrative Expenses (d) Total R & D Expenses (e) Depreciation & Amortization and (f) Total Other Operating Expenses, Total. A ratio used to measure a company’s operating efficiency. Operating Margin and Operating Profit trace the progress revenue down to another important level. From Gross or Profit Margin , we now subtract indirect costs, often referred to as overhead e.g. facilities and salaries associated with headquarters operations. Finally, Profit Margin shows you how much of each revenue dollar is left after all costs, of any kind, are subtracted.

    Net Profit Margin  o Ros  RETURN ON SALES, Ros indica il ritorno operativo sulle vendite; margine di profitto netto, indicatore percentuale importante ed e’ il reddito spalmato su un anno e dopo le tasse rapportato al ricavato totale dalle vendite [ Profit Margin Formula: (Net Income / Total Revenues) * 100] . Also known as Return on Sales, this value is the Net Income After Taxes for the trailing 12 months divided by Total Revenue for the same period and is expressed as a percentage. It’s different From Gross or Profit Margin .

    Gross or Profit Margin (%) , the percentage of sales left after production costs = Gross Profit / Total Revenues x 100 Gross Margin shows the amount of revenue left over after deducting direct costs of producing the goods or services. Operating Margin and Operating Profit trace the progress revenue down to another important level. From Gross or Profit Margin , we now subtract indirect costs, often referred to as overhead e.g. facilities and salaries associated with headquarters operations. Finally, Profit Margin shows you how much of each revenue dollar is left after all costs, of any kind, are subtracted. These other costs include such items as interest on corporate debt and income taxes.Gross or Profit Margin the percentage of sales left after production costs.

    Enterprise value (Formula: Enterprise Value: Market Cap + Total Debt – Total Cash & Short Term Investments. EV is a measure of theoretical takeover price, and is useful in comparisons against income statement line items above the interest expense/income lines such as revenue and EBITDA).

    Enterprise Value/EBITDA ( Enterprise Value/EBITDA Formula: stands for Firm/Enterprise Value compared against EBITDA) .

    The Total Debt / Indebitamento netto. Il rapporto di indebitamento finanziario netto, indice di solidità, cosa c’entra con la redditività? La società può sfruttarlo come “effetto leva”: se gli interessi pagati sui debiti sono inferiori al rendimento ottenuto dalla propria attività, la società può amplificare i risultati indebitandosi e investendo appunto nella propria attività. Questo “trucco”, però, non funziona all’infinito: un eccessivo indebitamento compromette la solidità della società, perciò all’aumentare dell’indebitamento aumenta il rischio per i finanziatori, che quindi chiederanno interessi più elevati. E più gli interessi sono elevati, più si riduce “l’effetto leva”, fino ad annullarsi

    Total Debt/Equity (MRQ) o LT Debt/Equity (MRQ) . The Total Debt/Equity includes long-term debt and short term debt.  (totale debito finanziario netto diviso per il patrimonio netto). Il rapporto di indebitamento, indice di solidità, cosa c’entra con la redditività? La società può sfruttarlo come “effetto leva”: se gli interessi pagati sui debiti sono inferiori al rendimento ottenuto dalla propria attività, la società può amplificare i risultati indebitandosi e investendo appunto nella propria attività. Questo “trucco”, però, non funziona all’infinito: un eccessivo indebitamento compromette la solidità della società, perciò all’aumentare dell’indebitamento aumenta il rischio per i finanziatori, che quindi chiederanno interessi più elevati. E più gli interessi sono elevati, più si riduce “l’effetto leva”, fino ad annullarsi

    Totale dell’attivo/ Total Assets  . Indica (a differenza del patrimonio netto) l’insieme dei mezzi raccolti dalla società, sia a titolo di capitale proprio sia a titolo di debito . Cioè il valore complessivo delle attività detenute dalla società (immobili, impianti, attività finanziarie, crediti, merci in magazzin).

    Patrimonio netto o capitale proprio / Total Common Equity Indica (a differenza del totale dell’attivo ) l’insieme dei mezzi raccolti dalla società solo  a titolo di capitale proprio non anche a  a titolo di debito .

    Total Common Equity * patrimonio netto o capitale proprio, cioè del capitale di competenza dei soci;Indica (a differenza del totale dell’attivo ) l’insieme dei mezzi raccolti dalla società solo  a titolo di capitale proprio non anche a  a titolo di debito .

    Quick ratio; The Quick Ratio compares cash and short-term investments (investments that could be converted to cash very quickly) to the financial liabilities they expect to incur within a year’s time.

    Current ratio; The Current Ratio compares Total Current Assets / Total Current Liabilities; that is compares year-ahead liabilities to cash on hand now plus other inflows (Accounts Receivable) the company is likely to realize over that same twelve-month period.